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Gandhi e il mondo moderno
Museo Nazionale dell’India, Nuova Delhi, 11 febbraio 1992

Desidero esprimere la mia gratitudine alla fondazione Gandhi Smriti e Darshan Samiti per l’invito a parlare al Museo nazionale. È un onore per me essere loro ospite, poiché con i loro sforzi lo spirito immortale del Mahatma Gandhi è e sarà trasmesso dal luogo e dal tempo in cui egli visse al futuro e in tutto il mondo.
LA LUNGIMIRANZA DI GANDHI
Nessuno può negare che il nostro mondo abbia bisogno dello spirito del Mahatma Gandhi. Siamo in un periodo di cambiamenti di grande importanza, tali da verificarsi una volta sola in un secolo. In Unione Sovietica Mikhail Gorbachev, nel rafforzare la perestrojka, ha liberato forze poderose che, come acque che rompono gli argini, hanno inondato lo stesso sistema che le aveva attivate. Nonostante ogni volgere di secolo sia stato caratterizzato da sconvolgimenti, i cambiamenti di cui siamo stati testimoni in questi ultimi anni – dal crollo del Muro di Berlino al dissolvimento dell’Unione Sovietica – hanno superato di gran lunga ogni aspettativa degli storici.
Da una parte, questi eventi hanno dato potere all’idea secondo cui nessuna forma di autorità è capace di soffocare indefinitamente le voci delle persone comuni che si battono per raggiungere la propria libertà. Dall’altra, così tante transizioni, tutte insieme, rischiano di lasciarci alla deriva di correnti nuove ma sconosciute, prive di qualsiasi ideologia o principio guida. Senza punti di riferimento, si profila il caos. Ciò rende ancora più urgente l’ascolto della voce del Mahatma Gandhi che si rivolge a noi in silenzio, dalla tranquilla profondità che giace sotto la superficie turbolenta del processo storico.
Nel dicembre del 1931 Gandhi scrisse all’autore francese Romain Rolland, che si trovava in convalescenza sul lago di Ginevra: «Ciò che sta succedendo in Russia è un enigma. Non conosco bene la Russia, ma nutro una profonda sfiducia nel successo definitivo dell’esperimento che lì si sta attuando. Mi sembra che si tratti di una sfida alla nonviolenza... Quando gli indiani vengono esposti all’influenza russa, sono portati verso l’estrema intolleranza». (1)
Agli occhi di chi vide nel fascismo una minaccia crescente in quel periodo, l’esperimento comunista in Unione Sovietica apparve come una fiaccola di speranza per l’umanità. Nel 1931, la propensione alla violenza e al terrore, lato oscuro del Bolscevismo, non era stata ancora mostrata al mondo. Non era strano, in quegli anni, che un ardente pacifista come Rolland considerasse propria la missione di mettere in collegamento la rivoluzione di Gandhi con quella di Lenin, «affinché le due possano unirsi in questo momento per sovvertire il vecchio mondo, alla ricerca di un nuovo ordine». (2) Considerate le circostanze storiche e l’informazione limitata di cui egli era in possesso, è di notevole interesse che Gandhi fosse riuscito a percepire l’intolleranza che da sempre si è dimostrata uno dei flagelli del bolscevismo. La sua lungimiranza proveniva da una straordinaria chiarezza di visione, approfondita e migliorata attraverso l’esperienza della sua vita.
Nell’agosto del 1991 i media diffusero in tutto il mondo le immagini dei cittadini moscoviti mentre demolivano l’enorme statua di Feliks Dzerzhinski, fondatore del KGB . Mentre guardavo quello straordinario evento, rimasi ancora una volta colpito dalla fondatezza della visione di Gandhi che, libera dal pregiudizio, gli permise di comprendere la natura essenziale delle persone e degli eventi.
Man mano che ci avviciniamo alla fine di un secolo che è stato spettatore di guerre e violenze senza precedenti, nostro comune scopo deve essere la creazione di un mondo pacifico. In un simile momento critico, questo grande filosofo e apostolo della nonviolenza, la cui eredità spirituale è uno dei tesori inestimabili per l’umanità, dovrebbe essere assunto a nostra guida. Desidero offrire le mie riflessioni personali sul Mahatma Gandhi, in particolare sull’ottimismo, sull’attivismo, sul populismo e sulla natura olistica della sua visione.
L’OTTIMISMO
Uno dei più straordinari doni di Gandhi fu la sua instancabile e inamovibile speranza nel futuro. Fin dai tempi antichi, segno distintivo di ogni grande figura o personalità rispettata ovunque, dai filosofi agli statisti, è stato una forte fede nel bene essenziale dell’universo. Sarebbe davvero difficile, comunque, trovare qualcuno simile a Gandhi. Ogni sua azione e impresa porta la testimonianza della sua totale preoccupazione per gli altri e della presenza di un ottimismo puro e rigenerante, incontaminato dalla minima traccia di propaganda. Come egli stesso affermò: «Resto un ottimista, non perché posso dimostrare che il bene stia trionfando, ma perché ho una fede incrollabile nel fatto che il bene alla fine trionferà». (3)
In un’altra occasione, egli affermò: «Il mio ottimismo riposa sulla fede nelle infinite possibilità dell’individuo di sviluppare la nonviolenza». (4) Come suggeriscono questi brani, la fede di Gandhi aveva carattere assoluto, non relativo. Essa non era contingente a un’analisi delle condizioni obiettive o a una prognosi degli eventi futuri. Il suo credo, basato sulla nonviolenza e sulla giustizia, emerse dalla sua fiducia assoluta nell’umanità. Si trattava di una fiducia incondizionata, sviluppata attraverso un rigoroso processo di introspezione con cui egli sondò le profondità del suo essere. La convinzione indistruttibile, da lui raggiunta, fu qualcosa che neanche la morte riuscì a togliergli. Il suo metodo rappresenta l’essenza del tipo di ragionamento deduttivo che, nel caratteristico modo della filosofia asiatica, inizia sempre con una riflessione sull’io. Poiché incondizionato, il suo ottimismo non conobbe momenti di stasi, ma fu promessa di una visione di speranza e successo illimitati. Egli insegnò che non ci può essere sconfitta per la nonviolenza e che la violenza non può mai portare alla vittoria. Nelle sue parole di serenità, si può intuire un’indomabile fiducia in sé, il trionfo di un’anima che ha raggiunto la vera padronanza di sé.
La mente di Gandhi, forgiata da dure prove, era pura come il cielo blu che si staglia al di là di nubi pesanti e scure. Egli mantenne questa equanimità durante tutta la sua esistenza: quando digiunò in prigione; quando si scontrò con la difficile questione di come affrontare la minaccia del fascismo; persino quando si mise alla ricerca di una risoluzione agli scontri violenti nel Bengala e a Calcutta. L’ottimismo del Mahatma fu sorretto proprio da questo spirito, mentre egli tentava di insegnare agli indiani la virtù essenziale della nonviolenza.
Il pacifismo di Gandhi non era la nonviolenza servile o codarda del debole, poiché era fondato sulla forza silenziosa che emerge dal coraggio. La vera essenza dell’eredità di Gandhi si trova nel suo spessore spirituale e nella convinzione a perseguire i suoi ideali. Egli personificò un chiaro principio che non può essere modificato senza intaccare la sua integrità. L’allontanarsene, sebbene possa portare a un successo immediato, determinerebbe un adulteramento del Gandhismo e la sua sostituzione con qualcosa non degna di questo nome. Il ripudio della violenza fu la caratteristica essenziale di questo individuo che era, nelle parole di Rolland «religioso per natura... leader politico per necessità». (5) Per Gandhi il pacifismo costituiva una prova della nostra umanità, mentre la questione del successo mondano o del fallimento fu sempre di secondaria importanza.
A volte, lo stile di vita intensamente filosofico di Gandhi fu fonte di perplessità per i suoi compagni e simpatizzanti, come Nehru e Rolland che non riuscirono mai a raggiungere i suoi livelli. In effetti, se considerata a breve termine, la resistenza passiva, di cui Gandhi si fece portatore nei confronti dei nazisti, potrebbe sembrare idealistica al punto di essere irreale. La storia del dopoguerra ha mostrato, tuttavia, che, a lungo andare, il suo metodo si è sempre rivelato come il migliore. Si deve riconoscere la verità che egli affermò nel silenzio di una landa desolata – una verità che egli continuò ad affermare anche durante la guerra, quella per cui la nonviolenza offre gli strumenti tramite cui la vera libertà e la vera democrazia possono essere realizzate. Se consideriamo il pessimismo e la sfiducia che caratterizzano questa nostra epoca, l’ottimismo di Gandhi, la fede nell’umanità, da lui dichiarata con orgoglio, sono ancora urgentemente necessari al mondo.
L’ATTIVISMO GRADUALE
Un secondo aspetto dell’eredità di Gandhi è il suo attivismo. Durante tutta la sua esistenza, Gandhi fu un uomo di inusuale azione. La portata e l’ambito dei suoi sforzi furono di gran lunga superiori a quelli di altri sostenitor i della nonviolenza, come Tolstoj. Una volta, quando un bramino gli suggerì di dedicare la vita alla meditazione, si dice che Gandhi abbia risposto che nonostante dedicasse i propri giorni allo sforzo di raggiungere la liberazione spirituale, egli non sentiva la necessità di ritirarsi in una caverna per quello scopo. La caverna, disse il Mahatma, era qualcosa che portava dentro di sé. Lo humour di questa risposta apre uno spiraglio meraviglioso sul carattere del santo che camminava scalzo.
L’attivismo di Gandhi non dovrebbe essere confuso con la semplice azione, cosa che anche gli animali sanno fare bene, se non meglio. Piuttosto, la sua industriosità ed energia assomigliano a una pratica spirituale. Gandhi fu ispirato dalla spinta interiore della propria coscienza. Egli faceva tutto ciò che riteneva necessario e poi ne esaminava i risultati, con amore e modestia, al fine di giudicare dove non avesse fatto abbastanza o avesse esagerato. Sebbene avesse coraggio e determinazione, egli era anche tanto umile da riconoscere la realtà. Era, dunque, completamente libero dall’arroganza che tenta di affermarsi indossando le vesti della legittimità. Le sue convinzioni erano inamovibili, ma egli non cercò mai di fondare il proprio credo sulla teoria o sulla logica. Esso traeva origine dalle profondità della sua anima; da ciò emergeva la sua generosità di spirito e la tolleranza che lo resero capace di abbracciare tutte le persone. Il bene, egli affermava, viaggia a passo di lumaca. In un’altra occasione, egli scrisse: «La nonviolenza è una pianta dalla crescita lenta. Essa si sviluppa in modo impercettibile, ma inevitabile». (6) La por tata di queste parole, e la profonda impressione che esse provocano, deriva dall’essere l’espressione del credo individuale di un uomo i cui ideali erano in completo accordo con le sue azioni.
L’immagine che abbiamo del Gandhi attivista si staglia in contrasto all’impressione suscitata dai rivoluzionari politici e sociali che seguirono le ideologie radicali del XX secolo. Il Bolscevismo, per esempio, ha visto crescere molti rivoluzionari dai forti sentimenti che, nonostante fossero impegnati e idealisti, spesso furono limitati da un dogmatismo dai ristretti orizzonti. Di frequente, questi individui non esitarono a ricorrere alla violenza quando la ritennero necessaria per raggiungere i propri scopi. Nella sua opera più famosa, Il dottor Zivago, Boris Pasternak denuncia gli apostoli dell’ideologia radicale, affermando che essi «non hanno mai compreso nulla della vita... non ne hanno mai percepito il respiro, il pulsare». (7)
Saumyendranath Tagore, nipote del poeta Rabindranath Tagore, fu un tragico esempio di questa malattia. Sebbene, avesse inizialmente aderito al Gandhismo, con il tempo divenne comunista, si oppose a Gandhi e lo criticò aspramente. Nei suoi diari, Romain Rolland descrive il giovane Tagore in occasione di una sua visita: «È senza dubbio un giovane idealista e generoso, molto sincero e pronto a sacrificare qualsiasi cosa in nome della propria fede, cosa che rende ancor più triste vedere questa energia intelligente e pura scagliarsi contro il più grande e puro degli indiani. La pazzia fatale che affligge l’anima degli individui fu raccolta dal turbine delle rivoluzioni!» (8)
Dopo aver osservato attentamente la catena di eventi sfociati nel dissolvimento dell’Unione Sovietica, alcuni ritengono che il popolo russo abbia portato a conclusione un processo innescato dalla Rivoluzione Francese. In un certo senso, la caduta del comunismo sovietico può essere vista come la fine dell’ideologia del razionalismo radicale che iniziò con la Rivoluzione Francese e che fu portata avanti dalla Rivoluzione Russa. Poco tempo prima, Gandhi aveva riconosciuto la fragilità alla base dell’ideologia razionalista: «I razionalisti» scrisse, «sono degli esseri degni di ammirazione; il razionalismo è un mostro orribile quando reclama la propria onnipotenza». (9) In questo contesto, la profonda nobiltà di vita di Gandhi, con la sua adesione a una filosofia di attivismo graduale, è ancora più straordinaria.
POPULISMO PATERNO
Un terzo elemento dell’eredità di Gandhi è il suo populismo, la sua straordinaria comunione con la massa delle persone comuni. Nel nostro mondo, che diventa sempre più democratico, vi sono molti leader che invocano il nome del «popolo». Quanti di loro, tuttavia, possono essere davvero descritti come «lavoratori che agiscono per il bene della popolazione?» Troppo spesso sembra che essi facciano la parte di quelli che stanno con le folle che poi disprezzano e cercano di sfruttare a proprio vantaggio. Al contrario, Gandhi fu un amico e una figura paterna per i comuni individui. Egli aveva una comprensione profonda della mente del popolo, condusse una vita altruista, dedita agli indiani ordinari, e fece proprie le loro gioie e le loro sofferenze. Tutte queste qualità portarono a fargli assumere il titolo di Mahatma (grande anima). Il seguente brano, tratto dal suo Antiche come le montagne, dimostra con chiarezza il suo amore illimitato e la sua volontà di soffrire insieme alle persone: «Perché Egli [Dio] avrebbe dovuto scegliere me, strumento imperfetto, per un esperimento così potente? Penso che lo fece deliberatamente, per servire milioni di poveri, muti e ignoranti. Un uomo perfetto li avrebbe portati alla disperazione. Quando si resero conto che un individuo con i loro stessi difetti stava marciando verso l’ahimsa (la nonviolenza), anch’essi ebbero fiducia in se stessi». (10)
Nichiren Daishonin, fondatore della fede buddista che ispira la Soka Gakkai Internazionale, nacque da una famiglia di poveri pescatori. Ma egli sentiva l’orgoglio delle proprie origini quando sollevò il vessillo di un insegnamento buddista dedicato alle persone comuni. L’atteggiamento di Gandhi nei riguardi dei suoi simili mi colpisce perché ricorda in modo sorprendente la Via del Bodhisattva, rivelata nel Buddismo Mahayana.
Le relazioni di Gandhi con i singoli, inoltre, non si limitarono agli aspetti materni dell’affetto, dell’amore e della compassione per la sofferenza degli oppressi. Egli dimostrò un amore paterno severo quando riconobbe la necessità della preparazione e della disciplina. Sapeva che solo sviluppando l’autocontrollo, le persone avrebbero potuto comprendere la nonviolenza e usarla per vincere sulla propria debolezza e far emergere la forza. Questa convinzione lo deve aver sostenuto nella sua dedizione incondizionata all’emancipazione di un vasto numero di indiani che, a quei tempi, appartenevano alle classi più povere.
«Ho sempre creduto» affermò, «che ciò che è possibile a uno è possibile a tutti... I miei tentativi non sono stati condotti in uno studiolo, ma all’aperto». La frase «possibile a tutti» si riferisce alla nonviolenza del forte e coraggioso, la pratica della quale «implica una autopurificazione tanto profonda quanto sia umanamente possibile». (12) Egli lottò sempre per rendere il nobile ideale della nonviolenza raggiungibile per tutti. Durante tutta la sua vita, spinse con il proprio incoraggiamento le persone a essere forti e le organizzò in un movimento di massa senza precedenti. Einstein lo salutò come il più grande genio politico della nostra epoca; io desidero sostituire alla «nostra epoca» le parole «della storia umana». Le sue doti emersero nel successo della Marcia del sale, intrapresa a dispetto dello scetticismo e dei dubbi tra molti dei suoi affiliati. La sua comprensione unica e profonda delle persone fu l’anima del suo genio politico.
Jawaharlal Nehru fu vicino a Gandhi come amico e alleato e poté osservare direttamente le sue qualità. In Discovery of India (La scoperta dell’India), Nehru descrive la vita del Mahatma come «una potente corrente d’aria fresca, un raggio di luce». Gandhi provocò una drammatica trasformazione nella coscienza del pubblico. Secondo Nehru, egli «penetrò l’oscurità e ci aprì gli occhi, come un turbine che sconvolge tante cose, ma più di tutto il funzionamento della mente degli individui». (13)
Se si desidera rendere più forti le persone, è necessario liberarle dalla paura dell’autorità, creata durante i lunghi anni di governo coloniale. Questa paura fu spesso accompagnata dalla debolezza della viltà e della rassegnazione. Gandhi offrì a tutti i propri consigli e affermò che la bontà e la forza, per essere efficaci, devono andare di pari passo con la saggezza e l’intelligenza: «Il bene deve essere unito alla conoscenza. La semplice bontà non è di molta utilità... Si deve coltivare la qualità del discernimento che accompagna il coraggio spirituale e il carattere». (14)
Nehru definì l’ingiunzione di Gandhi «Non abbiate timore!» come il più grande dono del Mahatma al popolo indiano. È l’azione dei cittadini comuni, nel liberarsi dalla paura del potere e dell’autorità, che preannuncia l’alba di un’epoca davvero democratica. Il messaggio della Grande Anima continuerà a illuminare i secoli futuri come un dono rivolto non solo al suo popolo, ma a tutta l’umanità.
UNA VISIONE OLISTICA
Desidero infine trattare la natura olistica del pensiero di Gandhi e le sue implicazioni più ampie per la civiltà. Se dovessimo individuare quale sia la caratteristica centrale della civiltà occidentale, questa dovrebbe essere il senso di isolamento e frammentazione che pervade tutte le aree della vita e della società. La visione del mondo che ne consegue traccia linee di separazione tra gli esseri umani e l’universo, l’umanità e la natura, l’individuo e la società, un popolo e un altro, il bene e il male, i mezzi e il fine, il sacro e il profano e così via. Da questo risulta tale frammentazione; l’essere umano come individuo è stato spinto in uno stato di alienazione. La storia moderna è testimone dell’accelerazione volta al perseguimento, da una parte, dell’uguaglianza, della libertà e della dignità e, dall’altra, del crescente abbandono della persona a se stessa.
Le idee che Gandhi sostenne con tutto il suo essere e per tutta la vita sono l’antitesi del nostro isolamento moderno. Sebbene la sua critica della civiltà, simboleggiata dal celebre charka (filatoio), possa sembrare estrema, la sensibilità globale – addirittura cosmica – di cui erano colme le sue parole e le sue azioni, è un’eredità dal valore inestimabile. Il suo era un approccio olistico alla vita che, lontano dalla frammentazione e dall’isolamento, aspirava all’integrazione e all’armonia. «Non potrei vivere una vita religiosa se non mi identificassi con tutta l’umanità, e non lo potrei fare se non mi occupassi di politica. L’intera gamma delle attività dell’uomo costituisce un tutto indivisibile. Non si può dividere l’attività sociale, economica, politica e puramente religiosa in compartimenti stagni. Non conosco nessuna religione separata dall’attività umana. Essa dà una base morale a tutte le altre attività che altrimenti ne risulterebbero carenti; e la vita si ridurrebbe a un caos di suoni e violenza privo di qualsiasi significato». (15)
Il punto che qui il Mahatma sottolinea è chiaro e in armonia con la filosofia del Buddismo Mahayana, secondo il quale la vita quotidiana e la religione sono un tutto indivisibile. Mentre la separazione tra chiesa e stato è un principio immutabile del governo in epoca moderna, ciò non significa che la religione debba essere limitata alla sfera interiore e privata dell’individuo. Al contrario, essa è fonte di energia e ispirazione per le attività umane d’ogni sorta. Gandhi voleva un mondo in cui i valori religiosi essenziali arricchissero e rafforzassero tutti gli aspetti della società umana.
Nel 1979 visitai l’India e incontrai Jaya Prakash Narayan, uno dei discepoli di Gandhi, molto vicino al maestro. In quell’occasione, parlammo nella sua residenza di campagna a Patna, a poca distanza dal fiume Gange. Narayan aveva appena accennato al concetto di «rivoluzione totale» e, durante la conversazione, siamo convenuti sul fatto che il primo passo doveva essere una «rivoluzione umana» che implicasse la trasformazione interiore e spirituale di ciascun individuo. Questa, a sua volta, avrebbe generato una riforma nella politica, nell’educazione e nella cultura. Sebbene in quel periodo egli stesse combattendo contro la malattia, c’erano una forza e una fermezza nella sua voce che celavano la gravità della sua condizione. Quella volta sentii che Narayan rappresentava l’eredità intatta di Gandhi, il suo spirito vivente che, rafforzato dalle difficoltà, era trasmesso alle nuove generazioni.
Più di trent’anni fa il sociologo americano Daniel Bell predisse l’avvento della nostra presente «era post-ideologica». Nel suo The Winding Passage, Bell scrisse: «Ci sarà un ritorno al sacro, la nascita di nuovi modelli religiosi? Su questo non ho dubbi». (16) Questa affermazione fa eco alla spiritualità cui faceva appello Gandhi quando scriveva: «La religione non significa settarismo. Essa è fede in un governo morale dell’universo». (17) Gandhi credeva nell’immenso potenziale religioso e spirituale presente, allo stesso modo, in tutti noi. Egli credeva che la fonte interiore di energia e forza non dovesse restare dormiente: dobbiamo, egli insisteva, risvegliarla.
Non riconoscendo «altro Dio se non la Verità» e determinato a rifiutare il settarismo, il Mahatma mostrava proprio questo tipo di forza spirituale. Questa è la stessa spiritualità che darà sollievo e rivitalizzerà i cuori e le menti, feriti in profondità dalle ideologie violente, e aprirà la strada verso un nuovo capitolo della storia umana.
Quando il dottor Radhakrishnan del Museo nazionale visitò il Giappone lo scorso autunno, a un certo punto del nostro incontro la conversazione volse al ricordo dei nostri r ispettivi maestri e all’eredità spirituale trasmessa da maestro a discepolo. Il mio mentore fu Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai. Nato nel 1900, egli era più giovane del Mahatma Gandhi di trent’anni. Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando quest’ultimo, pur in carcere, continuava a lottare, anche Toda fu fatto prigioniero per la sua opposizione alle autorità militari giapponesi. Come Gandhi, anche il mio maestro era un pacifista dalle profonde convinzioni. Fu lui che mi indicò la strada per la pace quando avevo poco più di diciannove anni, dopo la guerra. Il presidente Toda era anche un leader delle persone, spinto da un profondo senso di compassione. Infine, come lo stesso Gandhi, egli fu un riformatore sociale molto creativo. Tutte le attività della Soka Gakkai Internazionale volte alla pace, alla cultura e all’educazione traggono origine dai suoi sforzi e dallo spirito da lui lasciato in eredità.
Per quarantacinque anni mi sono dedicato a trasmettere gli insegnamenti del mio mentore. È mio desiderio e mia determinazione continuare a sviluppare una rete di solidarietà spirituale, diretta verso un mondo in cui non ci sia la guerra. In questo sforzo, ho fiducia che avrò il sostegno dei miei cari amici indiani. Nel cammino in questa direzione serberò l’immagine di Gandhi nel cuore.
Per concludere, desidero condividere con voi alcuni versi di Rabindranath Tagore,colui che diede a Gandhi il titolo di Mahatma. Questa poesia è una lode al ritmo eterno della vita che anima tutti gli esseri umani, ogni società e l’intero universo.

La stessa corrente di vita
che mi scorre giù per le vene,
notte e giorno, galoppa nel mondo
e volteggia con ritmo e misura.

È la stessa vita che germoglia
gioiosa attraverso la terra
nei fili infiniti dell’erba
e prorompe in onde di foglie e di fiori.

È la stessa vita che si culla
nell’oceano di nascita e morte,
nel flusso e riflusso del mare.

Sento le mie membra farsi belle
al tocco di questo mondo pieno di vita.
E l’orgoglio mi viene dal palpito
delle molte età che mi danzano dentro
contemporaneamente nel sangue.
(18)

NOTE
(1) Romain Rolland, Romain Rolland and Gandhi Correspondence, Nuova Delhi, Publications Division, Ministry of Information and Broadcasting, Governo indiano,1976, pag. 180.
(2) Ibidem, pag. 280.
(3) Mahatma Gandhi, Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità 1963, pag. 110.
(4) Ibidem pag. 134.
(5) Romain Rolland, Mahatma Gandhi, The Man Who Became One with the Universal Being, New York, The Century Co., 1924, pag. 32.
(6) Mahatma Gandhi, The Collected Works of Mahatma Gandhi, Publications Division, Ministry of Information and Broadca sting, Governo indiano,1958-73, pag. 206.
(7) Boris Pasternak, Doctor Zhivago, New York, Signet Books, 1960, pag. 282
(8) Romain Rolland, Romain Rolland and Gandhi Correspondence, op. cit., pag. 295.
(9) Mahatma Gandhi, All Men are Brothers: Autobiographical Reflections, New York, The Continuum Publishing Company, 1990, pag. 156.
(10) Ibidem, pag. 46.
(11) Ibidem, pag. 4.
(12) Mohandas Gandhi, Gandhi on Non-Violence: Selected Texts from Non-Violence in Peace and War, New York, New Directions Publishing Corp., 1965, pag. 24.
(13) Jawaharlal Nehru, The Discovery of India, New York, The John Day Co., 1946, pag. 361.
(14) Mohandas Gandhi, Gandhi on Non-Violence, op. cit., pag. 34.
(15) Mahatma Gandhi, Antiche come le montagne, op. cit., pag. 99
(16) Daniel Bell, The Winding Passage, Cambridge, A B T Books, 1980, pag. 347.
(17) Mahatma Gandhi, Harijan, Bombay, 10 febbraio 1940, pag. 445.
(18) Rabindranath Tagore, Gitanjali, Canti di offerta, trad. Paolo Ruffilli, Edizioni San Paolo 1993, LXIX, pag. 175.



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