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Una riconsiderazione del radicalismo
Claremont McKenna College, California, 29 gennaio 1993

Desidero esprimere tutta la mia felicità per essere oggi qui con voi e percepire tutta la forza, l’energia e la vitalità intellettuale del Claremont McKenna College. Sono onorato dell’invito e ringrazio il preside Jack L. Starck, i membri della facoltà e gli studenti.
I NUOVI PRINCIPI DELL’INTEGRAZIONE
Mancano pochi anni all’inizio del XXI secolo e il nostro mondo sembra scivolare sempre più nel malessere e nel disordine, spesso associato alla fin de siècle. La storia, tra le sue caratteristiche costanti, ha dimostrato cicli di continuità e di rottura, integrazione e disintegrazione, ma ora siamo di fronte alla prospettiva di cadere a un livello di caos globale da cui potrebbe non esserci via di ritorno. Mi riferisco alle potenti forze di disintegrazione del fondamentalismo nazionale ed etnico che, alla fine della Guerra Fredda, stanno emergendo per riempire il vuoto lasciato dall’abbandono dell’ideologia sulla quale si è organizzato e integrato il nostro mondo. In ogni recente congiuntura storica di una certa importanza – la liberazione dell’Europa orientale, la nascita pacifica di una Germania riunificata e la fine della Guerra del Golfo – si è sentito parlare della necessità di una visione su cui basare un nuovo ordine internazionale. Ma i sogni sono svaniti o si sono oscurati con rapidità e noi siamo ancora alla ricerca delle linee guida di questo nuovo ordine, sebbene abbiamo compreso che qualsiasi forma questo possa acquisire, le Nazioni Unite vi dovranno ricoprire un ruolo centrale.
Il nostro mondo può essere paragonato a una crosta bruciata, ciò che rimane dopo una conflagrazione distruttiva. Se si vogliono piantare i semi di una nuova crescita in questo terreno desolato, non si può dipendere da linee guida desuete. Dobbiamo convogliare tutte le nostre energie verso l’individuazione di nuovi principi di integrazione per il nostro pianeta.
Individui e nazioni hanno appena iniziato a risvegliarsi da una lunga intossicazione ideologica. Molti dei miei amici dell’ex Unione Sovietica hanno utilizzato la leggenda del letto di Procuste (1) per descrivere la situazione di dominio e inganno delle persone da parte dei sistemi di pensiero. Quando ci fermiamo a riflettere sull’enorme sacrificio e sul tributo di sofferenza umana pagati per l’attaccamento all’ideologia, diventa chiaro che la ricerca di principi di integrazione debba essere condotta con grande cautela. Questo cammino non può essere trascendente, ma a dimensione umana, orientato verso la nostra interiorità, perché l’essenza della nostra ricerca è il recupero e la rivitalizzazione della totalità e dell’unità dell’esperienza umana che oggi è erosa da una frammentazione sempre più rapida.
In un’intervista rilasciata al quotidiano della Soka Gakkai, il Seikyo Shimbun, il pioniere della ricerca psicofarmacologica Joel Elkes ha osservato con grande perspicacia: «Una cura significa restituire al “tutto”. [...] Le parole "cura" (healing), “tutto” (whole) e “santo” (holy) in inglese derivano dalla stessa radice anglosassone, per cui “santo” significa essere completo come persona in relazione agli altri o al pianeta intero. Il dolore è un segnale per cui la “parte” si è separata dal "tutto”». (2) Questa osservazione è applicabile non solo al dolore psicologico, ma a ciò che affligge la nostra civiltà contemporanea, la cui fondamentale patogenesi può essere rintracciata in una rottura profonda dell’armonia di tutte le parti dell’essere umano.
Da qualche tempo, un’espressione come «la completezza dell’umanità» non evoca più un’immagine positiva, ma può essere considerata una definizione generica che abbraccia il nostro potenziale di saggezza (homo sapiens), le nostre capacità imprenditoriali (homo economicus), la nostra abilità ad attuare delle trasformazioni (homo faber) e la nostra giocosità (homo ludens). Ma questo è poco più che un elenco di definizioni e, in quanto tale, non ci aiuta ad afferrare l’essenza della totalità umana.
INIZIA CON IL SOLE
Nel capitolo finale della sua opera Apocalisse, D. H. Lawrence ripete il suo appello per ristabilire questa armonia e delinea con chiarezza tale problema: «Ciò cui aspira l’uomo non è la salvezza della propria anima in isolamento, ma vivere con pienezza e all’unisono...
«Ciò che desideriamo è distruggere i nostri legami falsati e inorganici, in modo particolare quelli relativi ai soldi, e ristabilire il contatto con il vivente organico, con il cosmo, il sole e la terra, con il genere umano, la nazione e la famiglia. Inizia con il sole! E il resto, lentamente, lentamente, seguirà...» (3)
Ciò che Lawrence esprime con sfumature poetiche fa eco alle parole di Eduard Heimann, la cui analisi macroscopica delle dinamiche sociali è di spessore pari a quelle di Marx e Schumpeter. Heimann avanza l’idea che il termine «crescita organica» possa essere applicato a quelle modalità di sviluppo sociale in cui la persona, nella sua completezza, e la vita, nella sua unità, sono lasciate intatte. «Se potessimo, per i presenti scopi, avvalerci di una pericolosa analogia, diremmo che “l’organismo” della società vive e si evolve tramite la crescita e il cambiamento, pur conservando la propria identità». (4) Mi sembra inutile dire che la società moderna è ben lontana da qualsiasi cosa possa assomigliare a una vaga «crescita organica» sana e ideale.
Il termine «armonia umana» si riferisce a quello stato dell’essere in cui assimiliamo e incarniamo i ritmi immanenti della vita cosmica in nuovi modelli di azione e di attività e, in tal modo, diamo un significato vitale alla storia e alle tradizioni. L’esperienza di completezza è quella di una profonda realizzazione che permette di manifestare qualità come la padronanza di sé, la generosità, la tolleranza e la premura, considerate virtù fin dai tempi antichi. Al contrario, le persone che si allontanano dalla storia e dalla tradizione, dagli altri e dall’universo, sono destinate a un inevitabile processo di degenerazione e perdita di sé fino al tormento interiore, all’instabilità e allo squilibrio.
Oggi si pensa a volte che il superuomo di Nietzsche sia l’immagine dell’umanità moderna, tuttavia questo non è altro che la rappresentazione dell’instabilità e della perdita del sé. Il superuomo è tutto tranne che un vincitore della storia. Egli sembra intrappolato, senza alcuna via di fuga, entro i «legami falsati e inorganici, in modo particolare quelli relativi ai soldi», di cui ci parla Lawrence. Se questo è l’homo economicus contemporaneo, si tratta di un triste declino dall’indipendenza e dalla dinamicità dell’uomo economico ritratto da Adam Smith! Questa trasformazione mette in evidenza quanto l’interezza dell’essere umano si frantumi, man mano che avanza sul cammino della modernità.
Com’è possibile restituire armonia alla condizione umana senza mettere in pericolo i benefici della modernizzazione, tra cui tutti gli sforzi volti all’eliminazione della fame e delle epidemie? È mia opinione che un gradualismo equilibrato ci permetterà di dominare questo terribile momento di frammentazione e sviluppare nuovi principi di integrazione. Un atteggiamento di questo genere può sembrare ad alcuni un po’ tortuoso, ma, a lungo andare, esso rappresenta il modo più diretto ed essenziale per fornire soluzioni durature alle malattie di questa nostra epoca. Accettare la sfida di questo compito significa prendere in considerazione vari punti, il primo dei quali è l’importanza dell’approccio graduale al cambiamento.
LA TESI DELLA GRADUALITÀ
Circa due anni or sono l’esperimento del comunismo in Unione Sovietica, durato settant’anni, è culminato in un miserabile fallimento. Alcuni hanno osservato che i russi hanno posto fine al processo iniziato con la Rivoluzione Francese. In altre parole, la dissoluzione dell’URSS ha invalidato i tentativi di considerare la storia come un processo causale e lineare in cui, per esempio, la rivoluzione borghese in Francia avrebbe dovuto inevitabilmente portare alla rivoluzione proletaria in Russia. Questa diagnosi del fallimento di ciò che potrebbe essere chiamato un «approccio radical-razionalista alla storia» si rivela convincente. La premessa storiografica, celata in questa analisi, è l’esistenza a priori di un ordine nello sviluppo razionale e nel progresso della storia; essa è un metodo che giudica e cerca di ricostruire la realtà in base a un solo modello teoretico.
Questo approccio, che ha caratterizzato la storia del pensiero del XIX secolo, riflette la fede indiscussa nella ragione, in modo particolare nella questione della completezza dell’essere umano. In verità esso privilegia la facoltà dell’intelletto a dispetto delle altre. È stata la convinzione erronea di poter dominare le leggi immutabili della storia a determinare l’intolleranza e l’arroganza, caratteristiche di tanti rivoluzionari moderni. La triste ironia è che la maggior parte di questi ultimi erano motivati in origine dalle migliori intenzioni.
Vi è un rapporto naturale tra razionalismo e radicalismo. Se tutti gli eventi possono essere compresi alla luce di processi razionali, da cui si possono delineare dei piani per un’utopia razionalistica, teoricamente essi possono essere accelerati e, quindi, prima viene realizzata l’utopia, meglio è. Allo stesso modo, «diventa naturale» ricorrere alla forza, ipso facto, nell’affrontare elementi controrivoluzionari che rifiutano di adottare questa visione utopistica.
In generale, non si fa necessariamente ricorso a questo tipo di radicalismo. Per esempio, prendiamo in considerazione uno dei fari della letteratura russa contemporanea, il romanziere Chingiz Aitmatov, originario del Kirgizistan. Nella sua introduzione al volume in cui è presentato un nostro dialogo, portato avanti per parecchi anni, Aitmatov ha scritto: «In secondo luogo, un consiglio paterno: giovani, non abbiate fede nelle rivoluzioni sociali. Per una nazione, un popolo e una società, la rivoluzione è una sommossa, una malattia della massa, una violenza di massa, una catastrofe generale. Noi l’abbiamo riscontrato appieno. Cercate di individuare modalità di riforma democratica, come un’evoluzione in cui non sia sparso sangue, e la conseguente trasformazione della società. L’evoluzione richiede più tempo, pazienza e compromesso. È organizzazione e aumento della felicità, non un ordine forzato. Prego Dio che le nuove generazioni apprendano dai nostri errori». (5)
È interessante notare che la critica di Aitmatov del radicalismo rivoluzionario fa eco alle denunce espresse da Edmund Burke e da Goethe nei riguardi dei Giacobini.
Non solo il radicalismo rivoluzionario, ma qualsiasi visione del mondo che si fondi su una «inevitabilità storica» nega nella sua essenza la capacità dell’uomo di creare il proprio destino attraverso i propri sforzi.
Si deve sempre resistere alla tentazione di trattare la vita individuale o la storia come semplici fatti oggettivi; la loro verità può essere conosciuta soltanto attraverso un impegno e una partecipazione attiva e vitale. Perché sia di valore, duraturo e vero, il cambiamento deve essere graduale e stimolato dall’interno. L’applicazione di una forza coercitiva ed esterna distruggerà sempre alcuni degli aspetti della nostra totale umanità e comprometterà l’equilibrio e l’integrità della vita.
A questo riguardo, vi è una considerevole validità nell’analogia con il giardiniere, utilizzata dall’economista Friedrich A. Hayek, per descrivere l’atteggiamento che un vero liberale deve assumere rispetto alla società. La crescita della vita vegetale è allo stesso tempo graduale e spontanea. Al massimo, il giardiniere può creare le condizioni a essa propizie. Allo stesso modo, ci esorta Hayek, si devono utilizzare le forze «spontanee della società». (6)
Casualmente, il parallelo con il giardiniere ci porta anche a prendere in considerazione la necessità di rispettare la diversità all’interno dell’insieme. Una delle domande critiche di oggi riguarda la possibilità, utilizzando la metafora del bravo giardiniere, di creare un giardino armonioso dalla grande varietà di talenti e qualità umane e, allo stesso tempo, rispettare l’individualità, unica e sacra, di ciascuno individuo.
Adottando un approccio gradualista, orientato verso l’interiorità, possiamo individuare le modalità tramite cui la diversità della nostra esperienza possa diventare fonte di energia creativa. Credo che la tradizione e l’esperienza degli americani qualifichi gli Stati Uniti a mostrare un modello per il mondo intero.
Permettetemi di notare che, come il radicalismo è destinato per natura a ricorrere alla violenza e al terrore, così l’arma più potente nell’arsenale dell’approccio gradualista è il dialogo. In Socrate riscontriamo l’impegno nel dialogo, il duello verbale da cui non è possibile battere in ritirata e un’intensità che è, in senso letterale, «una sfida alla morte». Un simile scambio può essere sostenuto soltanto da una fonte di energia spirituale e da una forza maggiore e più profonda di quelle dimostrate da coloro che ricorrono velocemente alla violenza.
LA DISCIPLINA E IL DIALOGO
L’armonia umana può essere sostenuta soltanto nell’ambito dello spazio aperto creato dal dialogo e condotto con i nostri simili, con la storia, con la natura o l’universo. Il silenzio chiuso di uno spazio autistico può solo trasformarsi in un luogo di suicidio spirituale. Siamo nati umani solo in senso biologico, ma dobbiamo apprendere a conoscere noi stessi e gli altri allenandoci alle modalità umane. Ciò avviene tramite una vera e propria «immersione nell’oceano del linguaggio e del dialogo», alimentato dalle sorgenti della tradizione culturale.
Mi viene in mente il brano, commovente e bellissimo, del Fedone, in cui Socrate insegna ai suoi giovani discepoli che l’odio del linguaggio e delle idee (misologos) porta a non amare l’umanità (misanthropos). (7) La sfiducia rispetto al linguaggio, che caratterizza un «misologo», non è che un altro volto dell’eccessiva fede nel potere del linguaggio. Questi due sono aspetti differenti della stessa cosa, la fragilità dello spirito, incapace di affrontare l’angoscia della vicinanza umana, che emerge con il dialogo. Tale debolezza spirituale fa sì che una persona possa vacillare tra fiducia e sospetto esagerati nei riguardi degli altri e si trasformi in facile preda delle forze di disintegrazione.
Affinché ci sia un dialogo nel vero senso del termine, i nostri sforzi devono essere portati fino in fondo. Il rifiuto dello scambio pacifico e l’uso della forza significano optare per il compromesso e dar via libera alla debolezza umana; significano ammettere la sconfitta dello spirito umano. Socrate incoraggia i suoi giovani discepoli a esercitarsi e rafforzarsi spiritualmente, a mantenere la speranza e la padronanza di sé, a progredire con coraggio nel prediligere la virtù alla ricchezza materiale, la verità alla fama.
Pur non potendo considerare la società di massa secondo i termini di valore dell’Antica Grecia, non si devono calcare troppo le differenze tra le due. Per fare un esempio, nel suo studio L’opinione pubblica, ormai un classico, Walter Lippmann afferma che il dialogo di tipo socratico e gli individui sul modello dell’antico filosofo greco sono la chiave di volta per la formazione di un’opinione pubblica sana. (8)
Nel nostro recente incontro a Tokyo, il professor Alfred Balitzer del Claremont McKenna College, il preside Jack L. Stark e io abbiamo concordato che l’educazione è il supremo valore sociale. Se basata su un dialogo aperto, essa è molto più di una semplice trasmissione di informazioni e conoscenze; ci rende in grado di superare i confini delle nostre limitate prospettive e passioni. Gli istituti di insegnamento superiore hanno il compito di formare cittadini del mondo con una visione socratica ed essere all’avanguardia nella ricerca di nuovi principi allo scopo di un’integrazione pacifica del nostro mondo.
Per inciso, lo stesso Shakyamuni, spesso citato con Socrate come uno dei più grandi maestri della storia mondiale, trascorse gli ultimi istanti di vita a dialogare con i propri discepoli che piangevano la sua imminente dipartita. Fino all’ultimo, egli continuò a esortarli a porgli delle domande su qualsiasi argomento, come fanno gli amici.
CARATTERE E ARMONIA DELL’ESSERE UMANO
L’ultimo punto che desidero trattare è l’importanza centrale del carattere, sinonimo di armonia o completezza umana. I principi che portano all’integrazione cui mi sono riferito non sono pure astrazioni, ma qualcosa che si deve cercare nell’interiorità mentre ci si impegna a crescere dal punto di vista del carattere. In ultima analisi, è proprio quest’ultimo che tiene salda la rete di forze che determinano l’integrazione.
Nello stesso periodo a cui risale la fondazione del Claremont McKenna College il mio mentore Josei Toda uscì da due anni di prigionia imposti dalle forze del militarismo nipponico e diede inizio a un nuovo movimento umanistico nel suo paese. Egli concentrò i propri sforzi nel formare individui di carattere, dedicandosi a ciascuno di essi, uno a uno. Ho tanti ricordi affettuosi di quest’uomo pieno di compassione, il cui amore per la gioventù non conosceva confini, che ci incoraggiò a essere attori sul palcoscenico della vita.
In effetti, la forza di carattere è simile all’energia concentrata di un attore che dà tutto se stesso nell’interpretazione di un ruolo. Una persona dalla solida personalità serberà sempre, persino nelle circostanze più difficili, una compostezza, una calma, addirittura uno humour, come se fosse un attore esperto che recita una parte. Tutto ciò non è altro che l’espressione di padronanza di sé e totale autocontrollo.
Goethe, che tra le sue varie qualità vantava un notevole talento come direttore di palcoscenico, alla domanda di cosa cercasse in un attore, rispose: «Soprattutto, che abbia controllo di sé. Perché un attore che non possiede padronanza di sé non può apparire davanti a un estraneo al meglio. Ciò significa che, parlando in generale, possiede poco talento. La sua professione richiede una continua negazione di sé». (9)
L’idea di autocontrollo di Goethe corrisponde al concetto di moderazione nella filosofia di Platone. Il dominio di sé non è soltanto una qualità essenziale per gli attori, ma è, con evidenza, il requisito principale per lo sviluppo del carattere.
Uno degli insegnamenti centrali della filosofia buddista tocca la questione della formazione del carattere. Il Buddismo classifica gli stati vitali, che costituiscono l’esperienza umana, in dieci mondi o regni. A partire dal livello inferiore verso quelli superiori, essi sono: il mondo di inferno, una condizione sommersa dalla sofferenza; il mondo di avidità, uno stato in cui il corpo e la mente sono inghiottiti dalle fiamme del desiderio; il mondo di animalità, in cui si teme il forte e si abusa del debole; il mondo di collera, caratterizzato dalla costante compulsione a eccellere e dominare gli altri; il mondo di umanità, uno stato di tranquillità, caratterizzato dalla capacità di elaborare giudizi logici; il mondo di estasi, della pienezza della gioia; il mondo di studio, una condizione in cui si aspira all’illuminazione; il mondo di parziale illuminazione, quando si percepisce da sé la vera natura dei fenomeni; il mondo di Bodhisattva, uno stato di compassione in cui si cerca di salvare le persone dalla sofferenza e, infine, il mondo di Buddità, la completezza umana, la libertà nella sua perfezione.
In ognuno di questi dieci stati sono compresi tutti gli altri: lo stato di inferno contiene ogni stato, da quello d’inferno fino a quello di Buddità e così via.
Secondo questa visione, la vita non è mai statica, ma in costante flusso, caratterizzata da una trasformazione dinamica, istante dopo istante, da uno stato all’altro. Il punto più critico, allora, è quale sia lo stato, fra i dieci che esistono nel flusso vitale dell’esistenza, che forma la tendenza di base della nostra vita. Il Buddismo offre un tipo di vita centrata sugli stati vitali più alti, quelli di Bodhisattva e di Buddità, come ideale di esistenza umana. Le emozioni – la gioia e il dolore, il piacere e la collera – sono senza alcun dubbio i fili di cui è intessuta la vita, mentre continuiamo a sperimentare tutti i dieci mondi.
Queste esperienze sono comunque modellate e orientate dagli stati puri e indistruttibili di Bodhisattva e Buddità. Nichiren, il cui insegnamento è il fondamento della nostra organizzazione, fece molto più che predicare questa dottrina; egli la visse in prima persona e ne diventò un modello vivente per il futuro. Quando, per esempio, stava per essere giustiziato dalle autorità del tempo, rimproverò i suoi discepoli dicendo che non vi poteva essere gioia più grande (10) e, dopo essere scampato miracolosamente a un’esecuzione, la maggiore tra le prove che dovette affrontare, fece portare del saké per le guardie che lo avevano scortato fino al luogo della tentata decapitazione.
Per questo motivo, credo che il Buddismo possa influenzare profondamente la formazione del carattere, chiave di volta per ristabilire l’integrità umana. In quanto praticante del Buddismo, nutro la speranza che, con i nostri eminenti amici qui riuniti oggi, inizieremo un viaggio coraggioso alla ricerca di quei nuovi principi volti all’integrazione che determineranno il destino dell’umanità nel secolo a venire. Desidero concludere con un brano di una poesia di Walt Whitman, che ho letto e amato fin da giovane:

Vedo maschi e femmine, ovunque,
Vedo la serena confraternita dei filosofi,
Vedo la creatività della mia razza,
Vedo gli effetti della perseveranza e dell’industriosità della mia razza.
Vedo schiere, colori, barbarismi, civiltà, mi ci tuffo e mi mescolo a loro, indiscriminatamente.
E saluto tutti gli abitanti della terra
. (11)

NOTE
(1) Procuste o Procruste, mitico brigante, detto anche Damaste e Polipemone, aggrediva i passanti sulla strada tra Megara e Atene e li uccideva facendoli distendere su un letto corto, se erano alti, e su un letto lungo, se erano bassi: agli alti amputava le gambe per il tratto che sporgeva dal letto e ai bassi tirava gli arti finché non raggiungevano la misura del letto. Procuste venne ucciso dall’eroe ateniese Teseo. Da questa leggenda deriva la locuzione "letto di Procuste", frequente nell’uso comune per indicare una situazione di estrema difficoltà, che impone obblighi costrittivi quasi insuperabili.
(2) Le parole Heal, Whole e Holy, rispettivamente "cura", "tutto" e "santo" in inglese, provengono da Hãl dell’Old English, la lingua anglosassone. Da un’intervista con il dottor Joel Elkes, Seikyo Shimbun, 8 luglio 1992, pag. 3.
(3) D.H. Lawrence, Apocalypse, New York, Penguin Books, 1976, pag. 125.
(4) Eduard Heimann, Soziale Theorie der Wirtschaftssysteme, Hamburg, J.C.B. Mohr Tübingen, 1963, pag. 36.
(5) Chingiz Aitmatov e Daisaku Ikeda, Ooinaru tamashii no uta, Tokyo, Yomiuri Shimbunsha , 1991, pag. 81 (6) Friedrich A. Hayek, The Road to Serfdom, Chicago, The University of Chicago Press, 1972, pag. 17.
(7) The Portable Plato, a cura di Scott Buchannan, trad. Benjamin Jowett, New York, Viking Press, 1973, pag. 238.
(8) Walter Lippmann, Public Opinion, New York, Macmillan, 1938, 402ff.
(9) Johann Peter Eckermann, Conversations with Goethe, trad. John Oxenford, a cura di J.K. Moorhead, Londra, Everyman’s Library, 1972, pag. 100.
(10) Selected Writings of Nichiren, trad. Burton Watson, a cura di Philip B. Yampolsky, New York, Columbia University Press, 1990, pag. 326.
(11) Walt Whitman, Leaves of Grass, New York, Random House, 1950, pag. 116.



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