Un'etica di coesistenza globale
Un modello “a misura di vita” per la nostra epoca
Da tre anni è iniziato il XXI secolo, un’epoca che doveva vedere
in primo piano i temi della cultura di pace e del dialogo. Ma in netto contrasto
con questi ideali, il mondo è funestato da una sensazione di crisi incombente
e di rischio crescente in alcuni punti caldi come il Medio Oriente e il Nordest
asiatico.
Lungi dall’esserci liberati dall’eredità negativa di un XX
secolo di guerra e di violenza, assistiamo a un’espansione e a un’accelerazione
di queste pericolose tendenze. Tutte le speranze con le quali avevamo salutato
il nuovo secolo sono svanite, sostituite un po’ ovunque da una sensazione
prevalente di frustrazione e mancanza di speranza. Ciò che disturba di
più è l’impressione che il mondo abbia voltato le spalle
al dialogo, a quella volontà di impegnarsi a discutere insieme che è
un’affermazione della vitalità dello spirito umano.
Di fronte alla crisi irachena il mondo sta col fiato sospeso, e la grande maggioranza
delle persone vorrebbe con tutto il cuore vedere una soluzione pacifica. Eppure
per qualche ragione l’attacco da parte degli Stati Uniti viene presentato
come inevitabile. Nel conflitto tra israeliani e palestinesi – nucleo
centrale della tensione in Medio Oriente – gli attacchi suicidi e le controffensive
dell’esercito sono andati in crescendo dall’inizio dell’anno,
in un circolo vizioso in cui alla forza si risponde con la forza.
A tutto ciò si aggiunge il recente drammatico aumento di tensione nella
Corea del Nord (Repubblica democratica popolare di Corea). Per diversi anni
la politica della “luce del sole” del presidente coreano uscente
Kim Dae Jung aveva favorito la distensione. Tutto è crollato quando Pyongyang
ha annunciato, con un’evidente politica di rischio calcolato, il proprio
ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt)
e dall’accordo di salvaguardia con l’agenzia internazionale per
l’energia atomica (Iaea) e ha dato segnali
di ripresa della corsa agli armamenti.
Un pericoloso divario
Questi sviluppi mi ricordano l’apocalittico monito di Toynbee all’umanità,
contenuto nel nostro dialogo di trent’anni fa: «La caratteristica
più allarmante della società odierna è che questo potere
(conferitoci dalla tecnologia) si è accresciuto con rapidità straordinaria,
mentre il livello medio della moralità o della immoralità degli
uomini che lo gestiscono è immutato, o si è addirittura abbassato…
Noi siamo consapevoli del crescente divario tra potere e regole di condotta
morale. Questa frattura è stata resa drammatica dall’energia nucleare,
cioè dalla scoperta delle tecniche di fissione e fusione nucleare. […]
Non si vede come nell’era atomica l’essere umano potrà evitare
un suicidio di massa se non riuscirà a elevare la sua moralità
al livello del Budda o di San Francesco d’Assisi».1
Toynbee era convinto che un tale modello etico – la potenza spirituale
di una dedizione assoluta alla nonviolenza, incarnata da queste persone di rara
fede religiosa – non doveva essere considerato semplicemente come un insieme
di “precetti di perfezione”2 non praticabili
dalla gente comune. Sarebbe stato invece necessario metterlo in pratica, per
controllare quei mostruosi prodotti della tecnologia moderna come gli armamenti
nucleari. Ma in base alla sua lettura della storia era pessimista rispetto alle
nostre capacità di riuscita. Le sue speranze si concentravano sulla possibilità
di una rivoluzione religiosa che potesse migliorare il mondo attraverso una
rapida trasformazione di vasta portata del cuore e della mente delle persone.
Con l’attuale aggravamento della crisi del nucleare e delle altre armi
di distruzione di massa dobbiamo tenere a mente le parole di questo grande studioso.
Ho sempre affermato che la missione della Soka Gakkai nella società consiste
nell’impiegare l’energia spirituale che scaturisce dalla profondità
della vita per combattere quelle forze – violenza, autorità, materialismo
– che continuano a violare la dignità umana su tutta la terra.
In concreto questa battaglia spirituale consiste nel non perdere mai fiducia
nel potere delle parole, nel rimanere convinti assertori del dialogo in ogni
circostanza. È una lotta più difficile di quanto sembri, perché
presto o tardi ci si dovrà confrontare con quell’avversario che
preferisce la violenza alla discussione, che rinnega il linguaggio, l’essenza
della nostra umanità. È allora che il nostro impegno nei confronti
del dialogo viene messo a dura prova e dimostra il suo vero valore.
Il silenzio di Eichmann
Mi torna in mente l’agghiacciante esempio di Adolf Eichmann, l’ex
tenente colonnello delle SS che ebbe un ruolo di primo piano negli orrori dell’olocausto.
Dopo la guerra fu catturato in Argentina e trasportato clandestinamente a Gerusalemme
dagli agenti del servizio segreto israeliano. Dopo un processo che destò
l’attenzione mondiale, fu impiccato nel 1962. Sebbene responsabile di
aver organizzato atrocità inaudite, Eichmann affermava di aver semplicemente
fatto il suo dovere come ingranaggio della macchina nazista, di aver soltanto
eseguito degli ordini.
Una recente opera teatrale giapponese di Masakazu Yamazaki racconta i rapporti
fra Eichmann e Peter Malkin, l’agente segreto israeliano artefice del
suo arresto. Anche a costo di violare le regole, Malkin cercò di persuadere
Eichmann a rendersi conto dei suoi crimini facendo appello al suo senso di giustizia.
Nell’opera, Malkin supplica Eichmann: «Voglio parole. Ti prego,
dammi le tue parole».3 Ma Eichmann non pronunciò
mai parole di rimorso.
Il dramma mette in evidenza una differenza cruciale fra il male e la giustizia.
Il male non richiede che coloro che esso distrugge comprendano la sua natura,
mentre la giustizia non può funzionare senza essere capita. La giustizia
consiste di spiegazioni. È la necessità di comprendere le persone
malvagie e il male stesso, di spiegare perché esistono.
Spiegazioni e comprensione sono rese possibili dal potere delle parole, senza
le quali la giustizia e il bene sono impossibili. Il personaggio di Malkin,
perplesso e sgomento di fronte al rifiuto delle parole e del dialogo da parte
di Eichmann, dimostra quanto sia difficile impegnarsi fino in fondo in tale
battaglia spirituale senza mai abbandonarla.
Ma per quanto opprimenti possano essere, non dobbiamo consentire a queste difficoltà
– che rendevano pessimista riguardo alle nostre prospettive persino Toynbee
– di soffocare la nostra spiritualità. Non dobbiamo tacere. Se
permettiamo che il bene sia messo a tacere, facciamo il gioco del male. Se siamo
davvero l’homo loquens – un essere umano reso tale dalla
sua capacità discorsiva – non dobbiamo rinunciare allo sforzo di
dialogare, indipendentemente dalla gravità della situazione.
Continuiamo ad aprire spiragli nel velo dell’oscurità, sempre con
una prospettiva a lungo termine, andando oltre le emozioni suscitate dalle difficoltà
del momento. Dobbiamo fare appello a tutta la nostra forza spirituale per continuare
a dialogare, con quella convinzione che Ernest Hemingway esprime così
efficacemente in Il vecchio e il mare: «L’essere umano non
è fatto per la sconfitta. Può essere distrutto ma non sconfitto».4
La “guerra al terrorismo”
È evidente che gli inquietanti sviluppi che riguardano l’Iraq e
la Corea del Nord sono legati direttamente o indirettamente alla guerra al terrorismo,
dichiarata dopo gli attentati che hanno colpito gli Stati Uniti l’11 settembre
2001.
Con la distruzione del regime talebano in Afghanistan sembra che la rete terroristica
sia stata espulsa dal paese, ma è ben lungi dall’essere stata sradicata.
Ci sono sospetti, anche se non confermati, che sia legata agli attentati in
Indonesia, Russia e Kenya. Una guerra contro un’entità senza confini,
priva della struttura definita di una nazione sovrana, può protrarsi
in eterno.
Che tipo di leadership occorre in una situazione tanto esplosiva e mutevole?
Si spera che il Giappone faccia qualcosa di più che limitarsi a seguire
gli Stati Uniti e prenda misure autonome, per quanto lo consentono i suoi obblighi
di alleanza. La democrazia giapponese post-guerra fredda è adesso a una
svolta cruciale. La sua capacità di prendere decisioni indipendenti e
responsabili sarà dimostrata sia dalla sua risposta ai problemi immediati
dell’Iraq e della Corea del Nord che dall’impegno più vasto
nel contribuire, con la Cina e gli altri paesi limitrofi del Nordest asiatico,
alla pace e alla stabilità della regione.
Nel bene e nel male però l’iniziativa per risolvere l’attuale
emergenza è nelle mani degli Stati Uniti, l’unica superpotenza
mondiale, il cui potere economico e militare non ha eguali nella storia. Perciò
devo esprimere la mia preoccupazione, condivisa da molti osservatori a livello
mondiale, riguardo alla linea dura adottata dagli Stati Uniti, che definiscono
la lotta al terrorismo come un nuovo tipo di guerra e sostengono la necessità
di attacchi preventivi contro potenziali minacce terroristiche.
È fuor di dubbio che gli attacchi dell’11 settembre siano stati
un evento profondamente scioccante che ha suscitato la solidarietà della
comunità internazionale nei confronti degli Stati Uniti. Prova ne è
stata la decisione dei governi appartenenti alla Nato di invocare l’articolo
5 del Trattato di Washington che definisce un attacco armato a uno dei membri
dell’alleanza come un attacco diretto a tutti. Una simile misura non era
mai stata adottata nemmeno durante la guerra fredda.
Ciononostante gli Stati Uniti, con il Regno Unito come unico effettivo alleato
militare, si sono lanciati nell’attacco all’Afghanistan disattendendo
l’appello a un’ampia cooperazione internazionale. Il “successo”
di quella impresa sembra aver incoraggiato gli Stati Uniti a voltare le spalle
al principio della cooperazione internazionale e indirizzarsi ulteriormente
verso l’unilateralismo. Questa tendenza era presente già da diversi
anni, come dimostra il rifiuto statunitense del Protocollo di Kyoto contro il
riscaldamento globale, il ritiro unilaterale dal Trattato anti missili balistici
(Abm), il rifiuto a partecipare al Trattato per la
totale messa al bando dei test nucleari (Ctbt) e
la decisione di non ratificare il Tribunale penale internazionale (Icc).
È una tendenza che viene sempre più criticata sia dentro che fuori
dagli Stati Uniti.
La forza di una nazione nel XXI secolo
Uno degli esperti che esprime preoccupazioni nei confronti di questa tendenza
è Joseph Nye jr., ex sottosegretario alla Difesa per le questioni di
sicurezza internazionale e preside della scuola di Governo John F. Kennedy dell’Università
di Harvard, che ho avuto il piacere di incontrare in diverse occasioni. Nye
sostiene che la forza di una nazione consista in due elementi che dovrebbero
completarsi a vicenda: il potere duro, che assume forme come la potenza economica
o militare, e il potere morbido, cioè i valori e la cultura, la capacità
di condividere con altri paesi i propri obiettivi, la capacità di usare
la “cooperazione invece della coercizione”. Egli ritiene che l’esercizio
della forza militare faccia parte della risposta al terrorismo, ma che per eliminare
gli attacchi terroristici siano più importanti azioni tenaci e puntuali
con una prospettiva a lunga scadenza e la cooperazione con i cittadini delle
altre nazioni.5
In The Paradox of American Power Nye afferma inoltre: «Nel XXI
secolo il potere dipenderà da una commistione di risorse morbide e dure.
Il nostro maggior errore in tale mondo sarebbe cadere in un’analisi monodimensionale
e credere che investire nel potere militare possa da solo garantire la nostra
forza»6.
Tutti coloro che si trovano alle prese con la spinosa questione della continua
incidenza di attacchi terroristici trovano convincenti le sue argomentazioni.
Il terrorismo è assolutamente inaccettabile. In certi casi di emergenza
può persino rendersi necessaria una risposta armata; è innegabile
che tale atteggiamento risoluto possa esercitare un effetto deterrente. Per
usare le parole di Max Weber, il totale rifiuto della forza militare può
essere possibile a livello personale, nell’ambito di una “etica
dei fini ultimi”, ma non è necessariamente realistico come “etica
della responsabilità”, come opzione praticabile nell’arena
politica. Nel caso di Nye, non dimentichiamo che un tempo ha ricoperto un’importante
carica al Pentagono.
Affinché il potere duro, e in particolare il potere militare, produca
un qualsiasi risultato concreto senza precipitarci in un ciclo di odio e di
rappresaglie, è indispensabile che coloro che lo possiedono esercitino
moderazione e autocontrollo – fonte elettiva del potere morbido –
e continuino a dar prova di tali virtù anche quando a causa delle circostanze
sia assolutamente inevitabile fare uso della forza.
Il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955) definiva la civiltà
come «nient’altro che il tentativo di ridurre la forza al ruolo
di ultima ratio»7. Qui per civiltà
si intende la manifestazione esterna di un autocontrollo interiore.
Da questa prospettiva è inevitabile che susciti perplessità il
divario fra le azioni unilaterali degli Stati Uniti e gli ideali universali
che essi professano. Libertà, diritti umani e democrazia, come sottolinea
Nye, sono l’essenza del potere morbido e con l’avanzare dell’era
dell’informazione avrebbero il potenziale di accrescere ulteriormente
l’attrattiva del paese. Io credo che sia negli interessi tanto degli Stati
Uniti quanto del mondo intero che l’unica superpotenza eserciti un genuino
autocontrollo.
Riguardo all’incombente problema iracheno, è fuor di dubbio che
una dittatura dotata di armamenti di distruzione di massa sia una possibilità
agghiacciante e tremenda. Ma i tentativi di prevenire questa grave eventualità
non mancheranno di ottenere il caloroso sostegno della popolazione mondiale
nel momento in cui gli Stati Uniti riconosceranno onestamente di essere i detentori
della più grande riserva mondiale di tali armamenti. Dovrebbero dimostrare
un autocontrollo tangibile, per esempio con la volontà di sostenere e
partecipare a un sistema universale di monitoraggio per contenere il potenziale
distruttivo di tali ordigni e con passi e procedure concrete per il disarmo
verso l’obiettivo di una eventuale abolizione. Tali sforzi sono indispensabili
per risultare convincenti dal punto di vista morale.
Tesori del cuore
Un forte impulso verso il potere forte viene dalla globalizzazione, le cui
regole sembrano favorire pesantemente gli Usa. Sotto gli slogan della liberalizzazione
e della deregulation, la globalizzazione pende sempre di più a
favore del capitalismo monetario e dell’alta finanza. La liberalizzazione
economica alimenta l’incertezza. Una concorrenza basata sul sistema di
“alto rischio alto ritorno” crea un piccolo gruppo di “vincitori”
e una grande maggioranza di “perdenti”. Anche la posizione dei vincitori
non è stabile ed essi devono continuare a farsi concorrenza fino a quando
teoricamente rimarranno “gli unici in campo”. Così l’inesorabile
globalizzazione dei mercati, in assenza di una rete di sicurezza, tende inevitabilmente
a diventare una partita in cui al vincitore tocca tutta la posta in gioco.
In società dove prevale la diseguaglianza e una grottesca disparità
di reddito – in cui, per esempio, l’1 per cento della popolazione
controlla quasi metà della ricchezza nazionale – viene prestata
scarsa attenzione ai bisogni di “perdenti”, sia all’interno
che all’estero. Questa perdita di attenzione per gli altri – per
coloro che consideriamo lontani da noi – è indice di un calo di
autocontrollo e di levatura morale.
Joseph E. Stiglitz, premio Nobel 2001 per l’economia, quando era vice
presidente della Banca mondiale visitò numerosi paesi e regioni che avevano
subito i danni della globalizzazione. Questo è il suo monito, contenuto
Globalization and its Discontents: «L’alta tecnologia bellica
moderna è progettata per eliminare il contatto fisico: lanciare bombe
da 5.000 piedi di altitudine garantisce di non “sentire” ciò
che si sta facendo. La gestione economica attuale è simile: dal proprio
albergo di lusso si possono imporre senza alcuna sensibilità determinate
politiche sulle quali invece si rifletterebbe due volte se si conoscessero le
persone a cui si sta distruggendo la vita».8
Dobbiamo ricordarci che il denaro è un mezzo, non un fine. Ovviamente
gioca un ruolo essenziale nel facilitare le attività economiche –
creando beni e servizi, alimentando la produzione e gli investimenti –
ma dovrebbe esercitare una funzione di sostegno e non il ruolo principale. Il
fine dovrebbe essere la vita della gente. Il problema è che il denaro
ha cominciato a essere considerato un fine di per sé.
Negli scritti di Nichiren, il saggio buddista del XIII secolo ai cui insegnamenti
si ispirano le attività della Sgi, troviamo
il brano: «Più preziosi dei tesori di un forziere sono i tesori
del corpo, e prima dei tesori del corpo vengono quelli del cuore».9
Quando l’essere umano viene ritenuto insignificante diminuiscono i “tesori
del cuore”, cioè la sensibilità nei confronti della vita
degli altri, della morte, della sofferenza. In un’epoca dominata dalla
globalizzazione sono i “vincitori”, più dei “perdenti”,
a essere maggiormente contagiati da questa patologica indifferenza nei confronti
della vita. Di certo questo fenomeno non è limitato agli Stati Uniti
d’America.
Sono onorato di annoverare tra i miei amici l’eminente economista John
Kenneth Galbraith, tra i primi ad ammonire contro gli eccessi della “bolla”
di Internet. Sarebbe doveroso rispondere al suo appello per un ripensamento
radicale dei nostri valori fondamentali: «L’economia, intesa come
l’insieme dei beni e dei servizi disponibili, non è l’unico
metro del successo. Dovremmo misurare il successo maggiormente in base ai diversi
piaceri della vita e al grado di autentica felicità che questi producono».10
Gli Stati Uniti sono una nazione estremamente aperta e accogliente, ma c’è
una diffusa preoccupazione che il tremendo shock dell’11 settembre abbia
deviato l’attenzione del paese dall’uso del dialogo per spiegare,
comprendere e costruire consenso, e l’abbia indirizzata verso il potere
duro repressivo.
Le atrocità indiscriminate del terrorismo non devono essere tollerate.
Ma fare un totale affidamento sul potere duro dimostra una triste mancanza di
immaginazione. Farsi intrappolare nel circolo vizioso dell’odio e della
rappresaglia significa scendere sullo stesso piano dei terroristi, perdendo
di vista quella che Ortega y Gasset definiva civiltà per regredire alla
barbarie. Nel peggiore dei casi ciò potrebbe causare una catastrofica
spaccatura nel nostro mondo.
Possibile che siamo sfuggiti agli incubi della violenza e della guerra in nome
dell’ideologia – propri del XX secolo – solo per ritrovarci
oggi nella morsa di un altro incubo altrettanto insidioso?
Un modello “a misura di vita”
Credo che la strada per andare avanti risieda nello sviluppo di un modello “a
misura di vita”, col quale comprendere il mondo e la nostra posizione
al suo interno. Con il termine “a misura di vita” mi riferisco a
una maniera di pensare che non si allontani mai dalla dimensione umana, a una
sensibilità umanistica per la vita sia nella sua totalità che
nei dettagli dell’esistenza quotidiana. Credo che ci sia urgente bisogno
di tale approccio per rispondere alle sfide della nostra epoca.
Dal punto di vista fisico, il singolo individuo è una presenza minima,
addirittura insignificante nel mondo naturale. Anche se l’umanità
intera causasse la propria estinzione, dal punto di vista della storia della
vita sulla terra l’impatto sarebbe a dir poco trascurabile.
Blaise Pascal (1623-1662) affermava: «L’essere umano è una
canna, la cosa più fragile che ci sia in natura; ma è una canna
pensante». E proseguiva: «Se possiedo le parole non mi occorre altro.
In termini di spazio l’universo mi include e mi inghiotte come un atomo;
ma in termini di pensiero, io comprendo il mondo».11
“Comprendere”, come il corrispettivo francese comprendre,
significa sia includere e avvolgere che capire e valutare. Dunque la parola
“pensiero” non è utilizzata qui in un’accezione ristretta,
cartesiana – un’attività intellettuale che riduce ogni cosa
a componenti quantificabili – ma in senso più vasto, includendo
le virtù della sensibilità umana e le attività olistiche
della vita attraverso una mente sia “matematica” che “intuitiva”
che impegna la totalità del nostro essere.12
Così Pascal cercava di spiegare quelle caratteristiche del pensiero che
costituiscono le basi della dignità umana.
C’è qui una profonda affinità con gli insegnamenti buddisti,
che pongono l’accento sul giusto equilibrio dei cosiddetti “sei
organi di senso” (giapp. rokkon, sanscr. sad indriyani)
– i cinque sensi di vista, udito, odorato, gusto e tatto più la
facoltà dell’intelletto. All’interno della tradizione mahayana
le strutture della coscienza, comprese le sfere del subconscio e oltre, vengono
esplorate in tutta la loro complessità. Qui ci basta osservare che, secondo
il Buddismo, per uno svolgimento sano e completo delle nostre attività
vitali è essenziale un funzionamento equilibrato dei sei organi di senso.
Ciò riconduce alla definizione che dà Pascal della dignità
umana: «In termini di pensiero, io comprendo il mondo». Nella tradizione
buddista lo stesso concetto viene espresso dalla seguente frase: «Gli
ottantaquattromila insegnamenti sono il diario della propria vita».13
In altri termini i molteplici insegnamenti del Buddismo (che tradizionalmente
si dice siano ottantaquattromila) costituiscono un resoconto dettagliato della
vita di un singolo individuo. A mio avviso questa è una maniera splendida
di esprimere ciò che ho chiamato modello “a misura di vita”.
Quali sono le dimensioni complessive e l’ampiezza di questo modello? Quali
norme di condotta – gli standard etici e il livello medio di comportamento
di cui Toynbee parlava prima – possiamo derivarne?
Per chiarire questo punto, permettetemi nuovamente di citare Nichiren Daishonin:
«Tutto ciò che è contenuto in questo nostro corpo è
plasmato sul modello del cielo e della terra. L’inspirazione e l’espirazione
dal naso è come il vento che soffia lieve attraverso le montagne e le
vallate; l’inspirazione e l’espirazione dalla bocca è simile
ai venti che turbinano nei cieli aperti. I nostri occhi sono come il sole e
la luna; il loro aprirsi e chiudersi è come il giorno e la notte. I capelli
sulla nostra testa sono come le stelle e le sopracciglia come la costellazione
del nord. Il sangue scorre come i fiumi e i torrenti e le nostre ossa sono come
le gemme e i sassi. La nostra pelle e la nostra carne sono come la terra e il
suolo e la fine peluria sui nostri corpi è come l’erba e le foreste
che ricoprono la terra. I cinque organi principali corrispondono ai cinque pianeti
in cielo e alle cinque montagne sacre sulla terra».14
Anche se alcuni di questi paragoni possono sembrare un po’ forzati per
la nostra sensibilità moderna, questo brano di fatto descrive quello
che attualmente definiamo un ecosistema. La frase «sono plasmati sul modello»
evoca la relazione intima, inscindibile e interdipendente che esiste fra gli
esseri umani, la natura e il cosmo.
In particolare questo brano suggerisce che, poiché gli esseri umani sono
“canne”, non potrebbero mai esistere al di fuori di una cornice
di interdipendenza e inter-relazione. Potremmo anche leggerlo come un monito:
se danneggiamo l’ecosistema introducendovi per esempio plutonio o altri
veleni, l’impatto negativo delle nostre azioni alla fine ci ritornerà
indietro in maniera evidente e severa.
Quando Ortega y Gasset afferma: «Io sono me stesso più il mio ambiente;
se io non lo salvo, non posso salvare me stesso»15,
o quando D. H. Lawrence (1885-1930) dichiarò sul suo letto di morte:
«Cominciamo dal sole e il resto pian piano verrà»16,
stavano dando voce a un imperativo di cui tutti dovremmo considerare, e cioè
che non c’è “sé” senza “l’altro”,
non c’è umanità senza natura.
In questo stesso senso il fondatore della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi
(1871-1943), nella sua opera La geografia della vita umana, del 1903,
affermò con grande preveggenza: «Nobili sentimenti come la compassione,
la buona volontà, l’amicizia, la gentilezza, l’onestà
e la semplicità non possono essere coltivati con successo al di fuori
della comunità locale».17
L’etica della coesistenza
Per esprimere il principio etico che lega queste affermazioni ho scelto di usare
l’espressione “etica di coesistenza”, tema principale di una
conferenza che tenni all’Accademia cinese delle Scienze sociali nel 1992.
Si tratta di un tipo di comportamento che cerca di creare armonia dal conflitto,
unità dalla rottura, che si basa più sul “noi” che
sul “me”. È indice di uno spirito che favorisce la reciproca
prosperità e il mutuo sostegno fra gli esseri umani e fra questi e la
natura. Se questa etica di coesistenza diventasse l’atteggiamento spirituale
della nostra epoca, potremmo trovare validi mezzi per colmare quel «divario
tra potere e standard etici» che così profondamente preoccupava
Toynbee.
Da questo punto di vista è difficile non essere turbati dalle attuali
tendenze. L’attenzione è focalizzata esclusivamente sul “potere”
– che si tratti di armi atomiche o biologiche – e non ci si preoccupa
minimamente di questioni fondamentali come l’etica e i valori. Ma è
stato l’essere umano, il suo modo di pensare e di sentire, a permettere
la creazione delle armi di distruzione di massa: la nostra unica speranza di
ridurre o eliminare il terrore che esse generano sta quindi in una riforma interiore
della nostra vita. Se non prendiamo in considerazione fattori sociali più
generali non avremo nessuna speranza di contenere – e meno che mai di
abolire – queste terribili armi.
Come osserva Stiglitz: «Preoccuparsi dell’ambiente, essere certi
che i poveri abbiano voce in capitolo nelle decisioni che li riguardano, promuovere
la democrazia e il commercio equo sono elementi necessari per poter ottenere
i benefici potenziali della globalizzazione».18
Tutte queste azioni potrebbero contribuire a eliminare le cause a lungo termine
del terrorismo e, a mio avviso, nessuna di queste può essere realizzata
senza un’etica di coesistenza.
In un’epoca dominata dalla forza bruta e dall’arroganza degli ordini
imperiosi, parlare di etica di coesistenza a qualcuno può sembrare vuota
retorica. Ma non penso che possiamo liquidare così facilmente le parole
dell’ex ministro americano del Lavoro Robert Reich, che scrive: «Le
ansie più profonde di quest’epoca prospera riguardano la disgregazione
delle nostre famiglie, la frammentazione delle nostre comunità, la sfida
di mantenere intatta la nostra integrità personale.
Queste ansietà non fanno meno parte dell’economia emergente di
quanto lo facciano i suoi enormi benefici: ricchezza, innovazione, nuove opportunità
e possibilità»19 (Reich diede le
dimissioni dopo una telefonata del figlio che gli esprimeva la sua solitudine
per l’assenza di un padre sempre troppo occupato).
La new economy ha certamente espanso la portata della libertà
e delle possibilità di scelta individuali, creando opportunità,
per chi ha talento e determinazione, di accumulare vaste fortune. Al tempo stesso
l’odierna rapidità di diffusione delle comunicazioni elettroniche
fa sì che le informazioni travalichino senza fatica i confini della sovranità
nazionale. Queste nuove modalità di comunicazione possono provocare il
deterioramento e anche la disintegrazione di forme tradizionali di organizzazione
sociale, come le aziende, le scuole, le comunità locali e persino le
famiglie. Dando all’individuo un peso sempre crescente, viene smantellato
il senso di appartenenza e di collocazione che lo sostiene, generando una profonda
crisi di identità.
Reich non rifiuta la new economy né la società in evoluzione
di Internet, ma è estremamente preoccupato di come realizzare uno stile
di vita più equilibrato in cui le persone non vengano mai soggiogate
né diventino strumenti della loro stessa tecnologia. In accordo con l’appello
di Stiglitz per una globalizzazione dal volto umano, l’obiettivo per il
quale Reich sta lavorando si potrebbe chiamare “società interconnessa
dal volto umano”.
La vera questione è se i cambiamenti che stiamo sperimentando rappresentino
una crescita della felicità umana e quanto riusciremo ad assaporare la
vera felicità se permettiamo passivamente a queste tendenze di seguire
il proprio corso naturale. Condivido le preoccupazioni di Reich: non si può
guardare al futuro con sfrenato ottimismo.
Una dolorosa consapevolezza
Deve ancora essere affrontato efficacemente il problema fondamentale evidenziato
da Alexis de Tocqueville (1805-1859) con l’affermazione: «Nelle
epoche democratiche ciò che è più instabile, in mezzo all’instabilità
di tutto, è il cuore dell’essere umano»20.
Inoltre le attuali condizioni critiche dell’ambiente globale rappresentano
un severo avvertimento.
Non dobbiamo mai dimenticare le nostre vere dimensioni in quanto esseri umani
– il fatto che nel più vasto contesto dell’ecosistema non
siamo che «una canna, la cosa più fragile in natura». Se
perdiamo di vista questa realtà ci ritroveremo di fronte a una improvvisa
estinzione, come successe ai mammuth.
Il nostro innato senso della dignità umana si ribella ogni qualvolta
ci si allontana da un modello a misura di vita.
Come protagonisti di un’etica di coesistenza proviamo una forte sensazione
di disagio di fronte all’iniqua distribuzione della ricchezza nel nostro
mondo. È stato calcolato che il reddito dell’1 per cento della
popolazione mondiale – quella più ricca – è equivalente
a quello complessivo del settantacinque per cento dei ceti più poveri.
Allo stesso tempo, se il consumo di energia pro capite nei paesi in via di sviluppo
dovesse salire anche solo della metà di quello delle economie industriali
avanzate, le riserve energetiche di questo pianeta limitato si esaurirebbero
ben presto.21
Allora come possiamo restare inermi quando i tentativi di arginare il riscaldamento
globale, come il Protocollo di Kyoto, vengono svuotati di contenuto? Come possiamo
non preoccuparci delle assurdità della moderna macchina da guerra, in
cui missili da milioni di dollari volano sulle teste di persone che sopravvivono
con uno o due dollari al giorno?
All’inizio del secolo scorso lo psicologo e filosofo americano William
James (1842-1910) avanzò un modello a misura di vita per sostenere l’anti-militarismo.
Egli proponeva un «equivalente morale della guerra» – forme
di pubblico servizio e contributo attraverso cui «inculcare gli ideali
militari di durezza e disciplina per temprare il carattere» della popolazione.22
In ogni epoca la guerra è colma di orrore. Ma nell’alta tecnologia
bellica contemporanea non c’è spazio neanche per considerare un
modo di pensare a misura di vita.
Solo se riconosciamo questa triste realtà siamo portati ad approfondire
la nostra consapevolezza. Riconfermando costantemente tale presa di coscienza
e consapevolezza riguardo a chi siamo e a che cosa stiamo facendo potremo sviluppare
l’auto controllo e la padronanza di sé, le sole caratteristiche
che possono garantire la leadership morale del forte e del vincitore. Questa
è la mia speranza riguardo agli Stati Uniti, l’unica solitaria
superpotenza del mondo.
Ristabilire l’equilibrio
Se si esamina la superficie discontinua della moderna civiltà tecno-scientifica
alla luce del modello a misura di vita, emerge che l’equilibrio fra i
“sei organi di senso” di cui si parlava prima non esiste più.
Le capacità intellettuali degli esseri umani si sono enormemente dilatate
mentre quelle affettive e di sensibilità si sono atrofizzate.
Come abbiamo visto, tale squilibrio si manifesta in un ottundimento della nostra
naturale capacità di risposta alla vita e alle realtà del vivere
quotidiano, quella sensibilità naturale che caratterizza il mondo delle
persone comuni ed è la base della nostra umanità universale. Erano
le conclusioni dello storico Jules Michelet (1789-1874) quando, dopo un’accurata
analisi della storia umana, in particolare di quella religiosa e spirituale,
affermava che «gli esseri umani in tutte le epoche hanno pensato, sentito
e amato nello stesso modo».23
La soluzione è ripristinare la nostra sensibilità nei confronti
della vita, la nostra consapevolezza tangibile delle realtà del vivere
quotidiano, e in ciò sono convinto che le donne possano giocare un ruolo
particolarmente importante. Gli uomini tendono a diventare schiavi delle proprie
ampie concettualizzazioni e astrazioni, mentre in tutte le epoche le donne sono
rimaste molto più legate ai ritmi dell’ecosistema naturale.
«L’eroe avanza, impetuoso e diretto come una freccia, verso un glorioso
traguardo» scriveva Ortega y Gasset, descrivendo la corsa sfrenata della
civiltà moderna. E allo stesso tempo ci avvertiva che quel traguardo
non era altro che la crisi ambientale globale a cui stiamo assistendo. «Circostanza!
Circum stantia! – scrisse – cioè le cose mute che
ci stanno intorno».24 Uomo di grande acume,
si rendeva conto che l’ambiente naturale, quieto e silenzioso, ha tali
profondità, capacità e potere da farsi beffa degli sforzi del
misero ingegno umano.
Se non prestiamo ascolto al suo appello non riusciremo a intravedere gli orizzonti
di una nuova civiltà. Fu questa consapevolezza che indusse Ortega y Gasset
a utilizzare la metafora della “fanciulla” per descrivere il potere,
le capacità e la profondità della natura. Come fu “il femminino”
a salvare l’anima di Faust dalla distruzione, così per noi oggi,
svanito quello che credevamo il glorioso traguardo del progresso materiale,
è sempre più chiaro che l’unica possibilità di sopravvivenza
sta nella scoperta di nuove modalità di coesistenza con l’ambiente
naturale.
Eleonor Roosvelt (1884-1962), che ebbe un ruolo importante nella stesura della
Dichiarazione universale dei diritti umani – di cui quest’anno cade
il cinquantacinquesimo anniversario – ci ha lasciato queste memorabili
parole: «Dove cominciano, dopotutto, i diritti umani? Nei posti piccoli,
vicino a casa… Se questi diritti non hanno significato lì, non
ne avranno in nessun altro luogo».25
Consapevolezza e sensibilità ai diritti umani possono alimentarsi solo
se basate su un senso concreto della vita e cioè a casa, punto focale
delle relazioni umane, e nei rapporti quotidiani faccia a faccia. In questo
processo nessuno svolge un ruolo più importante delle donne. Per questo
da diverso tempo sostengo che il XXI dev’essere il secolo delle donne.
In un libro pubblicato in Giappone lo scorso anno, la futurologa Hazel Henderson
e io discutiamo del contributo delle donne. Ella descrive così le motivazioni
che l’hanno indotta a contribuire al movimento ambientalista di New York,
a metà degli anni ‘60: «La maggior parte delle persone che
si sono impegnate nella campagna “Cittadini per un’aria pulita”
sono madri. Dal momento che sapevamo quanto impegno ci volesse per far crescere
un bambino, desideravamo che i nostri figli avessero il miglior futuro possibile».26
Il migliore dei futuri possibili… La Henderson ricorda che fu quest’approccio
a misura di vita, a dimensione umana, questo senso di responsabilità
nei confronti dei figli, che permise al movimento di acquisire ampio sostegno
e di trasformare realtà apparentemente irrisolvibili.
Sembra proprio che le donne siano più esperte nella pacifica arte del
dialogo da persona a persona. È negli scambi, nelle relazioni della vita
quotidiana, simili al ritmo costante del sole che sorge e illumina ogni giorno,
che si forma una nuova consapevolezza e si crea un valore autentico e duraturo.
Questo processo graduale di trasformazione nell’ambito della continuità
e della concretezza della vita quotidiana contrasta nettamente con il sovvertimento
violento della rivoluzione.
James D. Wolfensohn, presidente della Banca mondiale, ha affermato – in
linea con la Henderson – che la vera misura del successo dei piani di
sviluppo non consiste nei numeri o nelle statistiche ma nei «sorrisi dei
bambini».27
La Henderson ha sostenuto anche la necessità di un cambiamento in direzione
di quella che chiama un’“economia dell’amore” (cfr.
Buddismo e società, n. 94, pp. 26-31), nella quale i veri indicatori
devono misurare la felicità umana e non semplicemente il prodotto nazionale
lordo. Questa proposta scaturisce dalla sua percezione diretta riguardo al fatto
che ciò che è corretto in teoria non necessariamente produce il
risultato desiderato nella società.
Negli ultimi anni l’importanza di questo approccio a misura di vita –
basato sul senso di realtà quotidiana proprio delle donne – è
stata riconosciuta non solo in ambito economico ma anche in altri campi, come
quello della pace e della sicurezza. Nel 2000 il Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite ha approvato all’unanimità una risoluzione innovativa
che invita gli stati membri a garantire un incremento della rappresentanza femminile
in tutti i livelli decisionali per la prevenzione, la gestione e la risoluzione
dei conflitti. Questa direttiva è stata ulteriormente confermata dal
documento conclusivo della ventitreesima sessione speciale dell’assemblea
generale dell’Onu Donne 2000: eguaglianza fra i sessi, sviluppo e pace
nel XXI secolo.28
Sono misure più che opportune, considerando l’enorme carico di
sofferenza che le donne devono sopportare per effetto dei conflitti armati.
Il segretario generale dell’Onu Kofi Annan ha affermato che «la
migliore strategia per la prevenzione dei conflitti è l’espansione
del ruolo delle donne come costruttrici di pace»29.
Se questo modo di pensare venisse adottato fino in fondo dalla comunità
internazionale potremmo andare oltre la mera prevenzione del conflitto e l’alleggerimento
delle tensioni, in direzione di una concreta e duratura trasformazione dell’attuale
cultura di guerra in una nuova cultura di pace.
La sicurezza umana nel XXI secolo
Vorrei ora discutere di alcune specifiche iniziative necessarie a far sì
che la società globale del XXI secolo si dedichi al benessere dei singoli
individui, dei “comuni cittadini” del mondo.
Molte di queste iniziative dovrebbero essere attuate dall’Onu
o attraverso la mediazione dell’Onu, ma prima dovremmo preoccuparci del
possibile sgretolamento delle fondamenta del sistema Nazioni Unite. La sua capacità
di funzionare come solo e unico forum veramente universale della cooperazione
internazionale viene minata alla radice dalla rapida crescita dell’unilateralismo
americano.
È soltanto da poco, dalla fine della guerra fredda, durante la quale
le Nazioni Unite sembravano spesso paralizzate dall’esercizio del potere
di veto da parte dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza, che l’Onu
ha assunto un ruolo centrale cominciando ad adempiere il suo vero compito. Tuttavia
l’organismo internazionale deve ancora trovare il giusto equilibrio fra
l’ideale kantiano di una pace duratura per tutta l’umanità
e gli scontri hobbesiani fra nazioni sovrane – che lo rendono vulnerabile
alle lotte di potere dei principali attori della scena globale, come gli Stati
Uniti. Per l’Onu la sfida è quella di riuscire a dar voce e concretezza
alle preoccupazioni e alle aspirazioni delle popolazioni mondiali.
Non essendovi un’altra organizzazione che possa svolgere un ruolo analogo,
si deve concordare un impegno comune per rafforzare il sistema delle Nazioni
Unite, che passa attraverso il rispetto delle opinioni delle minoranze e l’ascolto
in egual misura della voce dei cittadini privi di potere (disempowered),
prerequisiti della democrazia. Dunque il rafforzamento dell’Onu è
certamente la scelta che più si accorda con i principi universali propugnati
dagli Stati Uniti.
Vorrei porre l’accento ancora una volta sul concetto di sicurezza umana,
che è stato sviluppato in vari forum negli ultimi dieci anni. La Commissione
per la sicurezza umana (Chs), istituita nel giugno
2001, sta preparando un rapporto su come promuovere una generale comprensione
del concetto di sicurezza umana e far sì che essa diventi uno strumento
operativo universale per la formulazione e l’attuazione delle politiche
di tutta la comunità internazionale. Il rapporto dovrebbe essere pubblicato
nel giugno di quest’anno.
Questi temi sono stati discussi da trentasei ricercatori che operano nel campo
della sicurezza umana e i frutti del loro lavoro sono stati raccolti sotto forma
di lettera aperta ai presidenti della Chs. Il documento
mette in evidenza quattro punti: la necessità di concentrarsi sulle insicurezze
della vita quotidiana; la necessità di concentrarsi sui segmenti più
vulnerabili della società; la necessità di rispettare la diversità,
la necessità di incoraggiare lo scambio reciproco. Inoltre chiede di
prestare attenzione ai problemi causati dal militarismo e dalla globalizzazione,
minacce alla sicurezza umana.30 Sono tutti concetti che ripeto da molti anni
e quindi concordo pienamente con i risultati di questa ricerca.
Armi di distruzione di massa
Il primo problema per la sicurezza umana è costituito dalle armi di distruzione
di massa, un punto cruciale sia nella crisi irachena che in quella nordcoreana.
A questo proposito vorrei discutere iniziative miranti a prevenire la proliferazione
e incoraggiare la riduzione e l’eventuale abolizione delle armi nucleari,
perché il pericolo posto da questi armamenti rischia di andare fuori
controllo.
Il Bollettino degli scienziati atomici, una pubblicazione scientifica
americana, alla fine dello scorso anno ha annunciato che la lancetta piccola
dell’“Orologio del giorno del giudizio” si è spostata
a sette minuti a mezzanotte.31 Il periodico cita
numerose ragioni a sostegno di ciò, fra cui: l’abrogazione del
Trattato sui missili antibalistici (Abm) che finora
era la base per la limitazione degli armamenti nucleari fra Usa e Russia; il
conflitto fra India e Pakistan, entrambi stati detentori di armamenti nucleari;
le crescenti preoccupazioni che riguardano il controllo e la gestione dei materiali
fissili e l’esistenza di gruppi terroristici che mirano all’acquisizione
di armamenti nucleari.
Recentemente la situazione si è aggravata con l’annuncio che la
Corea del Nord non solo sta riattivando i propri impianti nucleari ma intende
anche ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt).
Se tali condizioni persistessero, non solo verrebbe minata alle radici l’intera
impalcatura della non proliferazione nucleare – che ruota intorno all’Npt
– ma si profilerebbe anche la prospettiva inevitabile di un’inarrestabile
escalation militare. E serie ombre potrebbero cadere anche sulle prospettive
di controllo di altre armi di distruzione di massa come quelle chimiche e biologiche.
Nell’aprile dell’anno scorso si è svolta la prima sessione
del comitato preparatorio per la Conferenza di revisione del Trattato di non
proliferazione degli armamenti nucleari, che si terrà nel 2005 tra le
parti contraenti. Il rapporto chiedeva: 1) misure che garantissero l’entrata
in vigore del Ctbt, 2) l’ingresso senza condizioni
di Cuba, Israele, India e Pakistan all’Npt,
3) l’osservanza da parte della Corea del Nord delle misure di sicurezza
della Iaea.32
Dei quattro paesi citati, nell’ottobre 2002 Cuba ha annunciato la sua
intenzione di aderire all’Npt e ratificare il Trattato di Tlatelolco (Trattato
per la proibizione degli armamenti nucleari in America Latina e nei Caraibi).
È d’importanza vitale per la causa della pace che anche gli altri
tre paesi (India, Israele e Pakistan) entrino subito nell’Npt e che la
Corea del Nord rinnovi la sua adesione. Realisticamente ciò può
accadere solo se la comunità internazionale opererà congiuntamente
per sostenere e incoraggiare iniziative concrete mirate alla creazione di fiducia
nelle regioni in questione.
Per quanto riguarda il programma di sviluppo delle armi nucleari nella Corea
del Nord, è fortemente auspicabile che quest’ultima segua la strada
di Cuba, cioè la partecipazione a una convenzione di denuclearizzazione
regionale a tutela della sicurezza locale, pur rimanendo all’interno dell’Npt.
Un emisfero settentrionale senza armi nucleari
Ho ripetutamente invocato la costituzione di una zona denuclearizzata nel Nordest
asiatico. In questa zona abbiamo già la dichiarazione congiunta di denuclearizzazione
della penisola coreana del 1992, la dichiarazione, nello stesso anno, della
Mongolia come stato denuclearizzato, e i tre principi antinucleari del Giappone
(non possedere, non produrre e non permettere l’introduzione di armamenti
nucleari nel paese).
Partendo da tali dichiarazioni penso che andrebbe organizzata una conferenza
di pace del Nordest asiatico patrocinata dall’Onu, con la partecipazione
della Corea del Nord, per sondare le possibilità di istituire una zona
denuclearizzata in questa regione e di promuovere iniziative locali atte a costruire
fiducia.
Attualmente l’unica struttura di sicurezza a cui la Corea del Nord partecipa
è il Forum regionale Asean. Penso che sarebbe di notevole rilevanza una
discussione approfondita sulla questione del Nordest asiatico con la partecipazione
delle Nazioni Unite.
Alla fine del XX secolo quasi tutto l’emisfero meridionale era coperto
da accordi di denuclearizzazione. Questi accordi, che miravano a garantire la
sicurezza dei singoli paesi non attraverso il possesso di armi nucleari ma grazie
al fatto di non possederle, hanno contribuito non solo al benessere di ogni
singolo paese aderente ma alla sicurezza dell’intero pianeta. È
sicuramente una valida dimostrazione che tali misure sono una possibilità
politica reale. Perciò vorrei proporre che nel XXI secolo la comunità
internazionale si impegni a estendere tali iniziative anche all’emisfero
settentrionale. Sono già state redatte bozze di proposte per la creazione
di zone denuclearizzate in Asia centrale e nel Medio oriente. Ed è tempo
di cominciare a istituire misure del genere anche nel Nordest asiatico.
Anche se occorrerà del tempo prima che tali zone vengano dichiarate denuclearizzate,
un’opzione praticabile da parte della Corea del Nord potrebbe essere quella
di emulare la Mongolia e dichiarare il proprio stato di nazione denuclearizzata.
Quella dichiarazione fu accolta favorevolmente dall’Assemblea generale
dell’Onu, e i cinque stati nucleari nel 1995 ribadirono anche nei riguardi
della Mongolia l’Assicurazione di sicurezza negativa (secondo la quale
il gruppo di stati privi di armamenti nucleari aderenti al Npt non sarebbe stato
soggetto ad attacchi nucleari). Credo che la garanzia di ottenere una risposta
simile spianerebbe la strada a una dichiarazione di rinuncia agli armamenti
nucleari anche da parte della Corea del Nord.
Insieme al Npt l’altro elemento centrale nella
limitazione delle armi nucleari è il CTBT, che purtroppo non è
ancora entrato in vigore a sei anni dalla sua adozione (1996). Era stata ventilata
la proposta di una entrata in vigore provvisoria del trattato quando fosse stato
ratificato da un certo numero di stati; a quel punto avrebbe iniziato a funzionare
il sistema internazionale di controllo dei test nucleari33.
Ritengo che questa proposta andrebbe presa in seria considerazione per impedire
ulteriori rallentamenti in direzione del disarmo nucleare.
Disarmo in “buona fede”
Una questione essenziale per garantire la non proliferazione degli armamenti
nucleari è il controllo dei missili balistici, in previsione della Conferenza
di revisione del Npt che si terrà nel 2005. Propongo che venga attribuito
un valore vincolante dal punto di vista legale al Codice internazionale di condotta
contro i missili balistici (Icoc) adottato nel novembre 2002.
Allo stesso tempo, per rafforzare l’impalcatura formale della non proliferazione
delle armi nucleari, auspico tassativamente che gli stati nucleari prendano
iniziative concrete in direzione della riduzione e dell’eliminazione di
tali armamenti. Sarebbe un’espressione di quell’autocontrollo che
definivo in precedenza come l’essenza primaria di un comportamento civile.
Inoltre per il sessantesimo anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima
e Nagasaki, che cadrà nel 2005, propongo che venga dedicata alla causa
dell’abolizione nucleare una sessione speciale dell’assemblea generale
dell’Onu, con la partecipazione dei vari capi di stato.
A partire dalla terza sessione speciale delle Nazioni Unite sul disarmo non
vi sono state altre occasioni per discutere seriamente a livello globale il
problema dell’abolizione delle armi nucleari. Nel maggio dello scorso
anno è stato concordato di sostituire il trattato ABM con il cosiddetto
Trattato di Mosca per la riduzione strategico-offensiva fra Usa e Russia. Quest’accordo
bilaterale è attualmente l’unica convenzione internazionale per
il disarmo; non esistono altri trattati più ampi e multilaterali che
promuovano una fattiva riduzione degli arsenali nucleari a livello mondiale.
Indubbiamente è tempo di esercitare sforzi concreti e assidui per realizzare
in questo nuovo secolo un mondo senza armi nucleari. Dobbiamo affrontare direttamente
tale problema, dal quale dipende il destino dell’umanità.
Da tempo chiedo che sia adottato un trattato per la totale messa al bando di
tutti gli armamenti nucleari. Come primo passo in questa direzione vorrei invitare
gli stati nuclearizzati a utilizzare la sessione speciale di cui ho parlato
per fare progressi nella negoziazione di un trattato di disarmo nucleare. Sarebbe
un modo di adempiere all’«impegno inequivocabile da parte degli
stati detentori di armi nucleari a portare a termine la totale eliminazione
dei loro arsenali in direzione del disarmo nucleare»34,
assunto nel documento conclusivo della Conferenza di revisione del Npt
2000.
Inoltre suggerirei a questa sessione speciale di istituire una nuova agenzia
dell’Onu preposta a garantire una stretta ed efficace applicazione delle
promesse di disarmo nucleare formulate già nell’articolo VI del
Npt del 1968: «Ognuno dei firmatari del Trattato si impegna a intraprendere
negoziati in buona fede per stabilire misure valide che portino quanto prima
alla cessazione della corsa agli armamenti atomici e al disarmo nucleare e per
un trattato di disarmo generale e completo sotto uno stretto ed efficace controllo
internazionale».
L’istituto Toda per la pace globale e la ricerca politica è un
organismo che si ispira all’impegno per la pace di Josei Toda (1900-1958),
secondo presidente della Soka Gakkai, che definì le armi nucleari un
male assoluto che minaccia il diritto alla vita di tutta l’umanità.
Durante la fase preparatoria della Conferenza di revisione del Npt 2005, l’istituto
Toda sarà impegnato in un progetto di ricerca per sostenere il disarmo
nucleare e l’abolizione delle armi atomiche, in collaborazione con altri
istituti di ricerca di varie parti del mondo.
Gli obiettivi di sviluppo del millennio
Per garantire sicurezza a tutta l’umanità occorre in secondo luogo
affrontare i problemi della povertà e della fame, vergognosi attentati
alla dignità umana.
Secondo un rapporto del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp),
il numero di persone che nel mondo sono costrette a sopravvivere con meno di
due dollari al giorno ammonta attualmente a 2,8 miliardi, e di queste, 1,2 miliardi
può contare su meno di un dollaro al giorno. Il numero di persone che
soffrono di malnutrizione si ritiene che superi gli 800 milioni35.
La comunità internazionale ha l’obbligo di prendere decise misure
per rimediare a questa situazione intollerabile.
Nella Dichiarazione delle Nazioni Unite per il millennio, adottata tre anni
fa, i leader mondiali avevano promesso di agire in questo senso: «Non
risparmieremo gli sforzi per liberare i nostri simili, uomini, donne e bambini
dalla condizione abietta e disumana della povertà estrema».
Il Progetto delle Nazioni Unite per il millennio contiene numerosi obiettivi
da realizzare entro il 2015. Si tratta di otto scopi fondamentali divisi in
diciotto obiettivi concreti particolari, fra cui dimezzare sia la percentuale
di popolazione costretta a vivere con meno di un dollaro al giorno sia quella
afflitta dalla fame. Questi scopi sono il risultato delle varie conferenze internazionali
tenute negli anni ‘90 e del Summit delle Nazioni Unite per il millennio
del 2000. Complessivamente vengono chiamati obiettivi di sviluppo del millennio.
Il raggiungimento di tali obiettivi ha bisogno della cooperazione di tutti i
paesi, che rappresenterà anche un potente simbolo dell’unità
della comunità internazionale.
Ma se continuiamo con il ritmo attuale, trentatré paesi che complessivamente
rappresentano più di un quarto della popolazione mondiale non saranno
in grado di realizzare nemmeno metà degli scopi prefissati. Le conclusioni
di un rapporto dell’Undp parlano chiaro: «Se
non ci sarà una svolta sostanziale, c’è la possibilità
reale che fra una generazione i leader mondiali siano costretti a stabilire
nuovamente gli stessi obiettivi»36.
Nella mia Proposta di pace di tre anni fa chiesi l’attuazione di un programma
equivalente a un Piano Marshall globale. Il Piano Marshall originale, istituito
dopo la seconda guerra mondiale, fu un esempio di come i vincitori possano esercitare
concretamente il potere dell’autocontrollo. Ora occorre che questo stesso
atteggiamento venga adottato su scala globale.
Una risposta solidale
In tal senso accolgo favorevolmente la decisone del Summit mondiale sullo
sviluppo sostenibile (WSSD) dello scorso anno di creare un Fondo di solidarietà
mondiale.37 Quest’idea è stata inclusa
nel piano operativo del Wssd, il Documento di adempimento
globale, ed è stata ufficialmente approvata dall’assemblea generale
dell’Onu nel dicembre 2002. Sarà il
primo fondo con l’obiettivo specifico di sradicare la povertà e
promuovere lo sviluppo sociale e umano. Come nel caso del Credito per l’ambiente
globale (Gef), creato dopo il Summit della terra
di Rio del 1992, è significativo che l’istituzione di questo fondo
sia il risultato di un summit globale.
L’Onu sta per pubblicare un rapporto annuale del segretario generale sui
passi compiuti in direzione del raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del
millennio. Vorrei proporre che da qui al 2015 si tengano con frequenza regolare
– ad esempio ogni due anni – dei vertici mondiali per informare
dettagliatamente i capi di stato del contenuto di questi rapporti, e per rafforzare
la cooperazione internazionale attorno a questi obiettivi. I leader mondiali
potrebbero così creare – prima dell’inizio dell’assemblea
generale dell’Onu – un forum dove discutere specificamente della
pace e del benessere dell’umanità nel XXI secolo. Mi sembra un
progetto lungimirante e promettente. Questi vertici non dovrebbero essere tenuti
soltanto nella sede delle Nazioni Unite a New York, ma anche e soprattutto in
quelle parti del mondo più pesantemente afflitte dalla povertà
e dalla carestia.
Per rafforzare tali strutture di cooperazione internazionale è essenziale
un vasto e ben radicato sostegno e coinvolgimento della popolazione mondiale.
Allo scopo di condividere con ogni persona questi obiettivi di sviluppo e per
promuovere la collaborazione di enti e organizzazioni per la loro realizzazione,
l’Onu ha dato l’avvio alla Campagna del
millennio. La Sgi appoggia pienamente gli obiettivi di questa iniziativa, e
si impegnerà pienamente per diffondere tale consapevolezza a livello
di base, attraverso mostre e seminari su vari temi. Siamo anche decisi a contribuire
alla creazione di una rete mondiale di accademici e ricercatori specialmente
attraverso l’attività del Centro di ricerca di Boston per il XXI
secolo (Brc) che lo scorso anno ha pubblicato il
libro Rovesciare l’avidità: prospettive religiose per l’economia
globale38, in cui si esplorano le prospettive
di una giustizia economica globale.
Una delle questioni più pressanti da affrontare, oltre alla povertà
e alla fame, è quella delle risorse idriche. Attualmente il quaranta
per cento della popolazione mondiale soffre di penuria d’acqua e 1,1 miliardi
di persone non ha accesso a fonti di acqua potabile. Circa 2,5 miliardi di persone
mancano di servizi igienici di base. Si valuta che ogni anno muoiono più
di 5 milioni di persone per malattie legate al problema dell’acqua, dieci
volte di più di quelle che in media muoiono ogni anno a causa delle guerre.
Il segretario generale dell’Onu Kofi Annan
ha dichiarato: «Nelle regioni in via di sviluppo nessun’altra misura
farebbe di più per ridurre le malattie e salvare vite umane che portare
acqua potabile e servizi sanitari a tutti».39
È davvero un compito urgente.
L’Onu ha battezzato il 2003 Anno internazionale dell’acqua dolce.
In marzo si terrà in Giappone il terzo Forum mondiale sull’acqua,
e credo che il nostro paese, come nazione ospitante, dovrebbe svolgere un ruolo
attivo specialmente nel fornire un supporto tecnologico e personale qualificato.
Il problema globale dell’acqua è stato uno dei temi principali
del Wssd dello scorso anno, nel corso del quale il
Giappone e gli Stati Uniti hanno annunciato un’iniziativa comune dal titolo
“Acqua pulita per la gente”. In passato il Giappone si è
impegnato attivamente in questo campo, contribuendo a garantire l’accesso
da parte di più di quaranta milioni di persone in tutto il mondo ad acqua
potabile e servizi igienici. Spero che il Giappone dia prova, forte di questa
esperienza, di leadership significativa nel campo delle risorse idriche.
Educazione per tutti
Insieme al disarmo e allo sviluppo, la terza sfida per la sicurezza umana è
la creazione di una società globale in cui l’educazione sia accessibile
a tutti. L’educazione non soltanto ci permette di condurre vite realizzate
ma è anche l’ossatura di base di qualsiasi tentativo di costruire
una cultura di pace. In conflitti impenetrabili e plurigenerazionali come quello
tra Israele e Palestina, l’unica concreta speranza di soluzione risiede
in un sostenuto programma di educazione dei giovani.
Alla Conferenza mondiale sull’educazione per tutti, tenutasi in Tailandia
nel 1990, fu deciso che fornire un’educazione di base a tutti era un obiettivo
primario per la società internazionale. Purtroppo, nonostante i progressi
ottenuti da allora per quanto riguarda l’aumento della percentuale di
bambini iscritti alla scuola elementare, a tutt’oggi più di cento
milioni di bambini non hanno accesso all’educazione primaria e quasi un
miliardo di adulti – due terzi dei quali sono donne – è analfabeta.
Questi problemi sono stati messi in evidenza nella sessione speciale dell’assemblea
generale delle Nazioni Unite sui bambini del maggio 2002 e al Summit dei G8
dello scorso giugno. In queste riunioni sono stati energicamente ribaditi gli
obiettivi di garantire un’educazione di base universale e un’educazione
paritaria per le bambine.
Per promuovere questi obiettivi l’Unesco sta coordinando una campagna
dal titolo “Educazione per tutti” e quest’anno inizia il Decennio
delle Nazioni Unite per l’alfabetizzazione (2003-2012).
L’obiettivo di “Educazione per tutti” si accorda con il progetto
pedagogico di un’educazione creatrice di valore ideato da Tsunesaburo
Makiguchi, primo presidente della Soka Gakkai, che dedicò la vita a far
sì che gli individui e la società potessero trarre reale beneficio
dall’educazione. Come ho più volte ribadito nelle scorse Proposte
di pace, in Jinsei chirigaku (Geografia della vita umana) Makiguchi
esortava la comunità internazionale alla “competizione umanitaria”,
il cui scopo è la coltivazione di uno spirito di cittadinanza globale
e di impegno per la mutua felicità e il beneficio proprio e degli altri40.
Allo stesso tempo, Makiguchi stesso fu tra i pionieri che cercarono di allargare
la portata dell’educazione umanistica in Giappone, con iniziative relative
all’educazione delle donne e all’educazione permanente. Negli anni
turbolenti della guerra russo-giapponese (1904-05) istituì corsi per
corrispondenza per le donne e in numerose occasioni propose un sistema educativo
part-time in cui gli studenti avrebbero dedicato mezza giornata agli studi teorici
e l’altra metà a un’esperienza concreta sul posto di lavoro,
sottolineando l’importanza di costruire una società basata sull’apprendimento
permanente.41
Il secondo presidente Josei Toda, anche lui educatore, continuò ad occuparsi
dell’apprendimento a distanza e io, seguendo l’intento dei miei
due grandi predecessori, ho previsto un programma di studio a distanza sin dai
primi stadi di progettazione dell’Università Soka. La Divisione
di educazione per corrispondenza dell’Università Soka è
nata nel 1976 e adesso ha un numero di iscrizioni fra i più elevati del
Giappone e la più alta percentuale di diplomati.
Proseguendo la tradizione stabilita fin dall’epoca di Makiguchi, la Sgi
ha continuato a impegnarsi fattivamente per promuovere l’educazione di
base. Per fare qualche esempio di questa nostra attività a livello mondiale,
i membri della Divisione giovani in Giappone hanno sostenuto regolarmente le
campagne di alfabetizzazione dell’Unesco in vari paesi del mondo, e dal
1987 i volontari della Divisione educatori della Sgi-Brasile mettono a disposizione
corsi di alfabetizzazione per un’ampia fascia di età; la loro iniziativa
è ufficialmente riconosciuta dal Ministero dell’educazione brasiliano.
Il potere di ogni individuo
Accanto all’alfabetizzazione, che mira ad aumentare le capacità
fondamentali di leggere e scrivere, negli ultimi anni è cresciuta la
consapevolezza del bisogno di una nuova forma di educazione umanistica, che
incoraggi la coesistenza creativa con l’ambiente naturale e promuova una
cultura di pace.
Sulla base di questa consapevolezza la Sgi ha proposto
– nella fase preparatoria del Wssd– l’istituzione
di un Decennio di educazione per lo sviluppo sostenibile. Questa proposta, che
mira a promuovere un’educazione per la costruzione di una società
globale sostenibile, è stata inclusa anche nel piano operativo del Summit.
Nel dicembre 2002 l’assemblea generale dell’Onu
ha adottato una risoluzione formale che istituisce tale decennio a partire dal
2005.
L’educazione ambientale, come l’educazione alla pace e ai diritti
umani, deve essere il fulcro di una nuova concezione di educazione umanistica.
Promuovendo un’educazione che offra strumenti concreti alle persone per
ricercare attivamente la felicità e un futuro migliore possiamo gettare
le fondamenta di una nuova epoca di speranza nel XXI secolo.
Da molti anni la Sgi è impegnata in iniziative per stimolare la consapevolezza
riguardo alle questioni ambientali. Per esempio al Summit della Terra del 1992
fu inaugurata una mostra sull’ambiente che poi ha girato tutto il mondo.
Siamo decisi a continuare a promuovere l’educazione ambientale su scala
globale e siamo determinati a garantire il successo di questi decenni per l’alfabetizzazione
e l’educazione alla sostenibilità dando il nostro massimo appoggio,
in collaborazione con le agenzie competenti delle Nazioni Unite e le altre Ong.
Credo che la Carta della terra, compilata grazie agli sforzi del Consiglio della
terra (Earth Council) e alla quale abbiamo dato un notevole sostegno, debba
essere un pilastro dell’educazione ambientale. Nella Carta della Terra
si legge: «Come mai prima nella storia, il destino comune ci invita a
ricercare un nuovo inizio. Tale rinnovamento è la promessa di questi
principi della Carta della terra. Ciò richiede una cambiamento nel modo
di pensare e di sentire, un nuovo senso di interdipendenza globale e di responsabilità
universale».
La cosa essenziale per trovare soluzioni ai problemi ambientali e alla miriade
di altri problemi che ci stanno di fronte, è che ogni individuo sviluppi
questo senso di responsabilità e di impegno attivo.
Nel 2002 la Sgi ha collaborato con il Consiglio della
terra alla produzione del documentario Una rivoluzione tranquilla che
illustra come, in diverse parti del mondo, gruppi di persone abbiano agito per
affrontare problemi ambientali: gli abitanti del villaggio di Nimi in India,
alle prese con una cronica scarsità d’acqua; le iniziative per
affrontare l’inquinamento del lago di Zemplinska Sirava in Slovacchia
e per combattere la desertificazione in Kenya. Sono dimostrazioni evidenti del
fatto che ogni individuo ha la capacità di fare la differenza.
In ogni epoca sono le persone dotate di convinzioni incrollabili, di coraggio
e passione che hanno trasformato ciò che sembrava apparentemente impossibile,
mettendo in moto le forze di un cambiamento storico.
Ma oggi la società è pervasa da un senso di impotenza e di disperazione.
«Come posso sperare di ottenere qualcosa io, un singolo individuo?».
«Qualsiasi cosa faccia, non cambierà niente…». Il dubbio
ci divora il cuore. Anche il più coraggioso perde le speranze di fronte
alla realtà, e il mondo si richiude su di noi. Questo è sicuramente
il male fondamentale della nostra epoca.
Uno dei temi centrali del dialogo che ho avuto con David Krieger, presidente
della Fondazione per la pace nell’era nucleare, è stato l’empowerment
del singolo individuo. Egli suggeriva di ispirarsi alla teoria della relatività
di Einstein per formulare un nuovo teorema di pace: così come la scienza
ha rivelato l’enorme quantità di energia contenuta perfino in una
singola particella di materia, adesso dobbiamo risvegliarci al fatto che la
determinazione interiore racchiusa in ogni vita individuale in ogni istante
ha il potere di cambiare il mondo.42
Sono convinto che il movimento della rivoluzione umana portato avanti dai membri
della Sgi sia una dimostrazione di questo teorema.
Non possiamo rimanere passivi di fonte a queste gravi realtà. Invece
dovremmo aprirci al potere illimitato, all’inarrestabile cambiamento dinamico
che si crea quando le persone si risvegliano, si uniscono e agiscono insieme.
Solo dimostrando questa verità l’umanità del XXI secolo
può realizzare la sua missione.
NOTE:
1) A. Toynbee-D.Ikeda,
L’uomo deve scegliere, Milano, Bompiani,
1988, p. 324.
2) Ibidem
3) Masakazu Yamazaki,
Kotoba-Aihiman o toraeta otoko, [
Parole: L’uomo
che catturò Eichmann]. Chuokoron, agosto 2002, p. 337.
4) Ernest Hemingway,
The Old Man and the Sea. London: Camelot, 1957, p.96.
5) Joseph S. Nye, Jr.
The Paradox of American Power: Why the World's Only
Superpower Can't Go It Alone. New York: Oxford UP, 2002, p. 9.
6) Ibidem, p. 12
7) José Ortega y Gasset,
The Revolt of the Masses, New York: Norton,
1957, p. 75.
8) Joseph E. Stiglitz,
Globalization and Its Discontents. New York: Norton,
2002, p. 24.
9)
Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 177.
10) John Kenneth Galbraith,
Nihon no saisekkei [
Redesigning Japan].
Nihon Keizai Shinbun 3 Jan. 2003, p.27.
11) Blaise Pascal.
Pensées. Trad. W. F. Trotter. Chicago: Encyclopedia
Britannica, 1952, p. 233-34.
12) Ibidem, p. 171.
13)
Gosho Zenshu, p. 563.
14) Ibidem, p. 567.
15) José Ortega y Gasset,
Meditation on Quixote, trad. Evelyn Rugg
e Diego Marín, New York: W.W. Nortno & Company, 1961, p. 45.
16) D. H Lawrence,
Apocalypse, London: Heinemann, 1931, p. 104.
17) Tsunesaburo Makiguchi,
Jinsei chirigaku [
The Geography of Human
Life] in Makiguchi Tsunesaburo zenshu [Opere complete di Tsunesaburo Makiguchi].
Vol. 1, p. 21. Tokyo: Daisan Bunmeisha, 1983.
18) Joseph E. Stiglitz,
Globalization and Its Discontents, p. 216.
19) Robert B.Reich,
The Future of Success. New York: Knopf, 2001, p. 4.
20) Alexis de Tocqueville,
Democracy in America. Vol. 2. 1839. Trad. Henry
Reeve. Rev. Francis Bowen. Ed. Phillips Bradley. New York: Vintage, 1990, p.188..
21)
Undp. Human Development Report 2002: Deepening Democracy in a Fragmented
World. New York: Oxford UP, 2002, p. 19.
22) William James,
Essays in Religion and Morality. Cambridge: Harvard
UP, 1982, p. 171.
23) Michelet Jules,
The Bible of Humanity, trad. Vincenzo Calfa. New York:
J. W. Bouton, 1877, p. 8.
24) Josè Ortega y Gasset,
Meditations, p. 41.
25) Eleonor Roosevelt "In Your Hands: A Guide for Community Action for the
Tenth Anniversary of the Universal Declaration of Human Rights." United
Nations, New York. 27 Mar. 1958. Universal Declaration of Human Rights Anniversary.
19 Feb. 2003 <
http://www.udhr.org/history/inyour.htm>.
26) Hazel Henderson e Daisaku Ikeda. Chikyu taidan: Kagayaku josei no seiki e
[A Global Dialogue: For a Brilliant Century of Women]. Tokyo: Shufunotomosha,
2003, p.254-255, citato in
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27) Wolfensohn, James D. "Hinkon towa arayuru kikai to songen ga ubawarerukoto"
[Poverty Robs People of Opportunity and Dignity]. Sekai Jan. 2002, p.278.
28) Further Actions and Initiatives to Implement the Beijing Declaration and
Platform for Action. Resolution adopted by the General Assembly. A/RES/S-23/3.
New York: United Nations, 16 Nov. 2000.
29) "Secretary-General, In Address to 'Women 2000' Special Session, Says
Future of Planet Depends upon Women." Press Release. SG/SM/7430 WOM/1203.
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30) Kinhide Mushakoji,trad e a c; di. "Ningen anzen hosho nitsuiteno kokaishokan"
[Open Letter on Human Security]. Sekai May 2002: p.187-98
31) “Doomsday Clock' Moves Two Minutes Closer to Midnight”. Bulletin
of the Atomic Scientists. 27 Feb. 2002. 20 Jan. 2003 <
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32) Preparatory Committee for the 2005 Review Conference of the Parties to the
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Npt/CONF.2005/PC.I/21. New
York, 8-19 Apr. 2002.
33) Yuji.Miyamoto "Beikoku no 'ikkokushugi' to Nihon no kakugunshuku seisaku"
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34) United Nations. 2000 Review Conference of the Parties to the Treaty on the
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35)
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38) Paul F. Knitter e Chandra Muzaffar, Subverting Greed: Religious Perspectives
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39) Kofi Annan, We the Peoples: The Role of the United Nations in the 21st Century.
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40) Tsunesaburo Makiguchi,
Jinsei chirigaku [
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Life], vol. 2 pp. 398-401.
41) Soka kyoikugaku taikei [The System of Value-Creating Pedagogy]. Makiguchi
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42) David Krieger e Daisaku Ikeda. Kibo no sentaku [Choose Hope]. Tokyo: Kawadoshoboshinsha,
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