La fede come rivoluzione di Clark Strand
 Questa intervista è stata condotta la scorsa estate via e-mail per la rivista buddista americana Tricycle a conclusione di due anni di colloqui sul futuro del Buddismo, soprattutto in relazione al dialogo interreligioso e ad argomenti di forte interesse globale.
Tricycle, pubblicazione trimestrale presente anche on line e a cui si rimanda dalle pagine web dell’SGI, analizza varie forme di Buddismo, storiche e contemporanee, esaminandone l’impatto sui contesti delle tradizioni democratiche occidentali

Il Buddismo di Nichiren viene spiegato da Daisaku Ikeda a un pubblico esterno alla Soka Gakkai, chiarendone la specificità rispetto ad altre tradizioni buddiste. Emerge così la vocazione di questo insegnamento – concretizzata dalla nascita e dallo sviluppo della SGI – di trasformare il mondo in una società pacifica, pluralista e rispettosa della profonda natura umana di ogni individuo

La maggior parte dei nostri lettori [della rivista Tricycle] sa poco del Buddismo di Nichiren, salvo che i suoi seguaci recitano Nam-myoho-renge-kyo, il titolo del Sutra del Loto. Può aiutarci a comprendere la funzione di questa pratica, fondamentale nel Buddismo di Nichiren?
Nichiren utilizzò la seguente analogia per spiegare il Daimoku, o Grande titolo, e come esso funzioni: «Quando un uccello in gabbia canta, gli uccelli che volano liberi nel cielo sono richiamati e si radunano intorno a lui. E quando gli uccelli che volano nel cielo si radunano, l’uccello in gabbia cerca di uscire fuori. Così, quando con la bocca recitiamo la mistica Legge, la nostra natura di Budda viene richiamata e immancabilmente emergerà» (Coloro che inizialmente aspirano alla via, RSND, 1, 789; SND, 8, 34).
Recitare Nam-myoho-renge-kyo equivale a chiamare a gran voce il nome della natura di Budda che esiste dentro di noi e in tutti gli esseri viventi. È un atto di fede verso questa natura universale di Budda, un’azione che ci fa penetrare attraverso l’oscurità fondamentale della vita, cioè l’incapacità di riconoscere la nostra vera natura illuminata. È questa oscurità, o ignoranza fondamentale, che ci induce a percepire i cicli di nascita e morte come sofferenza. Tuttavia, quando lasciamo emergere la magnifica vita illuminata che esiste senza eccezioni in ognuno di noi e ci basiamo su di essa, anche le più fondamentali e inevitabili sofferenze di vita e morte potranno non essere vissute necessariamente come dolore, ma piuttosto trasformate in un’esistenza che incarna le virtù di eternità, gioia, vero io e purezza.

Superficialmente questo assomiglia ad altri insegnamenti basati su una singola pratica nati a Kamakura in Giappone, per esempio la meditazione seduta (zazen) di Dogen, o la recitazione del Nembutsu di Honen.
Come lei osserva, ci sono apparenti similitudini tra queste pratiche e la recitazione di Nichiren del titolo del Sutra del Loto. Io credo che questo possa attribuirsi a una risposta comune, conscia o inconscia, alle particolari condizioni e sfide dell’epoca di Kamakura, un periodo lacerato da conflitti in cui il Giappone era in transizione verso un sistema politico incentrato sui samurai.
La meditazione seduta zen è un esempio del tipo di pratica jiriki, o “potere interno” (auto-determinazione), che non invoca alcuna verità assoluta, o essere assoluto, al di là di se stessi. Al contrario, la recitazione del Nembutsu, incentrata sul Budda Amida al quale ci si rivolge per la salvezza, è un esempio dell’approccio tariki, o “potere esterno”.
Attingendo dagli insegnamenti del Sutra del Loto, Nichiren dichiarò che fosse più saggio non dipendere troppo né dall’uno né dall’altro. La recitazione di Nam-myoho-renge-kyo di Nichiren è una pratica che ci porta a scoprire un potere e una saggezza che esistono dentro di noi e che allo stesso tempo ci trascendono. Essa comprende aspetti di entrambe le pratiche fondate sul potere interno e sul potere esterno.

In un certo senso, allora, lei sostiene che essa rappresenta il meglio dei due tipi di pratica.
Sì, e poiché l’approccio di Nichiren è allo stesso tempo così accessibile e così pratico, esso consente alle persone comuni di attingere alle vaste sorgenti di energia e saggezza di cui sono già dotate. Ci dà il potere di vivere coraggiosamente e vittoriosamente in mezzo alle terribili realtà di quest’epoca di conflitti e lotte. Per questo io sono fiducioso che esso possa svolgere un ruolo fondamentale nell’illuminare la stada futura dell’umanità.

I buddisti di Nichiren recitano il Daimoku per ottenere quello che desiderano – una carriera di successo, la salute, un buon matrimonio e perfino la pace nel mondo. Però, da un punto di vista puramente tradizionale, il pregare per appagare i desideri terreni piuttosto che lottare per dominarli sembrerebbe una violazione dei fondamenti della dottrina buddista. Non è una contraddizione?
Se si pensa che lo scopo della religione sia la felicità non c’è alcuna contraddizione.
L’ideale del Buddismo mahayana è la realizzazione della felicità per se stessi e per gli altri. In nessun altro scritto questo concetto è enunciato così compiutamente come nel Sutra del Loto, che ravvisa la natura di Budda in tutte le persone – donne e uomini, quelli con istruzione e quelli senza. Esso dichiara che ogni persona, indipendentemente dalla classe, origine, ambiente personale, culturale o sociale, può ottenere l’Illuminazione. La nostra recitazione del titolo del Sutra del Loto è un modo per rinnovare il nostro voto di vivere in accordo con questo ideale.

Eppure la tradizione buddista – anche quella mahayana – ha sempre teso a mettere in risalto un approccio di tipo monastico all’Illuminazione. Lei trova nel Sutra del Loto il suggerimento verso una sorta di riforma democratica?
Il Sutra del Loto non nega la validità della pratica monastica, di quelle persone che si dedicano alla preghiera in un ambiente favorevole a controllare i desideri illusori e a ottenere un pacifico stato della mente. Il problema nasce quando la pratica finisce per essere vista come fine a se stessa piuttosto che come un mezzo per accedere alla via della saggezza. Nichiren fu il primo a rendere possibile per tutte le persone l’acquisizione della saggezza attraverso la fede. Seguendo il suo insegnamento diventa possibile utilizzare ogni avvenimento della vita – piacevole o doloroso – come un’opportunità per un ulteriore sviluppo della nostra saggezza innata. Quando Nichiren dichiara che i desideri terreni conducono all’Illuminazione sta descrivendo un processo attraverso il quale persino le persone comuni che vivono in mezzo a illusioni e desideri terreni possono manifestare la loro suprema saggezza.

Eppure penso che molti buddisti di altre scuole avranno difficoltà a comprendere come il pregare per i desideri terreni possa condurre all’Illuminazione.
Beh, per iniziare, penso sia importante che tutti i buddisti – anche i membri della SGI – comprendano che Nam-myoho-renge-kyo non è una sorta di formula magica da recitare per soddisfare i desideri. È una pratica che esprime la nostra fede nella verità e porta le nostre esistenze in sintonia con quella verità. È una strada per vincere il cosiddetto piccolo io che è attaccato ai desideri e tormentato dalle illusioni. È un processo di allenamento e trasformazione delle nostre esistenze, per diventare capaci di manifestare il nostro grande io, per far emergere la nostra saggezza di Budda e la capacità compassionevole di realizzare la felicità per noi e per le altre persone.
Alle sue origini, la Soka Gakkai fu disprezzata e derisa dalla società giapponese come un’adunata di ammalati e di poveri. Eppure Josei Toda, il mio mentore di vita, prese questa definizione come un motivo d’orgoglio e dichiarò con fiducia: «La vera missione della religione è portare sollievo agli ammalati e ai poveri. Questo è lo scopo del Buddismo. La Soka Gakkai è alleata e amica delle persone comuni, un’amica per gli infelici. Per quanto possiamo essere guardati dall’alto in basso, continueremo a combattere nell’interesse di tali persone». Di fronte alle devastazioni del Giappone del dopoguerra, Toda era convinto che questa fosse la più nobile azione agli occhi del Budda.
Inoltre il Sutra del Loto non nega il valore dei benefici mondani. Consentendo alle persone di iniziare a praticare con l’aspettativa del beneficio, gli insegnamenti del Sutra del Loto fanno sì che si stabilisca un modo di vivere basato sulla fede, e attraverso questa fede – sviluppata passo dopo passo, iniziando dalle circostanze che abbiamo nel momento in cui affrontiamo il percorso buddista, qualsiasi esse siano e qualunque ansia o preoccupazione terrena ci attanagli in quel momento – noi accediamo alla strada per la saggezza. Credendo in questo sutra che insegna l’Illuminazione universale, e purificando la nostra mente, diventiamo capaci di armonizzare le nostre azioni quotidiane con lo spirito fondamentale del Buddismo. Nel Sutra del Loto e negli insegnamenti di Nichiren non c’è dicotomia sostanziale tra l’Illuminazione e le esistenze degli esseri comuni.

Gli studiosi occidentali hanno osservato che Nichiren fu il primo leader buddista a parlare con una voce realmente profetica, insistendo affinché i governanti giapponesi accogliessero il Dharma (la Legge buddista) e ne facessero una realtà sociale. Cosa indusse Nichiren a intraprendere un’azione tanto coraggiosa, rischiando la propria vita per affermare la visione buddista della società in un paese in cui tradizionalmente ci si aspettava che la religione sostenesse il potere costituito piuttosto che denunciarlo?
Ha ragione sul fatto che in Giappone tradizionalmente ci si è sempre aspettati che la religione sostenesse l’autorità. L’opposizione di Nichiren al potere contiene la chiave per comprendere la sua personalità.
Nichiren provava compassione per le sofferenze delle persone comuni e sentiva la responsabilità di dover fare qualcosa per risolverle. Questa empatia e questo impegno serio verso la trasformazione sociale sono la vera radice di tutte le azioni di Nichiren.
Il Giappone della Kamakura del tredicesimo secolo era un luogo terribile in cui vivere. La vita era costantemente minacciata da terremoti, siccità e altri disastri naturali, così come da carestie, epidemie e conflitti armati. Ma né le autorità politiche del momento, né quelle religiose, avevano la capacità di andare oltre il proprio attaccamento al potere e alla propria posizione per agire con efficacia. Il risultato fu un profondo senso di impotenza e disperazione tra la popolazione. Nichiren era per sua natura incapace di mostrarsi cieco al dolore della gente ed espresse la sua denuncia, dando inizio a una battaglia di idee che sfidò l’ordine costituito.

Sembra molto rischioso.

Lo era. Ma Nichiren si rendeva conto del rischio. Nel 1260 presentò il suo trattato Rissho ankoku ron (Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese) alla più alta autorità di fatto del Giappone, l’ex reggente Hojo Tokiyori. Lo fece perché era convinto che, in una società feudale, fosse essenziale cambiare la consapevolezza delle persone che erano al vertice della piramide del potere. Negli anni che seguirono, a dispetto delle persecuzioni e della costante minaccia di assassinio o esecuzione, Nichiren mantenne fieramente la propria indipendenza, insistendo nel denunciare coloro che erano al potere. In quegli anni conquistò molti seguaci tra le persone comuni, insegnando loro che la felicità in questo mondo è davvero possibile. Ma la sua influenza tra gli oppressi della società era naturalmente percepita dai potenti come una minaccia.
Nichiren aveva previsto chiaramente tutto, e i suoi scritti documentano con grande franchezza i dubbi e le domande che lo avevano assalito agli inizi del suo percorso, quando rifletteva se dovesse parlar chiaro oppure no. A un certo punto confessò a un discepolo: «Io, Nichiren, sono l’unica persona in tutto il Giappone che capisce questo. Ma se pronuncio anche una sola parola al riguardo, allora genitori, fratelli e maestri sicuramente mi criticheranno, e il governante del paese prenderà provvedimenti contro di me. D’altronde, sono pienamente consapevole che, se non parlo apertamente, sto mancando di compassione» (L’apertura degli occhi, RSND, 1, 212: cfr. SND, 1, 108). Dopo un periodo di laceranti interrogativi interiori, Nichiren ricordò le parole di esortazione del Sutra del Loto affinché questo insegnamento venisse divulgato dopo la morte del Budda, e così fece il grande voto di trasformare la società e rendere tutte le persone in grado di vivere felici.

In che modo la Soka Gakkai ha portato avanti l’eredità di Nichiren?
I primi leader della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi e Josei Toda, erano entrambi educatori innovativi impegnati nella riforma del sistema educativo in Giappone. Makiguchi si convertì al Buddismo nel 1928, due anni prima di fondare la Soka Gakkai, e Toda lo seguì abbracciando la fede buddista poco dopo. Come aveva fatto Nichiren, entrambi si dedicarono alla felicità delle persone comuni che lottavano per vivere.
Durante la seconda guerra mondiale, però, si ritrovarono ad affrontare gravi persecuzioni, quando si opposero alle correnti del fascismo militarista giapponese e criticarono l’uso dello Shintoismo da parte dello stato per unire spiritualmente la popolazione a favore dello sforzo bellico. Come risultato, furono arrestati e imprigionati. Nel 1944 Makiguchi morì in prigione a causa della grave malnutrizione. Aveva settantatré anni. Toda uscì di prigione per ricostruire l’organizzazione in mezzo alle devastazioni della sconfitta.

Ma non fu solamente il governo militare a contrastare il messaggio di pace e integrazione universale della Soka Gakkai, giusto?
È giusto. Durante i quasi sette secoli dalla morte di Nichiren, il suo Buddismo era diventato quasi insensibile alle preoccupazioni e alle ansie della gente comune. A volte era stato addirittura interpretato come un insegnamento altamente nazionalistico. Makiguchi riscoprì il Buddismo di Nichiren come religione dedicata alla felicità della gente comune. Egli cercò di promuovere questa felicità partendo dalle fondamenta della società, attraverso una riforma del sistema educativo giapponese. Col tempo i suoi scopi si ampliarono e decise di condividere il suo sistema con persone di tutte le estrazioni sociali, come mezzo per trasformare le esistenze della gente comune e di conseguenza della società stessa.

Anche il Buddismo di Nichiren partecipò allo sforzo bellico, su richiesta del governo, così come tutte le altre scuole giapponesi di Buddismo?
Durante gli anni della follia militarista in Giappone il clero della Nichiren Shoshu, al quale Makiguchi era legato, si arrese alle pressioni delle autorità politiche. Per esempio acconsentì a modificare o cancellare i brani degli scritti di Nichiren considerati problematici dalle autorità. Al contrario Makiguchi ribadì l’intento originale del Buddismo di Nichiren, cioè un impegno umanistico verso la felicità delle persone comuni, e morì in prigione per questo.

Si potrebbe dire che l’umanesimo innovatore e universale della Soka Gakkai del dopoguerra sia nato dalla resistenza di Makiguchi alla guerra?
Sì, la battaglia del presidente Makiguchi per proteggere i valori umanistici resta per noi un esempio duraturo. Fu il suo discepolo Josei Toda che, sopravvissuto all’esperienza della prigionia, definì realmente quello che può essere considerato il “Buddismo moderno”. In prigione Toda interpretò le profonde ed enigmatiche parole del Sutra del Loto attraverso il suo essere più profondo, raggiungendo la rivoluzionaria intuizione che il Budda altro non è che la vita stessa. Sono personalmente convinto che questa sia un’intuizione di profondo significato all’interno della più vasta storia del Buddismo. Grazie al suo risveglio in prigione, Toda sviluppò un mezzo universale per esprimere il messaggio fondamentale del Sutra del Loto in modo da renderlo accessibile all’umanità contemporanea, facendolo rivivere come qualcosa di intensamente significativo per la vita quotidiana nel mondo moderno, senza distinzione di razza, religione, cultura.
Toda era convinto che la Soka Gakkai fosse l’erede della missione di propagare diffusamente il Buddismo di Nichiren per realizzare una società pacifica, e fece di questo impegno solenne il cardine dell’identità dell’organizzazione. Sebbene di persona non viaggiò mai fuori del Giappone, era profondamente preoccupato per la pace nel mondo.
Nel settembre del 1957, solo sei mesi prima della sua morte, pronunciò uno storico appello per l’abolizione delle armi nucleari, che egli condannò come un male assoluto che minaccia il diritto alla vita dell’umanità. In questo modo tentò di comunicare la dedizione del Sutra del Loto alla santità della vita e alla pace del mondo intero. Sono convinto che gli sforzi di Toda abbiano enormemente contribuito a rendere universale il Buddismo di Nichiren.

Ma non è stato Toda a diffondere la Soka Gakkai in tutto il mondo. Quella era la sua missione quando ha fondato la Soka Gakkai Internazionale, giusto?
Come terzo presidente dell’organizzazione sono stato profondamente ispirato dai miei predecessori. Ho sentito una fortissima responsabilità nel renderne universali gli insegnamenti e nell’assicurarne lo sviluppo a lungo termine. Solo qualche settimana prima della sua morte, avvenuta nell’apriledel 1958, Toda mi chiamò al suo fianco e mi raccontò di aver sognato di andare in Messico, e che là c’erano persone in attesa di conoscere il Buddismo.
Per quanto riguarda l’insegnamento, ho tentato di separare quegli elementi che, nell’interpretazione tradizionale del Buddismo di Nichiren, sono più legati alla cultura e alla storia giapponesi di quanto lo siano al messaggio di base. A questo scopo ho continuato a impegnarmi nel dialogo con un gran numero di persone in tutto il mondo, per perfezionare e universalizzare il modo di esprimere le mie idee. Poiché sono convinto che tutte le culture e le religioni siano espressione di profonde verità umane, ho abitualmente menzionato tradizioni filosofiche diverse dal Buddismo, introducendo idee e intuizioni provenienti dalla letteratura, dall’arte, dalla scienza e dalla medicina, e ho condiviso le parole illuminanti e le percezioni di pensatori delle più svariate origini culturali e religiose con tutte le persone, compresi i membri della Soka Gakkai.

Ricordo che nel suo libro sulla Soka Gakkai lo studioso americano Richard Seager riferiva di aver notato con sorpresa che non ci fossero immagini buddiste tradizionali o raffigurazioni nei campus dell’Università Soka in Giappone o in America, ma piuttosto statue di Victor Hugo e Walt Whitman.
Il filosofo inglese Alfred North Whitehead (1861-1947) disse a proposito della religione: «I suoi principi possono essere eterni, ma l’espressione di quei principi richiede uno sviluppo continuo». Secondo me questo è vero soprattutto per il Buddismo, una filosofia di vita dinamica che risponde all’eterno desiderio umano di pace e felicità attraverso i diversi scenari storici e culturali. Questo è il motivo per cui il dialogo tra le culture è tanto cruciale per lo sviluppo del Buddismo nel prossimo millennio. Pur restando fedele alla propria essenza, il Buddismo deve incontrare, imparare ed evolvere. In questo senso sono convinto che il lavoro di riscoperta, purificazione e universalizzazione che la SGI ha assunto come propria missione fondamentale sia la vera essenza del Buddismo.

Lei ha riformulato gli insegnamenti del Sutra del Loto dal punto di vista di un processo definito “rivoluzione umana”. La seconda parte del termine esprime la vostra filosofia di umanesimo buddista, ma c’è anche la parola rivoluzione. Quali sono gli aspetti più rivoluzionari del Buddismo come lo insegna la SGI, e in che modo l’umanesimo religioso dà origine a quel tipo di rivoluzione?
Il Buddismo è intrinsecamente rivoluzionario. Non riesco a pensare a niente di più radicale dell’Illuminazione. È un ritorno al nostro stato più naturale e allo stesso tempo un drastico cambiamento. Per citare Nichiren: «Si verifica sempre qualcosa fuori dal comune all’alzarsi e all’abbassarsi delle maree, al comparire e scomparire della luna, al passaggio dalla primavera all’estate, dall’estate all’autunno e all’inverno; lo stesso avviene quando una persona comune consegue la Buddità» (I tre ostacoli e i quattro demoni, RSND, 1, 568; cfr. SND, 4, 128).
L’espressione “rivoluzione umana” fu resa famosa dal presidente Toda. È un modo di esprimere il concetto di Illuminazione con un linguaggio contemporaneo. Nel Buddismo di Nichiren l’Illuminazione ha sempre un impatto sulla società. Attraverso un’intima trasformazione spirituale gli individui possono risvegliarsi a un’autentica comprensione della sacralità della vita. Ciò si oppone al disprezzo e alla sfiducia nei confronti della vita che sono alla radice di tutto il male della società moderna. Questo cambiamento interiore è quindi la base per realizzare sia la felicità individuale sia una società pacifica. Di nuovo, nel Buddismo di Nichiren le due cose non sono mai separate.
Dal punto di vista dell’individuo, Josei Toda la spiegava così: «La rivoluzione umana non è qualcosa di speciale o fuori dell’ordinario. È semplice come, per esempio, per una persona pigra e indolente diventare entusiasta e impegnata, o per uno senza amore per la cultura iniziare a impegnarsi nello studio, o per una persona che ha lottato contro la povertà diventare economicamente stabile e benestante. La rivoluzione umana è il cambiamento dell’orientamento di base della vita di una persona, e a renderlo possibile è la trasformazione della consapevolezza attivata dalla pratica buddista».

Sì, ma la maggior parte di noi è abituata a un concetto molto diverso di Buddità.
Utilizzando il linguaggio della “rivoluzione umana” Toda trasformò l’idea della Buddità – che in Giappone e in altri luoghi dell’Asia veniva concepita soprattutto come attinente alla vita dopo la morte – nel chiaro e profondo scopo di sviluppare e portare alla realizzazione in questa esistenza le nostre irripetibili capacità e qualità.
Io credo sinceramente che quando le persone che stanno facendo tali sforzi si uniranno e creeranno una solidarietà popolare su scala mondiale, vedremo aprirsi il cammino verso la realizzazione di una rivoluzione nonviolenta globale.

Proprio alla fine del Sutra del Loto il Budda Shakyamuni dichiara: «Se vedi una persona che accetta e sostiene questo sutra, dovresti alzarti e salutarlo da lontano, mostrandogli lo stesso rispetto che tributeresti ad un Budda». Come interpreta le parole di Shakyamuni?
Credo che queste parole offrano una chiara guida ai buddisti che vivono in un mondo di pluralismo religioso.
Nichiren afferma che gli otto caratteri cinesi che si traducono come «dovresti alzarti e salutarlo da lontano, mostrandogli lo stesso rispetto che tributeresti a un Budda» esprimono il suo primo e più importante principio, le qualità umane che più di tutte Shakyamuni auspicava di vedere in coloro che avrebbero praticato il Sutra del Loto nel futuro dopo la sua morte. In altre parole, la cosa fondamentale è la nostra azione e il nostro comportamento come esseri umani, la nostra capacità di prenderci cura e dare valore al singolo individuo.
C’è un capitolo del Sutra del Loto dedicato al bodhisattva Mai Sprezzante, che salutava reverenzialmente ogni persona che incontrava con le parole: «Nutro profondo rispetto per voi, non oserei mai trattarvi con disprezzo e arroganza. Perché? Perché tutti state praticando la via del bodhisattva e certamente otterrete la Buddità».
Ciò fornisce a noi buddisti moderni, che viviamo in un’epoca di interrelazioni internazionali e di questioni e problemi globali, un modello concreto per la nostra interazione con gli altri.
Secondo gli insegnamenti del Buddismo mahayana, il tempo in cui ora viviamo è definito l’Ultimo giorno della Legge, un’epoca di discordia e contese in cui tutto tende verso il conflitto. L’unico modo per opporre resistenza e contrastare le ondate violente di una tale epoca è avere una forte fede nella natura di Budda propria e degli altri, e ciò viene messo in pratica attraverso il rispetto che riusciamo a sentire per gli altri.

Oggi non si vede molto rispetto nelle relazioni internazionali, sebbene ci sia sempre speranza per il futuro.
Ce n’è davvero, e il Buddismo può mostrare in che modo coltivare proprio quel tipo di speranza.
Credere in noi stessi e negli altri, e trattare gli altri come tratteremmo un Budda: questa è la pratica che risveglia e richiama la natura di Budda inerente a noi tutti. È in questo che risiede il vero significato della pratica di propagazione diretta sostenuta da Nichiren.
È precisamente perché possiamo fare appello alla fede nella natura di Budda dell’altra persona che possiamo far emergere la compassione da dentro di noi e, desiderando la felicità per tutti, continuare a sviluppare un dialogo onesto e pieno di rispetto. Questo è l’autentico spirito della propagazione, della diffusione del Buddismo da una persona all’altra. Prima di tutto, e soprattutto, implica la costruzione di fiducia e amicizia attraverso un dialogo rispettoso e continuo.
Tutte le persone sono ugualmente dotate della capacità innata di rispettare gli altri, e questa capacità è fonte di un’inesauribile speranza in quanto incarna una verità universale che trascende le specificità dei credi religiosi. Il rispetto dei buddisti per le altre persone è rispetto per la loro umanità, indipendentemente dal loro credo o convinzione religiosa.
Nichiren lo descriveva con una metafora poetica, dicendo che quando ci inchiniamo davanti a uno specchio la figura nello specchio si inchina reverenzialmente verso di noi. Questo è il vero spirito del Buddismo ed è, sì, motivo di grande speranza.

Buddismo e Società n.133 – marzo aprile 2009
Intervista a Daisaku Ikeda di Ramesh Jaura

 Leader buddista invita all’approvazione del trattato sull’abolizione delle armi nucleari

Intervista a Daisaku Ikeda di Ramesh Jaura

 

Quello che segue è il testo completo di un’intervista fatta via e-mail al presidente della SGI e pubblicata il 21 giugno scorso sul sito della IDN-InDepthNews, realizzata in collaborazione con l’agenzia di stampa Interpress Service (IPS).

Berlino/Tokyo: un eminente pensatore buddista, Daisaku Ikeda, ha lanciato un appello affinché partano rapidamente negoziati per la definizione di un trattato globale per l’abolizione delle armi nucleari e di tutte le altre armi di distruzione di massa, da far coincidere idealmente con il settantesimo anniversario del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki.
Tale trattato internazionale, nella forma di una Convenzione internazionale sulle armi nucleari (Nwc), dovrebbe proibire lo sviluppo, i test, la produzione, lo stoccaggio, il trasferimento, l’uso e la minaccia d’uso di armi nucleari, e dovrebbe prevedere la loro eliminazione. Nella forma potrebbe essere simile a convenzioni già esistenti, come per esempio quelle che definiscono illegali le armi biologiche, quelle chimiche e le mine anti persona.
Fin dal 1996 sono in discussione proposte per la definizione di una Convenzione sulle armi nucleari. Solo ora, per la prima volta, questo accordo viene menzionato chiaramente nel documento finale della Conferenza degli stati parti per la revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (NPT), che si è tenuta dal 3 al 28 maggio presso il quartier generale delle Nazioni Unite a New York.
«Dobbiamo approfittare di questo slancio» dice il presidente dell’associazione buddista Soka Gakkai Internazionale (SGI) Daisaku Ikeda, che da anni sta portando avanti una campagna per l’eliminazione degli arsenali atomici e che all’inizio dello scorso settembre ha formulato un piano in cinque punti con l’obiettivo dell’abolizione totale delle armi nucleari.

Dottor Ikeda, cosa pensa dell’esito della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione? Apre davvero la strada per un passo in avanti verso l’abolizione del nucleare o è solo un mucchio di promesse e luoghi comuni, come affermano alcuni osservatori?
La gente sta cercando di valutare i risultati della Conferenza di revisione, e ci sono molte opinioni diverse. È un vero peccato, ad esempio, che non siano state superate le differenze fondamentali tra gli stati senza armi nucleari e gli stati nucleari. Di conseguenza la proposta – contenuta in bozza – che stabiliva l’inizio dei negoziati sul disarmo nucleare all’interno di una tabella di marcia definita non ha trovato spazio nel documento finale. E sono rimaste irrisolte molte altre questioni.
D’altro canto sono state evitate le divisioni che paralizzarono la Conferenza di revisione del 2005, e il documento finale include piani d’azione specifici. Per me questo è un chiaro segno che i governi sono sempre più consapevoli del fatto che non possiamo perdere l’opportunità di rinnovare il nostro impegno per un mondo libero dalle armi nucleari.
C’è una frase del grande scrittore cinese Lu Xun (1881-1936) che amo particolarmente: la speranza è come un sentiero di campagna; originariamente non esiste, ma via via che le persone camminano ripetutamente sullo stesso percorso appare una strada. Io penso che ciò possa applicarsi a ogni processo di avanzamento. La chiave di volta sarà, per i governi, procedere insieme facendo del documento finale la base delle loro attività, avanzando un passo alla volta su questo sentiero non ancora battuto. Allo stesso tempo è cruciale costruire un movimento di opinione internazionale che richieda l’immediata attuazione di tutti gli accordi, e qui un contributo importante può essere la realizzazione di incontri sempre più frequenti in cui la società civile e i politici possano dialogare.

Quali sono secondo lei le conquiste più significative?
Credo che la Conferenza abbia avuto tre risultati degni di nota. Innanzitutto, dopo aver affermato che tutti gli stati hanno bisogno di fare sforzi particolari per stabilire le strutture necessarie al raggiungimento e al mantenimento di un mondo senza armi nucleari, il documento finale fa riferimento, per la prima volta in assoluto, a proposte per l’istituzione di una Convenzione sulle armi nucleari (Nwc).
In secondo luogo la Conferenza riconosce che l’unica vera garanzia contro la minaccia creata dalle armi nucleari è la loro abolizione. E in terzo luogo la Conferenza ha richiesto che i paesi osservino la Legge umanitaria internazionale alla luce degli effetti catastrofici di qualunque uso di armi nucleari.
Adducendo la scusa che i tempi non sono ancora maturi, o che una convenzione del genere non si accorda con le condizioni attuali delle relazioni internazionali, gli appelli per l’istituzione di una Convenzione sulle armi nucleari che dovrebbe bandire queste armi di distruzione di massa a livello globale, avanzati da paesi non nucleari e da Organizzazioni non governative, sono stati finora respinti. Di conseguenza non è mai iniziato un negoziato internazionale.
Tutto ciò rende ancora più significativo che nel documento finale della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione si faccia esplicito riferimento a una Convenzione sulle armi nucleari. Io credo che sia stato possibile arrivare a ciò grazie alla sinergia di diversi attori, dal presidente della Conferenza di revisione a importanti agenzie delle Nazioni Unite come ad esempio l’Ufficio per il Disarmo, a governi impegnati nell’abolizione del nucleare, e anche grazie agli sforzi appassionati e determinati di molte organizzazioni della società civile. I giovani della Soka Gakkai in Giappone, per esempio, hanno raccolto più di due milioni e duecentomila firme a sostegno di una Nwc, e le hanno consegnate al presidente della Conferenza e al Segretario generale delle Nazioni Unite.

Quali sono i prossimi passi?
Dobbiamo approfittare di questo slancio. Il mio invito è di avviare velocemente negoziati per una Convenzione sulle armi nucleari, con un occhio alla prossima Conferenza di revisione che si terrà nel 2015 e che segnerà il settantesimo anniversario dell’uso delle armi atomiche contro Hiroshima e Nagasaki. Ci sono molti ostacoli da superare ma sono convinto che il tempo per realizzare una totale proibizione delle armi nucleari sia maturo.
Due principi espressi nel documento finale rendono ciò perfettamente chiaro.
Il primo è: «La Conferenza riafferma e riconosce che la totale abolizione delle armi nucleari è l’unica garanzia contro l’uso o la minaccia di uso di tali ordigni».
Il secondo è: «La Conferenza esprime la profonda preoccupazione in merito alle catastrofiche conseguenze sul genere umano di ogni uso di armi nucleari e ribadisce la necessità che tutti gli stati si conformino sempre a leggi applicabili a livello internazionale, tra cui la Legge umanitaria internazionale».
Mentre il dibattito intergovernativo sulla questione nucleare è stato spesso inquadrato all’interno di logiche politiche e militari, questa dichiarazione dà una chiara priorità ai valori umanitari e all’imperativo di rispettare la dignità della vita.

In che modo le armi nucleari rappresentano una questione umanitaria?
Nel corso della Conferenza di revisione, i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki hanno condiviso le loro esperienze sollecitando l’abolizione delle armi nucleari. La sofferenza causata dalle armi nucleari non si limita all’immediato periodo successivo al loro uso. Le armi nucleari sono l’arma disumana per eccellenza, il cui impatto continua a causare dolore e a minare le fondamenta della dignità umana per generazioni.
È per questo motivo che il mio maestro Josei Toda (1900-1958), il secondo presidente della Soka Gakkai, dichiarò che esse erano il male assoluto. Era convinto che per nessuna ragione le si potesse considerare alla stessa stregua delle armi convenzionali, ossia come un male necessario da poter usare se richiesto dalle circostanze. Le armi nucleari sono totalmente inaccettabili – sia a causa della grave minaccia che costituiscono per la pace sia per la loro natura profondamente disumana, un’aggressione alla dignità degli individui.
Questo dovrebbe essere il pensiero che sottende gli sforzi per stabilire una convenzione sulle armi nucleari. Le azioni per applicare alle armi nucleari lo spirito e i principi della Legge umanitaria internazionale sono cruciali al fine di calare definitivamente il sipario sull’era nucleare.

Jayantha Dhanapala, presidente del Movimento Pugwash, ha descritto l’accordo per l’attuazione della Risoluzione del 1995 in Medio Oriente come la conquista più significativa della Conferenza. Il fatto che questo accordo possa condurre a un Medio Oriente libero dalle armi nucleari è una questione che suscita la perplessità di molti esperti. Questo atteggiamento scettico non è forse giustificato, considerando le riserve di Stati Uniti e Israele su alcuni punti cruciali?
I trattati che hanno stabilito Zone libere da armi nucleari (NWFZ) in Asia Centrale e in Africa, entrati in vigore lo scorso anno, sono un’importante fonte di speranza. Queste regioni si aggiungono ad America Latina, Sud Est asiatico e Pacifico meridionale. Ciò è particolarmente significativo perché le due nuove Zone libere da armi nucleari includono stati che in passato hanno sviluppato o posseduto armi nucleari.
La prossima sfida è promuovere la denuclearizzazione in altre regioni del mondo. Come nel Nord Est asiatico e in Asia meridionale, la strada verso questo obiettivo in Medio Oriente è lastricata di molte difficili sfide. È questo il contesto in cui la Conferenza di revisione del NPT ha richiesto per il 2012 una conferenza per definire il Medio Oriente come Zona libera da armi nucleari e da tutte le armi di distruzione di massa.
È inutile dire che le questioni in Medio Oriente sono complesse e difficilmente risolvibili attraverso un’unica conferenza. Inoltre, alla luce della storia di conflitti e violenze e delle radicate ostilità della regione, perfino la stessa convocazione della conferenza sarà un obiettivo tutt’altro che facile da raggiungere.
Ma la situazione attuale è chiaramente intollerabile, e potrebbe peggiorare drammaticamente in qualsiasi momento. Per questa ragione è necessario sviluppare vie di dialogo e trovare i modi per iniziare a sciogliere le tensioni.
Lo storico britannico Arnold Toynbee (1889-1975) parlando dei pericoli dell’era nucleare li ha definiti «un nodo gordiano che deve essere sciolto da dita pazienti e non con un taglio netto». Risolvere l’impasse di vecchia data della questione mediorientale e smantellare le basi della contesa richiede uno sforzo continuo sia nel dialogo che nello scioglimento dei giganteschi grovigli di paura, sospetto e sfiducia. Il punto chiave da tenere a mente, in ogni caso, è che il conflitto non rende impossibile il dialogo, anzi lo rende necessario.

Cosa significa concretamente?
Nella ricerca di un mondo libero da armi nucleari è necessario abbandonare le posizioni di minaccia reciproca e incamminarsi verso sforzi condivisi per ridurre sia la minaccia sia la percezione della minaccia. È necessario ristabilire la fiducia e promuovere la sicurezza. Tutti gli attori coinvolti devono lavorare per creare ambiti di sicurezza fisica e psicologica sempre più estesi. Credo che questa formula si possa applicare in ugual misura al Nord Est asiatico, all’Asia meridionale e al Medio Oriente. Intraprendendo un dialogo rivoltoal futuro possiamo fare un passo in avanti verso la coesistenza pacifica.
Le difficoltà relative alla realizzazione di una conferenza sul Medio Oriente mettono in evidenza la necessità che l’intera comunità internazionale, compresa la società civile, offra il proprio sostegno. Il documento finale della Conferenza di revisione richiede che tale conferenza sia convocata «con il pieno sostegno e impegno da parte degli stati possessori di armi nucleari». Oltre a tale sostegno io spero che il Giappone, in quanto paese con un’esperienza diretta di guerra nucleare, lavori con altri paesi senza armi nucleari per creare le condizioni per un dialogo fruttuoso e sostenibile in Medio Oriente.

Quali azioni consiglierebbe alla società civile affinché le promesse diventino realtà e i luoghi comuni impegni vincolanti, particolarmente per ciò che riguarda il Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT), il Trattato per la messa al bando della produzione di materiale fissile (FMCT) e la Convenzione sulle armi nucleari?
Nonostante i ripetuti richiami, il CTBT adottato nel 1996 non è ancora entrato in vigore. Nel caso del Trattato per la messa al bando della produzione di materiale fissile (FMCT) i negoziati non sono neanche iniziati. Ad ogni modo io non considero la situazione senza speranza. Sebbene il CTBT da quando è stato firmato non sia ancora vincolante, i cinque stati possessori di armi nucleari hanno osservato la moratoria su ulteriori test, e lo stesso hanno fatto l’India e il Pakistan dal 1998. Inoltre la Commissione preparatoria del CTBT ha continuato a sviluppare sistemi di verifica per assicurare che nessun paese porti avanti test nucleari.
Alla Conferenza di revisione dell’NPT l’Indonesia ha espresso la sua intenzione di ratificare il CTBT. Se anche gli Stati Uniti lo facessero, per l’entrata in vigore del trattato mancherebbe la ratifica solo di altri sette stati. Riguardo all’FMCT, i cinque stati con armi nucleari hanno concordato di sospendere la produzione di materiale fissile in attesa dell’inizio dei negoziati.

Cosa serve affinché questi trattati vengano accettati?
Abbiamo bisogno, più di ogni altra cosa, di unire le forze dell’opinione pubblica internazionale e della volontà popolare. Soltanto queste due componenti possono creare le condizioni per far sì che i capi di governo si sentano davvero obbligati a procedere.
In questo momento, tuttavia, sono quasi esclusivamente persone della società civile coinvolte nelle attività di Organizzazioni non governative impegnate su questo tema a dimostrare vera passione e interesse. Si tratta di argomenti troppo importanti – è letteralmente in ballo il destino dell’umanità – perché possano essere lasciati nelle mani di pochi politici al governo.
I movimenti per la realizzazione dei trattati che hanno portato alla messa al bando delle mine anti persona e delle bombe a grappolo sono stati portati avanti da gente comune, persone che percepivano l’orrenda natura di tali armi come un oltraggio al proprio senso di umanità ed erano spinte ad affrettare i tempi dalla necessità di prevenire ulteriori sofferenze. Allo stesso modo, quando la gente capirà l’importanza dei trattati CTBT e FMCT per ridurre la minaccia delle armi nucleari, assisteremo a un’ampia mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale.
Da gennaio a marzo di quest’anno i giovani e gli studenti della SGI hanno svolto in otto paesi un’indagine tra i loro coetanei riguardo all’atteggiamento verso le armi nucleari. Molti intervistati inizialmente erano stupiti da questa attività, e ciò fa capire quanto le persone percepiscano le armi nucleari del tutto scollegate dalla loro vita. Nonostante ciò, circa il settanta per cento degli intervistati ha affermato che l’uso delle armi nucleari è inaccettabile in qualunque circostanza, e più della metà era d’accordo sul fatto che un rinnovato dibattito sulla questione nucleare potrebbe stimolare il progresso verso la loro abolizione.
La chiave, dunque, sta negli sforzi persistenti all’interno della società civile per ampliare la consapevolezza e l’interesse sulle questioni nucleari, anche sottolineando l’importanza di questi trattati. Tali sforzi possono abbattere gli ostacoli al progresso e trasformare le realtà più ostinate. Questo è l’obiettivo che la Soka Gakkai vuole realizzare attraverso il “Decennio dei popoli per l’abolizione delle armi nucleari” lanciato nel 2007.

Che ruolo attribuisce all’educazione?
Alla Conferenza di revisione quarantadue paesi, incluso il Giappone, hanno redatto una dichiarazione comune sull’importanza dell’educazione al disarmo e alla non proliferazione. È nostra intenzione continuare a collaborare con l’Ufficio per il disarmo delle Nazioni Unite, con le organizzazioni per i trattati come la Commissione preparatoria al CTBTO, e con Organizzazioni non governative come la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN).
Tutti insieme possiamo costruire all’interno della comunità internazionale le fondamenta di un mondo senza armi nucleari. I giovani sono già alla testa di questo movimento. Quando la gente comune si unisce in maniera solidale, ha il potere di colmare il vuoto tra la realtà e gli ideali. Questa è la nostra determinazione, nel lavorare per la realizzazione di questi trattati e ancor di più per il raggiungimento di una Convenzione sulle armi nucleari che metterà effettivamente al bando tutte le armi nucleari a livello globale.

Buddismo e Società n.142 – settembre ottobre 2010 – da IPS/IDN-InDepthNews, 21 giugno 2010

 

 

Intervista a Daisaku Ikeda di Alastair Thompson
 

Pace sulla Terra

Intervista a Daisaku Ikeda, di Alastair Thompson
(pubblicata su Scoop Independent News il 16 marzo 2014)Emisferi

Tsunesaburo Makiguchi credeva che la Nuova Zelanda potesse giocare il ruolo di garante della pace nel mondo, immaginando che la pace sarebbe scaturita proprio da lì, dal centro dell’ “emisfero acqueo”, e per spiegarlo usava la mappa riprodotta in alto.

Dopo aver visto lo spettacolo interattivo Io scelgo (creato per le scuole contro il bullismo e sponsorizzato dalla Commissione Internazionale degli artisti per la pace, organismo fondato da Ikeda) e letto la sua Proposta di pace 2013 Alastair Thompson, giornalista fondatore di Scoop Independent News, (la prima pubblicazione telematica indipendente della Nuova Zelanda), ha chiesto un’intervista a Daisaku Ikeda sottoponendogli domande scritte alle quali Ikeda ha risposto nel 2014. Ecco l’intervista in versione integrale

In accordo con le sue osservazioni contenute nella Proposta di pace del 2013 circa la dignità della vita, quali sono secondo lei gli aspetti della natura umana che contribuiscono alla pace e quali invece quelli che la minano?
Nella proposta di pace dello scorso anno, ho analizzato come costruire una società globale sostenibile, una visione sulla quale attualmente le Nazioni Unite stanno puntando l’attenzione. Io credo che l’inviolabile dignità della vita dovrebbe essere la piattaforma di base per costruire una società di questo genere.
Come esseri umani possiamo decidere di dare priorità alla famiglia o, viceversa, possiamo desiderare di essere considerati persone di potere. In apparenza, con il primo atteggiamento si potrebbe dare l’impressione di essere amanti della pace, e con il secondo invece individui propensi alla guerra. Ma, a seconda delle circostanze, l’effetto di questi due atteggiamenti può essere esattamente l’opposto.
Per esempio, quando s’intensifica il conflitto fra due gruppi, proprio il desiderio di proteggere i propri cari può, in effetti, portare alla violenza, mentre un senso di sicurezza e una grande padronanza di sé può servire agli altri come fonte di speranza, di coraggio e d’ispirazione per superare i venti minacciosi dell’odio e della discriminazione attraverso l’uso della non violenza, come è stato nel caso del Mahatma Gandhi e di Martin Luther King.
È chiaro che la natura umana è molto sfaccettata, e non è di per sé causa della violenza e della guerra. Come risulta chiaramente dalla Dichiarazione di Siviglia sulla violenza, adottata dalla Conferenza generale dell’UNESCO nel novembre 1989, non è scientificamente corretto affermare che la guerra, come qualsiasi altro comportamento violento, sia connaturata all’essere umano perché presente nel suo programma genetico.
Ritengo che la sfida più impellente sia quella di promuovere un’etica sociale che metta al riparo la società dall’insorgere di psicosi collettive e focolai di violenza. Il pensatore spagnolo José Ortega y Gasset avvertiva che questa è l’epoca delle “correnti” e del “lasciare che le cose scivolino via”. Difficilmente c’è chi offre resistenza ai venti di superficialità che si levano dal mondo dell’arte, delle idee, della politica e dai costumi.
Io credo che l’empatia, basata sulla comprensione del significato universale della dignità della vita, dovrebbe essere il fondamento di tale etica. Per non lasciare che il desiderio di proteggere la propria famiglia possa sfociare nella violenza e nella guerra, è d’importanza cruciale essere in grado di percepire i sentimenti degli altri – i membri di altri gruppi – ugualmente desiderosi di assicurare la sopravvivenza ai loro cari.
È anche fondamentale ricordarsi sempre di non perseguire la propria felicità alle spese di quella degli altri, per non lasciare che il desiderio di potere e la nostra determinazione si trasformino in una minaccia per la sicurezza e la dignità della vita altrui.
È nella prospettiva di promuovere la dignità della vita che nella Proposta di pace dello scorso anno ho suggerito tre linee guida di comportamento: determinazione a condividere le gioie e le sofferenze degli altri; fede nelle possibilità illimitate dell’esistenza; voto di difendere e celebrare le diversità.
Ho usato queste parole – determinazione, fede e voto – perché se vogliamo resistere alle correnti negative della società e costruire durevoli basi per la pace e la convivenza armoniosa è d’importanza cruciale per ognuno di noi mantenere un impegno a partire da una decisione profonda radicata nel riconoscimento della dignità della vita.
Noi della SGI ci stiamo impegnando a promuovere e incoraggiare questo approccio alla vita, perciò stiamo contribuendo a diffondere alla base della società una cultura di pace e diritti umani, così come vengono promossi dalle Nazioni Unite.

In relazione alle attività svolte dalla SGI per l’empowerment della società civile, cosa può fare il singolo individuo per eliminare la violenza passiva? Che tipo d’impatto possono avere tali iniziative, in termini di resilienza, sulla società?
La violenza viene generalmente intesa come violenza fisica, come uso della forza per ferire o uccidere, in un escalation che va dall’aggressione fisica, all’assassinio e infine alla guerra.
Non dobbiamo però sottovalutare l’insorgere di un altro tipo di violenza: quella che minaccia i diritti umani e ferisce la dignità delle persone, posta in atto con parole e atteggiamenti offensivi e discriminatori senza ricorrere a necessariamente alla violenza fisica.
Questo tipo di violenza non solo causa dolore e sofferenze agli altri ma, in periodi di fermenti sociali, se non viene fermata in tempo, può offrire terreno fertile per l’uso della violenza fisica contro le minoranze, fino a creare un contesto in cui comportamenti simili vengano tollerati o peggio, incoraggiati.
I discorsi intrisi di odio e i delitti da lì generati, occorsi in molti tipi di società negli anni passati, ne sono un esempio. E anche laddove questi comportamenti non comportino veri e propri attacchi fisici, derivano dalla stessa radice da cui nasce la violenza diretta, poiché tendono a danneggiare gli altri e sono basati sull’odio.
La “Piramide dell’odio”, ideata dalla Lega Anti Diffamazione e dalla Fondazione per una storia visiva della Shoah (USC Shoah Foundation), classifica tali comportamenti fondati sull’odio in questo modo: 1. Atteggiamenti mentali basati sul pregiudizio; 2. Atti basati sul pregiudizio; 3. Discriminazione; 4. Violenza e 5. Genocidio. In quest’ottica, le divisioni sociali e i conflitti non avvengono da un momento all’altro. Quando i comportamenti indicati alla base della piramide sono ritenuti comunemente accettabili, ciò può innescare un’escalation di violenza che arriva a generare atrocità indicibili.
È importante perciò rigettare i comportamenti catalogati ai livelli più bassi della piramide come inaccettabili e incoraggiare anche gli altri a fare così.
Ricordo le parole di Arun Gandhi, attivista della nonviolenza e nipote del Mahatma Gandhi, durante il nostro incontro che si tenne a Tokyo nel 2000. Egli mi spiegò che la violenza passiva è indiretta e la gente può arrivare a parteciparvi senza neanche accorgersene. Si può trattare di pressioni, coercizione o vari tipi di oppressione e discriminazione. Dal momento che non è violenza fisica vera e propria, la si tende a sottovalutare. Gandhi mi disse che suo nonno gli aveva insegnato che sottovalutare o far finta di non vedere il male è di per sé una forma di violenza.
Il fondatore della Soka Gakkai, Tsusesaburo Makiguchi (1871-1944) si oppose al regime militarista giapponese durante la Seconda guerra mondiale e morì in carcere, rifiutando fino alla fine di rinnegare le sue convinzioni. L’anno prima del suo arresto fece un’osservazione molto simile: «La radice della malattia della società contemporanea è il non fare alcuna distinzione fra evitare di fare il bene e fare effettivamente il bene, considerando la prima cosa diversa dal fare del male e tutto sommato accettabile, fintanto che non si violi la legge. È per questo motivo che egoismo e ipocrisia regnano sovrani».
Come eredi delle convinzioni di Makiguchi, noi della Soka Gakkai ci siamo sforzati di indirizzare la società verso la pace e la coesistenza intervenendo alla base, per impedire che possa ingolfarsi nell’odio e nella violenza.
Ci siamo inoltre sforzati di estendere in profondità una rete di amicizia fra le persone ai diversi livelli nella società, basata su dialoghi interpersonali che vanno oltre le differenze etniche e culturali. Tutto ciò può rafforzare la capacità di resilienza nei confronti degli incitamenti al razzismo ed evitare che la gente si faccia trascinare dall’atteggiamento mentale, xenofobo e discriminatorio, di alcuni gruppi.
Abbiamo promosso scambi educativi e culturali, in maniera consistente, anche in tempi di crescenti tensioni politico/economiche fra le nazioni. Attraverso tali sforzi la porta del dialogo e della comprensione reciproca fra le persone può restare sempre aperta.
Abbiamo puntato in particolar modo a espandere gli scambi e la comunicazione fra i membri delle giovani generazioni. I tentativi di creare pace e amicizia non si dovrebbero fermare a una singola generazione. Dobbiamo lavorare per trasmettere lo spirito di amicizia da una generazione all’altra e far arrivare alle generazioni future la lezione che abbiamo imparato a proposito del valore della coesistenza pacifica – e la saggezza che ne deriva.
Il nostro impegno a raggiungere coloro che soffrono e dar loro forza e coraggio è chiaramente condiviso da altre organizzazioni non governative e gruppi della società civile. Noi continueremo a lavorare con persone e associazioni animate dal nostro stesso intento per aumentare la resilienza della società attraverso la solidarietà fra cittadini comuni.
È possibile che religioni diverse cooperino nell’impresa di costruire la pace? E come si può promuovere al meglio tale cooperazione?
Io credo in una tale possibilità. Ma credo che dobbiamo sforzarci sinceramente per riuscire a cooperare.
Come buddista, da più di quarant’anni sono impegnato a dialogare con leader ed esperti dalle più diverse provenienze religiose con l’obiettivo di promuovere relazioni cuore a cuore per costruire un mondo pacifico.
Posso concludere dalla mia esperienza che, a dispetto delle differenze di fede, interpretazioni dottrinali o ideologie religiose, noi tutti condividiamo una comune umanità – il desiderio di pace – la preoccupazione per i problemi del globo e una speranza sincera per il futuro dell’umanità.
Nel dialogo che abbiamo condiviso, l’ex presidente e leader del più grande gruppo islamico dell’Indonesia, Abdurrahman Wahid (1940-2009), espresse la sua speranza che i giovani non si lascino trascinare esclusivamente dal proprio interesse personale ma possano agire per il bene della società in senso generale e per una coesistenza pacifica nel mondo. Le persone di coscienza, a prescindere dalla loro tradizione religiosa, abbracciano gli stessi sentimenti.
Riguardo a come promuovere la cooperazione fra religioni diverse, io penso che un approccio volto alla soluzione dei problemi sia il più efficace. Religioni diverse si possono impegnare nel dialogo, discutendo su temi specifici relativi a problemi globali come: conflitti, distruzione dell’ambiente, povertà e risposta ai disastri ambientali. Possono chiarire quali azioni debbano essere intraprese e che tipo di saggezza e spiritualità possano offrire al mondo. Possono scambiarsi idee ed esplorare nel concreto i modi per collaborare.
Nel corso della storia, ci sono state guerre e violenza a causa di conflitti religiosi. Mentre l’umanità si confronta con le comuni sfide – minacce globali di urgenza crescente che affliggono le popolazioni senza distinzione di credo – il ruolo e il potenziale contributo delle religioni si vanno rivalutando in chiave più positiva: è ora assodato che la religione e la spiritualità possono essere forze potenti che favoriscano e stimolino a livello globale partecipazione e sostenibilità. Il contributo che la religione può offrire sta riscuotendo oggi maggiore attenzione all’interno della comunità internazionale. Per esempio, alla Consulta annuale dell’ACNUR con le ONG, che si è riunita a Ginevra nel giugno del 2011 solo alcuni mesi dopo il terremoto in Giappone, si è avuto un’incontro intitolato “Rafforzare l’impegno di protezione umanitaria” al quale sono stati invitati anche rappresentanti della SGI.
Siamo entrati in un’era in cui è importante che religioni provenienti da diverse tradizioni collaborino, e le Nazioni Unite possono fornire una piattaforma per tale cooperazione. Le varie confessioni religiose possono adoperarsi per risvegliare la bontà nelle persone che ricercano costruzione e solidarietà più che distruzione e divisione, e insieme sforzarsi per offrire il loro speciale contributo alla soluzione dei problemi globali. Lo spirito umanitario delle religioni mondiali risulterà così arricchito e la cooperazione fra esse ulteriormente approfondita.
Ricordo le parole del presidente Ceco Václav Havel: «L’unico obiettivo significativo per l’Europa del prossimo secolo è quello di essere la “parte migliore di sé”, cioè rivitalizzare le sue migliori tradizioni intellettuali e contribuire creativamente a una nuova forma di convivenza globale». Se si sostituisse al termine “Europa” l’espressione “ogni tradizione religiosa” potremmo comprendere più chiaramente quale potrebbe essere il ruolo della religione nel mondo del XXI secolo.
Ci sono molte istituzioni e iniziative ammirevoli che promuovono la cooperazione e il dialogo interreligiosi. Anche i tre istituti di ricerca che ho fondato, l’Istituto di Filosofia orientale e l’Istituto Toda per la pace globale e la ricerca politica, e infine il Centro Ikeda per la pace, l’istruzione e il dialogo, si sono adoperati molto per promuovere il dialogo fra culture e fedi religiose diverse.
Il proposito più ampio è quello di incoraggiare ogni cultura e fede religiosa a esplorare, attraverso il dialogo, la “parte migliore di sé”, e trovare un modo per collaborare nel risolvere i problemi globali.
Attualmente sono in corso dibattiti in forum associati alle Nazioni Unite su come redigere un’agenda per lo sviluppo globale oltre il 2015, come prosecuzione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs) volti ad alleviare le sofferenze causate dalla povertà e dalla fame.
Ritenendola una sfida senza precedenti per l’umanità, mi preme che il raggiungimento di un nuovo insieme di obiettivi globalmente condivisi dia il via a un pieno dialogo e a una cooperazione matura fra le religioni.
Come vede il ruolo della tecnologia e di internet in un mondo in continuo cambiamento? Nella sua proposta di pace 2013 lei menziona il male che può essere causato dalla velocità. In un mondo in cui la velocità del cambiamento tende a sopraffare praticamente tutti, secondo lei come può essere gestita a livello individuale e come possiamo proteggerci?
Il rapido sviluppo dell’informazione e delle tecnologie della comunicazione – come internet, che dopo la fine della guerra fredda e in seguito alla standardizzazione delle procedure avvenuta nel 1982 si è diffuso ampiamente e rapidamente – è giustamente noto come Rivoluzione dell’informazione. Il suo enorme impatto sul mondo è sicuramente equivalente a quello che ebbe la Rivoluzione industriale nel XVIII secolo.
La diffusione globale dell’informazione ora ci permette di sapere all’istante ciò che avviene dall’altra parte del mondo. Inoltre, si possono creare on line dei forum di comunicazione liberi e flessibili, qualcosa di assolutamente inconcepibile durante il periodo della guerra fredda. La tecnologia della comunicazione sta velocemente abbattendo le barriere geografiche e fisiche che hanno impedito gli scambi fra popoli che abitano a grandi distanze.
Ma l’aspetto più significativo è che la rivoluzione dell’informazione impedisce che la conoscenza e la diffusione delle notizie vengano monopolizzate da un ristretto numero di gruppi o di persone, rendendole accessibili a molti in maniera più democratica.
L’accesso all’informazione è stato lungamente a senso unico, fornito unilateralmente dalla stampa e dai mass media. È estremamente significativo che nuovi siti web indipendenti, come Scoop, ora offrano un forum per sollevare questioni da prospettive diverse. Queste fonti on line possono illuminare le persone su argomenti e punti di vista diversi dei quali non erano a conoscenza, sostenendo lo sviluppo di fondamenta più solide e democratiche per la società.
Per condividere alcuni dei nostri sforzi relativi ad attività volte a costruire la pace, qualche anno fa la SGI ha lanciato un progetto on line (Verso un mondo libero dal nucleare, www.nuclearabolition.info) volto a portare a conoscenza gli sforzi che la società civile compiva per abolire il nucleare. Questo sito è il frutto di una collaborazione con l’Inter Press Service (IPS), un’agenzia d’informazione impegnata da tempo a dare voce al mondo in via di sviluppo.
Nel giugno del 2012, abbiamo cooperato all’organizzazione di una tavola rotonda interdisciplinare sul ruolo dell’educazione e dell’istruzione per un futuro sostenibile nell’ambito della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile (Rio+20). In quell’occasione, il direttore regionale dell’Inter Press Service per l’America Latina, Joaquin Costanzo, mise in luce come la missione chiave dei mass media sia quella di risvegliare la coscienza sui temi sociali e incoraggiare le persone a partecipare al processo decisionale. Sotto questo aspetto credo che i notiziari web giocheranno un ruolo sempre più importante.
Sfortunatamente, è altresì chiaro che l’innovazione delle tecnologie dell’informazione ha creato maggiori possibilità anche in negativo: il cyberspazio può essere usato per istigare conflitti, odio e discriminazione. L’opinione pubblica può essere manipolata distorcendo le notizie e diffondendo immagini stereotipate. Internet è utile senz’alcun dubbio, perché possiamo accedere alle informazioni on line istantaneamente. Ma alcune informazioni reperibili in rete sono di dubbia provenienza, e altre sono chiaramente fuorvianti.
In questo senso, se la tecnologia sarà usata per il bene o per il male dipenderà interamente dagli individui.
Approvo lo sviluppo di un’alfabetizzazione informatica, come quella offerta in Nuova Zelanda e in Australia, e ritengo che dovrebbe essere disponibile su base globale per aiutare le persone a navigare in quest’oceano di informazioni.
Il mio mentore, il pedagogo Josei Toda (1900-58), secondo presidente della Soka Gakkai, osservava: «La confusione fra conoscenza e saggezza è una delle più grandi sfortune dei nostri tempi… conoscenza e saggezza non sono la stessa cosa. Se è vero che la prima può aprire il cammino alla seconda, non è saggezza di per sé». La disponibilità di un numero enorme di informazioni non è di alcun valore se lasciamo che mini la nostra libertà di pensiero o venga infarcita di intenzionale disinformazione. Dobbiamo sviluppare la saggezza che ci consente di trarre un vero beneficio dalla conoscenza, perché viviamo in un’epoca in cui l’accesso a tale conoscenza è più facile e aperto che mai.
Infine, credo che tale saggezza possa consistere nell’aver chiaro l’intento su cui si basa la propria vita. Oltre agli sforzi per promuovere l’alfabetizzazione informatica, la chiave di accesso alla saggezza potrebbe consistere in un tipo di educazione umanistica volta a coltivare un solido scopo nella vita.
Qual è il ruolo dell’emisfero acqueo e quello della spiritualità nella ricerca della pace a livello globale?
Il fondatore della Soka Gakkai, il presidente Tsunesaburo Makiguchi, era un educatore che, nel Giappone prebellico, in un momento in cui il maggiore obiettivo dell’educazione era quello di formare dei sudditi obbedienti, dava invece priorità alla felicità dei bambini.
Era anche un geografo. Nel suo libro La geografia della vita umana del 1903 presentò un’immagine totalmente diversa dal modo convenzionale in cui veniva vista la terra (due mappe bidimensionali divise in territori nazionali). Proponeva invece di dividere il globo in due emisferi: l’emisfero terreo e l’emisfero acqueo. Per dimostrarlo utilizzò due mappe circolari, in cui Londra era al polo dell’emisfero terreo e la Nuova Zelanda al polo dell’emisfero acqueo.
Makiguchi, considerando gli oceani come qualcosa che mette in comunicazione paesi molto lontani piuttosto che qualcosa che li separa, sosteneva l’importanza di promuovere un’etica in grado di aprire un cammino di armonia, amicizia e coesistenza pacifica.
È molto significativo anche ai giorni nostri che la Nuova Zelanda si trovi al centro dell’emisfero acqua, composto quasi interamente da oceani di infinite possibilità. Durante le due guerre mondiali del XX secolo, l’Oceano Atlantico divenne un vero e proprio campo di battaglia. Anche l’Oceano Pacifico nella seconda guerra mondiale fu teatro di molte feroci battaglie. Basandosi sulle lezioni della storia, ora il mondo ha bisogno di una cultura che celebri la diversità, come quella promossa ormai da diversi decenni in Nuova Zelanda. È inoltre indispensabile la volontà adamantina di non ripetere più le atrocità della guerra, come dimostrato dall’istanza espressa senz’alcuna incertezza dalla Nuova Zelanda contro l’uso delle armi nucleari e i suoi sforzi per arrivare al Trattato per un Sud Pacifico libero dal nucleare (Trattato di Rarotonga).
Prima nazione al mondo a garantire il suffragio alle donne, la Nuova Zelanda è nota anche per l’accento che pone sulle garanzie circa i diritti umani e su un forte sistema di welfare. Sostenendo i diritti umani e gli aiuti umanitari come priorità nazionali, la Nuova Zelanda ha fornito un esempio che dovrebbe essere emulato da tutti paesi del mondo.
Ne La geografia della vita umana Makiguchi auspicava che cambiasse il piano della competizione fra le nazioni: da militare, politica ed economica, tesa esclusivamente alla ricerca del proprio tornaconto a discapito degli altri, a una “competizione umanitaria” che punta a manifestare le qualità migliori di ogni nazione nello sforzo di contribuire al benessere degli altri paesi e del mondo.
Io credo che le forti tradizioni di onestà e impegno nei confronti dei più deboli proprie della Nuova Zelanda possano contribuire in questo XXI secolo a condurre il mondo nella direzione di una competizione umanitaria. Nulla può giustificare il fatto che si continui ad alimentare l’attuale stato di cose in cui così tante persone soffrono in un gioco crudele dove i forti sfruttano e tormentano i deboli.
Attraverso una competizione umanitaria volta a perseguire la pace e la felicità sia per sé che per gli altri, possiamo costruire un mondo dove tutti vincano (win-win), che consenta a tutte le persone di far risplendere la propria dignità. È mia sincera speranza che il Giappone e molti altri paesi seguano le orme della Nuova Zelanda, per creare una società globale veramente umana.