Inizio Pagina
Gandhi, King, Ikeda - tre maestri di pace

Un induista, un cristiano e un buddista. Il Mahatma Gandhi, Martin Luther King jr. e Daisaku Ikeda. Tre persone comuni con grandi ideali, che si sono opposte alla cultura dominante della rassegnazione e dell’indifferenza per realizzare la cultura della speranza. Tutti e tre con un’enorme fiducia nella potenzialità e capacità di trasformazione dell’essere umano, con la voglia di fare qualcosa per combattere le ingiustizie e creare un mondo di pace.
A loro è dedicata la mostra Costruttori di pace tra ventesimo e ventunesimo secolo, pensata e prodotta dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai in collaborazione con il Centro Studi Sereno Regis di Torino.

Nanni Salio, segretario dell’Italian Peace Research Institute e membro del Comitato scientifico del movimento nonviolento, all’inaugurazione della mostra tenuta a Venegono Superiore (VA) nel luglio 2001, ha parlato delle radici comuni dei tre personaggi «in termini di cultura di pace, cioè cultura della nonviolenza. Questa è più matura, più avanzata di una pace generica. La pace come assenza di guerra non è sufficiente: bisogna bloccare la violenza strutturale che impedisce la dignità dell’uomo. Si possono individuare due piani del conflitto: in piccola scala (a livello di quartiere, scuola, comunità) e in grande scala (a livello globale). La nonviolenza, per i tre uomini di pace, rappresenta coerenza tra mezzi e fini: nei mezzi sono contenuti i semi per il futuro. La trasformazione inizia da ognuno di noi, dalla creazione di tante piccole onde che trasformano la società».
Nell’aprile del 2001 il Morehouse College, l’università dove si era laureato il giovane King e la Martin Luther King jr. International Chapel, che si trova al suo interno, hanno istituito il Premio Costruttori di comunità Gandhi, King e Ikeda. Il primo a riceverlo è stato il principe El Hassan bin Talal di Giordania, fratello del defunto re Hussein e presidente del Club di Roma. Per più di trent’anni il principe ha lavorato in Medio Oriente e nel mondo per la solidarietà e la riconciliazione. Nello stesso periodo si è scoperto il filo che lega questi tre uomini di pace, che negli Stati Uniti sono stati definiti “Costruttori di comunità”.

Una radice comune
Se in India Gandhi era stato testimone del disprezzo per i più deboli, la casta dei pari, in Sudafrica avrebbe vissuto sulla propria pelle la discriminazione razziale.
Mentre era in viaggio da Durban a Pretoria con un biglietto di prima classe, si era opposto alla richiesta di trasferirsi nella carrozza di terza classe ed era stato cacciato dal treno. Da questa esperienza era nata un’azione di lotta per i diritti negati agli indiani immigrati e il Sudafrica avrebbe sperimentato la satyagraha, o fermezza nella verità: «Satyagraha significa resistere alla menzogna con lo strumento della verità. È caratterizzato dall’amore nei confronti di tutti, dall’assenza di odio verso chiunque ed è sempre privo di violenza».

Anche per King la discriminazione razziale subita era stata la molla per decidere di fare qualcosa per cambiare. «La prima volta che in un vagone ristorante mi trovai seduto dietro una tenda, – racconta nella sua autobiografia – mi sembrò che la tenda fosse stata calata sulla mia identità. Non sono mai riuscito ad adattarmi alle sale di attesa separate, ai bagni separati: in parte perché la separazione era sempre sinonimo di disparità nel trattamento, e in parte perché l’idea stessa della separazione, in qualche modo, minava il senso della mia dignità e il rispetto di me stesso» (I have a dream, Mondadori, 2001, pag. 14).
King era nato ad Atlanta, il padre era un pastore battista e anche lui lo sarebbe diventato. La grande capacità riflessiva, una fede profonda e un grande senso di giustizia lo avrebbero portato a diventare il leader di un enorme movimento per la conquista dei diritti dei neri: «La piaga purulenta del segregazionismo debilita l’uomo bianco non meno del negro» avrebbe poi detto (op. cit., pag. 147). Essere la guida di milioni di persone non sarebbe stato facile: «Quando uno si rende conto di essere un simbolo, non può più smettere di interrogare il proprio animo, fare questa continua autoanalisi, per capire se davvero la sua vita sia all’altezza dei principi nobili ed elevati con i quali la gente ti identifica» (op. cit., pgg. 106-107).

Per Ikeda il rifiuto della guerra era nato dall’aver vissuto le sue devastazioni: il pianto della madre e dei familiari per un fratello morto su un campo di battaglia in Birmania, la sofferenza della gente. L’incontro con il Buddismo e Josei Toda rafforza in Ikeda la decisione di lavorare per un mondo più giusto e più felice. Secondo Alfred Balitzer, rettore della facoltà di scienze politiche al Claremont-McKenna College e autorevole membro della comunità ebraica, Ikeda ha concretizzato gli ideali di Gandhi e King, creando istituzioni attraverso le quali gli individui possono vivere questi insegnamenti nella quotidianità. «Li ha trasportati da una dimensione ideale alla realtà di tutti i giorni affinché tutti gli esseri umani come me, voi e ogni comune essere umano della terra potessero viverli».
«A volte ci piace mettere i morti su un piedistallo, – ha detto inoltre Lawrence Carter, decano della cappella Martin Luther King jr. International – e a volte sognamo un tempo che in realtà non è mai esistito. Ma, c’è un uomo che cammina in mezzo a noi ed è l’esempio vivente dello spirito e degli ideali di Gandhi e Martin Luther King. Il suo nome è Daisaku Ikeda».

separatore