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La parabola dell’abile medico e dei figli malati
A volte è necessario l'arrivo di una crisi per risvegliarci all'impermanenza e alla preziosità dell'esistenza e per condurci verso la ricerca del profondo. Questo è il senso ultimo della parabola. (Capitolo XVI pg.299)

«Chi ha ricevuto la vita, non può evitare la morte» scrive Nichiren.«Questo è un fatto che tutti gli uomini riconoscono, dal più nobile, l’imperatore, fino al più umile cittadino, ma in realtà neanche uno su mille o diecimila prende la questione seriamente» (Conversazione tra un santo e un uomo non illuminato, RSND, 1, 86).
L’ineluttabilità della morte può sembrare una tragedia, ma in realtà è proprio questa certezza che ci porta in ultima analisi a chiederci: «Come posso vivere un’esistenza gioiosa e significativa?». Questa domanda è il cuore del Sutra del Loto e della parabola dell’abile medico e dei figli malati.
La parabola narra di un abile medico con molti figli; mentre si trova lontano da casa i figli bevono del veleno e al suo ritorno li ritrova a terra agonizzanti. Rapidamente raccoglie e miscela varie erbe con le quali prepara una eccellente medicina.
Alcuni figli l’assumono e guariscono immediatamente, ma altri, fuori di sé per la gravità dell’avvelenamento, rifiutano la medicina nonostante il dolore che provano.
Allora il padre escogita un piano: «Dice ai figli: “Sappiate che ormai sono vecchio ed esausto e l’ora della mia morte è giunta. Adesso lascerò qui questa buona medicina. Prendetela, e non temete che non vi guarisca.”
Dopo aver dato queste istruzioni, si reca in un altro paese da cui invia un messaggero che annuncia: “Vostro padre è morto”» (SDL, 16, 316). Affranti dal dolore i figli recuperano il senno, decidono di prendere la medicina e guariscono. A quel punto il padre, alla notizia che tutti i figli stanno meglio, fa ritorno a casa.
Il Budda insegna che la vita è in uno stato di flusso costante e che fondamentalmente tutto cambia e svanisce. Quando i figli si risvegliano a questa severa realtà recuperano il senno e cominciano a cercare una cura per la loro sofferenza, cura rappresentata dalla buona medicina del Sutra del Loto, l’insegnamento essenziale lasciato da Shakyamuni per questo mondo afflitto dal dolore.
Come nel caso dei figli nella parabola, la cui confusione deriva dalle convinzioni errate che li hanno avvelenati, possiamo facilmente cadere nella procrastinazione, nella fuga dal mondo o nella rassegnazione.
Spesso siamo incapaci di cambiare la nostra vita e le nostre tendenze negative, nonostante ci rendiamo conto che dovremmo farlo. A volte può volerci una crisi, come la morte improvvisa di una persona cara, per risvegliarci all’impermanenza e alla preziosità dell’esistenza e farci ricercare sinceramente qualcosa di più significativo.
«È quando siamo consapevoli della morte che cominciamo a ricercare sinceramente “qualcosa di eterno” e a decidere di dare un grande valore a ogni singolo momento della nostra vita» dice Daisaku Ikeda.
Questo spirito di ricerca, questa voglia di impegnarsi è la condizione basilare per risvegliare la natura di Budda eterna che esiste dentro di noi. Nella parabola questo risveglio è rappresentato dal ritorno del padre dopo che i figli hanno deciso di prendere la medicina.
Arrivare a credere nella nostra Buddità però non ci eleva magicamente al di sopra delle difficoltà, né altera il dato di fatto che la vita è impermanente. Ma, con fiducia nella nostra natura di Budda, questa vasta risorsa interna piena di speranza, coraggio, saggezza e compassione, possiamo affrontare di petto le difficoltà e trasformarle in maniera significativa.
Ciò che alimenta questo processo dinamico è l’ardente desiderio di “vedere il Budda”. Per dirla con il presidente Ikeda: «La mente di una persona comune che ricerca il Budda diventa la mente stessa del Budda ».

da Il Nuovo Rinascimento n.565,15 settembre 2015
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