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Approfondimenti all'articolo: dopo la morte di Nichiren Daishonin; eredità e diramazioni

La perseveranza di Nichimoku Shonin
Ogni mattina presto un giovane monaco scendeva dal monte Minobu per fare provvista d'acqua. Riempiva un secchio, se lo metteva in testa e lo riportava su, da Nichiren Daishonin e Nikko. Quel secchio era così pesante e colmo che a quel volenteroso finì per appiattirsi il cranio. Il protagonista di quelle discese e scalate era il futuro terzo amministratore, Nichimoku Shonin. Nato nel 1260 a Nuda nella provincia di Izu, di nascita si chiamava Toraomaru ed era di origine aristocratica, essendo sua madre la sorella di Nanjo Tokimitsu di Ueno. Cominciò a studiare il Buddismo a tredici anni nel tempio Izu-san, con il nome di Goro-bo. L'anno successivo presenziò a un infuocato dibattito tra Byakuren Ajari e l'allievo più dotato del tempio, Shibiki Sozu. Nikko stravinse.
Fu un colpo di fulmine: Goro-bo nel 1276 lasciò tutto e tutti per seguire il suo nuovo maestro. Giunse così al Kuon-ji, sul monte Minobu, al cospetto di Nichiren Daishonin. Dopo un periodo di tirocinio - e molti secchi d'acqua - sarà infine ordinato monaco dal Daishonin in persona, con il nome di Renzo-bo Nichimoku. Un ottimo acquisto, per il Sangha: Renzo-bo era abile predicatore ed era addirittura formidabile nei dibattiti. Così tanto da essere designato a rappresentare la scuola nelle pubbliche contese quando - per un motivo o per l'altro - il Maestro non poteva essere presente. Nel 1282 la sua vittoria più significativa: Nichiren Daishonin giaceva in fin di vita nella casa di Ikegami Munenaka; si presentò lì con l'intenzione di sfidarlo a dibattito un certo Mikado Se Join, prete Bendai assai colto, con quaranta seguaci. Le condizioni fisiche del Daishonin erano così gravi che in sua vece andò Nichimoku. La sua refutazione fu così convincente e forte che Ise Hoin si dichiarò vinto. Ai tempi, le consuetudini esigevano che la parte sconfitta in un dibattito dovesse consegnare proprietà e preti al vincitore. Evidentemente il ventiduenne Renzo-bo godeva della fiducia di tutta la scuola. Le cronache attestano poi la sua presenza sia ai funerali del Daishonin che nei turni di veglia sulla sua tomba al Minobu.
Anni dopo Nichimoku sarà con il suo primo maestro Nikko, quando questi - costretto dal tradimento di Niko e Hakiri Sanenaga - volgerà al Fuji. Inaugureranno insieme il Taho Fuji Dainichi Renge Zan Taiseki-ji nei possedimenti dello zio Tokimitsu nell'ottobre 1290. Al centro era il Dai-bo, un tempio di 470 metri quadri, sul lato sta va il Renzo-bo, l'alloggio dei monaci e di Nichimoku. Sembra che già allora Nikko Shonin avesse - privatamente - trasferito a Nichimoku l'incarico di amministratore. In ogni caso, nel 1298, quando Nikko si stabilirà nel seminario di Omosu per dirigerlo, Nichimoku assumerà anche la piena responsabilità del Dai-bo. Una gestione dinamica, vissuta all'insegna dello spirito di shakubuku. A Omosu o al Taiseki-ji che fosse, Nikko "teneva il campo" e Nichimoku poteva liberamente dedicarsi alla sua specialità: le campagne di propagazione. Percorse così a più riprese le pericolose strade del Giappone della fine del periodo Kamakura, confutando e predicando. Nello spirito del Rissho ankoku ron, inoltrò ben quarantuno esortazioni ai reggenti Hojo perché prendessero fede nel Sutra del Loto. Il 7 febbraio 1333, alla morte di Nikko, assunse la completa direzione della scuola.
Del maggio di quell'anno è anche la caduta dello shogunato di Kamakura e la restaurazione del potere imperiale a Kyoto. Benché settantaquattrenne, Nichimoku non ebbe esitazioni e volle partire per la sua quarantaduesima esortazione al governo. Nominò dunque Nichido suo successore e prese con sé due discepoli, Nichigo e Nichizon, inoltrandosi in uno dei più freddi autunni della storia dell'arcipelago. Giunsero i tre a Tarui, nella provincia di Mino, il 5 novembre a tarda sera. Nel loro rifugio entrava da tutte le parti un vento gelato e tagliente. Per un po' Nichimoku riposò in un letto. Poi, finito Gongyo, mentre dietro a lui ancora stavano recitando Daimoku, sereno, come assopendosi su un sorriso, Nichimoku Shonin abbandonò questa esistenza.
Gosho falsi per le cerimonie funebri
Morire nel proprio letto non è facile, nel periodo Muromachi (1336-1573) la continua instabilità della situazione politica le frequenti carestie, le epidemie minacciano l'esistenza di tutti, potenti e diseredati. La morte può arrivare in qualsiasi istante e si diffonde la paura, il dubbio, l'incertezza nel futuro. Le famiglie piangono i loro cari e pregano per la loro salvezza. In questo periodo sorgono molte fortezze, le città costruiscono alte mura e anche i monasteri diventano delle vere piazzeforti presidiate da monaci guerrieri. È questo il periodo in cui alcune scuole buddiste diventano economicamente e militarmente così potenti da rivaleggiare con i grandi signori laici.
E questo il periodo in cui i monasteri meno abbienti sfruttano le psicosi e le paure della gente per aumentare le proprie finanze e il proprio prestigio. Per quale altro motivo nella scuola Fuji si diffusero proprio a quel tempo dei Gosho falsamente attribuiti a Nichiren Daishonin come il Jyu o Santan sho ("Trattato sull'ammirazione dei Dieci Re") e l'Eko Kudoku sho ("Sui benefici ottenuti attraverso la pratica della cerimonia dei defunti")? Si tratta di Gosho che descrivono in modo dettagliato le punizioni subite dai defunti dopo la morte ad opera dei Jyu - i dieci re - sacri alla tradizione cinese.
I Jyu hanno la funzione di giudicare le azioni compiute dai defunti durante la vita. Il solo mezzo per salvare i propri cari consiste nel celebrare cerimonie funebri. I familiari, pur di alleviare le terribili sofferenze dell'inferno ai trapassati, non esitavano ad elargire ingenti offerte ai monaci per queste cerimonie.
Nell'Eko kudoku sho è ripetuto più volte che solo i monaci possono condurre i defunti alla Buddità; se le famiglie non facessero officiare le cerimonie necessarie, esporrebbero i loro cari a ogni sorta di tormento: «Il re Emma conficca quarantanove chiodi della lunghezza di uno shaku, ognuno nel corpo del defunto. Quando i figli sinceri inviano un messaggero per domandare al monaco di celebrare una cerimonia, il re Emma toglie subito i quindici chiodi piantati nelle gambe del defunto». Il testo spiega che, dopo ogni richiesta di cerimonia, altri chiodi verranno tolti dal corpo del defunto; in caso contrario egli finirà per odiare la propria discendenza: ciò sarà inevitabilmente causa di grandi sfortune per tutti, vivi e morti. Questi Gosho sono molto diversi dall'insieme degli scritti di Nichiren Daishonin.
Le immagini infernali descritte sono dettate esclusivamente dall'intenzione di spaventare i laici, facendo leva sulla loro pietà filiale. Questo genere di testi è stato utilizzato fino ai giorni nostri, con la convinzione che fossero autentici. È stato provato di recente che questi testi sono apocrifi; in particolare, si è potuto stabilire che il Jyu o Santan sho fu redatto tra il 1396 e il 1411, circa un secolo dopo la morte del Daishonin.
Nuovi Gohonzon per l'aldilà
«Quando Nichiren e i suoi discepoli pregano per la Buddità dei defunti leggendo il secondo capitolo Gli Espedienti e il sedicesimo capitolo Durata della vita del Tathagata la luce del Daimoku squarcia le tenebre dell'inferno infinito, ed essi possono raggiungere immediatamente la Buddità» (Nichiren Daishonin, Ongi Kuden).
Ma i patriarchi della scuola Fuji del “periodo del paese in guerra” (Senkoku Jidai) decisero di inventare dei Gohonzon “speciali” , iscritti apposta per l'Illuminazione dei defunti. Con consegna a pagamento. E visto che questi cosiddetti doshi honzon erano speciali, vi inserirono anche nuovi personaggi, tra cui due divinità molto terrificanti e poco conosciute - Emma Hoo e Godo Myokan - destinate a presiedere alte cerimonie funebri. Questi strani mandala apparvero a partire dalla fine del XVI secolo, durante il mandato del 15° patriarca Nissho, e la loro diffusione durerà fino alla metà dell'era Edo, nel periodo in cui i patriarchi del Taiseki-ji provenivano dal tempio Yoho.
Un accurato esame di centoventitré Gohonzon iscritti dal Daishonin ha rivelato che in nessuno di questi figurano i nomi di Emma Hoo e Godo Myokan, né tali nomi sono mai menzionati nel Gosho. Il dio Myokan è invece citato ben tre volte nel Jyu o Santan sho, un Gosho apocrifo delta fine del XIV secolo e questo farebbe supporre un'origine comune dei falsi Gosho e doshi honzon in una qualche tradizione non ortodossa che si inserisce nelle dottrine della scuola tra la fine del periodo degli amministratori Nanjo e quello dei patriarchi Yoho-ji.
Parallelamente ai doshi honzon, prese piede anche la moda dell'iscrizione e della consegna del mirai honzon (oggetto di culto per l'avvenire). Un altro Gohonzon speciale che, affidato alla nascita o all'inizio della pratica di un credente, aveva la funzione di garantirgli l'ottenimento della Buddità.
Il secolo cristiano
I primi occidentali a metter piede nell'arcipelago giapponese furono i portoghesi. Sbarcarono nel 1542 nel Kyushu. A ruota seguirono gli spagnoli, gli inglesi, gli olandesi, gli italiani. Il Giappone che incontrarono era quello anarchico del senkoku jidai, il “periodo del paese in guerra”. Una sorta di Italia delle Signorie, dove gli shogun Ashikaga di Muromachi - e con loro gli imperatori - contavano non più dei vari daimyo, i potenti signori territoriali delle province, perennemente in guerra tra loro e seriamente intenzionati all'abbattimento del potere centrale. I nuovi arrivati, mercanti, trafficanti d'armi, avventurieri e pirati veri e propri, vennero presto designati col nomignolo di nambon-ji, barbari del sud. Erano considerati così spaventosamente brutti che i samurai dell'epoca si fecero fare delle maschere “da uomo bianco” per terrorizzare gli avversari. Tra i barbari del sud vi erano anche molti missionari cristiani, soprattutto Gesuiti, che si misero presto all'opera per evangelizzare il popolo da poco scoperto. Francesco Saverio, non ancora canonizzato, così scriveva dei giapponesi: «Questa gente è la migliore che insin di adesso si sia scoperta, e tra gli infedeli mi pare non se ne ritroveria altra migliore».
I Gesuiti appartenevano a un ordine religioso di recente formazione, erano un'élite intellettuale, punta di diamante della controriforma. Abituati alle non dissimili questioni europee diressero i loro sforzi verso i potenti, puntando alla conversione dei daimyo. Studiata la lingua, gli usi e costumi e un po' di filosofia buddista si introdussero nelle corti dei daimyo ove raccolsero uno strepitoso successo. In pochi decenni i convertiti furono centinaia di migliaia; alcuni tra i daimyo più potenti inviarono ambascerie al Papa e ai sovrani dell'Europa, dall'altra parte del mondo. Una delle conseguenze dell'incontro con l'occidente fu l'introduzione delle armi da fuoco: su modelli portoghesi, gli artigiani nipponici furono presto in grado di produrre degli ottimi archibugi.
Oda Nobunaga, il primo dei tre principi militari che riunificarono il Giappone, li utilizzò su vasta scala e alle nuove armi deve il suo successo sul clan di Takeda Shingen, samurai cavalieri tra i maggiori pretendenti alla guida del paese. Akira Kurosawa nel 1980 girò il memorabile Kagemusha ispirato a queste vicende. Liquidati i Takeda, Nobunaga nel 1571 distrusse il monastero fortificato della scuola Shingon sul monte Hiei con l'intenzione di minare alle radici lo strapotere politico delle grandi comunità buddiste. Perseguitò anche le più potenti tra le scuole Jodo e Nichiren, mentre favoriva i missionari cristiani. E alla luce di questa sua profonda antipatia politica verso la religione tradizionale che bisogna interpretare l'appoggio di Nobunaga a cristiani e portoghesi, che in compenso tramandarono di lui un ritratto assai più lusinghiero di quanto le sue virtù - di militare e di politico - giustificassero sul piano della morale cattolica.
L'idillio terminerà con il suo successore Toyotomo Hideyoshi che si insospettì del troppo zelo missionario delle varie delegazioni straniere e volle vederci chiaro nelle rivalità tra protestanti e cattolici, domenicani e gesuiti, portoghesi e spagnoli. Secondo il lungimirante Hideyoshi dietro ognuno di questi schieramenti si celava un piano per il predominio straniero in Giappone. Con un decreto nel 1587 ordinò la cacciata di tutti gli stranieri e i missionari dal paese, oramai unificato. Nel 1597, quando il decreto divenne veramente operativo, ci furono vari episodi di persecuzione anticristiana, tra cui quello dei “ventisei martiri di Nagasaki”, città tra le più cristianizzate.
Alla morte di Hideyoshi prese il potere Ieyasu Tokugawa, ancor più persuaso che il pericolo rappresentato dai barbari del sud fosse cosa da prendere in serissima considerazione. Diede l'avvio a quella politica di isolamento detta sakoku (periodo del paese in catene) che consisteva nella chiusura del Giappone agli stranieri e nell'uso del Buddismo come cemento dell'unità nazionale. Il Cristianesimo fu colpito da un secondo e più severo atto di proscrizione nel 1614. Nel 1640, un secolo dopo San Francesco Saverio, degli stranieri e della loro religione non restava quasi più traccia.
Un nuovo oggetto di culto: le statue
«Erano molti anni che non tornavo a praticare su questo tatami. Fuori l'aria è tersa e la neve sulle montagne brilla all'orizzonte sotto il dolce sole di maggio. Manco da questa città da molto tempo e grande è stata la mia emozione oggi quando, dopo la cerimonia di Gongyo mattina, ho alzato gli occhi e ho visto l'immagine sorridente della statua. Anni fa, quando ero giovane di anni e di pratica, mi sembrava perennemente imbronciata. Vuol dire che non ho vissuto invano, in questo tempo». Così scriveva un monaco giapponese della scuola Minobu, i cui oggetti di culto non sono solo i Gohonzon, ma anche le statue del Budda.
Le statue sono tra i più diffusi oggetti di culto buddisti. Generalmente si tratta di manufatti in legno dipinto di varie dimensioni nei templi sono spesso a grandezza naturale costruiti con un caratteristico leggero strabismo e con una serie di tratti caratterizzanti l'iconografia del Budda, quali i lobi delle orecchie giganti e il sorriso vago.
Non si tratta di idoli simbolici ma di sofisticati strumenti di meditazione: proprio concentrandosi su quegli occhi strabici e su quelle enigmatiche labbra dischiuse si vedrà comparire – a seconda dello stato vitale e della coerenza d vita con lì insegnamento – l’agognata figura del “Budda sorridente” oppure qualche altra espressione meno gratificante.
Ci sono tanti soggetti di statua, Shakyamuni, i grandi Bodhisattva, i fondatori delle scuole. Al Taiseki-ji sono tuttora conservate le statue di Nichiren e di Nikko a grandezza naturale in un tempio secondario. Anche in ambito cristiano sopratutto ortodosso è diffuso questo tipo di meditazione sull’immagine esteriore del Cristo, della madre di Dio o dei santi, e anche le ‘icone’ dorate sono costruite e dipinte con accorgimenti e regole tali da permettere di ‘giocare’ con la propria percezione dell’immagine. La comunicazione diretta tra il fedele e la rappresentazione delle fattezze esteriori del dio o del fondatore (soprattutto gli occhi) è uno dei sistemi più comuni di contrazione della mente durante la devozione personale e di gruppo e si basa anche sulla credenza della presenza dello spirito del rappresentato.
Il sistema danka
Cinquant’anni di guerra civile avevano portato - intorno al 1600 - Ieyasu Tokugawa a diventare padrone dell'intero Giappone. Di fatto non aveva che raccolto il frutto della riunificazione del paese operata da Oda Nobunaga e Toyo torni Hideyoshi. Riprese il titolo di shogun e si dedicò alla riorganizzazione dello stato, dissanguato dalle guerre. Ieyasu e i suoi successori immediati - il figlio Hidetada e il nipote Iemitsu - misero a punto la politica del Giappone per i successivi centosessant'anni: chiusura delle frontiere ed espulsione degli stranieri, persecuzioni anticristiane, grandi costruzioni civili. In politica interna, i Tokugawa fecero di Edo - l'attuale Tokyo - la capitale e organizzarono un rigido sistema feudale. Per evitare le ribellioni, i daimyo tenutari dei feudi vennero obbligati a risiedere sei mesi all'anno a Edo, insieme alle loro famiglie.
Altrettanto rigida la divisione in classi: al vertice,l'imperatore con la corte (kuge), senza effettivi poteri. Subito al di sotto - ma dotato dell'integrità di tutti i poteri - lo shogun e il suo clan (buke). Seguivano i clan dei daimyo suddivisi in sottoclassi a seconda del reddito, poi i samurai semplici e infine i monaci.
Alla base di questa piramide stava il popolo: contadini, artigiani, mercanti e gli eta, i senza casta. L'appartenenza a una casta non poteva essere cambiata ed era ereditaria. Il popolo era inquadrato in un sistema contemporaneamente amministrativo e religioso che legava indissolubilmente ogni famiglia a una casa, a un villaggio, a un mestiere e a una certa religione.
Il tempio più prossimo era il riferimento amministrativo e giudiziario della famiglia che vi apparteneva. Ovviamente non si poteva cambiare religione. Questa organizzazione venne chiamata sistema danka.
Il "corpo della nazione"
Nel 1867 una coalizione armata si impossessò di Edo mettendo fine ai due secoli e mezzo di shogunato Tokugawa e restaurando il potere unico dell'imperatore. L'anno successivo salì al trono l'imperatore Mutsuhito, noto con il nome di Meiji. Gli anni del suo regno (1868-1912) corrispondono alla cosiddetta "restaurazione Meiji" (governo illuminato).
I Tokugawa si erano dimostrati incapaci di gestire con successo la dimensione internazionale in cui il Giappone si era venuto a trovare a partire dall'irruzione delle cannoniere occidentali nei suoi porti principali. La minaccia straniera non poté essere risolta con le armi; un gap tecnologico troppo grande divideva i samurai dello shogun dai reggimenti occidentali di metà dell'Ottocento. Occorreva uno stato forte, capace di ammortizzare lo choc culturale, bilanciare il ritardo tecnico e capace di proteggere i valori tradizionali nipponici.
Già nel XVIII secolo era andata diffondendosi in Giappone una nuova concezione dello Stato, chiamata kokutai (da koku: nazione e tal: corpo, cioè: corpo della nazione) basata su tre principi:
1) Assimilazione di tutta la nazione giapponese in uno unico corpo (i shin). Un insieme di comunità concentrico all'imperatore dove la funzione di ognuna prendeva senso attraverso l'adempimento del proprio dovere di fronte al Tenno.
2) Continuità senza interruzione della dinastia imperiale "di origine divina" e ruolo religioso centrale dell'imperato re nel culto shinto.
3) Il popolo giapponese è omogeneo e di origine divina. Alla prima incertezza dello shogun, scattò il dispositivo di un anomalo colpo di Stato dove l'imperatore-dio e i suoi partigiani esautorarono i loro secolari governatori militari accusandoli di inettitudine.
Il quindicenne imperatore Mitsuhito e la sua corte presero una prima misura simbolica lasciando Kyoto per Edo, la vecchia capitale dello shogunato, ribattezzandola con il nome di Tokyo (capitale dell'est). Molto rapidamente lo stato recuperò i compiti amministrativi che erano fino a quel momento affidati ai templi in virtù del sistema danka, e con varie misure legislative ridusse l'influenza delle scuole buddiste. Poi, nel 1871, fu la volta dell'abolizione del feudalesimo e del potere dei clan. Buke e kuge, la nobiltà feudale e la nobiltà di corte, furono unificate in un'unica classe; i samurai costituiranno la seconda. I principati dei signori provinciali furono trasformati in prefetture.
Daimyo e samurai furono indennizzati di questa perdita e reinvestendo queste somme nel commercio e nell'industria si trasformarono in veri e propri capitani d'industria. La vecchia classe dirigente divenuta imprenditrice mantenne un grande potere decisionale negli affari della nazione e si oppose a ogni possibile ingerenza straniera nella modernizzazione. Chi dei nobili non passò all'industria divenne alto funzionario statale. Logica conseguenza della soppressione dei clan fu la ridistribuzione delle terre. Dal 1868 quelle dei villaggi diventarono proprietà dei coloni; i semplici affittuari divennero padroni dei campi da loro coltivati.
Nel febbraio del 1873 si permise a tutti di possedere terreni, venderli, comprarli. Un'unica moneta a base aurea - lo yen - cominciò ad aver corso. L'11 febbraio 1890 l'imperatore proclamò la nuova Costituzione, rafforzando il suo potere esecutivo. Egli godeva di ogni diritto sovrano. Solo il potere legislativo era condizionato al consenso della Dieta, composta di due Camere: quella dei pari e quella dei rappresentanti. Per completare l'unificazione nazionale, l'imperatore rese accessibile l'istruzione a tutti, uomini e donne, generalizzando la diffusione della civiltà occidentale particolar mente in campo scientifico.
Si affermò subito il principio dell'educazione obbligatoria dai 6 ai 12 anni.
Vennero fondate scuole pubbliche secondarie, tecniche e professionali. L'insegnamento libero continuava a prosperare insieme con l'insegnamento di Stato e sorsero i due primi gran di atenei: quello di Keio e quello di Naseda
Nichiko il divulgatore
Oltre alla cura dell'edizione delle opere complete di Nichiren Daishonin, una delle ragioni che rese il patriarcato e l'opera di studioso del Buddismo di Nichiko Shonin essenziali e rivoluzionari nella storia della Nichiren Shoshu è la pubblicazione degli Atti di trasmissione della Legge, restati segreti per secoli. Nichiko pensò che fosse giunto il tempo di rendere pubblici questi documenti, svelando così il mistero della cerimonia che aveva creato un'aura leggendaria attorno alla figura del patriarca. La profonda convinzione che la sola trasmissione vitale ed essenziale risiedesse nella fede individuale portò Nichiko a rifiutare il protrarsi di cerimonie misteriose nella scuola Fuji.
Questi documenti, redatti dai discepoli più vicini a Nichiren Daishonin sono tre:
1) Ubuyu Sojo Ji. Titolo difficile da tradurre (ubuyu significa l'acqua del primo bagno di un neonato). Questo testo - scritto da Nikko Shonin - spiega i motivi per cui il suo maestro si era dato il nome Nichiren e il significato del prefisso Nichi, disponendo che tutti i suoi successori avrebbe ro dovuto apporlo ai loro nomi.
2) Il Documento di trasmissione in sette punti riguardante il Gohonzon (Gohonzon Shitshika no Sojo) - redatto da Nikko Shonin - spiega il significato dei caratteri iscritti nel Gohonzon e il modo di copiarli e trascriverli;
3) Il Documento di trasmissione in tre punti riguardante l'oggetto di culto (Honzon Sando Saden) - redatto da Nichigen - definisce il Gohonzon come la rappresentazione della Cerimonia nell'aria, e come strumento offerto a tutta l'umanità per «attraversare l'oceano della sofferenza di vita e morte».
Questi tre documenti vennero pubblicati da Nichiko nella sua monumentale opera Studi completi sulla scuola Fuji (Fuji Shugaku Zenshu) che comprende 134 volumi e nel Fuji Shugagu Yoshu (Inventano completo dei documenti essenziali per lo studio della scuola Fuji). Era dall'epoca di Nichikan Shonin che un patriarca non interveniva in maniera così ampia e decisa in campo dottrinale.
Jimon Ogasawara e lo Shimpon busshaku
Nel 1941 Jimon Ogasawara - l'ex braccio destro di Arimoto, il rivale di Abe Houn nelle elezioni del '27 - indirizzò una lettera al patriarca Nikkyo accusandolo di non attribuire la necessaria importanza alle divinità shinto e all'imperatore. Per riacquistare una posizione prestigiosa nella Nichiren Shoshu voleva dimostrare che Nikkyo non rispettava la legge Fukeizai (che puniva i reati di offesa e mancanza di rispetto nei confronti dell'imperatore). A livello dottrinale Ogasawara riprese la teoria di Shimpon busshaku - risalente all'epoca Kamakura - secondo la quale le divinità shinto sono la vera entità della vita e i Budda non ne sono che Le manifestazioni. Nikkyo replicò con la teoria di Buppon Shinsaku, sostenendo che il Budda è fondamentale e le divinità sono provvisorie, ma la sua refutazione fu debole. Ogasawara, che ricopriva una carica nell'Ufficio amministrativo della Nichiren Shoshu, tentò di ripetere il colpo di mano del 1925 coinvolgendo nella disputa il Ministero degli Interni e chiedendo le dimissioni di tutti gli alti responsabili della Scuola Fuji, incapaci secondo lui di sostenere la politica governativa. Nel periodico da lui fondato, il Sekai no Nichiren (Nichiren nel mondo), Ogasawara pubblicò degli articoli in cui erano ricorrenti espressioni come "programmi patriottici" e "presentare le proprie scuse allo Stato" che rivelavano il suo servilismo nei confronti del potere e delle autorità militari e davano un fondamento teorico alla sua ambizione al patriarcato. IL 14 settembre 1942 Ogasawara fu espulso dalla Nichiren Shoshu con motivazioni che esulavano tuttavia dalla questione dottrinale: una presa di posizione molto "buddista" avrebbe rappresentato un forte pericolo per la sopravvivenza della scuola. Alcuni monaci del Taiseki-ji mantennero rapporti segreti con Ogasawara le cui trame, insieme alla paura della repressione da parte delle autorità, avrebbero portato di li a poco la Nichiren Shoshu al riconoscimento delle teorie di Ogasawara, oltre che all'accettazione dei kamifuda.
Mac Arthur, lo shogun dei marines
In altri tempi il generale Mac Arthur - che la stampa americana chiamava il "Cesare del Pacifico" - sarebbe stato sicuramente riverito come il nuovo shogun del Giappone. Il suo fu infatti il potere assoluto e indiscutibile del generale vincitore. Valoroso guerriero come uno degli Hojo, politico pragmatico come i migliori Tokugawa, nei confronti dell'imperatore era scaltro, rispettoso e severo come Oda Nobunaga.
Lo shogun dei marines dava ordini chiari: voleva abbattere alle radici la casta militare, democratizzare il paese, inaugurare istituzioni moderne. Vi fu una "Noriberga giapponese", con settecento esecuzioni e duemila cinquecento condanne di criminali di guerra. Vennero epurate centoventimila persone compromesse con i militari da incarichi di responsabilità nello Stato e nell'industria, furono sciolte d'autorità ben milletrecento associazioni considerate pericolose.
Fu approvata in tutta fretta una nuova Costituzione: il Giappone si ritrovò di punto in bianco a essere uno Stato a sovranità popolare. Nel '47, dalle urne delle prime elezioni a suffragio universale uscì vincente il partito socialista di Katayama Tetsa, di religione protestante. Vennero formati dei sindacati, espropriati e ridistribuiti i latifondi. Le nuove leggi anti-trust annientarono il potere dei cartelli industriali anteguerra.
Douglas Mac Arthur andava per le spicce: in poco più di un anno fece tabula rasa del vecchio Giappone. Dal '48 in poi gli americani si dedicheranno alla ricostruzione dell'economia. Un piano che in un paio di anni comincerà a dare qualche frutto, eliminando - se non altro -la fame del popolo. A pagarne il prezzo fu la neonata democrazia giapponese: venne revocato il diritto di sciopero e furono abbassati i salari.
Nel '50 scoppiò la guerra in Corea, e con essa iniziò la fortuna del Giappone moderno, fornitore di appoggi logistici, attrezzature ed equipaggiamenti per gli americani.
Preoccupato per le sue retrovie Mac Arthur - che comandava l'armata in Corea - scatenò la caccia alle streghe anticomunista in Giappone, riorganizzò l'esercito, riabilitò gli epurati, influenzò la politica interna. Seul era a un passo dalla vittoria, Mao marciava, i francesi stavano per essere cacciati dall'Indocina, i russi avevano l'atomica: il Giappone doveva diventare il nuovo bastione dell'americanismo in Asia.
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