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Conferenze in celebri atenei di tutto il mondo
Università di Ankara, Turchia, 24 giugno 1992

Sono profondamente grato della laurea ad honorem conferitami dall’Università di Ankara, ateneo con una lunga e distinta tradizione, fondata dal primo presidente della Repubblica Turca e «padre della patria», Mustafa Kemal Atatürk. È per me un onore essere stato invitato a intervenire oggi e desidero ringraziare il rettore Serin, i membri dell’università e gli eminenti ospiti qui riuniti.
In Giappone uno studioso, che conosceva bene la Turchia, una volta la definì «lontana, eppure vicina». I due paesi sono separati da un’enorme distanza geografica, uno sulle coste del Mar Mediterraneo e l’altro all’estremità orientale del continente eurasiatico. Tuttavia essi presentano delle sorprendenti affinità etniche e culturali. Tre mesi fa ho incontrato il professor Nur Yalman, antropologo culturale di origine turca, che insegna oggi all’Università di Harvard. Egli mi ha fatto notare molti paralleli tra le due terre. Innanzi tutto testimonianze risalenti alla preistoria mettono in evidenza delle simili origini razziali nell’Asia Centrale sia per i giapponesi sia per i turchi. Inoltre, i nostri paesi sono situati alle estremità opposte della Via della Seta, che per secoli ha permesso lo scambio culturale e commerciale tra differenti popolazioni. Forse, per questa ragione, vi sono a tutt’oggi delle somiglianze inaspettate tra le lingue, gli usi e i costumi della Turchia e del Giappone. Come ha affermato il professor Yalman, noi siamo «alleati naturali». I turchi attribuiscono particolare importanza all’amicizia. Ciò è ben rappresentato dal termine arkadaçlik, che significa cameratismo, ma anche «fedeltà» e «coraggio», e ha un posto centrale nel loro sistema di valori. Un vibrante senso di universalismo e umanesimo è molto evidente in Turchia. Questo spirito è cristallizzato in due versi del poeta Yunus Emre, le cui parole risuonano con forza e chiarezza da sette secoli:

Non sono qui sulla terra per lottare,
è l’amore la missione della mia vita. (1)


Il mondo sta affrontando drammatici cambiamenti in questi ultimi anni del XX secolo. Il consolidamento di un nuovo ordine pacifico, a livello internazionale, comporterà la sostituzione del potere duro della politica, dell’economia e dell’apparato bellico con nuovi strumenti di potere morbido come le leggi, l’informazione e la negoziazione pacifica.
Nel suo intervento all’Università Soka nel 1990, il rettore Serin ha messo in evidenza che siamo testimoni diretti della transizione da un’epoca caratterizzata da ideologie e autorità monolitiche, a una in cui le decisioni dipendono dalla saggezza degli individui. Credo che il cammino verso la pace risieda nell’estendere e rafforzare il sistema internazionale già instaurato, benché ancora imperfetto e in via di sviluppo, di cui le Nazioni Unite sono l’anima. Al fine di stabilire un nuovo ordine mondiale, fondato sulla pace, si deve promuovere il sostegno da parte di tutti i cittadini del mondo. Inoltre si rivelerà necessario uno zeitgeist (2) che permetterà al nuovo sistema di funzionare al meglio. La nostra organizzazione, la Soka Gakkai Internazionale, in quanto ONG (organizzazione non governativa), si sta impegnando in questo senso con un costante supporto degli obiettivi delle Nazioni Unite.
I temi del Kemalismo
Desidero ora discutere di alcuni temi basilari del Kemalismo, che può essere considerato la filosofia nazionale della Turchia moderna. Coniato dal nome di Kemal Atatürk, che ne sviluppò i principi base per una vasta riforma, l’essenza del Kemalismo è molto più di una semplice occidentalizzazione. Esso rappresenta, piuttosto, una vasta serie di scelte compiute sulla base della lunga e ricca esperienza storica della Turchia, testimone dello sviluppo e della decadenza di molte culture e civiltà. Il Kemalismo è il frutto di una terra situata in un crocevia di importanza globale. La grande città, conosciuta nel mondo prima con il nome di Bisanzio, poi ribattezzata Costantinopoli e infine Istanbul, è un esempio calzante di incontro tra Oriente e Occidente.
I sei princìpi del Kemalismo sono: repubblicanesimo, nazionalismo, populismo, statalismo, laicismo e riformismo. Essi costituiscono una struttura caratterizzata da apertura mentale e tensione verso l’universalità. Il desiderio e lo scopo di Kemal Atatürk era quello di risvegliare la popolazione turca al proprio potenziale nel mondo moderno. Come suggerisce il suo motto «instaura nuove amicizie ma abbi cura di quelle antiche», egli evitò la trappola del nazionalismo campanilista e volle aprire la nazione al mondo. A questo scopo, proclamò la natura universale della sua visione.
Entrambi, l’uomo Kemal Atatürk, e il sistema di princìpi del Kemalismo, si dimostrarono equilibrati e coerenti, caratteristiche che si rivelarono molto efficaci. Atatürk, grande riformatore, si lasciava andare a volte a passioni esplosive, ma le sue azioni erano sempre governate da una volontà d’acciaio e da un forte senso di moderazione. Si dovrebbe ricercare negli annali di storia per trovare un altro individuo con la stessa padronanza di sé e lo stesso controllo della situazione durante i cambiamenti che sempre accompagnano i tentativi di riforma, come quelli avvenuti in Turchia. Per portata, profondità e completezza, questi possono essere paragonati, con le parole di Arnold Toynbee, al «Rinascimento, alla Riforma, [alla rivoluzione] laica, scientifica... alla Rivoluzione Francese e a quella Industriale... condensate in un singolo istante dell’esistenza...». (3) E mentre Atatürk stava riportando il proprio paese a nuova vita, suoi contemporanei come Hitler, Mussolini e Stalin cedevano alla tentazione del dominio provocando invece indicibili sofferenze man mano che precipitavano verso la distruzione.
Atatürk era cosciente della natura demoniaca del potere, proprio perché il suo scopo era davvero grande. Durante gli ultimi anni della sua vita, avendo compreso il limite di un’autorità molto concentrata, cercò di abolire il sistema monopartitico e creò un’opposizione. Lo sforzo si rivelò prematuro, ma l’azione di ripartire il potere assoluto fu eroica e unica nella storia moderna.
Atatürk era capace di bilanciare i pro e i contro di ogni situazione fino a sembrare addirittura contraddittorio. Ad esempio, gli ultimi anni dell’Impero Ottomano lo avevano lasciato con delle amare memorie ed egli era cosciente degli investimenti e delle interferenze straniere negli affari della Turchia, tanto che alcuni lo definirono xenofobo. Nonostante ciò, egli accolse insegnanti e istruttori provenienti da altri paesi. Il suo atteggiamento illuminato rispetto all’educazione, per fare solo un esempio, fu rappresentativo della sua moderazione e non fu certo di chiusura verso l’esterno. Egli fu tanto previdente da concentrarsi su cambiamenti a lungo termine e da tenersi alla larga da ambizioni panturche. Dopo aver stabilito i confini e il territorio del nuovo stato, egli non fece mai uso di forza militare contro le popolazioni limitrofe.
In quest’epoca abbiamo bisogno delle qualità caratteristiche della personalità di Atatürk. Le preoccupazioni nel mondo contemporaneo sono sempre più di carattere transnazionale e richiedono moderazione. Non si può più permettere che prospettive dogmatiche e campaniliste influenzino le nostre azioni; si deve sviluppare la capacità di guardare se stessi con obiettività e con rispetto per il resto del mondo. Solo con una mente aperta si può aspirare al globalismo. La capacità di trovare un equilibrio tra i propri interessi e quelli delle altre nazioni – o, a livello più profondo, tra l’individuale e l’universale – è il segno distintivo del vero cittadino del mondo. A lungo andare, queste devono diventare le fondamentali qualità spirituali per la regolamentazione e la strutturazione di un giusto ordine internazionale.
Ismet Inönü fu il successore di Atatürk alla presidenza della Turchia. Durante il suo mandato, in cui seguì la volontà del suo predecessore, la Turchia stabilì un sistema multipartitico e portò avanti un trasferimento democratico dei poteri. Arnold Toynbee esaltò questa scelta come «un grande trionfo per il senso di correttezza e moderazione in politica»,(4) componenti essenziali dello spirito di apertura e della spinta universalistica del Kemalismo.
Dalla parte delle persone
Come lo stesso Atatürk, il Kemalismo sostiene il benessere delle persone. Una filosofia davvero universale non rimane sospesa in un limbo astratto; penetra nei cuori, nelle anime e nelle vite degli individui. Diffusa da cuore a cuore, supera ogni confine per unificare il mondo. L’umanità stessa è il terreno da cui spunta l’universalità.
Ogni tanto cerco di esprimere i miei sentimenti in poesie. Desidero citare alcuni miei versi, dedicati alle persone comuni:

Persone!
Voi sole siete la realtà
senza di voi non esiste il mondo.
[...]

Senza di voi la scienza sarebbe arida,
senza di voi la filosofia sarebbe vuota,
l’arte senza di voi si spoglierebbe,
la religione non porterebbe più il suo perdono. (5)

I miei tentativi poetici sono modesti se paragonati al commovente discorso che Atatürk tenne di fronte all’Assemblea nazionale nell’agosto del 1926. In quell’occasione egli affermò: «Ogni grande movimento deve trovare la sua fonte di ispirazione nella profondità dell’animo delle persone, sorgente di ogni forza e grandezza. Se viene a mancare questo, ne conseguono rovina e polvere».
L’illimitata fiducia trasmessa da queste parole traeva origine dai risultati da lui raggiunti come leader profondamente impegnato con e per il popolo. In battaglia come nelle arene della politica e dell’educazione, egli si impegnò sempre con i suoi connazionali, condivise le loro sofferenze e gioie e li incoraggiò ad acquisire maggiore consapevolezza e l’orgoglio della propria patria.
Con coraggio e dedizione egli infuse nuova forza a una Turchia esausta e abbattuta dalla guerra. Atatürk rivoluzionò la coscienza di un popolo e riuscì a convogliarne l’energia verso la costruzione di una nuova nazione. In questo modo riscattò il suo paese da una crisi che ne stava minacciando l’esistenza. La trasformazione apportata da quest’uomo è possibile anche in altri paesi. Quando ciò avverrà e quando in tutti sarà acquisito un orgoglio positivo per la propria identità nazionale, allora gli individui si leveranno come cittadini del mondo. Questa visione non soffoca le diversità etniche; anzi, essa rafforza le qualità peculiari di ogni società. Gli individui, risvegliati alle loro responsabilità globali, si uniranno in tutto il mondo, ognuno a proprio modo e tutti contribuendo con le proprie caratteristiche.
L’educazione è la conditio sine qua non per l’unificazione spirituale e sotto Atatürk divenne una priorità. Poiché l’educazione fu proprio uno dei suoi maggiori pilastri, la rivoluzione Kemalista non fu radicale, sebbene potesse sembrarlo. Il fatto che essa fu graduale potrebbe essere il fattore che ne assicurò il successo.
Il processo di sublimazione che porta a una più ampia percezione del mondo opera attraverso l’interazione e lo stimolo reciproco tra i popoli e le culture, per esempio attraverso l’educazione. Uso questo termine in senso lato, includendovi il dialogo come mezzo di apprendimento. Le parole del professor Yalman ci ricordano che l’educazione è la via più diretta e sicura all’universale e, quindi, alla pace mondiale.
Sicuramente, è l’educazione che ci consente di trascendere le differenze e individuare le affinità. Essa ci per mette di pensare a un livello più alto e cioè come esseri umani; di liberarci da un modo di pensare basato sull’appartenenza a una particolare fazione o scuola.
La rivoluzione Kemalista fu una trasformazione culturale di grande portata e profondità, ma in nessun campo ebbe più successo che in quello educativo. Atatürk utilizzò l’educazione per creare una «nuova Turchia» e un «nuovo popolo turco».
Tra tutte le sue imprese, questa fu realizzata efficacemente grazie al senso pratico e all’impegno personale sostenuti da nobili ideali. Ho in mente l’immagine del primo presidente di fronte a una lavagna e con in mano un gessetto, in ogni angolo della nuova repubblica, che insegna ai suoi connazionali l’alfabeto turco romanizzato, concepito da lui stesso.
Cittadini della propria nazione, cittadini del mondo
Dietro le quinte di tutte queste imprese a livello nazionale, vi era la concezione di civiltà di Atatürk. Egli la considerava in termini di valori universali. Nel 1921, in un discorso sulla necessità di eliminare i conflitti, profondamente radicati tra i gruppi etnici, Atatürk affermò: «Non realizzeremo questo tramite le vittorie militari, ma innalzandoci a tutto ciò che richiedono la civiltà e il sapere moderni e raggiungendo il livello culturale già ottenuto dalle popolazioni progredite».
Atatürk credeva nell’ideale del progresso culturale per infondere valori globali. Questa sarebbe stata la forza che avrebbe permesso ai turchi di diventare dei bravi cittadini della propria nazione e quindi del mondo. Le sue idee anticipano l’eclissi della visione positivista ed eurocentrica della storia, forse espressa in modo egregio nel Declino dell’Occidente di Oswald Spengler (1923). Mentre Spengler ritiene che la civiltà avanzi lungo un percorso lineare e inevitabile, la nostra esperienza della storia ha fornito ampia prova che la civiltà si muove su strade che non sono sempre semplici e lineari. Inoltre, l’influenza dei valori occidentali è stata minata da nuove teorie che l’antropologia ha sviluppato in questo secolo. Il paradigma del relativismo culturale, che respinge la valutazione gerarchica delle culture e delle civiltà, è stato particolarmente influente.
Atatürk, comunque, rimase fermamente convinto che il processo di rafforzamento culturale avrebbe permesso ai turchi di realizzare valori globali e più elevati nelle vesti di cittadini del mondo. In altre parole, il suo pensiero è caratterizzato dalla sua aspirazione all’universale. Con idee vive e un grande cuore, egli cercò di ricollocare la sua amata patria nella storia.
Molti studiosi della vita di Atatürk condividono la mia convinzione secondo cui la sua politica non sia stata guidata da ideali astratti, ma da uno specifico modello storico. Se ne esiste uno, è probabile che sia la Rivoluzione Francese, che Atatürk studiò con passione in gioventù. Si può affermare che la Francia e il popolo francese di quel periodo furono un esempio per la nuova Costituzione della Turchia e del suo sistema educativo. La filosofa francese Simone Weil, vissuta nel XX secolo, descrisse il fascino universale della Francia rivoluzionaria: «La rivoluzione ha fuso tutte le popolazioni suddite della Corona Francese in un’unica massa... tramite il loro entusiasmo per la sovranità nazionale. Coloro che erano stati francesi per forza lo furono per libero consenso; molti di quelli che non erano francesi vollero diventarlo». (6)
Se sostituiamo in questo brano «Francia» con «Turchia», possiamo avere un’idea della visione di Atatürk di un nuovo popolo turco.
Negli ultimi anni la Turchia è stata oggetto di maggiore attenzione per il suo ruolo di crocevia tra Oriente e Occidente. Questo non deriva da interessi economici o legami religiosi con altri paesi, piuttosto è indice del fascino universale della filosofia illuminata del Kemalismo. Probabilmente, lo spirito del motto turco «Pace in patria, pace nel mondo» sarà fonte di ispirazione per altri paesi, posti a confronto con il contesto internazionale, oggi così mutevole. Immagino un futuro di pace in cui mille popolazioni, tra cui i giapponesi, potranno viaggiare lungo una nuova Via della Seta, costruita con lo scambio culturale e la reciproca comprensione. Questa sarà il canale tramite il quale gli individui condivideranno e approfondiranno la propria comprensione dei valori universali della dignità umana, dell’armonia con la natura e della responsabilità verso le generazioni future. Questi valori forniranno i mezzi per risolvere i complessi problemi globali del futuro. Da parte mia farò il possibile per contribuire a raggiungere questa pietra miliare nella via della pace mondiale. Desidererei concludere con la speranza e la determinazione espresse in due versi da Yunus Emre, come io non sarei mai in grado di fare:

Il mondo è per me nutrimento,
i suoi popoli e il mio sono uno. (7)

NOTE
(1) Talat Sait Halam, The Humanist Poetry of Yunus Emre, Istanbul, Istanbul Matbaasi, 1972, pag. 78
(2) Zeitgeist: lo spirito del tempo.
(3) Arnold Toynbee, Il Mondo e l’Occidente, Sellerio Editore, Palermo
(4) Ibid.
(5) Daisaku Ikeda, The People, in Songs from My Heart, trad. Burton Watson, New York & Tokyo, John Weatherhill Inc., 1978, pagg. 75-76
(6) Simone Weil, La prima radice, Leonardo 1998
(7) Yunus Emre, The City of the Heart: Yunus Emre’s Verses of Wisdom and Love, trad. Suhasaiz, Rockport, Element Books, 1992, pag. 59


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