Trasformazione interiore: il movimento profondo che crea un'onda globale di pace
Nel celebrare il ventinovesimo anniversario della fondazione della Soka
Gakkai Internazionale (Sgi), vorrei cogliere l’opportunità per
suggerire alcuni punti di vista e avanzare alcune proposte che potrebbero
favorire la ricerca della pace mondiale.
Negli anni iniziali del XXI secolo
la comunità internazionale è stata
sconvolta dall’emergere di nuove minacce e dal conseguente dibattito
sul modo migliore di rispondere a esse, che è stato fonte di ulteriori
divisioni. Sin dall’attacco terroristico agli Stati Uniti dell’11
settembre 2001, abbiamo assistito al continuo verificarsi di una violenza
indiscriminata che ha devastato la vita di un gran numero di cittadini in
tutto il mondo. Contemporaneamente cresce l’ansia per la proliferazione
delle armi di distruzione di massa, nucleari, chimiche o di altro genere.
L’anno
scorso una delle principali questioni al centro del dibattito e delle preoccupazioni
della comunità internazionale è stata
quella delle ispezioni volte a determinare se e in quale misura l’Iraq
possedesse armi di distruzione di massa. In marzo, con l’opinione mondiale
divisa sui torti e le ragioni dell’uso della forza contro l’Iraq,
il cui governo aveva mancato per dodici anni di attuare le numerose risoluzioni
del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti e il Regno
Unito hanno deciso di lanciare un’offensiva militare. La schiacciante
superiorità delle forze di coalizione ha causato il crollo del regime
di Saddam Hussein dopo soli ventuno giorni di guerra formale. Da allora,
tuttavia, le forze statunitensi e le altre forze di coalizione che occupano
e amministrano l’Iraq sono state sotto costante attacco, insieme agli
uffici delle Nazioni Unite. Ciò ha fatto sorgere dubbi sulle prospettive
della ricostruzione dell’Iraq e sulla possibilità di portare stabilità nel
Medio Oriente.
Un analogo stato di disordine è evidente in Afghanistan,
che è stato
il teatro di un’azione militare mirata a estirpare l’organizzazione
terroristica di Al Qaeda. Benché nel gennaio di quest’anno sia
stata finalmente adottata una costituzione, continuano gli attacchi da parte
di quelli che sono considerati i resti del regime talebano, e permane il
pericolo che la sicurezza in quel territorio si deteriori ulteriormente.
La
comunità internazionale non può e non deve chiudere gli
occhi davanti a queste nuove minacce. Sebbene sia necessario mostrare fermezza,
i recenti eventi rendono anche evidente che contare esclusivamente sulla
forza militare non permette di risolvere il problema alla radice.
In aggiunta
alle sfide della ricostruzione dell’Iraq e dell’Afghanistan,
la questione della pace tra israeliani e palestinesi rimane una delle principali
preoccupazioni, insieme ai timori per il programma di sviluppo delle armi
nucleari della Corea del Nord. Il futuro di tutte queste situazioni è immerso
nell’incertezza.
Parallelamente alla concreta minaccia della guerra e
del conflitto, dobbiamo prendere in esame la questione altrettanto critica
dell’impatto che questo
stato di cose sta avendo sul cuore e sulla mente della gente di tutto il
mondo. L’evidente fallimento dell’azione militare nell’aprire
una chiara prospettiva di pace ha generato in moltissime persone un opprimente
senso di impotenza e di terrore.
Talvolta può essere possibile superare
un’impasse tramite l’uso
della forza militare o di altre forme di “potere duro”. Nel migliore
dei casi, però, l’uso della forza riesce solo a influire sui sintomi
del conflitto; ma nella misura in cui pianta i semi di ulteriore odio nelle
regioni già dilaniate dal conflitto, contribuisce ad acuire e a radicare
gli antagonismi. La preoccupazione per questa disastrosa eventualità,
che si sta verificando in molte parti del pianeta, è condivisa da molte
persone di coscienza. È per questa ragione che nelle mie ultime due
Proposte ho sottolineato la necessità che coloro che possiedono e brandiscono
gli strumenti del “potere duro” sviluppino la capacità di
autocontrollo e autoregolamentazione. Ciò è necessario se vogliamo
che l’esercizio di tale potere determini un risultato diverso dall’acutizzarsi
dei cicli dell’odio e della vendetta. Allo stesso tempo, ho sollecitato
una risposta congiunta della comunità internazionale che sia centrata
sull’uso del “potere morbido”.
Nessuno sforzo conquisterà senza
riserve il sostegno della gente, né riuscirà a produrre una
stabilità e
una pace durature, senza uno spirito di autocontrollo basato sulla viva
coscienza dell’umanità degli
altri, coscienza che io ritengo essere l’essenza stessa della civiltà.
Le
fratture sorte all’interno della comunità internazionale
sulla legittimità dell’azione militare contro l’Iraq devono
ancora essere sanate. È vitale che tutte le parti riflettano sui propri
errori del recente passato e rinnovino il proprio impegno a un dialogo costruttivo.
Tutti devono unirsi nella ricerca di quel genere di approccio che non costituisca
solo un trattamento sintomatico ma sia una vera e propria cura della malattia.
Cosa
deve essere fatto per prevenire il rischio – intrinseco all’essenziale
asimmetria di una “guerra” contro il terrorismo – che tale
conflitto si trasformi in una palude mortale? Dal momento che è irrealistico
aspettarsi l’autoregolamentazione da parte dei terroristi, coloro che
vi si oppongono devono dare la priorità all’esercizio dell’autocontrollo,
una qualità che nasce dallo sforzo di prendere in considerazione e cercare
di comprendere la posizione dell’“altro”. Questo sforzo deve
avere la precedenza sull’uso del potere duro. Egualmente essenziali sono
il coraggio e la lungimiranza di affrontare la povertà e l’ingiustizia,
condizioni di fondo che favoriscono il terrorismo.
Solo in questo modo possiamo
offrire una vera dimostrazione di civiltà.
Quel che serve non è limitarsi a ripetere i principi universali – sostenendo,
ad esempio, che la libertà e la democrazia sono i frutti della civiltà.
Le nostre parole devono essere basate sullo spirito di autocontrollo, sulla
volontà di imparare dall’esempio degli altri e di regolare di
conseguenza il nostro comportamento. Esse devono incarnare quel genere di “potere
morbido” che può persuadere, “cooptare piuttosto che costringere”,
per dirla con Joseph Nye (The Paradox of American Power: Why the World’s
Only Superpower Can’t Go It Alone, New York: Oxford UP, 2002, p.
9). E a meno che non siano messe in pratica in modo tale da poter essere
rapidamente apprezzate dai cittadini del mondo, le più nobili espressioni
di questi ideali resteranno prive di contenuto, mera e vuota retorica. Non
posso fare a meno di preoccuparmi per questo.
A questo punto vorrei considerare
il tema della pace da un punto di vista piuttosto differente da quello delle
risposte politiche o addirittura militari (le mie Proposte degli ultimi
due anni hanno tentato di chiarire una posizione di base in questi ambiti).
Specificamente, credo che vi sia nelle persone una sorta di erosione e putrefazione
progressive delle radici della consapevolezza del significato della propria
umanità, cioè del
modo in cui gli individui si definiscono e si relazionano a chi è differente
da loro. In un mondo intrappolato nel circolo vizioso del terrorismo e della
rappresaglia militare, penso che sia vitale recidere le radici corrotte dalle
quali origina il malessere spirituale della nostra era. Solo avendo il coraggio
di farlo potremo tornare a respirare i venti liberatori della speranza.
Questo
tema, ovviamente, è stato parte integrante della storia spirituale
dell’umanità a partire dai grandi maestri come Shakyamuni e Socrate,
le cui filosofie, incentrate sull’indipendenza e sulla conoscenza di
sé, in definitiva dipendono dal dialogo e dall’impegno verso gli
altri. Non è tuttavia mia intenzione esaminare tali argomenti in astratto.
Vorrei piuttosto considerarli in termini concreti e vicini a noi, in riferimento
al cambiamento che è possibile produrre attraverso sottili modifiche
di atteggiamento. Voglio parlare, cioè, dei problemi che hanno di fronte
i giovani e del ruolo dell’educazione.
Libertà e disciplina
Non possiamo impegnarci con gli altri in maniera efficace e produttiva se
manchiamo di tensione interiore, della volontà e della forza spirituale
per guidare e controllare le nostre emozioni. Se non esercitiamo fin da giovani
l’autodisciplina, la libertà degenera in autoindulgenza e in libero
arbitrio
A questo proposito, mi ricordo di un libro che ho letto quand’ero
giovane. Essendo nato nel 1928, la mia giovinezza è stata influenzata
dalla tragedia e dal conseguente caos della sconfitta del Giappone nella
seconda guerra mondiale, che da un giorno all’altro provocò un
completo ribaltamento dei valori stabiliti. I giapponesi si sentirono liberati
dal lungo e oscuro periodo bellico, con tutti gli orrori che esso aveva portato,
e dalla crudele e oppressiva tirannia del governo militare. Parole come libertà e
democrazia, introdotte dall’occupazione alleata, brillavano di una freschezza
e di uno splendore oggi inimmaginabili.
Fu in questo scenario che lessi Libertà e
disciplina (Jiyu
to kiritsu, 1949, Tokyo: Iwanamishoten, 2003) di Kiyoshi Ikeda (1903-1990),
al tempo professore di letteratura inglese all’Università Keio.
Negli anni Venti Kiyoshi Ikeda trascorse otto anni di studio in Inghilterra,
dove frequentò prima una public school e successivamente l’Università di
Cambridge. Studiò poi per altri tre anni in Germania, all’Università di
Heidelberg. Sulla base di queste esperienze arrivò alla conclusione,
così ben descritta nel libro che ho citato, che l’apprezzamento
della libertà, necessario per una sana democrazia, non può essere
raggiunto senza un severo addestramento e uno sviluppo personale proprio
in quegli anni critici della giovinezza che corrispondono, in Inghilterra,
agli anni della public school. Senza sperimentare una tale disciplina,
sosteneva, la libertà degenera in permissività autoindulgente.
Va
notato che il libro del professor Ikeda non affronta le ombre della cultura
politica che diede origine alla democrazia parlamentare (mi riferisco, in
particolare, ai pregiudizi di razza e di classe e allo sfruttamento coloniale).
E tuttavia per le persone della mia generazione, nel Giappone postbellico
teatro di un travolgente rigetto per il militarismo e il fascismo – e
di una lotta quotidiana per la sopravvivenza – le parole libertà e
democrazia splendevano come una stella di speranza, promettendo un futuro
migliore e più brillante.
Perciò mi ricordo di Libertà e disciplina come di un
libro che sembrava contenere l’essenza condensata della democrazia anglosassone.
Il
libro riferisce quest’episodio: «Ebbi l’occasione di
parlare con un uomo di Francoforte che addestrava cani poliziotto. Mi disse
che se un giorno non si sentiva bene o era tormentato da qualche preoccupazione,
rinunciava all’addestramento. In quei casi, infatti, c’era il rischio
che, nel corso della sessione di addestramento, qualcosa lo facesse arrabbiare
sul serio. Durante il processo di addestramento può essere necessario
sgridare un cane. Talvolta può essere persino opportuno infliggere una
punizione corporale. Ma se si cede alla collera anche una sola volta non
sarà più possibile
continuare l’addestramento, perché il cane disprezzerà l’addestratore.
Neanche un cane accetta di venire addestrato da qualcuno per il quale nutre
disprezzo». (ibidem, p. 119)
Colui che viene addestrato è in
un certo senso uno specchio in cui si riflette l’addestratore, ed è quindi
un partner indispensabile. Il professor Ikeda riteneva che un principio analogo
valesse anche nel processo di forgiare e sviluppare il carattere attraverso
l’educazione, spingendosi
ad affermare: «Nei tre anni in cui ho studiato in Germania questa è la
sola e unica cosa che, con le mie limitate capacità, sono stato in grado
di imparare» (ibidem).
Credo che la ragione per cui mi ricordo
così bene quest’episodio – raccontato
in un libro letto moltissimo tempo fa – sia la seguente: per l’addestratore,
il cane poliziotto rappresenta la concreta e innegabile presenza di un “altro” che
non cede facilmente alla sua volontà, ma offre invece resistenza. L’addestratore
aveva imparato che quando il suo autocontrollo era precario, rischiava di
perdere la capacità di rispettare il cane come altro, e il cane avrebbe
a sua volta risposto a questo cedimento col disprezzo.
Questa verità,
che si applica persino all’addestramento di
un cane poliziotto, ovviamente concerne – con sottigliezza e profondità di
significato di gran lunga maggiori – le interazioni tra esseri umani. «Dopo
avere insegnato per quasi vent’anni, trovo di dovere ancora acquisire
la padronanza di questo evidentissimo principio» (ibidem). Le
parole del professor Ikeda vanno interpretate come la franca e onesta confessione
di un eccellente educatore.
L’io richiede l’esistenza dell’altro.
Non possiamo impegnarci con l’altro in maniera efficace e produttiva
se manchiamo di tensione interiore, della volontà e della forza spirituale
per guidare e controllare le nostre emozioni. È riconoscendo ciò che è esterno
e diverso da noi, percependo la resistenza che offre, che siamo ispirati
a esercitare l’autocontrollo che permette alla nostra umanità di
realizzarsi. Perdere di vista l’altro significa perciò compromettere
la piena esperienza dell’io.
L’assenza dell’“altro”
Perdere di vista l’altro significa desensibilizzarsi profondamente
ai sentimenti umani. Proprio questa insensibilità sta dietro all’apatia
e al cinismo prevalenti nella società contemporanea. Inoltre, c’è una
profonda continuità tra il malessere che infetta i cuori di tanti giovani
e il freddo disimpegno della moderna guerra ad alta tecnologia
Osservando le condizioni in cui vivono i giovani in Giappone, più di
mezzo secolo dopo che il professor Ikeda scrisse Libertà e disciplina,
ci si chiede fino a che misura il suo invito a una salutare tensione nell’educazione
sia stata realizzata (e qui sto usando il termine educazione nel suo senso
più ampio, non limitato all’ambito strettamente didattico, come
la scuola, ma riferito anche alla famiglia e alla società nel suo complesso).
In
anni recenti, il comportamento di certi giovani è parso completamente
avulso dalle normali regole del “senso comune” ed è diventato
motivo di costernazione. Ma l’agire di questi giovani dovrebbe essere
visto come un sintomo dell’erosione della funzione educativa della società e
della diffusa perdita della tensione spirituale che nasce dal concreto incontro
tra l’io e l’altro.
Credo che il comportamento autodistruttivo
dei giovani vada interpretato come un terribile allarme per la salute complessiva
della società. La
loro maggiore sensibilità li rende più vulnerabili alle tossine
della vita moderna, e li assimila ai canarini che vengono portati tradizionalmente
nelle miniere di carbone per segnalare col loro malessere la presenza di
gas velenosi.
Una volta è stato detto che le due immagini che meglio
definivano il Giappone postbellico erano i bambini eccessivamente viziati
dai genitori e i siti di bellezza naturale deturpati dai rifiuti. Questa
sardonica osservazione coglie le fiacche condizioni spirituali che hanno
prevalso nella democrazia giapponese postbellica, dove le persone evitano
la difficoltà di
impegnarsi apertamente nei confronti sia del mondo naturale sia degli altri
esseri umani. Come illustra Libertà e disciplina, il carattere
può essere
forgiato solo all’interno del contesto della tensione interiore suscitata
dall’incontro tra l’io e l’altro, e io interpreterei il concetto
di “altro” includendovi anche la natura. Sembra che la crescente
prosperità del Giappone abbia oscurato questa consapevolezza.
Il professor
Nobuo Masataka, dell’Università di Kyoto, ha coniato
il termine “a-casa-ismo” per descrivere i sintomi dell’incapacità di
distinguere tra l’io e l’altro, e per estensione tra lo spazio
pubblico e quello privato [Keitai wo motta saru, (Scimmie col
cellulare), Tokyo: Chuokoronsha, 2003, p. 57]. Questa sindrome,
tristemente comune oggi tra i giovani giapponesi, si manifesta sia come ritiro
nello spazio privato che come spudorata sfacciataggine in pubblico. Se ci
si accontenta di comportarsi sempre e in tutti i luoghi come se si fosse “a
casa”, ci sono poche opportunità di imparare quel minimo di buona
educazione e quel senso civico che danno concreta forma all’autocontrollo.
L’autocontrollo è qualcosa che può essere raggiunto solo
attraverso un intenso sforzo della volontà.
Una società piatta
e anonima in cui non incontriamo alcuna reale resistenza, in cui la presenza
dell’altro non suscita alcuna distinta
reazione, è una società che, per quanto possa apparire libera,
in realtà non lo è affatto. C’è qualcosa di soffocante
e claustrofobico in una società di tal genere dove, per dirla con le
parole dello scrittore e paroliere Yu Aku, «qualsiasi cosa abbiamo e
per quanto liberi siamo di fare ciò che vogliamo, ciò con cui
restiamo equivale a zero» (ibidem, p. 11). Il senso di frustrazione
che è costantemente in agguato dietro la nostra apparente ricchezza
e libertà segnala la trappola spirituale della quale la gente sta finalmente
cominciando a prendere coscienza.
Un giornalista di mia conoscenza ha notato
con una certa sorpresa che la popolare guida annuale ai nuovi termini e concetti
in uso nella società giapponese, Imidas, è uscita
quest’anno con un volume allegato dal titolo Cosa fare nelle diverse
situazioni: cinquantacinque lezioni di buone maniere per il mondo di oggi.
Questo volume fornisce istruzioni dettagliate per il comportamento quotidiano:
dal più basilare galateo che va osservato a tavola all’etichetta
appropriata ai matrimoni, ai funerali e alle altre occasioni cerimoniali.
Quel giornalista ha trovato sintomatico dei bisogni dell’epoca che un
intero volume dovesse essere dedicato a simili questioni. Appena pochi decenni
fa, la maggior parte delle conoscenze offerte da questo libro sarebbe stata
assorbita naturalmente tramite le proprie interazioni con la famiglia e con
la comunità locale.
Sono pienamente d’accordo che sia davvero indicativo dello stato della
società che essa abbia bisogno di venire spiegata così dettagliatamente
in un libro.
La ragione per cui sto prendendo in esame i costumi sociali
giapponesi è questa:
credo fermamente che le contraddizioni e le patologie che possiamo osservare
in Giappone condividano profonde radici con la più ampia patologia della
civiltà contemporanea – le reazioni a catena della violenza che
non mostrano alcun segno di diminuzione. Sia sul micro che sul macrolivello,
perdere di vista l’altro significa desensibilizzarsi profondamente ai
sentimenti umani, ed è questa insensibilità che sta dietro l’apatia
e il cinismo prevalenti nella società contemporanea.
Come ho cercato
di evidenziare nella mia Proposta di due anni fa,
c’è una profonda continuità tra il malessere che infetta
i cuori di così tanti giovani e il freddo disimpegno della moderna guerra
ad alta tecnologia. In particolare, sono preoccupato dall’impatto paralizzante
di un genere di conflitto in cui una parte non subisce praticamente alcuna
perdita mentre l’altra è devastata in una misura non quantificata
ma chiaramente enorme.
L’esperimento degli Stati Uniti di portare libertà e
democrazia all’Iraq è messo severamente alla prova dalla violenza
e da continue spaccature. Bisogna chiedersi quanto onestamente ci si è posti
la domanda di quale significato possa avere un appello ai “principi universali” dell’occidente
per persone la cui etica e i cui valori scaturiscono da una diversissima
serie di principi religiosi, in questo caso l’Islam. Detto in altre parole,
c’è stato un pieno e rispettoso riconoscimento del popolo iracheno
come “altro”?
Questa domanda, così vasta nelle sue implicazioni,
può di
fatto essere affrontata nell’immediatezza delle nostre vite quotidiane. È in
questo ambito che possiamo fare il primo fondamentale passo. Per quanto apparentemente
piccolo, questo passo non è una deviazione ma un progresso nella grandiosa
impresa di ridefinire il corso e la direzione della civiltà.
Primi passi immediati
Per costruire la pace mondiale la famiglia è importantissima: una
famiglia che interagisce apertamente con la società produce individui
indipendenti e creativi, capaci di affrontare le difficoltà. Infatti,
nessun problema globale può essere risolto se non a partire dalla realtà immediata:
per questo le azioni intraprese da ognuno per fare il primo passo sono di
importanza cruciale.
Nel marzo dello scorso anno il sottosegretario generale delle Nazioni Unite,
Anwarul K. Chowdhury, è stato il principale relatore alla cerimonia
di conferimento delle lauree della Soka University e del Soka Women’s
College. In quell’occasione paragonò la partenza dei laureati
per le loro carriere alla partenza dell’umanità per l’avventura
della pace mondiale nel XXI secolo.
All’inizio di quest’anno ho
ricevuto dal sottosegretario Chowdhury un messaggio di buon anno in cui sottolineava
l’importanza della famiglia
nella costruzione della pace mondiale. Esprimendo la sua approvazione per
la mia opinione che una famiglia che interagisce apertamente con la società produrrà individui
indipendenti e creativi, capaci di affrontare le difficoltà, Chowdhury
mi ha scritto: «Se le famiglie trasmettono ai bambini, fin dai primi
anni di vita, il messaggio di una cultura di pace e i valori della tolleranza,
della comprensione e del rispetto per la diversità, credo che nei prossimi
decenni il mondo vedrà un concreto miglioramento delle nostre società tormentate
dai conflitti e dalla violenza».
Queste parole assumono un ulteriore
significato alla luce del fatto che sono state scritte da una persona impegnata
a lavorare per la pace dalla prospettiva globale delle Nazioni Unite. Credo
che esse riflettano la consapevolezza di Chowdhury riguardo ai seguenti punti:
sebbene possa essere talvolta necessaria, in situazioni di emergenza, una
risposta col potere duro, deve avere la preminenza l’uso del potere morbido
che tocca l’essenza degli esseri umani;
se non si coltiva la dimensione spirituale, la meta di una pace duratura
resterà lontana; è nella
famiglia, la più piccola e forse la più antica comunità umana,
che questo cruciale lavoro deve essere intrapreso.
In un certo modo, credo
che la medesima consapevolezza sia riflessa nelle parole di Katsushiko Oku,
il diplomatico giapponese ucciso l’anno scorso
in Iraq nell’adempimento delle sue funzioni. In una serie di articoli
intitolati Lettere dall’Iraq, Oku descrive le difficili sfide
che l’Iraq ha di fronte. Ma scrive anche: «C’è speranza;
essa va trovata negli occhi splendenti dei bambini… Quando guardo gli
occhi splendenti dei bambini dell’Iraq, mi sento sicuro che per questo
paese le cose si sistemeranno» [Iraku no yorokobu kodomotachi,
(Gli allegri bambini dell’Iraq), Serie Iraku dayori, (Lettere
dall’Iraq), 15 gennaio 2004].
Nei paesi devastati dal conflitto,
come l’Iraq, la sfiducia e l’odio
che traspaiono dagli occhi di così tanti adulti possono suscitare un
senso di disperazione. Ma anche in questi casi gli occhi splendenti dei bambini
sembrano gettare un raggio di speranza su situazioni che condensano gli aspetti
più ostici della storia umana. È per questa ragione che dobbiamo
concentrarci con rinnovata determinazione sull’educazione nel suo senso
più ampio, cioè su tutti i luoghi e tutte le occasioni in cui
i giovani vengono indirizzati e il loro spirito è stimolato e ravvivato.
Voglio
qui ricordare le parole del mio mentore, il secondo presidente della Soka
Gakkai Josei Toda (1900-1958), che fu spinto dal suo illimitato amore per
i giovani a fare questo appello appassionato: «La nostra lotta esige
che amiamo tutti gli esseri viventi. Tuttavia ci sono tanti giovani che sono
incapaci di amare i loro stessi genitori. Come ci si può aspettare che
si prendano cura di perfetti estranei? Lo sforzo di superare la freddezza
e l’indifferenza nella nostra vita e di conseguire la stessa compassione
del Budda è l’essenza della rivoluzione umana» (Toda
Josei Zenshu, vol. 1, p. 58).
L’amore e la compassione per tutti
gli esseri viventi sono il supremo messaggio del Buddismo. Però la compassione,
che è il cuore dell’amore
universale per l’umanità, resterà un vuoto ideale irrealizzato
a meno che non facciamo quel primo passo immediato, la semplice azione di
amare i nostri genitori. «Se vuoi trovare l’acqua, scava sotto
i tuoi piedi». Come indica questo proverbio, i continui sforzi quotidiani
di fare quell’unico passo, per quanto possano sembrare insignificanti,
in realtà abbracciano tutto.
In questo contesto, il passo è che
il genitore e il figlio, basandosi sull’esistente affetto reciproco,
si riconoscano l’un l’altro
come individui distinti e autonomi e interagiscano schiettamente sulla base
della loro reciproca “alterità”. In questo modo, la loro
interazione diventa l’opportunità per educarsi e forgiarsi a vicenda.
Questo fa della famiglia il punto di partenza da cui compiamo il primo passo
nella comunità e verso il senso civico. Da qua il sentiero conduce a
più ampi valori, come un sano amore per il proprio paese e l’amore
universale per tutta l’umanità.
Oggi in tutto il mondo il senso
spirituale regredisce e si ritrae, quasi in una sorta di melt-down [incidente
che causa lo sprofondamento del materiale radioattivo nel sottosuolo, ndt].
Perciò le questioni
globali della pace devono essere ripensate dalla prospettiva della realtà immediata
della nostra vita. Qualunque tentativo di affrontare i problemi globali senza
prendere pienamente in considerazione la nostra realtà immediata non
costituirà mai una soluzione definitiva. In quest’ottica, credo
fortemente nel valore delle azioni intraprese da ognuno di noi per fare il
primo passo dal punto in cui ci troviamo proprio ora.
Recidere gli artigli dell’impulso demoniaco
Nel 1957 Toda condanna le armi nucleari come un “male assoluto”, che minaccia il diritto di esistere dell’umanità. Egli sottolinea così l’importanza di combattere il male fondamentale che si nasconde nella profondità degli esseri umani, operando una trasformazione dell’impulso distruttivo presente in ognuno. Ma per operare questa trasformazione si deve sviluppare una concreta e vivida consapevolezza dell’esistenza degli altri
Vorrei ora esaminare l’appello del mio mentore Josei Toda per l’abolizione
delle armi nucleari, che egli lanciò nel settembre del 1957 per lasciare
un imperituro messaggio all’umanità. A quel tempo la guerra fredda
si stava intensificando; gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica avevano
intrapreso una corsa ai test atomici nel disperato sforzo di rendere le armi
nucleari sempre più efficaci.
Toda fece la sua dichiarazione appena
sette mesi prima di morire, durante una breve tregua della malattia che lo
avrebbe portato alla morte. Per scrivere il testo della dichiarazione chiamò a
raccolta ogni goccia della sua forza vitale, riversando tutto il suo essere
in quello sforzo. La dichiarazione di Toda condanna le armi nucleari come
un “male
assoluto”, una
minaccia al diritto collettivo di esistere dell’umanità, e affida
ai giovani il compito di impegnarsi per la loro abolizione. «Oggi è sorto
un movimento mondiale che invoca il bando degli esperimenti atomici. È mio
desiderio spingermi oltre. Voglio mettere a nudo e recidere gli artigli nascosti
nelle profondità di queste armi. Voglio dichiarare che chiunque utilizzi
le armi nucleari, a qualunque paese appartenga, che sia tra i vincitori o
tra i vinti, dovrebbe essere condannato a morte. La ragione è che noi,
i cittadini del mondo, abbiamo l’inviolabile diritto di vivere. Chiunque
minacci tale diritto è un demone, un Satana, un mostro» (ibidem, vol.
4, p. 565).
Il riferimento di Toda alla pena di morte intendeva mettere in
evidenza l’inderogabile imperativo per i giovani di impegnarsi in una
lotta spirituale assoluta per l’abolizione di queste armi apocalittiche
e, di fatto, demoniache. Non dovrebbe perciò essere interpretato letteralmente.
Piuttosto, Toda voleva sottolineare l’importanza di combattere ed eliminare
il male fondamentale che si nasconde nella profondità della vita degli
esseri umani. In termini buddisti questo male corrisponde all’impulso
di manipolare e sfruttare gli altri a proprio vantaggio. È quest’impulso
profondamente radicato che permette alle persone di usare, senza apparente
scrupolo, armi che riducono istantaneamente in cenere un enorme numero di
vite.
La dichiarazione di Toda cercava di smascherare la fallacia della teoria
della deterrenza nucleare che veniva utilizzata per giustificare le armi
nucleari come un male necessario. Questo forte ammonimento contro il totale
disprezzo per la vita che giace al fondo di simili teorie mantiene ancora
tutto il suo significato e il suo impatto. Oggi appare particolarmente rilevante
che l’ammonimento
di Toda, andando al di là delle ideologie politiche o militari, si concentri
sulla più fondamentale dimensione della vita interiore dell’umanità.
L’inconsueta
espressione “recidere gli artigli” dimostra
una prospettiva, una perspicacia e una intuizione degne di nota. Essa indica
la trasformazione della nostra vita interiore, dell’impulso distruttivo
esistente in ognuno di noi. Per operare questa trasformazione dobbiamo sviluppare
una concreta e vivida consapevolezza dell’esistenza degli altri e coltivare
l’autocontrollo, la capacità di governare i nostri impulsi e i
nostri desideri, nel contesto di tale consapevolezza. Questo, credo, è il
vero significato dell’affermazione di Toda. In definitiva, ciò a
cui vanno recisi gli artigli non è qualcosa di esterno a noi: la grandiosa
e storica sfida di abolire le armi nucleari comincia con le azioni che intraprendiamo
nell’interiorità della nostra stessa vita.
Dall’inizio della
rivoluzione industriale, la civiltà moderna
ha percorso una strada di progresso febbrile, sostenuto dagli strumenti del
razionalismo scientifico. La forza propulsiva è stata il libero perseguimento
dei desideri, l’illimitata inflazione dell’io superficiale. Nulla
manifesta questo stato di cose più ferocemente delle armi nucleari,
che incarnano la velleità di tenere la vita di tutti gli abitanti della
Terra in ostaggio della volontà di predominio e degli interessi di sicurezza
di determinati paesi. Esse sono il simbolo di una civiltà posta al servizio
del desiderio, nata dalla fusione dello sviluppo tecnologico e degli scopi
militari.
Come si può resistere a tutto ciò e trasformarlo? Credo
che la chiave sia coltivare un’autentica consapevolezza degli altri,
consapevolezza che a sua volta costituisce la base per lo sviluppo di virtù come
la coscienza sociale e il senso civico.
Identità e comunità
Gli esseri umani, gli animali e persino la natura insenziente conservano
il senso della loro separatezza e “alterità”, e allo stesso
tempo sono intimamente connessi e reciprocamente legati all’interno della
struttura di un destino condiviso.
È solo entrando nella comunità e
partecipandovi che gli individui possono raggiungere un solido senso di identità,
situando la loro vita e la loro morte all’interno di un più vasto
insieme che dà loro
significato
Cento anni fa, quando il mondo era alla mercé dell’imperialismo
e del colonialismo, il fondatore e primo presidente della Soka Gakkai, Tsunesaburo
Makiguchi (1871-1944) definì queste forze “egotismo nazionale”.
Dichiarò anche: «Lo stato non esiste separato dall’individuo:
lo scopo dello stato è soddisfare le aspirazioni che formano il contenuto
del cuore degli individui» [Tsunesaburo Makiguchi, Jinsei chirigaku (Geografia
della vita umana), vol. 5, Tokyo: Seikyo Shimbunsha, 1980, p. 27]. Affermò inoltre
che l’obiettivo fondamentale sia degli individui che degli stati deve
essere “la via dell’umanità” o l’umanitarismo,
e questa via può essere percorsa solo compiendo azioni il cui scopo
non è limitato alla propria felicità ma include la felicità degli
altri (ibidem, p. 30).
Nella sua filosofia dell’educazione Makiguchi
espresse una forte ammirazione per il pensatore americano John Dewey (1859-1952),
e in questo contesto le idee di Dewey sulla natura dell’identità sociale
come base per la democrazia sono interessanti. Nel suo libro Comunità e
potere,
Dewey cita la descrizione che W. H. Hudson fa della vita in un paese del
Wiltshire (Inghilterra). «Ogni casa è il centro della vita umana
e della vita di uccelli e animali, e i centri sono in contatto tra loro,
uniti come una schiera di bambini tenuti per mano… Immaginai il caso
del proprietario di una casa a un’estremità del paese al quale,
mentre sta spaccando legna, cade accidentalmente l’accetta affilatissima
su un piede, ferendolo gravemente. La notizia dell’incidente volerebbe
di bocca in bocca fino all’altro capo del paese, a distanza di un miglio;
non solo ogni abitante del villaggio verrebbe informato rapidamente, ma si
formerebbe istantaneamente una vivida immagine mentale del proprio compaesano
nel momento dell’incidente,
con la scintillante e affilatissima accetta che gli cade sul piede e il rosso
fiotto di sangue che sgorga dalla ferita; e contemporaneamente gli sembrerebbe
di essersi ferito egli stesso e il suo organismo risentirebbe dello choc» [The
Public and its Problems, (tit. ed. italiana Comunità e potere,
London: George Allen & Unwin, 1927, pp. 40-41)].
Gli abitanti del paese
non si limitano a recepire la notizia della disgrazia che ha colpito uno
dei loro compaesani, ma la percepiscono e la vivono come un dolore condiviso
e personale. Questa sensibilità e questa consapevolezza
vitale sono il nucleo dell’identità sociale. È un tale
travolgente senso della realtà che lascia una così forte impressione.
In
una piccola comunità, come quella del paese del Wiltshire, non
solo gli esseri umani ma anche gli animali e persino la natura insenziente
conservano il concreto profilo della loro separatezza e della loro “alterità”,
e allo stesso tempo sono intimamente connessi e reciprocamente legati all’interno
della struttura di un destino condiviso. È solo entrando nella comunità e
partecipandovi che gli individui possono raggiungere un solido senso di identità,
situando la loro vita e la loro morte all’interno di un più vasto
insieme che dà loro significato.
Dewey dichiara: «In una tale
condizione di intimità, lo stato
non ha pertinenza» (ibidem, p. 41).
Ciò ricorda in qualche
modo due personaggi di due opere di Tolstoj, che si dice siano semiautobiografici:
Olenin dei Cosacchi e Levin
di Anna Karenina, entrambi intellettuali di città che vivono
esperienze molto vicine alla rivelazione in cui le loro anime si elevano
e si fondono con la vita di tutti gli esseri. [Ma ciò non dovrebbe essere
scambiato erroneamente per un invito a un “ritorno alla natura” sulla
falsariga di Rousseau (Jean-Jacques Rousseau, Lettre à Rey, le 9
mai 1762, in Correspondance complète de Jean-Jacques Rousseau. vol.
X, Banbury: The Voltaire Foundation, 1972, p. 235), oggetto dello scherno
di Voltaire: «Quando leggo le vostre opere, mi sento come se camminassi
a quattro zampe». Come prova il fatto che Rousseau elaborò una
teoria sociale della sovranità popolare, è impossibile eliminare
tutto ciò che è artificiale e tornare veramente alla natura].
Ciò che
Dewey stava esaminando nel suo libro era la natura delle virtù sociali
e dell’interesse pubblico negli anni successivi
alla prima guerra mondiale, quando le masse cominciarono ad avere pieno accesso
al processo politico. Stava affrontando la questione di come effettuare – in
un mondo in cui i villaggi e le altre comunità di piccole dimensioni
erano state smantellate nel processo di creazione dello stato moderno – la
trasformazione da una “grande società” (grande solo per
dimensioni) a una “grande comunità”, i cui componenti si
identificassero come membri di una “collettività”. E, come
indica Dewey, è difficile se non impossibile creare questa grande comunità in
assenza dei mezzi per preservare e trasmettere l’intimo senso di identità che è la
base delle virtù civiche e dell’interesse pubblico nelle piccole
comunità.
Dewey pensava che i mass media potessero giocare un ruolo
chiave nel formare la grande comunità. Temo però che non ci voglia
chissà quale
riflessione per rispondere alla questione se i media abbiano svolto pienamente
e adeguatamente questo ruolo negli anni trascorsi da quando Dewey enunciò queste
idee. Benché la responsabilità di ciò non possa essere
attribuita interamente ai media, personalmente credo che una cinica indifferenza
verso gli altri sia diventata di gran lunga più diffusa di quanto non
fosse ai tempi di Dewey. La sfida che Dewey ci ha indicato rimane ancora
irrisolta, e semmai il problema è stato ereditato dalla nostra epoca
in forma esacerbata.
In effetti, è stato ulteriormente aggravato dalle
due principali correnti dei nostri tempi: la globalizzazione e la “virtualizzazione”,
le tendenze intrecciate che stanno caratterizzando le società post-industriali.
Negli ultimi anni c’è stata una reazione contro la globalizzazione
provocata in gran parte dalla disparità dei suoi vantaggi, eccessivamente
squilibrati a favore del suo principale fautore, gli Stati Uniti. Dal canto
suo, invece, la diffusione e la penetrazione delle reti dell’informazione
non mostrano segni di rallentamento. È sicuramente troppo presto per
esprimere giudizi sul bilancio finale dei costi e dei benefici, degli aspetti
positivi e di quelli negativi di tale fenomeno così vasto e complesso.
Ma in ogni caso la rappresentazione virtuale della realtà sta chiaramente
al centro della società dell’informazione, e sono le implicazioni
di questo fatto che vorrei passare ora a esaminare.
La disconnessione della realtà virtuale
I computer e le tecnologie della comunicazione non possono sostituirsi al
contatto umano diretto, l’unico che costringe a confrontarsi davvero
con se stessi.
Solo il crudo senso della realtà e la capacità di
rispondere in modo non mediato alla vita e al dolore possono rinfrescare
l’opprimente
mondo virtuale, e farci sentire come nostri le ferite e il dolore degli altri,
sviluppando una sensibilità che rappresenta forse l’unico grande
deterrente alla guerra
La tecnologia dell’informazione in rapida evoluzione ha ereditato
tutti i valori della modernizzazione e impiega le lusinghe della comodità e
dell’efficienza sia per soddisfare che per stimolare il desiderio. Un
risultato è stato l’indebolimento di quelle strutture — famiglia,
comunità, luogo di lavoro, scuola, stato – dalle quali la società è stata
tradizionalmente configurata. Le distanze fisiche che separano le persone
hanno perso importanza grazie alla creazione di reti globali; gli eventi
che si verificano dall’altra parte del pianeta entrano nelle nostre vite
istantaneamente tramite i computer e la televisione. Ciò ha portato
una vasta e largamente benefica espansione delle libertà di azione e
di scelta in relazione alle merci e ai servizi, agli hobby e agli interessi,
all’impiego e alla
residenza. La scelta si sta sempre più estendendo alla composizione
della famiglia e persino alla cittadinanza.
Dobbiamo anche essere consapevoli,
però, delle insidie della virtualizzazione
dalla quale gran parte di questa nuova libertà dipende.
La diffusione
di Internet implica che il modo in cui l’informazione
e la ricchezza vengono generate, trasmesse e sperimentate sta diventando
sempre più virtuale. In un certo senso, ovviamente, l’informazione è virtuale
per sua stessa natura. Analogamente, la funzione originale del danaro era
quella di mezzo simbolico di scambio per le merci e i servizi prodotti dalle
concrete attività economiche. Nella misura in cui, però, esso
viene separato da tali attività e diventa oggetto di speculazione, i
desideri si accrescono senza limiti e la resistenza e la stabilità,
che sono le peculiari qualità della
realtà, vanno perdute. Il risultato è un circolo vizioso di avidità sfrenata,
poiché la ricerca di denaro genera ulteriore desiderio. Questa è la
seduzione aggiuntiva della ricchezza virtuale.
Il solo contrappeso efficace è non
perdere mai di vista il fatto che l’informazione e la ricchezza virtuali,
benché possano integrare
e arricchire la nostra esperienza della realtà, non possono sostituirla.
I computer e le tecnologie della comunicazione non possono mai essere un
sostituto, ad esempio, del reale contatto umano nel dialogo o dell’interazione
diretta in una riunione o nell’istruzione scolastica. E, come scopre
nella sua isola deserta e disabitata Robinson Crusoe, il protagonista
dell’omonimo
romanzo di Defoe, il denaro non può sostituire le merci e i servizi,
né tanto meno la compagnia degli altri esseri umani.
La realtà virtuale è fondamentalmente
incompatibile con un aspetto scomodo, addirittura doloroso – e tuttavia
essenziale – dell’esperienza
umana: la necessità, a cui ci costringono i nostri incontri con gli
altri, di confrontarci con noi stessi, e la lotta interiore che ne consegue.
Il Buddismo parla delle sofferenze gemelle di separarci da chi amiamo e di
incontrare chi odiamo. L’efficienza e la comodità sono frequentemente
viste come un mezzo per evitare tali difficoltà. C’è una
certa ironia nel fatto che queste agevolazioni rendono in definitiva la vita
moderna un ambiente inospitale per lo sviluppo dell’autocontrollo e del
concomitante interesse per il bene pubblico.
Benché la società contemporanea
sia fortemente dipendente dalla comunicazione e dalla tecnologia dell’informazione,
essa è nondimeno
composta e sostenuta dalle attività delle persone. L’ideale dell’epoca
potrebbe essere una rete di “individui liberi” che hanno spezzato
le catene dei vincoli e degli impacci tradizionali. Per essere autenticamente
liberi, tuttavia, gli individui devono essere autonomi, disciplinati e fondati
sulla realtà; devono essere capaci di formulare giudizi chiari senza
essere sviati dal fiume di informazioni che si riversa su di loro. Ma queste
sono le qualità più difficili da sviluppare in una società virtuale
che offre agli individui scarse opportunità di allenarsi e temprarsi.
Come si può risolvere questo dilemma?
La risposta, io credo, è vicina
a noi ma richiede da parte nostra un approccio diverso e forse impopolare. È il
crudo senso della realtà,
la capacità di rispondere in modo non mediato alla vita e al dolore,
che può alitare nuova vita in questo opprimente mondo virtuale. Se solo
potessimo imparare, come i paesani del Wiltshire di Dewey, a sentire come
nostri le ferite e il dolore degli altri…
Credo addirittura che questo
genere di consapevolezza e di sensibilità rappresenti
l’unico grande deterrente alla guerra.
Incontrare la realtà
Senza tristezza non può esserci gioia, senza sofferenza non può esserci
felicità. Nella società progettata per evitare la sofferenza
e perseguire il piacere viene perduta la consapevolezza della responsabilità verso
gli altri. La ricerca della verità nel Buddismo è motivata dal
confronto con la sofferenza umana, e la vera felicità sorge solo quando
si affronta la sofferenza degli altri come se fosse la nostra
Il re Ashoka, noto come l’unificatore dell’antica India, visse
il dramma interiore che riorientò completamente la sua vita verso la
pace dopo avere assistito all’enorme orrore e alla morte provocati dalla
guerra [Akira Sadakata, Ashokao den (Gli editti del re Ashoka),
Kyoto: Hozokan, 1982]. Questa rivoluzione interiore, che trasformò gli
anni restanti del suo lungo regno, avvenne perché la sua vita fu ricettiva
alla realtà delle sofferenze che la sua decisione di invadere un paese
confinante aveva causato. Credo che ognuno di noi possa, nel suo ambiente
immediato e nelle sue relazioni personali, trovare simili opportunità di
esercitare e sviluppare le possibilità di connessione empatica con le
sofferenze degli altri.
Senza tristezza non può esserci gioia. Senza
sofferenza non può esserci
felicità. Su questo punto sono di grande interesse le osservazioni di
Masahiro Morioka, professore di Scienze umane all’Università della
prefettura di Osaka, sulla patologia di fondo della civiltà contemporanea. «La “civiltà indolore” – egli
scrive – è una società permeata da strutture e meccanismi
progettati per evitare la sofferenza e perseguire il piacere». Poiché questo
tipo di civiltà è strutturata in modo tale da evitare la sofferenza,
continua Morioka, di fatto ci deruba della possibilità di sperimentare
la gioia della vita stessa. «Come conseguenza, finiamo per vivere un’esistenza
vuota, circondati da soldi e da averi ma privi di gioia profonda» [Ron’en-Seimei
no yorokobi wo torimodosu tameni zetsubo kuguri ajiwaeru aratana sekai (Far
rinascere la gioia di vivere), Tokyo: Seykyo Shimbun, 1 genn. 2004].
In
una società di questo tipo, è la consapevolezza della responsabilità verso
gli altri che viene perduta. Per citare di nuovo il professor Morioka: «Coloro
che sono riusciti ad anestetizzare meglio se stessi contro il loro stesso
dolore sono meno capaci di sentire il dolore degli altri. Sono incapaci di
sentire le grida degli altri e le ignorano senza nemmeno rendersi conto di
averlo fatto» [Mutsu
bunmeiron (La civiltà indolore), Tokyo: Transview Corp.,
2003, p. 33]. Morioka scrive anche: «Quando si trovano in conflitto con
gli altri, poiché non tentano nemmeno di modificare la propria cornice
di riferimento, non è possibile alcun vero dialogo. Essi continuano
ad affermare se stessi anche se ciò significa mettere gli altri da parte» (ibidem,
p. 14).
Vivere in questo modo significa vivere sotto l’influenza di quello
che il Buddismo definisce come l’impulso demoniaco di usare gli altri
e di sottometterli alla propria volontà. Il professor Morioka guarda
al potere della vita stessa – che può cambiare le persone dall’interno – come
fonte dell’energia per superare questa impasse. Invoca il ringiovanimento
della naturale vitalità umana come la più urgente delle priorità.
La
questione definita dal professor Morioka è un tema centrale del
Buddismo, simbolizzato dai cosiddetti “quattro incontri”, che secondo
la tradizione hanno spinto Shakyamuni ad abbandonare gli attaccamenti terreni
e a dedicarsi alla ricerca della verità. Come è noto, l’uomo
che sarebbe diventato famoso nel mondo come il Budda era, per nascita, un
principe del clan degli Shakya, nell’antica India. Egli visse una vita
di agi, senza alcuna privazione, fino al giorno in cui un grande dubbio sorse
dentro di lui:
«Benché sia nato ricco ed estremamente cortese
e affabile, come puoi vedere, [un giorno] mi venne questo pensiero. Nella
loro stupidità,
i comuni mortali – sebbene essi stessi invecchieranno e non possano evitare
la vecchiaia – quando vedono gli altri invecchiare e cadere in declino,
ci riflettono e ne sono angosciati, e provano disagio e odio – tutto
senza mai pensare a ciò come a un proprio problema. Nella loro stupidità,
i comuni mortali – sebbene essi stessi si ammaleranno e non possano evitare
la malattia – quando vedono gli altri ammalarsi, ci riflettono e ne sono
angosciati, e provano disagio e odio – tutto senza mai pensare a ciò come
a un proprio problema. Nella loro stupidità, i comuni mortali – sebbene
essi stessi moriranno e non possano evitare la morte – quando vedono
gli altri morire, ci riflettono e ne sono angosciati, e provano disagio e
odio – tutto
senza mai pensare a ciò come a un proprio problema» (Hajime Nakamura, Gotama
budda 1, Tokyo: Kabushikigaisha Shunjusha, 1992, pp. 156-7).
La tradizione
buddista sostiene che la decisione di Shakyamuni di cercare la verità fu
motivata dal suo confronto con le realtà della sofferenza
umana – le “quattro sofferenze” di nascita, vecchiaia, malattia
e morte che sono intrinseche all’esistenza umana. Per Shakyamuni ciò implicava
non solo l’impatto diretto di queste sofferenze sulla vita degli individui
ma anche, e forse soprattutto, l’indifferenza, l’arroganza e la
coscienza discriminatoria profondamente radicate che ci impediscono di sentire
il dolore degli altri come nostro. Questo è ciò contro cui ci
ammonisce la frase ripetuta «tutto senza mai pensare a ciò come
a un proprio problema».
Perciò il punto di partenza della visione
del mondo buddista è l’insistenza
di Shakyamuni sul fatto che la vera felicità – la gioia che sgorga
dalla profondità della vita – può essere sperimentata solo
quando resistiamo all’impulso di allontanarci dalla sofferenza degli
altri e invece la affrontiamo come se fosse la nostra. Tale felicità vive
e respira solo quando consideriamo la sofferenza un’opportunità per
forgiare e temprare la nostra vita interiore, e ci impegniamo alla dura ma
remunerativa missione di lavorare per la felicità sia nostra che degli
altri.
La civiltà contemporanea, determinata a evitare del tutto il
dolore, ha cercato di ignorare la morte. Piuttosto che affrontare le inevitabili
sofferenze di vita e morte, cerchiamo di gestirle e di controllarle con la
biotecnologia e con le terapie mediche d’avanguardia. Tali tentativi,
di per se stessi di grande valore, spesso avvengono a spese dell’ancor
più essenziale
sforzo di sviluppare modi di esistenza umana e sociale che permettano alle
persone di confrontarsi con successo con queste sofferenze e di godere vite
veramente realizzate.
Nel distogliere lo sguardo dalla morte, la nostra civiltà tenta
di relegarla all’esterno considerandola “il problema di qualcun
altro”,
desensibilizzando così gli individui al dolore e alle sofferenze altrui.
Non posso fare a meno di pensare che la fuga dell’umanità dal
confronto personale con la morte ha fondamentalmente indebolito i freni contro
la violenza. Il risultato è stato la carneficina delle due guerre mondiali
e di innumerevoli conflitti regionali che hanno fatto del secolo scorso un’era
di “megamorte”.
Questo è il più profondo significato
della dichiarazione di Josei Toda per l’abolizione delle armi nucleari
e della sua determinazione di “recidere gli artigli” delle forze
che stanno dietro la loro produzione. Le armi nucleari sono la più orripilante
manifestazione di una civiltà che tratta la morte come il problema di
qualcun altro. Condannandone l’uso a tinte forti, Toda voleva combattere
gli aspetti più oscuri della moderna civiltà allo scopo di trasformarla.
Proprio
come l’infelicità non può mai essere strettamente
limitata agli altri, così la felicità non è qualcosa che
possiamo accaparrare o tenere solo per noi. Siamo di fronte alla sfida e
all’opportunità di
superare il nostro ristretto egotismo, di riconoscere noi stessi negli altri
sentendo gli altri dentro di noi, e di sperimentare la più alta soddisfazione
illuminandoci reciprocamente con lo splendore interiore delle nostre vite. È questa
sfida che i membri della Sgi, come praticanti buddisti, sono decisi ad affrontare.
Un movimento per l’empowerment della gente
La crisi irachena ha messo in luce l’incapacità delle Nazioni
Unite di funzionare adeguatamente quando esiste una grave divisione tra i membri
del Consiglio di sicurezza. Ciononostante, non esiste oggi un’organizzazione
più universale dell’ Onu, l’unica che può veramente
fondare e legittimare la cooperazione internazionale. Dunque, in assenza di
un’alternativa realistica, la cosa migliore è rafforzarla e renderla
più efficace
Ora vorrei discutere specifiche misure mirate a costruire una società globale
di pace e coesistenza in vista del 2005, un anno con molteplici significati
in quanto segna il sessantesimo anniversario della fine della seconda guerra
mondiale, del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki e della fondazione
delle Nazioni Unite.
Vorrei fare delle proposte nei tre seguenti ambiti:
- il rafforzamento e la riforma dell’ Onu;
- il disarmo nucleare e il progresso verso l’abolizione delle armi
nucleari;
- l’espansione e il miglioramento della sicurezza umana.
Oltre al dibattito sull’uso della forza militare, la crisi irachena
ha messo in luce l’incapacità delle Nazioni Unite di funzionare
adeguatamente quando esiste una grave divisione tra i membri del Consiglio
di sicurezza. Nel pieno della profonda preoccupazione per questa situazione,
su iniziativa del segretario generale Kofi Annan è stato varato il Comitato
di alto livello sulle minacce, le sfide e il cambiamento, che si è riunito
per la prima volta nel dicembre del 2003. Il suo mandato include i seguenti
compiti: esaminare le attuali sfide alla pace e alla sicurezza; considerare
il contributo che un’azione collettiva può dare nell’affrontare
queste sfide; rivedere il funzionamento dei principali organi dell’ Onu
e la relazione tra essi; suggerire modalità di rafforzamento delle Nazioni
Unite attraverso una riforma delle sue istituzioni e dei suoi processi. I
risultati delle deliberazioni del comitato devono essere riferiti al segretario
generale in dicembre, prima della fine della sessione ordinaria dell’Assemblea
generale.
Il presidente del comitato è l’ex primo ministro tailandese
Anand Panyarachun. Nell’ottobre del 2000 ho incontrato Panyarachun a
Tokyo e abbiamo discusso le prospettive per le Nazioni Unite nel XXI secolo.
Rilevandone gli inevitabili limiti in quanto organismo collettivo di stati
sovrani, Panyarachun osservò che l’organizzazione era efficace
nell’esatta misura in cui gli stati membri desideravano che lo fosse.
Sottolineò tuttavia che la sua esistenza dovrebbe essere considerata
una fonte di speranza in quanto innegabilmente sta rendendo il mondo un luogo
migliore. Condivido pienamente la sua opinione.
Ci sono, in certi settori,
persistenti dubbi sull’efficacia o addirittura
sulla necessità delle Nazioni Unite. Alcuni aspetti dell’organizzazione,
come essa è ora, possono in effetti risultare incompatibili con le realtà del
mondo attuale. Ma con i suoi 191 stati membri non esiste un’organizzazione
più universale dell’ Onu; è l’unico organismo che
può veramente fondare e legittimare la cooperazione internazionale.
In assenza di un’alternativa realistica, la cosa migliore è rafforzarla
e renderla più efficace. La Sgi ha cercato di farlo generando un sostegno
di base alle Nazioni Unite su scala mondiale.
Allo scopo di riflettere sulla
crisi irachena e imparare pienamente le lezioni che essa ha fornito, sarà necessario
sviluppare nuovi sistemi e nuove procedure che possano essere messe in opera
quando la comunità internazionale
dovrà nuovamente affrontare decisioni difficili. Ma qualunque forma
prendano, è chiaro che l’ Onu deve continuare a essere il cardine
della solidarietà internazionale.
1. La riforma delle Nazioni Unite
Vorrei avanzare due proposte per una riforma istituzionale delle Nazioni
Unite e suggerire alcune idee volte a creare un ambiente più positivo
per il loro efficace funzionamento.
Per prima cosa, l’impegno per il
rafforzamento dell’organizzazione
dovrebbe incardinarsi sull’accrescimento dell’autorità dell’Assemblea
generale.
Nella Carta delle Nazioni Unite, il ruolo primario per il mantenimento
della pace e della sicurezza è attribuito al Consiglio di sicurezza,
il solo organismo le cui decisioni sono legalmente vincolanti per gli stati
membri (Articoli 24-25). Di fatto, però, quando i cinque membri permanenti
del Consiglio di sicurezza non riescono a raggiungere un accordo, il potere
di veto loro accordato impedisce al Consiglio di adempiere le sue funzioni.
Allo
scopo di superare i limiti del Consiglio di sicurezza, è essenziale
aumentare i poteri dell’Assemblea generale, rafforzandone sia le strutture
che le attività.
La Carta delle Nazioni Unite stabilisce che in tema
di mantenimento della pace e della sicurezza internazionale l’Assemblea
generale è subordinata
al Consiglio di sicurezza. Ma come sede mondiale di dialogo aperta a tutti
gli stati membri, l’Assemblea generale è l’unico organo
effettivamente rappresentativo dell’opinione mondiale. Esiste un precedente
che permette all’Assemblea generale di riunirsi in sessione straordinaria
di emergenza ed emettere raccomandazioni per gli stati membri quando il Consiglio
di sicurezza non riesce ad adempiere il proprio compito a causa, ad esempio,
dell’esercizio del diritto di veto. Questo precedente è stato
stabilito dalla risoluzione “Unirsi per la pace” adottata dall’Assemblea
generale nel 1950, che permette la convocazione di sessioni straordinarie
di emergenza dell’Assemblea col voto di nove membri del Consiglio di
sicurezza o della maggioranza degli stati membri.
Nel XXI secolo, le Nazioni
Unite devono essere capaci di rappresentare pienamente e di rispecchiare
le opinioni della comunità internazionale nella ricerca
dei mezzi più appropriati per la soluzione dei problemi. La pratica
di tenere sessioni straordinarie di emergenza dell’Assemblea generale
dovrebbe essere incoraggiata, e dovrebbero essere stabiliti dispositivi attraverso
i quali le deliberazioni dell’Assemblea possano essere recepite dal Consiglio
di sicurezza, particolarmente nel caso in cui quest’ultimo si trovi a
un punto morto in una questione che implica l’utilizzo di misure coercitive.
Questo meccanismo fornirebbe una più ampia base per la decisione delle
difficili risoluzioni necessarie per far fronte ai nuovi tipi di minacce
alla pace emerse negli ultimi anni. Nel dicembre del 2003 l’Assemblea
generale ha unanimemente adottato una risoluzione che richiede provvedimenti
per «aumentare
l’efficienza e l’efficacia dell’organismo ed elevarne il
livello di visibilità, affinché le sue decisioni possano avere
un maggiore impatto» (Revitalization of the Work of the General Assembly,
Risoluzione adottata dall’Assemblea generale, A/ Res/58/126, New York:
United Nations, 19 Dic. 2003).
La forza e l’autorità dell’Organizzazione
delle Nazioni Unite sta nella sua capacità di costruire il consenso
all’interno
della comunità internazionale. Se è ovvio che le misure per contrastare
le minacce alla pace e alla sicurezza debbano essere efficaci, ancor più vitale è che
tali misure abbiano una riconosciuta legittimità, che a sua volta è il
fondamento del “potere morbido”.
La mia seconda proposta per una
riforma istituzionale concerne la necessità di
coordinare e integrare le strategie e le attività delle agenzie delle
Nazioni Unite che forniscono differenti forme di sostegno alle popolazioni
e alle società coinvolte in un conflitto violento. Il coordinamento
e l’integrazione devono coprire l’intero processo, dall’inizio
del conflitto fino alle attività di costruzione della pace a conflitto
concluso.
Recentemente, la mancanza di coordinamento delle attività di
soccorso umanitario in situazioni di conflitto è stata identificata
come un grave problema. La necessità di eliminare tale frammentarietà è stata
sottolineata nel rapporto conclusivo della Commissione sulla sicurezza umana,
intitolato Human Security Now (Sicurezza umana ora) e pubblicato nel
maggio del 2003. Il rapporto afferma: «Concentrando l’attenzione
sulla protezione delle persone piuttosto che sull’adesione ai mandati
istituzionali, deve essere superata l’attuale divisione tra numerosi
attori scoordinati» (Human Security Now, New York: Commission
on Human Security, 2003, p. 134).
Il rapporto sostiene anche che tutti gli
attori dovrebbero operare sotto una dirigenza unificata e concentrarsi sui
bisogni delle popolazioni e delle società afflitte dalle devastazioni
causate dal conflitto. «La
responsabilità di proteggere le popolazioni in conflitto deve essere
accompagnata dalla responsabilità della ricostruzione, particolarmente
dopo un intervento militare internazionale. La misura del successo non è la
cessazione del conflitto, ma la qualità della pace che si costruisce
dopo il conflitto» (ibidem, p. 136).
C’è un crescente
bisogno di sviluppare una struttura globale per le attività di soccorso
umanitario e di ricostruzione in risposta a conflitti di natura sempre più complessa.
Credo che all’interno
delle Nazioni Unite dovrebbe essere creato un organismo che assuma in questo
settore la direzione effettiva a livello internazionale. Specificamente,
il Consiglio di amministrazione fiduciaria, che ha sospeso le attività,
potrebbe essere ricostituito come un “consiglio di ripristino della pace” e
adempiere questa responsabilità. Quest’idea elabora ulteriormente
un suggerimento già avanzato nella mia Proposta del 1995, dove
avevo esortato ad attribuire al Consiglio di amministrazione fiduciaria un
nuovo ruolo di protezione culturale ed etnica nelle aree di conflitto, in
stretta collaborazione con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per
i rifugiati e dell’Alto commissariato per i diritti umani. Incorporando
alcune di quelle funzioni, il “consiglio per il ripristino della pace” potrebbe
farsi carico, come sua primaria responsabilità, di promuovere e coordinare
l’intero insieme di attività che vanno dal soccorso umanitario
alla costruzione della pace dopo il conflitto. Portando avanti il suo mandato,
questo consiglio dovrebbe mantenersi in costante comunicazione con tutti
i paesi colpiti. Per assicurare un alto livello di trasparenza e credibilità,
dovrebbe anche inviare a tutti i paesi coinvolti regolari rapporti sullo
stato di avanzamento delle attività.
Allo scopo di rafforzare le Nazioni
Unite sono importanti l’impegno
e il sostegno delle popolazioni almeno quanto gli sforzi degli stati membri.
L’organizzazione delle Nazioni Unite è da anni a corto di denaro,
ed è necessario il sostegno in un’ampia gamma di settori.
Si sono
avuti, ovviamente, sviluppi positivi. Per esempio, nel febbraio 2003 è stato
formato dal segretario generale un gruppo di eminenti personalità col
compito di discutere sui rapporti tra la società civile e le Nazioni
Unite. Presieduto dall’ex presidente del Brasile Fernando Enrique Cardoso
e impegnato in un “processo consultivo aperto e trasparente”, il
gruppo sta lavorando per compilare una relazione su come rendere più significative
le interazioni tra la società civile e le Nazioni Unite.
Accogliendo
favorevolmente questi sviluppi, credo che essi potrebbero essere ulteriormente
incoraggiati da un “forum dei popoli delle Nazioni Unite”,
un vertice dei rappresentanti delle Ong e della società civile da tenere
ad esempio nel 2005, in occasione del sessantesimo anniversario della fondazione
delle Nazioni Unite. Facendo seguito al Forum del Millennio delle Ong tenutosi
nel 2000, un secondo incontro di questo genere potrebbe aiutare a rafforzare
la capacità delle Nazioni Unite di contribuire alla pace nella nuova
era.
Il Centro di ricerca di Boston per il XXI secolo, un istituto internazionale
per la pace da me fondato nel 1993, sostenne le Nazioni Unite durante il
cinquantesimo anniversario della loro fondazione, nel 1995 conducendo una
serie di dialoghi sulle raccomandazioni emanate dalla Commissione sul governo
globale. La pubblicazione di questi dialoghi, in un volume intitolato A
People’s
Response to Our Global Neighborhood (Una risposta della gente al nostro
quartiere globale), fu seguita da due seminari presso le Nazioni Unite
specificamente mirati a discutere l’idea della commissione di indire
un forum della società civile. La Sgi e le sue istituzioni affiliate
sono impegnate a costruire una solidarietà globale tra i popoli e a
sostenere le Nazioni Unite attraverso attività come la ricerca d’équipe
o l’organizzazione
di simposi e di forum pubblici.
Per completare questi suggerimenti per la
riforma delle Nazioni Unite vorrei sottolineare, come contromisura centrale
al terrorismo, anche l’importanza
di costruire un ambiente mondiale in cui il conflitto venga risolto attraverso
lo strumento del diritto.
Passi importanti in questa direzione sono già stati
fatti. Per esempio, all’interno delle Nazioni Unite è stato formato
il comitato antiterrorismo sulla base della Risoluzione 1373 del Consiglio
di sicurezza, adottata nel settembre del 2001. E nel giugno 2003, durante
il vertice G8 di Evian, in Francia, è stato
creato il gruppo d’azione antiterrorismo allo scopo di aiutare le attività del
comitato antiterrorismo.
La prevenzione del terrorismo richiede di migliorare
il funzionamento e l’efficacia dei sistemi giudiziari di tutti i paesi.
Una fattiva collaborazione internazionale è essenziale per sostenere
gli sforzi delle singole nazioni, e gli organi descritti sopra possono giocare
un ruolo chiave. È di cruciale
importanza creare – attraverso una rete di cooperazione internazionale
e con una particolare enfasi sulle misure preventive – le condizioni
in cui il terrorismo possa essere contrastato ed eliminato.
In questo processo
il Tribunale penale internazionale (International Criminal Court, Icc) deve
avere un ruolo centrale. Varato ufficialmente nel marzo del 2003 col giuramento
dei suoi giudici, è l’unica sede internazionale
di giustizia dove è possibile processare gli individui per crimini di
guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. È importante
aumentare il numero degli stati che vi aderiscono e incoraggiarne l’effettivo
funzionamento.
Il Tribunale penale internazionale può aiutare a interrompere
i cicli di odio e violenza che scatenano la guerra e il terrorismo, e può contribuire
a creare una cultura della legalità internazionale che sostenga la risoluzione
dei conflitti tramite il ricorso al diritto piuttosto che alla forza. Per
l’efficacia
di tale organismo sono cruciali la credibilità e l’universalità,
e in questo senso è auspicabile la più ampia partecipazione possibile.
Nel suo ruolo di Ong, la Sgi si sforzerà di sviluppare una vasta base
di sostegno mondiale per il Tribunale attraverso diverse attività volte
a farne conoscere all’opinione pubblica l’esistenza e il potenziale.
In
seguito allo sconvolgente attacco terroristico dell’agosto del
2003 al quartier generale delle Nazioni Unite a Bagdad, il Consiglio di sicurezza
ha adottato una risoluzione che esprime una forte condanna degli atti terroristici
contro il personale delle Nazioni Unite e gli operatori umanitari nelle zone
di guerra, identificando questi atti come crimini di guerra. Dovrebbe essere
stabilito anche il principio di giudicare questi odiosi crimini in una sede
giudiziaria internazionale come il Tribunale penale internazionale. Non dovremmo
sottovalutare il potenziale deterrente di simili misure.
In connessione con
queste iniziative è necessario rafforzare il Diritto
umanitario internazionale, nato per definire il comportamento legalmente
accettabile dei combattenti nel corso di una guerra. Ciò è fondamentale
per rispondere ai nuovi tipi di conflitto, come le guerre civili che si estendono
al di là dei confini tra nazioni, e per garantire che le misure antiterrorismo
siano attuate in accordo con lo spirito del diritto umanitario.
2. Disarmo nucleare e abolizione delle armi nucleari
Ora vorrei discutere le prospettive per la riduzione e la definitiva eliminazione
degli arsenali atomici dal pianeta.
Nel dicembre del 2003 il governo dell’Iran
ha firmato un protocollo aggiuntivo con l’Agenzia internazionale per
l’energia atomica che
garantisce agli ispettori dell’Agenzia un più ampio diritto di
accesso. Nello stesso mese, la Libia ha concordato la dismissione dei suoi
programmi di sviluppo e fabbricazione di armi di distruzione di massa, comprese
le armi nucleari. Ha anche acconsentito a una immediata ispezione da parte
di un team internazionale.
Se tali notizie rappresentano un enorme progresso
nella non proliferazione nucleare, l’eliminazione totale della minaccia
delle armi nucleari dal mondo resta purtroppo una prospettiva lontana. Sono
convinto che per arrivare a una svolta duratura sia vitale spostare l’attenzione
dalla non proliferazione – l’oggetto
principale delle discussioni di questi ultimi anni – alla riduzione e
alla finale abolizione.
Ovviamente, sostenere i regimi di non proliferazione
resta un prerequisito per qualunque progresso verso il disarmo nucleare. È per
questo che ho ripetutamente chiesto che entri in vigore il prima possibile
il Trattato sulla messa al bando degli esperimenti nucleari ( Ctbt), il cui
testo è stato
definito nel 1996. All’interno del regime di verifiche del Ctbt si sta
sviluppando un sistema di monitoraggio internazionale, e si dice che una
volta che esso diverrà pienamente operativo non sarà più possibile
nascondere la realizzazione di test nucleari.
Sono passati più di sette
anni da quando è stato adottato
il Ctbt. Mentre il trattato langue in attesa di entrare in vigore, la paura
della ripresa di test nucleari è cresciuta. L’anno scorso, per
esempio, il governo degli Stati Uniti ha stanziato fondi per la ricerca sulle
armi nucleari di bassa potenza capaci di penetrare il terreno.
Nel luglio
del 2003 il Ctbt è stato ratificato dall’Algeria,
uno degli stati la cui ratifica era necessaria per l’entrata in vigore.
L’opinione pubblica internazionale deve essere mobilitata per assicurare
che i restanti dodici stati, compresi gli Stati Uniti, ratifichino il trattato
il prima possibile.
Passando a un tema collegato, è necessario formalizzare
in un sistema mondiale gli accordi dell’Assicurazione negativa di sicurezza
con cui gli stati che possiedono armi nucleari si sono impegnati a non utilizzarle
contro gli stati non nucleari.
Passi come questi, intrapresi con serietà,
incarnano lo spirito di autocontrollo che, come ho già detto precedentemente,
costituisce l’essenza
del comportamento civile. Dimostrare questo spirito concretamente, in modo
tale che i popoli di tutta la Terra possano capirlo e apprezzarlo, sarebbe
il più potente deterrente contro la guerra e il terrorismo. Nulla sarebbe
più utile per la creazione di un sistema stabile di non proliferazione;
ciò promuoverebbe meglio la credibilità e l’efficacia dei
trattati per il disarmo nucleare, nonché il buon fine degli impegni
di vecchia data presi dagli stati nucleari.
L’obiettivo primario del
Trattato di non proliferazione nucleare ( Npt) è la prevenzione della
diffusione delle armi nucleari. Non possiamo, tuttavia, trascurare il fatto
che l’ Npt ha più firmatari di ogni
altro trattato sugli armamenti nucleari per la precisa ragione che il suo
testo richiede specificamente alle nazioni nucleari di condurre negoziati
in buona fede finalizzati all’eliminazione dei loro arsenali nucleari
(Articolo VI).
Nel 1995, in occasione della decisione di estendere il trattato
indefinitamente, sono stati adottati due documenti intitolati rispettivamente “Consolidare
il processo di revisione del Trattato” e “Principi e obiettivi
per la non proliferazione e il disarmo nucleare” (Strengthening of
the United Nations: An Agenda for Further Change, Rapporto del Segretario
generale. A/57/387. New York: United Nations. 9 Sett. 2002). Questo rafforzamento
della struttura per il disarmo deve essere visto come una manifestazione
della forte volontà della comunità internazionale.
Nella mia Proposta dello
scorso anno ho suggerito che dal momento che il 2005 – anno in cui è fissata
la prossima Conferenza per la revisione dell’ Npt – segna il sessantesimo
anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, venga indetta
in quell’anno
una sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite dedicata
all’abolizione delle armi nucleari, alla quale partecipino i capi di
stato e di governo. Ho anche caldeggiato la formazione di una nuova agenzia
specializzata delle Nazioni Unite che abbia come proprio mandato l’esame
della questione del disarmo nucleare.
Il documento finale adottato dalla
Conferenza per la revisione dell’ Npt
del 2000 auspica una «inequivocabile iniziativa degli stati nucleari
per realizzare la totale eliminazione dei loro arsenali nucleari» (2000
Review Conference of the Parties to the Treaties on the Non-Proliferation
of Nuclear Weapons. Final Document. NPT/CONF.2000/28). Chiede anche «il
più pronto e appropriato impegno di tutti gli stati nucleari nel processo
verso la totale eliminazione dei loro arsenali nucleari». La gravità di
questi impegni deve essere tenuta in mente e bisogna fare ogni sforzo per
realizzarli.
Il primo passo deve essere che i cinque stati nucleari dichiarati – che
sono anche i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza – adempiano
le loro responsabilità verso tutti i firmatari dell’ Npt iniziando
negoziati in buona fede per raggiungere il disarmo nucleare. Sono convinto
che l’accordo di questi cinque stati nel dare vita a negoziati in vista
della Conferenza per la revisione dell’ Npt del 2005, o della sessione
speciale dell’Assemblea generale che sto proponendo, offrirebbe un’ancora
di salvezza, una via per superare l’attuale impasse. Raccomando quindi
con forza che questi paesi inizino a elaborare una concreta agenda per l’abolizione
delle armi nucleari.
Vorrei infine anche accennare ai timori che la Corea
del Nord stia sviluppando armamenti nucleari, timori che si sono intensificati
da quando, nel dicembre 2002, il paese annunciò la decisione di riattivare
i suoi apparati nucleari. Nell’agosto del 2003 a Pechino si sono svolti
negoziati tra sei nazioni: Stati Uniti, Russia, Cina, Corea del Sud, Corea
del Nord e Giappone.
Benché non sia stato fatto alcun progresso concreto,
le parti hanno raggiunto il consenso su un certo numero di punti, elencati
nella sintesi pubblicata dal paese ospitante, la Cina. La sintesi evidenzia
la volontà comune
di «risolvere il problema nucleare pacificamente attraverso il dialogo,
mantenere la pace e la stabilità nella penisola coreana e aprire la
strada per la pace permanente» e di «non intraprendere azioni,
nel corso della risoluzione pacifica della questione, che possano originare
una escalation» ( Mofa, Ministero degli Affari Esteri del Giappone, “Six-Party
Talks on North Korea Issues”).
La decisione di tenere ulteriori negoziati è stata
rimandata, e sebbene nel gennaio di quest’anno la Corea del Nord sia
arrivata ad accettare una delegazione americana non ufficiale e a permettere
l’ispezione dei
propri apparati nucleari, sostanzialmente si sono fatti pochi progressi.
Per il Giappone, la questione del rapimento di cittadini giapponesi da parte
di agenti segreti nordcoreani nel passato non può essere elusa o ignorata.
Tuttavia, è importante che tutte le nazioni coinvolte abbiano un approccio
positivo e creino delle strutture per il dialogo multilaterale che è finalmente
iniziato, aderendo strettamente allo spirito espresso dalla sintesi del loro
primo incontro.
Da parte mia, oltre che sperare in un prossimo inizio di
una seconda fase di negoziati tra i sei paesi, credo che dovremmo aver cura
di istituire una struttura formale per tali negoziati, come solido veicolo
per la costruzione della fiducia nella penisola coreana e nel Nordest asiatico.
Come obiettivo a lungo termine dovremmo mirare alla formazione di un organismo
regionale – un’Unione
del Nordest asiatico – con il più immediato obiettivo di creare
una regione del Nordest asiatico denuclearizzata.
3. Sicurezza umana
La terza sfida che voglio analizzare è quella dell’espansione
e del miglioramento della sicurezza umana.
Il concetto di sicurezza umana è emerso
negli ultimi anni dallo sforzo di ripensare la tradizionale nozione di sicurezza. È un
nuovo approccio centrato sulla sicurezza delle persone piuttosto che degli
stati. Prende in esame non solo le minacce costituite dalle forme dirette
di violenza come la guerra, il terrorismo e la criminalità, ma anche
la povertà e
l’inquinamento dell’ambiente, la violazione dei diritti umani,
la discriminazione e la mancanza di accesso all’istruzione e alla sanità.
Questi sono tutti aspetti che influenzano seriamente la sicurezza e la dignità degli
esseri umani.
Nel suo messaggio di Capodanno, il segretario generale delle
Nazioni Unite Kofi Annan ha avvertito che la guerra in Iraq ha distolto il
mondo dall’affrontare
le minacce che uccidono «milioni e milioni di persone ogni anno» come
la povertà estrema e la fame, il forzato consumo di acqua non potabile,
il degrado ambientale e le malattie infettive. Si è appellato ai leader
del mondo perché il 2004 sia «l’anno in cui cominciamo a
invertire la rotta» (Secretary-General’s Message for New Year,
2004, Press Release. SG/SM/9095. New York: United Nations. 24 Dec. 2003).
Dal
momento in cui, nel 1994, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite
( Undp) ha delineato per la prima volta il concetto di sicurezza umana, il
riconoscimento della sua importanza è cresciuto costantemente. Il
2001 ha visto la formazione della Commissione sulla sicurezza umana, che
nel rapporto Human Security Now, già citato sopra, esamina
l’evoluzione
del concetto di sicurezza umana definendola come «la protezione delle
libertà fondamentali, cioè delle libertà che sono l’essenza
della vita» e «la protezione degli individui dalle minacce e dalle
situazioni critiche e pervasive» ( Mofa, Ministero degli Affari Esteri
del Giappone, “Six-Party Talks on North Korea Issues”, p. 4).
Ciò che
trovo particolarmente interessante di questo rapporto è che
identifica l’empowerment come una delle due chiavi, insieme
alla protezione, per la realizzazione della sicurezza umana. Esso sottolinea
l’importanza di sviluppare la forza e le capacità innate degli
esseri umani, mettendoli in grado così di trovare la loro felicità mentre
contribuiscono alla società: «La capacità delle persone
di agire a proprio favore – e a favore degli altri – è la
seconda chiave per la sicurezza umana. Sostenere questa capacità differenzia
la sicurezza umana dalla sicurezza degli stati, dall’assistenza umanitaria
e persino da gran parte dell’assistenza allo sviluppo. L’empowerment è importante
perché le persone sviluppino il loro potenziale come individui e come
comunità» (ibidem, p. 11).
Questa affermazione riecheggia
la mia convinzione che lo sforzo di creare valori nuovi e positivi all’interno
della società, agendo per
il bene degli altri, sia l’indistruttibile fondamento della pace.
Come
ho messo in evidenza in varie occasioni – e anche nella prima
parte di questa Proposta – credo che l’educazione debba
essere il fulcro degli sforzi per estendere la sicurezza umana.
A quanto
risulta, oggi nel mondo ci sono 860 milioni di analfabeti e 121 milioni di
bambini non hanno accesso all’istruzione (United Nations Literacy
Decade: Education for All, A/ Res/56/116, New York: United Nations, 18 Jan.
2002). La campagna “Educazione per tutti”, condotta dall’ Unesco,
mira a realizzare un’istruzione universale di base attraverso concrete
tappe di avanzamento. L’anno scorso era anche l’inizio del “Decennio
dell’alfabetizzazione” delle Nazioni Unite (2003-2012).
L’alfabetizzazione
apre le porte alla conoscenza, mette in grado le persone di sviluppare le
loro capacità innate e di attuare il loro potenziale.
Aumentare il tasso di alfabetizzazione tra le donne, che corrispondono ai
due terzi del totale delle persone analfabete, ed estendere l’accesso
delle bambine all’istruzione primaria sarebbe indubbiamente un potente
mezzo per migliorare la vita non solo delle donne ma anche delle loro famiglie
e delle loro comunità.
Lo stato dei bambini del mondo 2004 ,
pubblicato dall’ Unicef
nel dicembre 2003, ammonisce che nessuno degli obiettivi mondiali di sviluppo
può essere raggiunto senza un progresso nell’educazione delle
bambine, e invoca una riforma urgente delle attività internazionali
per lo sviluppo. La mancanza di fondi ha fatto sì che molti paesi siano
rimasti indietro nell’iniziativa per l’istruzione primaria universale,
e questo è un ostacolo che bisogna eliminare attraverso la cooperazione
internazionale.
Secondo stime delle Nazioni Unite e della Banca mondiale,
l’obiettivo
di realizzare l’istruzione primaria per tutti entro l’anno 2015
potrebbe essere raggiunto se la spesa militare mondiale di soli quattro giorni
fosse devoluta annualmente all’istruzione (Human Security Now,
New York: Commission on Human Security, 2003, pp. 117-8).
L’istruzione
primaria universale è uno degli otto Obiettivi
di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite. Credo che per progredire verso
quest’obiettivo sia necessario creare un “fondo per l’istruzione
primaria globale” come perno di una maggiore cooperazione internazionale
a livello economico.
Insieme a queste iniziative per assicurare a tutti l’istruzione
di base, l’educazione ai diritti umani è una pietra angolare della
campagna per costruire un mondo senza guerre.
Il defunto Norman Cousins (1915-1990),
che conoscevo personalmente e con il quale ho scritto un libro, affermò nella
sua opera Le opzioni
umane: «Un atteggiamento noncurante verso il dolore e la sofferenza
degli esseri umani è il segno più certo del fallimento educativo» (Human
Options, New York: W&W Norton & Company, 1981, p. 30). Come ammoniva
il saggio giornalista americano, il prezzo del fallimento collettivo nell’educazione
intesa in senso lato è il risentimento e il potenziale per il conflitto.
In molte società le tensioni covano sotto la superficie, pronte a manifestarsi
come aperta violenza specialmente quando sono esacerbate dalla recessione
economica e dalla crescente disoccupazione. Per riuscire a eliminare dal
mondo il conflitto violento e a costruire le fondamenta per la coesistenza
pacifica, dobbiamo trasformare questi sentimenti latenti di ostilità e
di pregiudizio.
È pensando a ciò che tre anni fa, in un mio messaggio
indirizzato alla Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione
razziale, la xenofobia e la relativa intolleranza tenutasi a Durban, in Sud
Africa, ho proposto che al “Decennio dell’educazione ai diritti
umani” delle
Nazioni Unite (1995-2004) seguisse un “Decennio dell’educazione
ai diritti umani per la pace”. Lo scorso agosto, la sottocommissione
per la protezione e la promozione dei diritti umani delle Nazioni Unite ha
emesso una raccomandazione che invita l’Assemblea generale a proclamare
un secondo “Decennio dell’educazione ai diritti umani” a
partire dal 1 gennaio 2005. Accolgo con grande favore questa raccomandazione,
e suggerisco che le iniziative collegate si focalizzino in particolar modo
sui bambini, che sono i protagonisti del futuro. Allo stesso tempo credo
che debba essere fermamente tenuto in mente il più ampio obiettivo di
costruire una società mondiale di pace e coesistenza.
Da parte sua,
la Sgi continuerà a sostenere le attività delle
Nazioni Unite e opererà, in partenariato con altre Ong, per fare tutto
ciò che è possibile allo scopo di promuovere in tutto il mondo
l’educazione alla pace e ai diritti umani.
Il 2004 è l’“Anno
internazionale per commemorare la lotta contro la schiavitù e la sua
abolizione”. Questo lo rende sicuramente
l’anno ideale per imparare le fondamentali lezioni del passato e per
gettare le fondamenta per il superamento del razzismo e dell’intolleranza.
L’importanza cruciale dell’educazione ai diritti umani è messa
in evidenza dai numerosi casi in cui, negli ultimi anni, i mass media hanno
fomentato l’odio contro uno specifico gruppo etnico o nazionale, e dalla
proliferazione di siti web che attaccano con odio gli individui in base alla
loro etnia, alla loro cultura o al loro credo. Questi fenomeni sono esacerbati
dalla rapida crescita della società dell’informazione, alimentando
i timori che l’informazione possa diventare un terreno di coltura per
il conflitto e i crimini generati dall’odio.
Nel dicembre del 2003 le
Nazioni Unite hanno convocato a Ginevra, in Svizzera, il primo Vertice mondiale
sulla società dell’informazione. Oltre
che discutere sui “ricchi” e i “poveri” dell’informazione – il
cosiddetto “spartiacque digitale” – il vertice ha costituito
un’importante opportunità per esaminare molti aspetti della società dell’informazione,
tra i quali gli abusi appena citati. La Dichiarazione dei princìpi adottata
dal vertice, pur riconoscendo l’irrinunciabilità della libertà di
stampa e dell’indipendenza dei media, invita all’uso responsabile
e al trattamento dell’informazione «in accordo con i più elevati
criteri etici e professionali» (World Summit on the Information Society
Declaration of Principles. Document Wsis-03/ Geneva/Doc/4-E, Geneva: United
Nations, 12 Dic. 2003, p. 8). È mia speranza che in vista del secondo
vertice sull’informazione, che si terrà il prossimo anno in Tunisia,
verrà promossa una discussione approfondita sulle questioni etiche concernenti
le tecnologie emergenti.
Piantare i semi della pace
Le iniziative di interesse globale avranno successo se non saranno confinate
a livello governativo ma verranno sostenute da accordi e attività dal
basso: l’empowerment della popolazione a livello di base può mettere
in moto onde di trasformazione senza confini. Alla fondazione della Sgi nel
1975 Ikeda invitò i presenti a piantare i semi della pace in tutto il
mondo, giurando di farlo per primo. Una convinzione che resta ferma ancora
oggi
Affrontare con successo le questioni ad ampio raggio della sicurezza umana
richiederà idee coraggiose e innovative e sforzi continuati. A questo
fine, spero che le diverse società del mondo si impegneranno in quel
genere di “competizione umanitaria” prefigurata da Tsunesaburo
Makiguchi, gareggiando tra loro per offrire i più grandi e duraturi
contributi alla felicità umana. A questo riguardo possiamo prendere
ispirazione, per esempio, dalla Tailandia, che ha recentemente istituito
il Ministero dello sviluppo sociale e della sicurezza umana.
In quest’ambito,
vorrei anche sostenere la necessità di condividere
la conoscenza e la pratica attraverso iniziative come gli scambi tecnologici
e la messa a disposizione di personale specializzato per aiutare a realizzare
la sicurezza umana su scala globale. E, cosa ancor più importante, credo
che tali iniziative avranno maggiore successo se non sono confinate a livello
governativo ma vengono sostenute da accordi e attività a livello di
base.
Un fondamento essenziale per questo genere di iniziative è fare
in modo che l’apprendimento relativo alle questioni che il nostro mondo
ha di fronte metta in grado le persone di vederle come un loro problema personale.
L’educazione e l’empowerment della popolazione a livello
di base possono mettere in moto onde di trasformazione senza confini. Sulla
base di questa convinzione, la Sgi ha organizzato mostre e altre attività di
informazione dell’opinione pubblica a sostegno delle campagne delle Nazioni
Unite per il disarmo e i diritti umani e di conferenze internazionali come
il Summit della Terra. Tra i temi che abbiamo preso in considerazione ci
sono stati il disarmo nucleare, i diritti umani e lo sviluppo sostenibile.
L’anno
scorso, all’interno del nostro programma di educazione
alla pace, presso la sede dell’ Unesco a Parigi e presso la sede europea
delle Nazioni Unite a Ginevra abbiamo organizzato una mostra sulla vita e
il pensiero di Linus Pauling (1901-1994), premio Nobel per la chimica e per
la pace. In febbraio la Sgi-Usa allestirà una mostra dal titolo Costruire
una cultura di pace per i bambini del mondo, presso la sede delle Nazioni
Unite a New York.
Eliminare la parola “povertà” dal vocabolario
dell’umanità era
l’ardente desiderio del mio maestro Josei Toda. L’Istituto Toda
per la pace globale e la ricerca politica, che ho fondato per portare avanti
la sua visione, si è impegnato attivamente nella promozione della sicurezza
umana e del governo globale, e nella costruzione di una rete mondiale di
ricerche per la pace.
Attualmente sto conducendo un dialogo con la studiosa
della pace Elise Boulding, che da lungo tempo sostiene una cultura di pace
come fondamento della vita umana nel XXI secolo. Nel corso delle nostre conversazioni,
Elise Boulding ha osservato che gli esseri umani non esistono solamente nel
presente e che una prospettiva a breve termine ci espone a venire sopraffatti
dagli eventi attuali. Per mantenere la speranza, invece, dobbiamo intraprendere
azioni costruttive con una visione a lungo termine.
Guardando lontano nel
futuro, il presidente Toda predisse che la Soka Gakkai sarebbe diventata
una profonda e inesauribile sorgente di speranza e di ispirazione per tutta
l’umanità.
Portando avanti questa grandiosa missione, nell’impaziente attesa di
celebrare nel 2005 il trentesimo anniversario della fondazione della Sgi,
continueremo a promuovere la solidarietà tra
i cittadini del mondo come fondamento di una solida e duratura cultura di
pace.
L’empowerment della gente, tra la gente e per la gente – l’iniziativa
presa dagli individui per realizzare il loro infinito potenziale mentre contribuiscono
alla società – è la base del movimento della rivoluzione
umana della Sgi.
Nel gennaio del 1975, quando ci riunimmo da tutto il mondo
per fondare la Sgi, feci quest’appello a tutti i presenti: piuttosto
che cercare di far fiorire le vostre vite, dedicatevi a piantare i semi della
pace in tutto il mondo. E giurai di farlo io per primo.
La mia convinzione
resta ferma anche oggi. La pace non è un concetto
astratto e lontano da noi. La pace dipende dagli sforzi di ognuno di noi
di piantare e coltivare i semi della pace nella realtà della nostra
vita quotidiana, nella profondità del nostro essere, per tutta la vita.
Sono certo che questa sia la strada più sicura verso la pace duratura.
(traduzione
di Momi Zanda)
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UNICEF, The State of the World’s Children 2004. <http://www.unicef.org/files/SOWC_O4_eng.pdf>.
Istituzioni non governative e della società civile
Boston Research Center for the 21st Century ( Brc).
Fondato nel 1993, il Centro di ricerca per il XXI secolo di Boston funge da
centro di conferenze, editore e forum di dialogo su temi come la nonviolenza,
i diritti umani, la giustizia economica e l’etica ambientale <http://www.brc.org/>.
Commission on Human Security, Human Security Now (New York: Commission
on Human Security, 2003). <http://www.humansecurity-chs.org/finalreport/FinalReport.pdf>.
La Commissione sulla sicurezza umana è stata fondata nel gennaio 2001
grazie all’iniziativa del governo giapponese e in risposta all’appello
del segretario generale delle Nazioni Unite al Summit del millennio del 2000
per un mondo “libero dal bisogno” e “libero dalla paura”.
Press Release. 1 Maggio 2003. <http://www.humansecurity-chs.org/finalreport/pressrelease.html>.
Soka University e Soka Women’s College. Fondati da Daisaku Ikeda rispettivamente
nel 1971 e nel 1985, la Soka University e il Soka Women’s College sono
parte del sistema educativo Soka (creazione di valore) che comprende tutti
i livelli scolastici dal’asilo all’università <http://www.soka.ac.jp/>.
Toda Institute for Global Peace and Policy Research, Human Security
and Global Governance: Prospectus for an International Collaborative Research
Project, HUGG Prospectus. 17 Genn. 2004. Fondato nel 1996 e
con sedi a Tokyo e a Honolulu, l’Istituto Toda per la pace globale e
la ricerca politica riunisce studiosi della pace, esperti di politica
e della comunicazione e leader di altri settori impegnati su temi come la
pace, lo sviluppo sostenibile, i diritti umani e la governance globale <http://www.toda.org/>.
Mostre e materiale audiovisivo
Mostra Building a Culture of Peace for the Children of the World,
Soka Gakkai International-USA, <http://www.cultureofpeaceexhibit.org/>.
Mostra Nuclear Arms: Threat to Our World, Soka Gakkai. Sokanet.
2 Feb. 2004 <http://www.sokagakkai.info/sgi-exhibits/MAIN-KAKU.html>.