Le emozioni sono passi di danza-Intervista a Marianella Pirzio Biroli Sclavi
di Wilma Massucco

Marianella Pirzio Biroli Sclavi insegna Etnografia Urbana alla I Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Svolge corsi di “Ascolto del territorio” (metodologie di progettazione inclusiva o partecipata) a Ingegneria Ambientale dell’Università di Trento, alla Trento School of Management, al master di Social Planning del Politecnico di Milano e in vari corsi di specializzazione sulla Cooperazione Internazionale.
È consulente in programmi di risanamento dei quartieri in crisi, in programmi di progettazione degli spazi pubblici con gli abitanti, con incarichi dei comuni di Torino (1998-2002), Bolzano (2004), Bologna (2005).
Ha scritto, tra gli altri:
La Signora va nel Bronx (1994 e 2000, Bruno Mondadori, maggio 2006); A una spanna da terra. Una giornata di scuola negli Stati Uniti e in Italia e i fondamenti di una metodologia umoristica (1989, Bruno Mondadori, Milano, 2005); Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte (2000, Bruno Mondadori, Milano, 2003); Avventure urbane. Progettare la città con gli abitanti (Eleuthera ed, Milano 2002, M.Sclavi et al, con postfazione di Giancarlo De Carlo).

Marianella Sclavi ha sessantatré anni e da sempre è incuriosita da tutto ciò che non conosce. Iscritta alla facoltà di Sociologia a Trento, scopre ben presto che, per quanto interessante, la sociologia non parla né di rivoluzioni né di come cambiare la società, e Marianella è interessata soprattutto a questo: ci sono cose marginali che cambiano il mondo, e il messaggio più interessante e più vero può nascere dagli ultimi. Per questo motivo, pur essendo di estrazione borghese, inizia a dedicarsi alle lotte operaie e nel 1972 scrive il suo primo libro, Lotte operaie alla Pirelli-Bicocca di Milano e all’OM Fiat di Brescia.
Nel frattempo si sposa, ha due figli, partecipa al movimento studentesco del ’68, alla vita politica e alle manifestazioni sindacali. Di questo periodo ricorda in modo particolare l’attentato a Piazza della Loggia, a Brescia: era il 28 maggio 1974 quando una bomba viene fatta esplodere in un cestino portarifiuti, proprio durante quella manifestazione della Cgil a cui Marianella non partecipa perché la sera prima un improvviso malore della madre la costringe a tornare a casa. In quell’attentato muoiono, tra gli altri, tre dei suoi più cari amici.

Come è avvenuto il passaggio dalle lotte operaie e dal movimento studentesco del ’68 alla gestione dei conflitti?
Movimento studentesco, lotte operaie, picchetti davanti alle fabbriche… alla fine ho concluso che la retorica della sinistra era molto astratta, si accontentava di slogan, mentre io avevo un interesse più pratico. Il movimento della sinistra non mi convinceva fino in fondo: qual era davvero la differenza tra una fabbrica capitalista e una fabbrica socialista? Certo, i ritmi di lavoro erano meno estenuanti, ma dal punto di vista della libertà di scegliere… Non mi sembrava molto strano che Majakovski, per esempio, sia rimasto affascinato da New York e ho meditato molto sul suo suicidio. Il socialismo reale e in generale i movimenti rivoluzionari, pieni di buone intenzioni, di fronte alla difficoltà di costruire una linea comune e terreni condivisi fra molti interessi e punti di vista diversi finiscono con l’affidarsi a una dinamica paranoica, del tipo «chi non è con me è contro di me, questo è vero e questo è falso, solo noi abbiamo la risposta»: questa è la fine del pensiero, perché non si è più disposti a ragionare sulla complessità.
Lo slogan che avevo coniato allora e al quale ancora credo era: «Abbiamo fallito per mancanza di umorismo». Con l’umorismo si possono tenere insieme gli opposti, con un senso di leggerezza e di gioco; si riescono a vedere le tante facce di una situazione complessa; si mantiene la capacità di ridere di se stessi e degli altri; si riconoscono i propri limiti senza sentirsi in dovere di essere un leader.
Ero molto convinta dell’importanza dell’umorismo a livello sociale, ma a quel tempo in Italia nessuno mi dava retta. E quindi, siccome l’Italia non era ancora pronta a recepire questo messaggio, ho deciso di trasferirmi negli Usa, dove già stavano studiando l’argomento. Mio marito ha capito che il mio bisogno di trasferirmi a New York non era una fuga ma nasceva da una motivazione personale profonda, esistenziale, e per questo è stato disposto a lasciare tutto, incluso il suo lavoro, per sostenermi nella scelta. Era il 1984 quando io e la mia famiglia ci siamo trasferiti a New York, dove siamo rimasti fino al 1991.
In quegli anni scrissi A una spanna da terra – Una giornata di scuola negli Stati Uniti e in Italia e i fondamenti di una metodologia umoristica, un libro incentrato sul confronto tra la metodologia di studio in una scuola americana e quella in una scuola italiana. Inviai questo libro alla casa editrice Il Mulino, di Bologna, dove fu esaminato da dieci sociologi italiani che non esitarono a bocciarlo: uno di loro mi telefonò per chiedere se ero disposta a togliere la parte sull’umorismo. Poi è stato pubblicato da Feltrinelli (1989), e da allora il libro è diventato un testo di riferimento di numerosi insegnanti e presidi e questo mi fa un enorme piacere.

In cosa consiste la metodologia umoristica da lei sviluppata per la gestione dei conflitti?
Tutti noi viviamo in mondi possibili o cornici all’interno delle quali diamo alcune premesse per scontate, senza esserne consapevoli. Poiché spesso le premesse implicite di una persona sono diverse da quelle di un’altra, ecco che quando interagiamo non ci incontriamo, o peggio ancora ci scontriamo. Se al contrario ci lasciamo spiazzare dall’altro e ci permettiamo di stupirci quello è il momento della verità, è il momento in cui possono emergere le nostre premesse implicite, e noi possiamo prenderne consapevolezza.
In questo sta il valore dell’umorismo: la battuta umoristica cambia il senso di tutto quello che hai compreso fino a quel momento; tu pensavi che ci fosse solo un modo di guardare quella situazione, in realtà ce n’erano due. Ed erano veri entrambi i modi di guardare.
Per rendersi disponibili allo “spiazzamento”, e per sviluppare l’approccio umoristico, occorre la capacità di ascoltare e di osservare, occorre l’ascolto attivo: si tratta di un modo diverso di connettersi al mondo che possiamo imparare (quando non ce l’abbiamo innato), e che ci permette di uscire dalla nostra cornice, di rompere lo schema, di cambiare il punto di vista all’interno di un contesto, di cambiare quel contesto.

Si parla tanto di empatia, lei invece supporta anche l’exotopia: può spiegarci la differenza?
L’empatia ha a che fare con la capacità di mettersi nei panni degli altri, mentre l’exotopia ha a che fare con la capacità di riconoscersi diversi dagli altri. Con l’exotopia non mi limito a vedere e a sentire quello che mi aspetto di vedere e di sentire. Osservo l’altro permettendogli di essere diverso da me. Accetto di essere smentito, spiazzato. È una scelta esistenziale, è un cammino in altri mondi per conoscere se stessi. Questo principio vale anche nei processi interculturali: è solo agli occhi di un’altra cultura che la nostra cultura si svela in modo completo e profondo.

Come descriverebbe le emozioni?
Io definisco le emozioni come “passi di danza”. Mi spiego.
Se uno mi dà intenzionalmente un pugno, si configura uno scenario del tipo “aggressore-vittima”. Se rispondo con un altro pugno, collaboro con la danza proposta dall’altro. Se non reagisco e faccio la vittima collaboro comunque a quella danza, cioè si crea comunque la configurazione “vincitore-vinto” in cui l’altro ha vinto. L’unico vero modo per non collaborare è quello di proporre una danza diversa, e indurre l’altro a cambiare danza. Le tecniche della nonviolenza si basano proprio su questo principio: contrappongo alla forza della violenza fisica la forza morale,cioè sposto la danza dal piano fisico a quello morale.
Questo principio vale anche per le emozioni in generale. L’invidia, per esempio, non è l’emozione provata da una persona individualmente, ma è il risultato della collaborazione a una danza in cui c’è una persona che si dà delle arie e ce n’è un’altra che si sente sminuita. Se chi si dà delle arie cambia modo di essere e assume ad esempio un atteggiamento di modestia, l’altro – che prova invidia – si sente spiazzato, perché non c’è più la collaborazione alla danza “superiore-inferiore”, e di riflesso sarà indotto a non provare più invidia.
Di solito si prende molto sul serio quello che si prova, e si assume che una certa emozione definisca la nostra identità. In realtà io non sono quell’emozione, io sono quella persona che mette in atto la danza di quell’emozione, ma posso anche cambiare quella danza.

Quando si può dire di aver fatto un’esperienza?
L’esperienza non è relativa a ciò che accade, ma a come io osservo e ascolto ciò che accade.
Faccio un’esperienza quando imparo qualcosa. Ma per imparare mi devo esporre, devo vincere la paura di essere ferito.

Per lei cosa significa saper dialogare?
Per me sa dialogare chi ama lo spiazzamento reciproco, chi ha il gusto della scoperta e riesce a scoprire se stesso e l’altro in modo diverso da come si aspettava. Il che richiede anche creatività.

Si possono applicare le logiche dell’ascolto attivo anche in un processo che interessi la convivenza tra cittadini come quello della riqualificazione urbana?
Per mettere in pratica l’ascolto attivo occorre assumere che l’altro sia intelligente e che quello che dice abbia un senso: questo è un principio che può essere applicato anche in un contesto urbano.
A Modena, per esempio, ho seguito un’attività di Progettazione Partecipata (che si è conclusa proprio in questi giorni) applicata all’area delle Ex Fonderie, una fabbrica dismessa in centro città con un alto valore storico e sociale per la cittadinanza. In un primo momento l’amministrazione comunale voleva abbattere le Ex Fonderie per costruire appartamenti e uffici ex novo, ma poiché la cittadinanza ha manifestato un forte desiderio della salvaguardia del valore storico di questo centro, l’amministrazione comunale mi ha contattato per aiutarla a gestire la situazione. Da lì ha preso piede un progetto di ampio respiro, realizzato attraverso la tecnica dell’Open Space Technology, e di quello che chiamo “Confronto Creativo” (traduzione di Consensus Building).
Si tratta di un processo partecipato, in collaborazione con gruppi variegati di cittadini, che non significa: decido un progetto, e poi chiedo agli altri cosa ne pensano. Significa: decido un progetto attraverso un processo di apprendimento comune e reciproco. Per fare questo occorre creare le condizioni e gli spazi perché gli individui, coinvolti in prima persona nella risoluzione di un conflitto, possano interagire sentendosi a proprio agio, senza timore di perdere la faccia, e al contrario stimolati a intervenire e a essere notati come protagonisti individuali. Non è un modo solo soddisfacente, ma stupefacente, nel senso che abbiamo dimostrato che le persone, se messe nella condizione giusta, possono impegnarsi collettivamente e creativamente in progetti complessi.

Secondo lei ciascuno di noi ha una missione da compiere?
A me in passato hanno dato spesso della presuntuosa, mi rendo conto che il mio atteggiamento di intransigente indipendenza può dare fastidio, ma a riguardo sono convinta che se senti qualcosa e vuoi portare avanti quello che senti devi crederci tu in prima persona e poi andare fino in fondo. Sono convinta che ciascuno di noi ha delle potenzialità e ha anche il dovere di manifestare e realizzare quelle potenzialità. Se non le metti a frutto, non è che semplicemente non ti sei realizzato; è che hai mancato al tuo dovere come essere umano.

È religiosa?
Non so… Agnostica? marzo 2011

Buddismo e Società n.124 – settembre ottobre 2007
La pratica politica delle relazioni-Intervista a Silvana Gravina
di Maria Lucia De Luca

Come cambiano e si evolvono i luoghi e le modalità di impegno attivo nel corso delle trasformazioni radicali della società di oggi? Silvana Gravina, esponente del Movimento delle donne in nero, racconta attraverso la sua esperienza personale un nuovo modo di fare politica.

Quale è stato il tuo percorso per arrivare a un modo nuovo di fare politica?

Nel corso della mia vita avevo fatto tanta attività nel sociale, sia nel mondo della scuola che in un partito. Ma con la crisi della politica della fine degli anni ottanta questo percorso mi sembrava chiuso, perché non trovavo più dei luoghi in cui potermi appassionare e continuare a portare avanti il mio amore per il mondo. Erano nati altri interessi: il pensiero della differenza, con la sperimentazione della politica tra donne che contiene la pratica politica delle relazioni, e l’incontro fondamentale con il Buddismo.
A un certo momento mi sono detta: ma perché non praticare anche per questo desiderio? L’ho messo assieme agli altri, alla mia voglia di crescere ancora, di capire, di avere relazioni. Attraverso il Daimoku ho capito che tra tutte le questioni sociali il vero nodo politico del nostro tempo è la pace, il problema della pace e della guerra. Ci sono arrivata praticando, con tutta la mia esperienza di vita certo, ma sono sicura di essere giunta a questa consapevolezza perché ho letto i discorsi e ho sentito la passione del presidente Ikeda rispetto alla questione della pace, per lui assolutamente centrale. E poi attraverso i quotidiani ho conosciuto il movimento delle donne in nero e ho incominciato a pensare che questo potesse essere il luogo dove avrei potuto ricominciare a organizzare uno scambio, delle relazioni… Poco tempo dopo sono andata a un pranzo da una mia amica e tra le sue ospiti c’era una donna in nero.
Ho cominciato a inserirmi, a conoscerle… e a fare esperienza di una politica veramente diversa. A cui ho unito anche la ricerca, di cui accennavo sopra, che ho fatto con le donne al circolo Virginia Wolf sul pensiero della differenza. Quindi partendo dal Buddismo, dal profondo pensiero pacifista del presidente Ikeda, ho potuto unire aspetti molto importanti della mia formazione. È stato un beneficio grandissimo.

Come nasce il movimento delle donne in nero?
Il movimento è nato in Israele nel 1988, su iniziativa di alcune donne israeliane. Queste donne – erano sette – sono uscite dalle loro case e hanno manifestato per la prima volta contro l’occupazione della Palestina da parte di Israele. Hanno scelto di vestirsi di nero, il segno del lutto procurato dalla guerra, anche per utilizzare il loro corpo come un messaggio, quel corpo che viene distrutto dalla guerra. Hanno scelto di stare in assoluto silenzio, un silenzio che è un messaggio che esprime estraneità e non solo contrapposizione, un non voler comunicare con un linguaggio che renderebbe prigionieri di una logica che porta alla guerra. Utilizzavano manine di cartoncino, sempre nero, con delle scritte in cui affermavano il loro ideale fondamentale: “fuori la guerra dalla storia”, ossia il ripudio totale della guerra. Questa era ed è rimasta la struttura portante del nostro fare politica, fare il sit-in in silenzio, vestite di nero con queste manine di cartone che riportano messaggi diversi a seconda del momento e delle “rivendicazioni”.
In questa modalità c’è il passaggio dall’utopia della scelta della pace alla pratica della nonviolenza, che si persegue ogni giorno, ogni giorno si evolve, senza limiti, in un percorso assolutamente individuale che coinvolge la personalità e la storia di ogni singola persona. Questo percorso unico e individuale deve avere la capacità di diventare patrimonio della collettività. È questa pratica della nonviolenza che dà la cifra del nostro fare politica.

In cosa consiste la vostra azione?
Consiste nell’andare nei luoghi che noi definiamo difficili a fare un lavoro di costruzione di una rete di solidarietà, una solidarietà politica e non assistenzialistica. Soldi se ne raccolgono, certo, abbiamo fatto delle raccolte per progetti in Palestina, in Afghanistan, ma si dà soprattutto un sostegno politico. Si sostiene la società civile che vuole fare resistenza mantenendo legami di convivenza che permettano alle persone di continuare a vivere nella loro molteplicità.
Questa “diplomazia dal basso” è la pratica politica della relazione. Tutto si svolge senza prescindere dalle relazioni e dalla conoscenza contestuale. Il sostegno che è stato dato con grande passione ai palestinesi e al movimento pacifista israeliano è stato tutto impostato sulla pratica politica delle relazioni. Si va in Palestina, si va in Israele, si conoscono le persone, è tutto contestuale, mai progetti elaborati prima qui da noi, intorno a un tavolo. E c’è anche uno scambio politico, culturale: queste persone vengono invitate in Italia e portano oltre alla loro cultura anche l’esperienza diretta di cosa sia la guerra, di cosa sia l’oppressione. E portano anche la loro capacità di organizzarsi politicamente. Questa è informazione vera, che si basa sulle biografie di donne, uomini, famiglie, bambini.

Cos’è ciò che definite “destrutturazione della figura del nemico”?
Proprio cercando di costruire e di mantenere una relazione diretta tra le componenti di un conflitto avviene ciò che definiamo destrutturazione della figura del nemico. Nel momento in cui fai una politica di corpo a corpo ti puoi arrabbiare con il nemico, puoi offenderlo, però non puoi prescindere dal metterti in relazione con lui. Anche se è altro da te, portatore di bisogni anche sbagliati, non diventa il nemico da uccidere, da annientare, ma colui con il quale cominciare un negoziato. È così inizia un percorso comune.

Cioè non c’è l’aspetto ideologico?
Non c’è il salto nell’astrazione. Perché gli uomini riescono tanto a uccidere? Perché hanno una cultura fatta di astrazione. Astrazione e massificazione. Quando invece rimani nella concretezza della carne, del corpo, della singolarità, ti accorgi che quelli che hai davanti sono padri, fratelli, nonni. E allora diventa più difficile mettersi una divisa e dire: li uccido perché sono nemici.
La guerra è una macchina infernale che prima fa scomparire gli esseri umani concettualmente e quindi li uccide con le armi. Questo riguarda tutte le guerre, anche quelle cosiddette di pace.

Le donne palestinesi si sono unite alle donne israeliane nel corso del tempo?
Nel corso del tempo c’è stato un lavoro di ponte tra i gruppi di donne pacifisteisraeliane e le donne palestinesi. Adesso però, dopo la costruzione del muro, è nata una difficoltà enorme di comunicazione e di relazione.

Come è arrivato il movimento in Italia?
Alle donne in nero israeliane e a un certo punto si sono affiancate alcune italiane, sono andate lì a manifestare con loro. Poi hanno riportato nel nostro paese questa modalità di fare politica e hanno coinvolto un certo numero di donne. Così è nato il movimento nel 1988, ma poi si è sciolto. Si aggregava nuovamente quando c’erano delle guerre. Invece nel 1999, a ridosso della guerra in Kosovo, proprio nel periodo in cui io mi sono avvicinata, si è deciso di farlo diventare, oltre che un movimento contro la guerra, un movimento per la pace stabile, e da allora siamo sempre state per strada, abbiamo cercato di manifestare il dissenso denunciando i veri effetti della guerra.
E mi sono accorta, stando così a diretto contatto con le persone più diverse, che il rifiuto della guerra è una conquista culturale ancora da realizzare, che vede in campo una pluralità di soggetti ognuno dei quali ha il suo compito e il suo ambito.

Il vostro compito è quello di essere una coscienza critica.
È quello di essere una coscienza radicale pur riuscendo a essere pragmatiche, rimanendo dentro la realtà che non ci piace per trasformarla.
Ora ci stiamo orientando a fare di più nel nostro paese, oltre che nei luoghi dove c’è effettivamente la guerra. Perché la guerra è strutturale al nostro sistema economico, alla sua crudeltà e al suo egoismo.

Cos’è per te una “relazione politica” tra donne?
Tutto parte da un radicamento nel mio genere, nella mia biografia, nella mia esperienza. Cioè parte da me. Questa è una modalità per avere un pensiero “libero”. La relazione si esplica poi nel dare valore all’altra donna e nel dare significato alla relazione come luogo visibile in cui avviene il reciproco riconoscimento.
Fare questo tipo di politica in gruppo con le donne è un grande impegno personale che coinvolge tutto, il proprio carattere, la propria storia, ed è piuttosto duro, non c’è nulla di scontato, è un orizzonte nuovo tutto da scoprire e da sperimentare. Dobbiamo inventarci e inventare il mondo che vorremmo. Ma io credo che valga la pena, che questa strada sia il futuro. Ed è anche molto bello. C’è solidarietà, intelligenza, passione, insieme a errori, delusioni ed equivoci.
Le nostre provenienze sono le più disparate. Questa è una grande ricchezza che lascia anche la possibilità a ciascuna di noi di darsi un limite, per permettere alle altre di esprimersi. Darsi un limite è uno dei lavori politici della relazione. L’altro è quello di dare forza, e quindi solidarietà.
Questa pratica politica in cui una donna riconosce l’altra per quello che è, per la sua singolarità, e le dà valore, mi ricorda quello che dice Nichiren: «Ogni cosa – il ciliegio, il susino, il pesco e il prugno selvatico – nella sua propria entità, senza subire alcun cambiamento, è eternamente dotata dei tre corpi [del Budda]»1.

Buddismo e Società n.122 – maggio giugno 2007

Note

1) The Record of the Orally Transmitted teachings, Soka Gakkai, 2004, p. 200 (di prossima pubblicazione su Buddismo e Società)

 

Il potere dell'impegno personale-Intervista ad Alberto L'Abate

intervista ad Alberto L’Abate

di Mariella Lajolo
Alberto L’Abate, nato a Brindisi nel 1931, amico di Aldo Capitini, è impegnato nel Movimento nonviolento, nella Peace Research, nell’attività di formazione alla nonviolenza, nelle attività della diplomazia non ufficiale per prevenire i conflitti. Ha collaborato alle iniziative di Danilo Dolci e ha preso parte a numerose iniziative nonviolente. Come ricercatore e programmatore socio-sanitario è stato anche un esperto dell’ONU, del Consiglio d’Europa e dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Ha promosso e condotto l’esperienza dell’ambasciata di pace a Pristina, ed è impegnato nella “Campagna Kossovo per la nonviolenza e la riconciliazione”. È portavoce dei “Berretti Bianchi” e docente universitario a Firenze.
Tra le sue opere segnaliamo:
Addestramento alla nonviolenza, Satyagraha, Torino 1985
Consenso, conflitto e mutamento sociale, Angeli, Milano 1990
Prevenire la guerra nel Kossovo, La Meridiana, Molfetta 1997
Kossovo: una guerra annunciata, La Meridiana, Molfetta 1999Esperto di mediazione dei conflitti, con una lunga esperienza sul campo nell’area balcanica, in particolare nel Kossovo dove attraverso molte iniziative ha favorito la riapertura della comunicazione tra le parti in conflitto, Alberto L’Abate è una delle persone più esperte e impegnate nel campo della nonviolenza nel nostro paese.
Lo abbiamo intervistato a Torino, nel dicembre scorso, in occasione del convegno La mediazione: dal livello interpersonale al livello internazionale organizzato dal Centro studi Sereno Regis.Come e quando ha iniziato a occuparsi di nonviolenza e di mediazione dei conflitti?
Non è facile individuare un punto di inizio preciso. Certamente ci sono stati alcuni avvenimenti importanti nel mio percorso di vita. Uno sicuramente risale a quando avevo dodici-tredici anni, durante la guerra. Il fronte era nella strada in cui abitavo e spesso mi fermavo a parlare con i partigiani, e così una mattina vidi uccidere dai fascisti uno che era diventato mio amico. Il fatto che degli italiani ammazzassero dei propri conterranei mi fece riflettere sull’assurdità della guerra.
Un altro aspetto fondamentale fu l’avvicinamento a Gandhi, su cui lessi un bel libro che proposi di tradurre in italiano perché ritenevo fosse una lettura importante. Scrissi ad Aldo Capitini, che segnalò la cosa a una casa editrice. Il libro fu pubblicato molti anni dopo, non tradotto da me e quando ormai ne erano stati pubblicati molti altri di e su Gandhi, ma per me fu l’occasione per incontrare Capitini, con cui instaurai un’amicizia che durò tutta la vita. Entrai così in contatto con il pensiero della nonviolenza e conobbi Danilo Dolci, con il quale lavorai per circa due anni e mi laureai con lui con una tesi su un quartiere di Palermo.
Con Goffredo Fofi mi occupai di formazione (io degli adulti, lui dei bambini). Si educava con un metodo interessante: ognuno era sia maestro che allievo.
La conoscenza di Capitini, il mio rapporto con Lamberto Borghi a Firenze (anche lui un pedagogista nonviolento), il mio coinvolgimento nella fondazione del movimento nonviolento, di cui sono stato segretario nazionale per un certo periodo, il rapporto con mia moglie Anna Luisa (attualmente vice presidente del MIR, il Movimento per la riconciliazione, n.d.r.), con cui ho scoperto da subito moltissime affinità e con cui ho aperto una Casa per la pace a San Gimignano, in quanto entrambi eravamo convinti dell’importanza di formare alla pace e alla nonviolenza, posso dire siano state le tappe fondamentali.
Altri momenti importanti sono stati un processo a mio carico a Firenze, in cui fui condannato a un anno di carcere per vilipendio alla patria a causa di una manifestazione noviolenta in occasione del 4 novembre (la festa della vittoria dell’Italia nella prima guerra mondiale), e il processo per il blocco della linea ferroviaria a Capalbio durante una manifestazione contro le centrali nucleari.
A proposito di quest’ultimo processo – che si protrasse per oltre un anno – la sera prima di ogni udienza si organizzava un contro-processo a cui venivano invitati grandi esperti del problema del nucleare come Gianni Mattioli, Massimo Scalia, Enzo Tiezzi, Giorgio Cortellessa, Giorgio Nebbia, che mettevano in rilievo non solo tutti gli elementi di pericolosità, ma anche l’inutilità del nucleare dal punto di vista energetico, a cui si poteva sostituire il potenziamento dell’energia alternativa. Venimmo tutti assolti in quanto fu riconosciuto il fatto che avevamo agito in stato di necessità per tutelare la salute pubblica. Questa fu un’occasione che confermò l’importanza della formazione alla nonviolenza. Capii che certe decisioni sono assolutamente personali, non si possono prendere a maggioranza se poi implicano conseguenze giuridiche sui singoli.
Miappassionai quindi al metodo del consenso, che sperimentai per la prima volta in occasione della marcia Catania-Comiso, che permette a ognuno di scegliere il tipo di azione da fare concordandola con gli altri.
Abbiamo dedicato molti dei nostri training alla mediazione dei conflitti, lavorando così non solo a livello intellettuale, ma anche al livello della psicologia profonda. Capimmo che dovevamo esporci anche in situazioni esterne. Così decidemmo di andare in Iraq durante la Guerra del Golfo e poi in Kossovo. La nostra preoccupazione era quella di creare alternative. Infatti secondo me non basta dire no alla guerra, occorre occuparsi di prevenzione, mediazione e riconciliazione.Ha sempre tenuto insieme la ricerca, la formazione e l’azione. Da questa triade è nata l’idea del corso di laurea in Operatori per la pace?
Questa triade è fondamentale, infatti io ho dedicato quasi tutta la mia vita alla relazione tra la ricerca e l’azione, al legame tra dati, valori e teorie, al passaggio continuo dalla teoria alla pratica. Saper tutto e non fare nulla serve a poco.
Il corso di laurea è nato un po’ dal basso, in modo un po’ casuale. Mentre all’Università di Firenze il corso di laurea in Operatori per la pace è interfacoltà, tra le facoltà di Economia e di Scienze politiche, a Pisa la situazione è stata più favorevole, perché lì hanno creato proprio un Centro interdipartimentale di studi per la pace.

Che tipo di prospettive si aprono dopo il corso di laurea?
Molti studenti si sono già impegnati nell’educazione alla pace nelle scuole, hanno tenuto dei training di formazione alla nonviolenza agli studenti che a Locri si oppongono alla mafia, tutto il collettivo dell’Università sta collaborando nel lavoro di inserimento degli stranieri nella città. Cercano di unire la teoria all’azione, di mantenere un collegamento.
Il problema di fondo è cambiare la nostra cultura: non c’è prevenzione, la prevenzione non è un ideale condiviso. Ciò si vede anche dagli esigui investimenti in questo campo. La gente sta ferma finché non succede il disastro. Credo che sia importantissimo imparare a muoversi prima, a studiare, prevedere i fenomeni che poi conducono alle guerre, ai disastri, quindi prevenirli. Non si tratta di prevenire il conflitto, che è inevitabile, ma la sua degenerazione. Questo purtroppo ancora non c’è ed è il vero campo di impegno per la pace.

 
Buddismo e Società n.115 – marzo aprile 2006
Una israeliana a Ramallah-Intervista a Amira Hass
Intervista a Amira Hass
di Rory Cappelli
È nata a Gerusalemme cinquant’anni fa. Sua madre e suo padre, nati rispettivamente a Sarajevo e in Romania, si trasferirono in Israele all’inizio del ’49. Vi giunsero a causa della guerra: la madre era stata nel lager di Bergen Belsen, il padre nel ghetto di Shogorad, in Ucraina, in cui furono deportati gli ebrei rumeni. «I genitori di mio padre morirono nel ghetto di fame e malattia, la maggior parte della famiglia di mia madre morì per mano dei nazisti o degli ustascia (movimento croato di estrema destra). Arrivati in Israele i miei si iscrissero immediatamente al partito comunista: ebraismo, comunismo e sopravvissuti alla Shoà, le tre identità erano molto intrecciate» (da un’intervista su Confronti, settembre 2001).

All’università studia storia, poi trova lavoro presso il quotidiano Ha’aretz come curatrice delle notizie che arrivano da altri giornalisti. A poco a poco stabilisce dei contatti a Gaza come volontaria in un gruppo che assiste i lavoratori palestinesi i cui diritti sono stati violati. «Ho cominciato a capire che sui giornali israeliani non si scriveva nulla su Gaza, e che l’immagine era completamente diversa dalla realtà di quella società». Cominciano le collaborazioni giornalistiche con Ha’aretz come corrispondente da Gaza, dove alla fine si trasferisce.
Oggi lavora a Ramallah, dove ha assistito allo scoppio della seconda
Intifada. Le sue lucide corrispondenze per Internazionale descrivono la militarizzazione della rivolta palestinese e l’inasprimento dell’occupazione israeliana. È autrice di Drinking the sea at Gaza. Tra i molti riconoscimenti ricevuti, il World Press Freedom Award 1999, la Colomba d’Oro per la pace 2001, il Premio Unesco/Guillermo Cano per la libertà di stampa nel mondo 2003 e il premio dell’Anna Lindh Memorial Fund 2004.

È l’unica giornalista israeliana che ha scelto di vivere nei Territori palestinesi, prima nella zona della Striscia di Gaza, poi a Ramallah. Ogni giorno è costretta, come tutti i palestinesi, a passare infiniti check-point ma, come lei stessa racconta, il fatto di essere israeliana le consente di muoversi più liberamente: «Anche se vivo in una città palestinese, come cittadina israeliana sono libera di entrare e uscire quando voglio. I soldati non mi minacciano. Sono ebrea, dopo tutto, e il sapore del privilegio è disgustoso». Ramallah resta comunque una città sotto assedio. Racconta la Hass nel suo libro dal titolo Domani andrà peggio. Lettere da Palestina e Israele, 2001-2005, appena pubblicato da Fusi Orari, la nuova casa editrice nata dal settimanale Internazionale, che «il ricovero in ospedale di una persona cara, la scorsa settimana (la lettera è del 23 marzo 2001, n.d.r.), mi ha tenuto lontano da Ramallah. Non ho avuto il coraggio di tornare a casa ogni sera, per timore di fare tardi la mattina dopo e di dovere aspettare per ore a un posto di blocco israeliano. Così ho trascorso dieci giorni dall’altra parte del conflitto, anche se in un ospedale, a Gerusalemme ovest. Conclusioni? La vita è normalissima dal lato israeliano. Scuole, cinema e sale da concerto sono aperti e la gente riempie i caffè e i ristoranti. Certo, i titoli dei giornali e i notiziari televisivi creano l’impressione che un’intera società sia in stato di guerra e di emergenza “a causa dell’aggressione palestinese”. Nessuno sa o vuole sapere niente delle sparatorie e degli attacchi quotidiani dei soldati israeliani contro le case palestinesi. Non l’avrei saputo neanch’io, se non fosse stato per i miei amici di Nablus e Rafah, che mi hanno fatto sentire al telefono gli spari vicino alle loro case. È più facile sentirsi una vittima se non sai dei morti e dei feriti dall’altra parte della barricata. È più facile sentirsi attaccato se non riesci a renderti conto del potere quasi illimitato di Israele su ogni dettaglio della vita quotidiana dei palestinesi».
La sua decisione di vivere “dall’altra parte” non è perciò soltanto una decisione, come dice lei, naturale. È anche una decisione morale. «Stavo preparando un servizio sui cambiamenti della società palestinese – spiega Amira Hass. – Ho trovato quindi che la cosa più logica da fare fosse proprio quella di vivere all’interno di questa società. Penso che sia stata la scelta giusta dettata da un’esigenza giornalistica». Per morale e naturale che sia stata, si è trattato, prima di tutto, di una scelta coraggiosa. Civile.

Una scelta difficile. Anche dolorosa. Almeno così sembra dalle storie che ogni settimana racconta su Internazionale
Certo! Ma nessuno mi ha forzato a farla. Ciò non significa che non ci siano altri giornalisti bravissimi che scrivono su determinate problematiche e che non vivono all’interno dei territori di cui si occupano. Eppure fanno e hanno sempre fatto un ottimo lavoro. Non voglio dire che questa sia l’unica condizione possibile. Ma per me, personalmente, era importante riuscire a cogliere anche le piccole cose, gli aspetti “individuali” della vita, in modo da capire la situazione generale. Naturalmente è una mia scelta personale. Certo non è stata facile, però anche questo è parte del nostro lavoro.

Lei racconta, appunto, la difficile convivenza tra Palestina e Israele attraverso piccole storie di vita quotidiana che rendono molto più l’idea di ciò che sta accadendo di quanto non facciano le “grandi” analisi. Crede che la capacità di vedere le cose da una prospettiva più vicina alla vita delle persone sia una capacità femminile?
Credo che in parte quello che lei ha detto sia vero: la cosa principale è che noi donne adoriamo assai meno i grandi nomi di quanto non facciano gli uomini. Per esempio a me i grandi nomi non fanno tutta questa impressione. Questo non solo perché sono una donna, ma soprattutto per la mia cultura di sinistra. Non sono affatto affascinata dall’alta politica, penso che la politica – e i pettegolezzi che si fanno intorno alla politica, tipo «Abu Mazel ha detto questo» o «Arafat ha fatto quest’altro» – sia una cosa diversa rispetto ai processi a lungo termine. Questo è quello che mi ha sempre interessata maggiormente. Anche perché ho studiato storia e ho potuto approfondire i lenti processi socio-economici piuttosto che le manovre diplomatiche di questo o quel re, di questo o quel governo. È quello che mi ha sempre interessata di più. Si tratta dunque di una combinazione di cose. Il desiderio di condividere la mia vita con i palestinesi, di vivere tra loro e di osservarne la vita, è la cosa più bella, più interessante.

Penso che la cosa più importante che si possa fare sia proprio questa: raccontare le piccole cose, che poi in realtà sono le grandi, sono la vita delle persone, l’unica che davvero conta. Credo che sia questa, quella che lei sta dimostrando, la vera forza rivoluzionaria…
La ringrazio. È una bella visione questa. E comunque, nel mio caso, si tratta della combinazione di varie cose: la mia cultura, il mio carattere, le opportunità che Ha’aretz [il quotidiano israeliano per cui la Hass lavora, n.d.r.] mi ha dato, le circostanze politiche. Mi ritengo fortunata perché ho la possibilità di vivere all’interno di due comunità, quella israeliana e quella palestinese, e lo considero un grande privilegio. Perché vivo secondo le mie convinzioni. E le mie convinzioni mi dicono che questo paese appartiene a entrambi i popoli. Questa è semplicemente la realtà. Però dobbiamo lottare per fare in modo che venga accettata: mi sento fortunata per il fatto di poter condividere i sentimenti delle due comunità. Ho molti amici israeliani, con cui condivido convinzioni politiche, che tuttavia conoscono così poco la comunità palestinese: e io invece ho avuto il dono prezioso di conoscerla così profondamente. Così mi sento davvero privilegiata e fortunata.
Ecco, quello che intendevo dire prima: partire dall’individuo e non dal potere per arrivare a un cambiamento più “grande”…
Io, come dicevo, lavoro per un giornale israeliano, Ha’aretz: ma è stato grazie a Internazionale che ho potuto raccontare le cose da questo punto di vista, quello “piccolo”. Erano interessati a questo tipo di articoli, mentre invece non scrivo articoli simili per i giornali israeliani. Certamente, io per prima mi sono sempre interessata alle storie della gente, alle storie personali. E scrivo basandomi su quello che ascolto. Ci sono però molti altri modi: ogni giornale è una specie di mosaico, come un puzzle, e nessuno dovrebbe cercare di assomigliare a nessun altro. Ognuno di noi possiede una personalità che riesce a esprimere attraverso il suo stile di scrittura. Quindi non penso che il mio sia il metodo migliore né tanto meno l’unico. Bisogna vedere come tutto si combina insieme. Io stessa quando scrivo per i giornali israeliani – nel mio libro ce ne sono tre esempi – ho un altro stile di scrittura, sono più analitica, più politica. Penso che la varietà sia molto importante, altrimenti finisci per annoiarti.

La religione dovrebbe essere una forza positiva che aiuta gli individui a vivere meglio. Perché così spesso diventa qualcosa che distrugge gli uomini e le donne?
Per me è estremamente difficile parlare di religione perché sono assolutamente atea. Quello che noto, anzi, quello che so – e si tratta di una conoscenza accademica – è che nella religione e nelle ideologie religiose possiamo trovare di tutto, possiamo trovarci i peggiori aspetti sciovinistici e allo stesso tempo anche quelli più universali. Possiamo trovarci la prova di qualsiasi ideologia propria di ogni società. La domanda è: perché nei nostri tempi quasi tutte le religioni, o per lo meno quelle principali, hanno messo in luce di se stesse soprattutto gli aspetti più sciovinistici o il loro lato sanguinario? Prendiamo l’Induismo, ad esempio: che cosa conosciamo oggi di questa religione? Sappiamoche molti aderenti sono dei fanatici. Ma sono solo questo? Che cosa sappiamo del Cristianesimo? Certo voi in Europa ne sapete di più perché siete cristiani: ma pensiamo ai cristiani degli Stati Uniti. Là professano soprattutto l’Evangelismo radicale, spesso con molto fanatismo perché sentono di essere il gruppo più potente nell’ambito del Cristianesimo statunitense. E pensiamo all’Ebraismo. Mio padre apparteneva a una famiglia ebrea ortodossa. E però è diventato ateo molto presto, quando aveva solo tredici anni. Quando ero bambina mi raccontava delle storie prese dalla Bibbia o dalla tradizione ebraica, dove venivano esaltate le qualità della persona, del genere umano, il valore della qualità individuale. Per esempio mi raccontava che il sabato, Shabbath in ebraico, condivide la radice con la parola ebraica che indica lo “sciopero”. In effetti, lo sciopero e il giorno dello Shabbath, cioè quando, secondo l’Ebraismo, è vietato lavorare, hanno la stessa origine, etimologicamente hanno la stessa radice. Quindi, quale membro della mia famiglia, sono stata sempre orgogliosa dell’idea che ci fosse una giornata in cui non si dovesse lavorare, una giornata dedicata al riposo una volta alla settimana. Questa è stata un’invenzione degli ebrei. Persino Dio si è dovuto riposare, perciò se anche lui ha avuto bisogno di riposo, a maggior ragione devono averne gli esseri umani. Anche questi sono elementi dell’Ebraismo.
Allora la domanda è: perché gli elementi sciovinistici dell’Ebraismo – che si possono ritrovare in qualsiasi altra religione – stanno diventando così predominanti adesso? Io dico che in Israele questa situazione è stata manipolata dagli interessi di forze politiche assolutamente terrene. E lo stesso è accaduto con l’Islam. Non posso dire di essere un’esperta di Islam, ma quando vivevo a Gaza ho assistito a delle manifestazioni di religiosità musulmana davvero fastidiose. Però, da quello che conosco e da quello che sento, questa non è la sola forma di espressione dell’Islamismo, ce ne sono molte altre. Allora perché la gente si fissa su questo tipo di manifestazione, sulla versione più sanguinaria, più vendicativa?
Devo riuscire a trovare una spiegazione con un approccio normale, “terreno” e non religioso. Quello che vedo è che gli aspetti più fanatici, e anche più oscuri, della religiosità sono in un certo senso una via di salvezza, un rifugio per coloro che stanno attraversando momenti difficili. Anche se i musulmani devoti che io conosco rifiutano questa interpretazione, non si può negare che la religione, e la promessa di un paradiso futuro, adesso fanno molta più presa sulla gente perché la loro esistenza terrena è così difficile da non far intravedere nessun’altra speranza se non quella del paradiso. E finora nessuno ha dato la prova che abbiano torto! Questa è la differenza. È stato provato che il socialismo era sbagliato, è stato provato che le promesse del nazionalismo erano sbagliate: solo la promessa religiosa di una vita migliore in paradiso non è mai stata messa in dubbio.

Lei ha in mente una qualche soluzione al problema della Palestina, di Israele?
Bella domanda! Quello che so è che ci sono due popoli nello stesso paese. E che l’unica possibilità di condividere un’esistenza decente e pacifica dovrebbe essere basata sul principio dell’eguaglianza. Come ciò possa essere espresso e realizzato nella vita reale e in quella politica, questo non lo so. A volte si sente dire: «… Se proprio dobbiamo sognare, allora perché non sognare la nascita degli Stati Uniti socialisti del Medio Oriente?», proprio tanto per sognare. La realtà è che ci sono due principi: 1. due popoli che vivono sullo stesso territorio, 2. il principio dell’eguaglianza. Quest’ultimo è un principio assolutamente pratico, e adesso non è certo di moda. La mancanza, l’assenza di eguaglianza, di equità, è un motivo permanente di guerra tra la gente: se non vogliamo avere una guerra permanente allora dobbiamo seguire il principio dell’equità, dell’eguaglianza.
In quale modo questa soluzione prenderà una forma definitiva, è difficile dirlo. Io penso che si possa ancora arrivare alla soluzione dei due stati attraverso le risoluzioni internazionali, perché queste sarebbero una garanzia per Israele e per gli israeliani. Anche se le circostanze dovessero cambiare e la nostra superiorità militare in futuro non dovesse risultare più di nessuna importanza a causa di cambiamenti strategici nel mondo arabo, avremmo comunque una garanzia, il supporto delle risoluzioni internazionali. Le quali parlano della soluzione dei due stati: certo non sarà possibile rimediare alle ingiustizie del ’48, non si potrà migliorare il tenore di vita, non sarà la soluzione definitiva – non esistono soluzioni definitive nella storia, può sempre venirne fuori una migliore – ma teoricamente è possibile. Però solo a una condizione: che il processo di colonizzazione nella Cisgiordania si fermi.

Buddismo e Società n.111 – luglio agosto 2005

Per cambiare l’odio io comincio da me-Intervista a Mariane Pearl
Intervista a Mariane Pearl
giornalista e regista
di Monica Piccini

 

Mariane Pearl è la vedova del giornalista del Wall Street Journal decapitato dagli integralisti islamici nel gennaio 2002 in Pakistan. Pratica il Buddismo da circa venti anni. Due anni fa, al momento del sequestro del marito, rivolse un appello in mondovisione ai rapitori in un tono così pacato da attirare l’attenzione di molti. Quella tragica esperienza è raccontata in prima persona in un libro, Un cuore grande (Sonzogno editore, pp. 319, 17 euro), in uscita lo scorso marzo anche in versione italiana.

Il racconto prende le mosse dal pomeriggio del 23 gennaio 2002, quando davanti al ristorante Village Garden di Karachi Daniel Pearl sale su un’auto che dovrebbe portarlo a incontrare Mubarak Ali Shah Gilani, capo di un gruppo islamico iscritto dall’FBI nella lista delle organizzazioni terroristiche. Pearl sta indagando sull’ispiratore di Richard Reid, l’uomo che voleva farsi saltare sul volo di linea Parigi-Miami con le scarpe imbottite d’esplosivo. La sera stessa Mariane, incinta di cinque mesi, l’aspetta per cena a casa di amici. Danny (come lo chiama lei con l’accento sulla y) non arriverà mai. Viene invece condotto in una casa colonica in un sobborgo della capitale pakistana, dove sarà tenuto prigioniero otto giorni. Il 31 gennaio gli integralisti islamici lo decapiteranno. Un video con le sue ultime parole («Mio padre è ebreo, mia madre è ebrea, io sono ebreo») e i dettagli dell’esecuzione verrà recapitato al consolato americano di Karachi il 22 febbraio. Quasi tre mesi dopo, il 17 maggio, il suo corpo mutilato in dieci pezzi sarà ritrovato sotto un metro di terra.
A fine maggio Mariane mette al mondo Adam, un nome importante, il nome del primo uomo sulla terra per il bambino che secondo suo padre avrebbe contribuito a far sì che «durante la sua vita ci fossero più persone pronte a dare la vita per la pace che non per l’odio nel loro cuore». Mariane, praticante buddista da vent’anni, nei giorni che seguono il rapimento del marito dà il via a un’operazione di antiterrorismo vera e propria cui partecipano la polizia pakistana, i servizi segreti americani e le forze diplomatiche di entrambi i paesi. Una convivenza forzata che ha cambiato profondamente la vita di tutte le persone chiamate in causa, a cominciare dal Capitano, il poliziotto pakistano – musulmano osservante – che all’inizio delle indagini aveva assicurato di portare a casa Daniel sano e salvo e che per primo invece dà a Mariane la notizia del terribile verdetto.

Com’è la tua vita adesso, a due anni di distanza dalla morte di Daniel?
La situazione è ancora surreale. Le cose non hanno ancora ripreso un andamento normale. Ho perso la nozione, non tanto della normalità, quanto della continuità, perché la mia vita negli ultimi dieci anni è cambiata molte volte e sempre in maniera radicale. Al momento la mia vita consiste soprattutto nel parlare di questo libro, uscito in diciotto differenti paesi, tra cui il Giappone, e di argomenti inerenti alla vicenda di mio marito. Cerco di comunicare il più possibile la sua convinzione che per cambiare l’odio nei cuori delle persone bisogna cominciare da se stessi, e nel caso di un giornalista, nel dar voce alle persone oppresse. Parlo molto con la stampa, a volte scrivo anch’io articoli (Mariane, anch’essa giornalista, è una pluripremiata regista di documentari) e poi cerco anche di costruire una vita stabile per mio figlio Adam. Finora abbiamo viaggiato molto. Da qualche mese abitiamo a New York, perché gli Stati Uniti per me in questo momento rappresentano il futuro, anche professionale.

Qual è per te il messaggio più importante di questa terribile vicenda?
La cosa essenziale è la responsabilità individuale, rendersi conto che ognuno di noi ha uguale responsabilità nel contribuire all’evoluzione della società, in particolar modo nell’ambito di questi nuovi conflitti, tutt’altro che risolti. Sono guerre destabilizzanti per l’intera pace mondiale, perché non hanno niente a che fare con le guerre tradizionali e per come le abbiamo conosciute finora. Ormai si è rivelata falsa anche la sicurezza di cui abbiamo goduto per tanti anni in Europa, convinti che la guerra fosse altrove. Adesso realizziamo che non è più così. Per quanto riguarda il terrorismo, per esempio, sappiamo che si sviluppa in occidente (Omar Sheik processato in primo grado per l’uccisione di Pearl è un inglese di buona famiglia, laureato alla London School of Economics, folgorato alla causa islamica dopo un viaggio in Bosnia). È un fenomeno multisfaccettato, che si avvale di molte cellule disseminate un po’ dovunque e, come al solito, le vittime di queste violenze sono persone normali. Scrivendo un libro su ognuno di loro chiunque si renderebbe conto di quanto la guerra è assurda. Non si parla di simboli, ma di persone. Per trovare una soluzione all’odio integralista esistono varie prospettive. È vero, la politica ha il suo compito, la repressione poliziesca ha il suo peso, però fondamentalmente si tratta di una riforma individuale. È necessario rieducare le persone, secondo un lavoro lungo e difficile. La vera posta in gioco adesso è il mantenimento del dialogo, l’unica risposta da dare ad Al Qaeda che fanaticamente vuole questo clash (scontro) tra le civiltà.

Come si esprimeva la responsabilità di Daniel nel suo lavoro?
Per lui il giornalismo era etica, etica pura. Era molto minuzioso, secondo lui bisognava fare sempre un miglio in più. Non l’ho mai visto fare compromessi con la verità, indipendentemente dal prezzo che ci fosse da pagare. Daniel era mosso da una profonda esigenza nei confronti di se stesso. A un certo momento, in quanto individuo, devi decidere come vuoi vivere, stabilire delle soglie entro le quali muoverti liberamente. Lui viveva in base a questa sua etica. Questa è la responsabilità individuale. Non è una questione solo di idee, è anche legata all’azione. La questione è essere all’altezza di questa visione nel quotidiano, indipendentemente dal mestiere che uno fa e dal paese in cui vive. Bisogna riuscire a capire fino a che punto un individuo lotta per essere quella persona che ha deciso di essere.

Chi è stato a uccidere Daniel?
L’esecutore materiale della sua morte si chiama Khalid Sheik Mohammed, un cittadino yemenita detto anche l’architetto di Al Qaeda. Una sorta di ingegnere del male, lo stesso che ha ideato l’attentato alle Torri Gemelle l’11 settembre.

Secondo la Casa Bianca, quando gli americani l’hanno catturato – non so se sia vero o meno – ha confessato di aver impugnato lui l’arma che ha ucciso Danny. Al Qaeda è una specie di assemblaggio temporaneo di alcune organizzazioni fondamentaliste, tenute insieme solo dalla disperazione. Le persone reclutate sono molto spesso prive di ogni formazione, non hanno speranza, sono completamente accecate dalla rabbia. E questo è il risultato della storia. In Pakistan e in Afghanistan si arruolano ad Al Qaeda i figli dei mujahiddin che in passato hanno combattuto prima i russi e poi gli americani. E tutti quanti trovano la loro collocazione in quest’organizzazione priva di ogni forma d’ideologia. Non esiste un programma, delle proposte, non c’è nulla, è distruzione allo stato puro.

Hai guardato negli occhi gli assassini?
No, al momento del processo di uno dei mandanti, Omar Sheik, ero ormai incinta di nove mesi. Ero a Parigi e non potevo più viaggiare. Però confesso che ho esitato quando mi hanno riferito che lui voleva vedermi. Non so per dirmi cosa. Il problema era sapere se effettivamente mi volesse parlare e soprattutto se anch’io avessi voglia di parlargli. Per dirci cosa? Ho cercato di capire per quale motivo avrei voluto vederlo. L’unico motivo valido era fargli confessare che stava mentendo. Perché una persona che recluta dei giovani attraverso una promessa del tipo «se partecipi alla jihad andrai in paradiso» sta mentendo. Non ci crede neanche lui a ciò che va dicendo. Lo so perché, prima del processo, aveva il terrore di essere estradato negli Stati Uniti sapendo che sarebbe stato condannato a morte. All’idea di morire non ha certo pensato che ad accoglierlo ci sarebbe stato il paradiso. Eppure era ciò che raccontava agli altri. In Pakistan l’hanno condannato all’impiccagione, ma difficilmente eseguiranno la condanna.

Cosa pensi dell’Islam?
Niente di particolare. Hai letto il Corano? Bisogna leggerlo perché è bello. È una grande religione l’Islam, forse più complessa delle altre, per il problema delle gerarchie. Mancando un’autorità riconosciuta da tutti, chiunque può interpretare l’Islam, ed è per questo che ci sono tante correnti. Concretamente, questo significa che se c’è un integralista nella moschea del tuo quartiere è più facile che diventi integralista anche tu. L’Islam è complesso e specifico. Però i fondamentalisti sono fanatici sia che siano musulmani, cristiani o ebrei. Per me sono solo dei dirottatori di fede. Immagina che qualcuno adoperi la tua fede per ammazzare qualcuno, così violenta la tua fede. Quindi non sono i musulmani a essere un problema, è il fondamentalismo. Il resto non è altro che un pretesto.

Qual è per te il senso della morte di Danny, se c’è?
C’è un senso profondo, altrimenti sarebbe morto nell’anonimato. Posso dimostrarlo perché nelle lettere che ho ricevuto, e che lo riguardavano, la gente ha capito delle cose essenziali della propria vita, come per esempio a cosa dedicarla e perché conservarla. Quando Danny è morto io e migliaia di sconosciuti abbiamo deciso di spingere l’impegno ancora più a fondo. In questo senso è diventato un simbolo. È un po’ come se la sua morte avesse convalidato tutti i valori che aveva scelto durante la vita. Questo è importante e non è una banalità. Se ci si pensa bene, è raro morire per qualcosa, comunque.
Quindi, indipendentemente dall’aspetto affettivo che ci lega, Danny ha coronato con successo la sua vita. Forse non avrebbe avuto lo stesso impatto sulle persone vivendo fino a novant’anni, non lo so. Il significato profondo della sua morte è l’influenza che ha esercitato su tutti. Questo non è avvenuto, ad esempio, per le vittime delle Torri Gemelle, anche se è esattamente lo stesso atto di violenza compiuto dagli stessi fanatici. La sua morte forse è riuscita a dare un volto umano al conflitto che viviamo. Perché molte persone hanno capito che tutti possiamo essere coinvolti, Daniel poteva essere loro figlio, padre, marito. È diventato un membro della loro famiglia. Ecco a cosa è servito. Una specie di esempio di uomo universale.

Quando dici che è morto indomito intendi questo?
Ci sono vari motivi per cui lo dico. Da un lato è stata una persona a cui hanno legato realmente le mani (in una delle foto divulgate dai sequestratori ha entrambe le mani incatenate ed è vestito con una tuta bicolore, di quelle che non avrebbe mai indossato), e che pur non potendo più parlare né scrivere, è riuscita comunque a comunicare su scala mondiale chi era veramente. Se in qualche modo avesse ceduto a ciò che gli imponevano i suoi carcerieri, non avrebbe avuto lo stesso impatto sulle persone. All’ultimo momento è stata evidente la vittoria della sua mente su quella dei suoi assassini. Il secondo motivo per cui lo dico è per via della dichiarazione che Danny ha rilasciato nel video prima di essere decapitato. Svela un dettaglio (dice che in una città israeliana c’è una strada che porta il nome di un suo avo) che nessuno poteva sapere, e che equivale a dire: «Ecco io sono quello che sono, andate al diavolo». Una sorta di messaggio cifrato per la sua famiglia, la sola che avrebbe capito, per farci sapere come, persino davanti alla morte imminente, non aveva rinnegato se stesso. In quei giorni Danny ha fatto di tutto per comunicare il suo spirito indomito: dalla foto, con il dito medio alzato, a quando, a capo chino con la pistola piantata alla tempia, sorride. Il terzo motivo per cui lo dico è per me stessa. Perché non sarei riuscita a risalire la china se lui non avesse avuto quest’atteggiamento fino alla fine.

Perché?
Siamo stati sempre molto vicini, anche in quest’esperienza. E se avessi capito che non era stato in grado di resistere spiritualmente, che qualcuno aveva avuto la meglio sul suo spirito, non avrei reagito così come sto facendo oggi.

Qual è stata per te la lezione più difficile da imparare?
Inizialmente tutte le energie mi servivano per trovare Danny. Ero un po’ come un poliziotto. Per far questo però dovevo essere in grado di controllare la paura. Sapevo che l’unica cosa che queste persone volevano provocare in me era il panico. Quindi mi sono messa nella condizione mentale di difendermi, allo stesso modo di Danny. Se qualcuno ti punta una pistola in faccia e ti rapisce, la prima cosa che ti viene in mente, appunto, è come non perdere la calma. Dal cantomio sapevo che se cominciavo a farmi prendere dall’angoscia anche lui, e le persone intorno a me, si sarebbero fatte soggiogare dalla paura. Poiché io non mi facevo sopraffare dall’angoscia tutti gli altri continuavano ad agire. Poi, quando ho saputo che era morto, non ho avuto più paura. Ero arrivata in un punto in cui non avevo più paura. Paura di che cosa? Se lo sai non hai più paura.

Come hai fatto a gestire la paura?
Bisogna cercare di calarsi nel contesto quando si fa una lotta del genere, in cui non si dorme, si mangia a stento e si ha un solo obiettivo: ritrovare chi è stato rapito. Per cinque settimane non abbiamo fatto altro che cercarlo. La paura ti viene quando non agisci, mentre io, mettendo in campo tutte le mie forze, stavo guardando in faccia la realtà. Quando arrivi in fondo a una situazione, per quanto terribile, niente ti fa più paura. Danny era immobile fisicamente però anche lui – ne sono convinta – dedicava tutta la sua energia a non farsi prendere dal panico. La paura è una specie di bestia selvatica che può essere addomesticata. Non è un’emozione assoluta che non può essere vissuta diversamente. Nella sfida il terrore spariva. Se pensi: «Forse mi attaccheranno, oppure non mi attaccheranno, boh», allora lì si può aver paura. Però una volta che hai di fronte il nemico allora si fa come fa Danny, li si manda al diavolo. Mi rendo conto che è difficile da spiegare…

Hai recitato Daimoku in quei momenti?
Durante le prime due settimane lavoravamo ininterrottamente notte e giorno, però dopo l’arresto di Omar Sheik la situazione si è fatta molto più difficile, perché lui continuava a contraddirsi. Diceva che Danny era vivo, e dopo poco che in realtà era già morto. Lì ho recitato Daimoku molto di più. L’ho fatto per salvarlo, certo. Però ero già arrivata a un punto di consapevolezza abbastanza estremo. Non sapevo se Danny sarebbe morto o si sarebbe salvato. A quel punto della battaglia la cosa più importante era: «Non ci prenderanno», nel senso di «non ci domeranno». Io sapevo che se avessi avuto paura della morte quello sarebbe stato il mio limite, e quindi dovevo superarlo. La cosa più importante era diventata questa sfida nei confronti di chi voleva uccidere Danny per distruggere il suo modo di pensare. È un po’ come quando ti trovi di fronte a delle persone che ti vogliono ammazzare a causa di quello che realmente sei. In quel momento la cosa più importante diventa: «Difendo quello che sono» e non tanto: «Farò di tutto per cercar di vivere». Mi rendo conto che è una situazione abbastanza estrema, che travalica una qualsiasi esperienza di normalità.

Per quale motivo hai cominciato a praticare il Buddismo di Nichiren Daishonin?:
«Perché no?», mi domandai quando vent’anni fa, ormai, presi parte a una riunione di buddisti a Parigi, la città dove sono cresciuta. Rimasi colpita nel vedere la diversità delle persone che erano lì riunite. Mi chiesi quale fosse il denominatore comune tra persone così diverse e ciò che mi colpì di più era che quelle persone non volevano assolutamente assomigliarsi. Erano completamente diverse, ma il Buddismo sembrava funzionare ugualmente per tutti. Avevo diciassette anni. Qualche tempo prima avevo messo il giubbotto di mio fratello e avevo trovato in tasca il libretto di Gongyo dicendomi: «Oddio appartiene a una setta». Mi ero presa anche paura e così decisi di andare a una riunione della Soka Gakkai. Ho iniziato così.

Ti è stato utile praticare il Buddismo in questa vicenda?
Assolutamente sì. È stato anche un vero termometro, perché ho sempre fatto affidamento sul Buddismo da quando lo pratico. Però tre anni fa non sarei stata in grado di dire se questa pratica mi avrebbe consentito di attraversare un’esperienza così estrema. Oggi l’ho verificato e sono totalmente convinta che recitando Nam-myoho-renge-kyo non ci sono ostacoli che non si possano superare.

Come vedi il futuro della Soka Gakkai?
Penso che prossimamente non ci sarà più bisogno di far riferimento a un’organizzazione come quella che abbiamo conosciuto. È giusto che da adesso in poi prendano il testimone della trasmissione del Buddismo voci indipendenti, un po’ dovunque. Io per quanto pratichi da molti anni, sono sempre stata una specie di outsider. Forse perché viaggio molto.

Pensi che le persone che incontri capiscano il tuo messaggio?
Molti sì. Altri, quelli che non vogliono sentire, no. Ma non importa, ci sarà sempre qualcuno che è pronto per questo tipo di messaggio. Però mi sembra incredibile come molte persone che hanno dei figli possano non interrogarsi su questioni del genere. Non mi sembra che quello che dico sia incomprensibile, per lo meno spero.

Hai amato Danny di un amore assoluto, ti era già capitato di provare un sentimento così profondo?
Ogni rapporto è particolare. Il rapporto che ho con Danny non l’avrò con nessun altro. Sì, avrò dei rapporti altrettanto forti, ma diversi, con mio figlio. Sapere se andrò così in fondo con qualcun altro? Con Adam sì, immagino di sì, forse anche con qualcun altro, forse. Non l’escludo a priori, però sarà difficile.

Come hai superato la mancanza di Danny?
Come qualsiasi lutto. Non è facile. La sua assenza è difficile e crudele. Ma è il prezzo da pagare. È il senso dell’obiettivo superiore rispetto all’elemento emotivo. Quando faccio delle cose che hanno un significato profondo so che vanno a vantaggio anche di Daniel. Quando invece permetto che le emozioni mi sommergano sento di prendere una strada senza via d’uscita. È normale, quando sei triste lo esprimi, ma poi ti rialzi e vai avanti. Con l’arrivo della morte non puoi più far nulla, non puoi più agire. Questa è la differenza tra la vita e la morte. Finché sei vivo devi fare quante più cose possibili perché la vita ha un termine. L’esistenza è come un grande libro in cui ognuno di noi ha una pagina da riempire, con un inizio e una fine. Se non hai voglia di scrivere nulla non scrivi nulla, però un bel giorno non potrai più farlo. Dipende da te. Questa è la crudeltà dell’esistenza. Finché si è vivi bisogna fare delle cose, e possibilmente non solo per se stessi. Perché se scrivi solo per te, e gli altri fanno lo stesso, la tua pagina non avrà nessun interesse per gli altri e non contribuirà al romanzo nel suo complesso. Adesso Danny non può più fare nulla. Se non agisco io che senso ha essere una coppia?

Buddismo e Società n.103 – marzo aprile 2004

Un’altra possibilità-Intervista a Giorgio Gallo

Intervista a Giorgio Gallo

Direttore del corso di laurea in Scienze per la pace
di Maria Lucia De Luca e Donatella Pavone

Diciassette marzo 2003, vigilia della guerra in Iraq. Incontriamo a Pisa il professor Giorgio Gallo, direttore del corso di laurea in Scienze per la pace istituito da due anni. Il luogo dell’intervista è il Centro interdipartimentale di Scienze per la pace (CISP), fondato da alcuni docenti delle aree umanistica e scientifica dell’Università di Pisa e sede di uno “sportello per i diritti umani” realizzato in collaborazione con il Comune. Proprio da questo gruppo di docenti è nata l’idea di strutturare l’insieme delle discipline relative agli studi per la pace in un curriculum universitario.


Perché avete deciso di istituire un corso di laurea in Scienze per la pace?
Quando ci fu la guerra nel Kosovo – in cui ci trovammo coinvolti in maniera molto diretta – nacque in Italia un grosso movimento pacifista, che però non riusciva ad andare in profondità, a scalfire veramente. Ci chiedemmo allora, con alcuni docenti di questa università, perché il pacifismo avesse una capacità di penetrazione così limitata. Perché la guerra aveva un consenso considerevole? Perché la gente non capiva, e la stampa finiva per accettare tutto quello che veniva detto senza metterlo in discussione?
Questi problemi ci hanno fatto riflettere e da qui è nata l’intenzione di fare qualcosa di più per riuscire a creare del consenso, a diffondere una cultura di pace. Altrimenti ci saremmo trovati sempre in situazioni in cui la guerra poteva essere nuovamente legittimata, considerata uno strumento possibile.
Ci siamo allora chiesti che cosa fare per costruire una cultura della pace, e abbiamo cominciato prima con corsi specifici e poi, quando si è aperta l’opportunità, con questo corso di laurea.
Pur sapendo che la pace dovrebbe permeare tutto, che non è una disciplina scolastica, universitaria, qualcosa che si insegna, siamo convinti che sia possibile formare delle persone che nella società svolgano dei ruoli in direzione della creazione di una cultura della pace. Costruire la pace non è qualcosa che si fa solo con i buoni sentimenti, sono necessari anche degli strumenti.Quali sono i mestieri per la pace?
Noi abbiamo individuato innanzitutto l’ambito della cooperazione, gli organismi non governativi che operano per lo sviluppo, per i diritti umani, per l’ambiente. Contribuiamo a formare persone che abbiano le competenze per lavorare in settori di questo tipo, e ciò significa innanzitutto la capacità di guardare l’altro da sé rispettandolo, capendolo. Che abbiano poi strumenti giuridici, conoscano il diritto, il funzionamento delle norme internazionali, che abbiano delle nozioni di economia. Che siano in grado di progettare, e quindi posseggano strumenti di tipo scientifico, tecnico. Tenendo presente che viviamo in un mondo estremamente complesso, in cui le problematiche si radicano in diverse realtà e diverse culture, quella scientifica oltre che quella umanistica. Quando parliamo di complessità parliamo del problema dell’ambiente, delle biotecnologie, delle religioni, delle culture diverse. Ad esempio l’obiettivo del corso di Biologia delle popolazioni umane, è quello di fornire strumenti critici per capire quanto nonsenso ci sia dietro i concetti di razza o di etnia, considerati qualcosa di naturale e non semplicemente un fatto culturale, costruito dall’essere umano.
L’altro aspetto importante su cui ci siamo concentrati è quello dei conflitti. La conflittualità è una componente naturale, non possiamo pensare di eliminarla del tutto. Però possiamo cercare di fare in modo che non generi scontro, distruzione e violenza, ma sia un’occasione di incontro e produca qualcosa di nuovo, di positivo, di vantaggioso per entrambe le parti. In sostanza ciò che si intende con la trasformazione del conflitto. Abbiamo allora individuato la figura del mediatore, qualcosa di molto diverso però da figure professionali già esistenti in Italia come i mediatori presenti per legge nelle Camere di commercio, generalmente funzioni di pertinenza di avvocati e giuristi. Diverso anche dall’arbitro, cui è data l’autorità di decidere al posto delle parti che hanno accettato di delegare a tale figura una parte del proprio potere di scelta o dal giudice di pace, che ha il compito di riconoscere chi ha ragione e chi ha torto, di stabilire cosa dice la legge in un certo caso e quindi emettere una sentenza.
Il mediatore di conflitti invece non deve stabilire chi ha ragione e chi ha torto, ciò significherebbe anzi partire con il piede sbagliato. Cerca di capire quali sono gli interessi e le esigenze delle due parti. E cerca di far scoprire alle diverse componenti che forse questi interessi possono produrre un punto d’incontro – cui magari le parti inizialmente non avevano pensato – vantaggioso per tutti. Ciò significa portare le parti a capire meglio qual è il contesto in cui stanno operando, quali sono gli effetti delle scelte che stanno facendo o che vogliono fare, al di là delle questioni ideologiche o di principio. Infine l’altro campo che ci interessa è il cosiddetto terzo settore, quella che si chiama oggi impresa sociale.La mediazione dei conflitti richiederebbe una preparazione in campo psicologico, la costruzione di una personalità solida. Cosa è previsto nel corso di laurea?
Noi abbiamo degli obiettivi sul piano professionale, non un insegnamento particolare. Ci sono molte discipline diverse e questo fa sembrare il corso un po’ frastagliato, ma il momento di unità sta nella motivazione comune che c’è tra noi. Tutti gli insegnamenti sono progettati in funzione degli studenti di questo corso, finalizzati al tipo di figura professionale che vogliamo formare. La cosa sembra ovvia ma invece capita molto spesso che nell’università si concepiscano corsi di laurea particolari e poi non si crei altro che un collage di insegnamenti che già esistono, da seguire nelle varie facoltà. Noi abbiamo fatto la scelta opposta, sperando di aiutare gli studenti a strutturarsi.
Anche psicologicamente.

Nella presentazione del corso di laurea lei sosteneva che non si può insegnare la nonviolenza se non con un metodo nonviolento. Come?
Qui naturalmente tutto dipende dai docenti. L’idea è quella di insegnare con un metodo che sia il più possibile dialogico, coinvolgendo gli studenti, facendoli partecipare. Alcuni dei nostri docenti riescono a farlo molto bene, lavorando in gruppo, ad esempio, considerando il corso come una sorta di percorso comune dove l’insegnante ha più esperienza, ha le conoscenze e deve trasmetterle, ma deve anche riuscire a cogliere le conoscenze e le esperienze degli studenti, mettendole a disposizione di tutti.Ci racconti degli studenti…
I nostri studenti sono una sessantina per anno. Circa la metà sono adulti, lavorano e in generale sono persone impegnate nella solidarietà, con una motivazione personale molto forte. Per loro questa è un’occasione per confrontarsi con altri, per approfondire degli interessi. Ritornare sui banchi, costringersi a seguire alcune linee di un percorso tracciato da un insegnante, significa darsi una sorta di autodisciplina, strutturare una preparazione su certi temi che si conoscono un po’, ma in maniera disordinata.
E anche i giovani sono motivati, spesso hanno già fatto esperienze nel campo. Sono soprattutto ragazze: in generale la donna è più aperta e disponibile a ruoli di mediazione, a un discorso di pace. Anche perché la nonviolenza implica la capacità di relazione empatica con l’altro, e in questo le donne certamente hanno qualche vantaggio. Un altro elemento – un po’ negativo – potrebbe essere che nella nostra cultura la donna si sente probabilmente meno responsabile di dover

arrivare a guadagnare subito, per cui è più disposta a rischiare, mentre l’uomo forse è più spinto, anche dalla famiglia, a ottenere il prima possibile una professionalità che gli permetta di lavorare e di guadagnare.

Quali sono le opportunità di lavoro?
Le stiamo cercando e definendo.
In tutti gli ambiti di nostra competenza stiamo operando su due piani: da una parte formando le persone, e dall’altra dialogando con gli operatori che già lavorano. Abbiamo rapporti con le imprese del terzo settore, con la cooperazione, con chi lavora nella mediazione, cercando insieme a loro di capire che tipo di preparazione serve, che cosa si può fare perché i ragazzi trovino degli spazi di occupazione. Chiedendo a tutti questi organismi di accogliere i nostri studenti per fare tirocini.
Questi tirocini hanno un duplice scopo: da un lato far fare agli studenti un’esperienza sul campo, dall’altro convincere la società che c’è bisogno di figure di questo genere. Che in un mondo conflittuale, in cui vi sono micro e macro conflitti, ci vogliono operatori e operatrici che aiutino a ridurre la violenza, a creare relazioni più umane.
Naturalmente è una grossa scommessa. Io sono un po’ preoccupato: riusciremo, si capirà? Il processo è lungo, ma noi vogliamo arrivare in fondo.

In questo momento c’è una cultura di pace diversa. La stragrande maggioranza della popolazione italiana non vuole la guerra all’Iraq. Cos’è cambiato rispetto all’Afghanistan?
Diciamo piuttosto cosa è cambiato rispetto al Kosovo, perché la guerra in Afghanistan è stata un’esperienza un po’ particolare. Era più lontana, siamo stati meno coinvolti e poi c’era stato l’11 settembre.
Bisogna considerare due aspetti: da un lato le motivazioni di chi vuole la guerra, dall’altro il cambiamento del movimento pacifista.
Certamente le ragioni di questa guerra non si capiscono. Quando si sente parlare Bush si ha la sensazione che non vi sia nessun rapporto fra quello che accade e le argomentazioni addotte. Il presidente USA continua a ripetere la stessa cosa: Saddam non disarma, abbiamo pazientato troppo, ora basta. Contemporaneamente leggiamo sui giornali che con l’azione lenta e metodica degli ispettori dell’ONU vengono distrutti i missili, vengono interrogati gli scienziati, viene fuori che non si trovano armi di distruzione di massa. Una sorta di percorso costellato da piccole azioni di disarmo, magari imposte, non volute. Nessuno ha particolare stima di Saddam, un dittatore tra i più feroci che è stato utile a noi occidentali, agli Stati Uniti, ma ora non serve più. Stanno avvenendo concrete operazioni di disarmo, ma dall’altra parte sembra che tutto ciò non esista, si ripete sempre la stessa cosa. Quindi la gente scopre che le motivazioni di questa guerra sono così poco nobili da non poter neanche essere espresse chiaramente.
Per quanto riguarda il fronte del no alla guerra, cosa è cambiato? C’è innanzi tutto un elemento: la posizione molto determinata del papa. Molto più forte e chiara che in occasioni precedenti. Altre volte la posizione della chiesa cattolica era stata un’espressione di principi molto nobili, che però si poteva fingere di non capire. In questo caso non si può. Il discorso è nettissimo, ed è estremamente accorato, come se il papa – un uomo sofferente che testimonia con la sua vita il forte valore della pace – sentisse questo come il grande impegno dell’ultimo scorcio del suo pontificato.
C’è anche naturalmente un po’ di paura sugli effetti di destabilizzazione che questa guerra può portare. Ma c’è soprattutto un altro elemento. Il fatto che il mondo non può andare avanti così per molto tempo, è necessario cambiare.
Se consideriamo gli andamenti delle ricchezze delle nazioni, i cosiddetti PIL, ci accorgiamo che non possono reggere a lungo nel tempo. Ebbene – sono dati dell’ONU – dall’inizio del 1800 a oggi il reddito medio pro capite dei paesi più poveri è rimasto praticamente costante. Questo vuol dire che se nel 1850 il paese più povero aveva un reddito pro capite di 450 dollari, il paese più povero oggi – che può non essere lo stesso – ha un reddito pro capite di 350-400 dollari, addirittura inferiore. Invece nel gruppo dei paesi più ricchi, se nel 1800 il reddito pro capite era di 1400 dollari, oggi è arrivato a 20.000, 25.000. Quest’ultimo in termini matematici è un andamento esponenziale e indica un raddoppio ogni tot anni. Se il PIL raddoppia, raddoppia la produzione, raddoppia l’inquinamento, il consumo delle risorse, delle materie prime. Il petrolio non è infinito.
C’è una forte crescita sociale e politica delle coscienze riguardo a questo punto. Mi riferisco a quei movimenti che vengono ricondotti ai cosiddetti no-global, o a quello che viene chiamato il movimento dei movimenti, importante per un elemento fondamentale: l’incontro tra le esigenze di pace e quelle di giustizia e di cambiamento.

Quali sono le caratteristiche di questo “movimento dei movimenti”?
Innanzitutto il fatto che non ha un suo vertice. È una struttura a rete, non a piramide. E non ha neppure un progetto chiaro, definito, concluso. Però ha tutta una serie di necessità, di domande, ha dietro l’idea chiara che bisogna andare verso una società diversa. Le strutture di questa società diversa non vengono delineate – il movimento comunista ad esempio dava indicazioni precise, voleva costruire qualcosa di ben definito – però vengono espresse esigenze fondamentali come quella di una società in cui le relazioni siano basate sulla fraternità, sulla convivialità. Una società che non sia dominata dal mito economicista, che ci inonda da tutte le parti, che permea anche gli scritti e le idee di chi è contro questo sistema. Una società in cui ci sia più gratuità, più attenzione alle persone, più attenzione alla natura. Forse anche più attenzione a se stessi, più rispetto di sé.
Secondo me la grande scoperta del movimento è la lotta nonviolenta, che già nel percorso prefigura quello che vuole ottenere, una lotta in cui si uniscono i mezzi e i fini. Nel momento in cui si distinguono, invece, succede che quando si vince vengono riprodotti gli stessi meccanismi di oppressione.
Nel movimento ci sono tanti gruppi diversi che costruiscono dei piccoli spazi in cui già si rappresenta, per qualche aspetto, questa nuova società. E cosa è successo, di meraviglioso? Che tutti questi gruppi, nati nelle parrocchie o all’interno della sinistra, gli scout, quelli che lavorano nel commercio equo e solidale, le botteghe del terzo mondo, i gruppi di acquisto solidale, e tante altre realtà con idee e sensibilità diverse hanno trovato dei momenti di incontro. A Firenze, a Porto Alegre, nella manifestazione del 15 febbraio si sono uniti, riconoscendosi come parti di uno stesso percorso sia pure nella diversità di alcune scelte. Un cammino in cui c’è rispetto reciproco, in cui ognuno è convinto che tutti sono importanti.
E poi c’è stato l’effetto valanga: nel caso del Kosovo i segni della contrarietà individuale alla guerra erano pochissimi. Oggi è difficile non vedere in giro qualcuno degli straccetti bianchi di Emergency, per non parlare poi delle bandiere della pace. L’ho verificato personalmente: se io metto la bandiera a casa mia, poco dopo la mette anche il mio vicino, e poi un altro, e così via. Si comincia a capire che forse ha senso l’azione individuale.
Perché la cosa peggiore – come è stato nel caso del Kosovo – è il senso di frustrazione, di impotenza. Invece questa volta il New York Times ha scritto che attualmente nel mondo ci sono due grandi potenze: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale. La guerra la fanno lo stesso? Sì, ma non senza costo.La stanno facendo con grandissimo imbarazzo.

È proprio questo modello di rete che rompe, forse, il verticismo.
Il modello di rete è fondamentale, perché non solo rompe il verticismo ma crea possibilità che prima non c’erano. Il movimento a rete significa innanzitutto che i nodi sono portatori di valori, di esperienze anche indipendenti ma che si sentono in sintonia e si scambiano informazioni. E allora succede la meraviglia della manifestazione del 15 febbraio, in cui senza che ci fosse un capo che dicesse: tutti insieme uniti andiamo a manifestare, in tanti si sono incontrati scoprendo poi, guardando la televisione, di essere più di cento milioni.
Si dovrebbe riuscire a utilizzare questa forza elaborando delle strategie come per esempio il boicottaggio con cui colpire alcuni interessi. Tutto in forma veramente nonviolenta, nella convinzione che non abbiamo nemici ma avversari, e che con questi avversari noi vogliamo comunque dialogare. Dobbiamo aprire spazi di dialogo, nessuno vuole avere dei vinti. E allora il primo passo è cambiare noi.

Quanto pensa che possa pesare l’impegno, lo sforzo individuale, di ciascuno nel suo campo?
Penso che possa cambiare le cose e che comunque vada fatto. Uno spot televisivo ideato da un sociologo brasiliano si apre con le immagini di un vasto incendio nella foresta. I grandi animali, i giaguari, le scimmie e altri scappano davanti al fronte del fuoco, ma a un certo punto si vede un minuscolo colibrì che va nella direzione opposta, con il suo beccuccio pieno d’acqua. I grandi animali gli dicono: dove corri, c’è l’incendio, scappa via, ma lui risponde: io faccio la mia parte. L’idea è proprio questa: fare la propria parte, che non è scritta in nessun posto ma è la capacità di cogliere quello che la vita ti propone, e accogliere significa rispondere. C’è sempre una possibilità di far finta di non sentire, io l’ho fatto tante volte nella mia vita. Qualche volta invece ho sentito, e la risposta ha comportato un po’ di lavoro e di attività, ma poi mi ha dato ricchezze enormi, incontri bellissimi. Non ci dobbiamo far paralizzare dal fatto che la realtà è troppo grande per poter essere cambiata. Io insisto: il 15 febbraio è stata una sorpresa. E quindi cambiare si può.

Che relazione può esserci tra il movimento e istituzioni come l’ONU, che si muovono all’interno di strutture giuridiche rigide come la Carta delle Nazioni Unite o il protocollo di Kyoto? Inoltre c’è una gran voglia di mettere le briglie al movimento dei movimenti, di cercare di appropriarsi di questa energia…
È difficile rispondere. Il problema è quello del potere. Il rischio di qualsiasi movimento è proprio quello della sua istituzionalizzazione, il fatto che una volta raggiunto il potere si ricostruiscano dinamiche di oppressione.
Ma questo cosa vuol dire? Che dobbiamo abolire le istituzioni? Secondo me no, anche se non dobbiamo concentrare tutto su di esse. Vorrei fare l’esempio del movimento del Chapas, che probabilmente nasce da un’ibridazione fra le idee del cosiddetto subcomandante Marcos, un uomo di cultura occidentale, e la tradizione degli indios locali, la cultura Maya, basata sul rispetto di tutti. L’intenzione profonda di questo movimento è di dire: noi non vogliamo il potere, ve lo lasciamo; stiamo lottando per far crescere la società civile, perché la gente raggiunga la capacità di potersi autogovernare e dialogare. Il loro scopo è cambiare la qualità della società dal basso, cosa molto diversa dal voler conquistare il potere per cambiare la società.
Tornando al movimento dei movimenti, alla rete, io ritengo che esso debba continuare ad avere la capacità di mantenersi libero e porsi sempre in una posizione critica rispetto al potere. Penso a Don Milani, che in una lettera a un esponente della sinistra comunista gli diceva: io sono con voi, dalla vostra parte, ma quando avrete il potere mi troverò dall’altra parte, dalla parte degli ultimi. Qualunque potere anche involontariamente finisce per creare emarginazione, oppressione.
Quello che bisogna realizzare è un movimento che riesca effettivamente a essere libero perché radicato in una molteplicità di piccole esperienze, di gruppi, di persone che non si pongono il problema di conquistare qualche cosa, non si pongono neppure il problema di avere una visione rigida globale, unica, di quello che sarà. Ma si pongono il problema di cambiare la loro vita, di creare situazioni diverse.
Allora, buttiamo a mare l’ONU? Mai. Io non credo che le Nazioni Unite abbiano fallito, non siano democratiche, vadano eliminate. No, sono semplicemente la fotografia di quelli che erano in un certo momento storico i rapporti di forza e gli interessi fra gli stati, e del grado di crescita della coscienza internazionale riguardo a temi come la pace e la giustizia. Ma questa fotografia risale a sessanta anni fa, come si vede dal fatto che le nazioni che hanno il diritto di veto sono le vincitrici della seconda guerra mondiale. Questo va discusso, deve essere cambiato.

Cosa pensa dell’universalità dei diritti umani?
È una domanda molto complessa. È un problema di intenzione, di equilibrio. Da un lato esiste una comune origine e una comune sostanza dell’umanità. Esistono dei valori e delle esigenze comuni, e quindi esistono dei diritti universali. Il vero problema è capire quali sono, ed è nostro dovere farlo ma questa è una ricerca, un processo, da intraprendere avendo la consapevolezza che qualsiasi formulazione di tali diritti dipende dalla nostra cultura, dal nostro linguaggio, dalla nostra filosofia. E quindi è contingente, provvisoria. Ricercare i diritti umani è una ricerca di verità, una sorta di evoluzione. I diritti umani della dichiarazione universale rappresentano il livello di coscienza che in quel momento si è stati in grado di esprimere. Ma si può anche pensare che vadano cambiati, e comunque applicati con molta attenzione e rispetto. Il che però non vuol dire neutralità o indifferenza, altrimenti significherebbe essere corresponsabili dell’ingiustizia.

Per come è stato pensato storicamente, il diritto umano come diritto dell’individuo sembra aver perso il suo significato.
Certo. Il diritto va visto sempre in un’ottica di relazione. L’essere umano non è individuo, ma persona in relazione con altre. Bisogna sempre avere una dimensione direi di tipo sistemico e olistico, cioè globale. Il rischio dei diritti poi è anche questo: che sono universali, quindi se tu non li rispetti io ti faccio la guerra, una guerra giusta. Questo si è fatto in Kosovo, un intervento di ingerenza umanitaria.
Non possiamo rompere l’unione fra pace e giustizia, perché rischiamo di fare una crociata. Se andiamo all’origine della nostra cultura giudaico-cristiana, troviamo nella Bibbia l’espressione più ricca dell’individuo che si interroga, che comincia a capire se stesso e a tirare fuori valori. Nella Bibbia per pace si usa il termine shalom, che non si contrappone a guerra, bensì a violenza. Il vero opposto di shalom è la violenza, verso il povero, la vedova, l’orfano, le figure più deboli all’interno di un gruppo che protegge attraverso i legami familiari.
Il significato di shalom racchiude un senso di pienezza di vita. Lo scrittore biblico definisce la pace come il realizzarsi del progetto di Dio, e il progetto di Dio è che tutti abbiano vita nella pienezza massima, che ciascuno possa vivere pienamente. Se noi diamo alla pace questo senso, allora veramente non può esserci contrasto tra giustizia e pace. E anche Porto Alegre è un momento di lotta per la pace.

Buddismo e Società n.97 – marzo aprile 2003
Terrorismo e nonviolenza- Documenti di Arun Gandhi

 

Documenti
di Arun Gandhi

 

Per gentile concessione del Gandhi Institute for Nonviolence, pubblichiamo un commento del suo direttore sugli attentati terroristici dell’11 settembre 2001

«Quando sono disperato ricordo che nel corso della storia hanno sempre vinto le strade della verità e dell’amore; ci sono stati tiranni e assassini che per un certo periodo sono sembrati invincibili, ma alla fine sono sempre caduti»
M. K. Gandhi

Dopo la tragedia di New York e Washington dell’11 settembre 2001 in molti, comprensibilmente, ci hanno scritto o hanno telefonato per capire quale potesse essere un’adeguata risposta nonviolenta a un atto di violenza così incredibilmente inumano.
Dobbiamo innanzitutto comprendere che la nonviolenza non è una strategia da usare nei momenti di pace e da dimenticare nei momenti di crisi. La nonviolenza riguarda l’atteggiamento individuale, riguarda l’affermarsi del cambiamento che desideriamo vedere nel mondo. Perché la posizione collettiva di una nazione è basata sull’atteggiamento di ogni singolo individuo che la compone.
La nonviolenza riguarda la costruzione di relazioni positive con tutti gli esseri umani: relazioni che sono basate sull’amore, la compassione, il rispetto, la comprensione e l’apprezzamento.
Nonviolenza significa anche non giudicare le persone per ciò che percepiamo, per ciò che crediamo esse siano: ciò significa che un assassino non è nato assassino; che un terrorista non è nato terrorista. Le persone diventano assassine, ladre e terroriste per le circostanze e le esperienze che si trovano a vivere. Uccidere assassini, ladri, terroristi o simili non significa ripulire il mondo da loro. Per ognuno di essi che uccidiamo, ne creiamo altri cento al loro posto.
Ciò di cui abbiamo bisogno è un’analisi spassionata sia delle circostanze che hanno generato tali mostri, sia delle misure da adottare per eliminare queste “circostanze”. Focalizzare i nostri sforzi sui mostri piuttosto che su ciò che ha creato i mostri non risolverà il problema della violenza. Giustizia dovrebbe significare recupero, non vendetta.
Abbiamo visto alcune persone in Iraq e in Palestina – e oserei dire anche in molti altri paesi – gioire delle tragedie del World Trade Center e del Pentagono. È orribile. Ma non dimentichiamo che anche noi (americani, n.d.r.) facciamo la stessa cosa. Quando Israele bombarda i palestinesi anche noi gioiamo, oppure non dimostriamo alcuna compassione. Pensiamo che abbiano ottenuto ciò che meritavano. Quando i palestinesi bombardano gli israeliani ci indigniamo e li condanniamo come parassiti da eliminare.
Abbiamo reagito senza alcuna compassione ai bombardamenti americani delle città irachene. Io ero tra i milioni di persone che negli Stati Uniti sedevano incollate alla televisione guardando la scena come se fosse un film. Migliaia di uomini, donne e bambini innocenti venivano fatti a pezzi e noi, invece di provare angoscia per loro, ci meravigliavamo dell’efficienza delle nostre forze armate. Per oltre dieci anni abbiamo continuato a perpetrare stragi in Iraq – si calcola che circa 50 mila bambini all’anno muoiano a causa delle sanzioni imposte dal nostro paese – e ciò non ci ha mosso a compassione. Tutto ciò sta accadendo, ci siamo detti, perché ci vogliamo sbarazzarci di quel Satana chiamato Saddam Hussein.
Ora siamo di nuovo pronti a fare la stessa cosa per liberarci di un altro Satana chiamato Osama bin Laden. Bombarderemo le città dell’Afghanistan perché esse ospitano il Satana e così facendo aiuteremo la nascita di migliaia di altri bin Laden.
Qualcuno potrebbe obiettare: «Non ci importa cosa il mondo pensi di noi: l’importante è che rispetti la nostra forza. Dopo tutto abbiamo i mezzi per ridurre questo mondo in pezzi e rimanere l’unica superpotenza».
Mi domando se davvero desideriamo che gli altri paesi ci rispettino allo stesso modo in cui i liceali rispettano un bulletto prepotente. È questo il nostro ruolo nel mondo? Se è questo che vogliamo essere, ci dobbiamo preparare ad affrontare le stesse conseguenze che affronta un bulletto liceale. D’altra parte non possiamo dire al mondo «lasciateci in pace». L’isolazionismo non è ciò per cui questo mondo è stato costruito.
Tutto ciò ci riporta alla domanda: qual è la risposta nonviolenta al terrorismo?
Le conseguenze di una reazione militare non sono molto rosee. Molte migliaia di persone innocenti moriranno sia qui che nel paese o nei paesi che attaccheremo. La militarizzazione crescerà in maniera esponenziale e, alla fine, citroveremo ad affrontare altre più pertinenti questioni morali: cosa guadagneremo distruggendo metà del pianeta? Saremo in grado di vivere con una coscienza pulita?
Dobbiamo diventare consapevoli del ruolo che ricopriamo nel creare mostri nel mondo; dobbiamo scoprire le strade per contenere questi mostri senza far male ad altre persone innocenti, e poi dobbiamo ridefinire il nostro ruolo nel mondo. Sono convinto che il rispetto che dobbiamo cercare non deve originare dalla nostra forza militare, ma dalla nostra forza morale.
Occorre che riconosciamo l’importanza di ricoprire una posizione tale da giocare un ruolo fondamentale nell’aiutare l’“altra metà” del mondo a ottenere migliori standard di vita, non gettando poche briciole ma impegnandoci in programmi economici costruttivi.
Troppo a lungo la nostra politica estera si è basata su “ciò che è conveniente per gli Stati Uniti”. È un atteggiamento molto egoista. La nostra politica economica dovrebbe ora essere basata su ciò che è conveniente per l’umanità e su come aiutare il mondo a diventare più pacifico.
A tutti coloro che hanno perso persone amate in questo o in altri atti terroristici io dico: «Condivido il vostro dolore. Sono profondamente addolorato che siate vittime di una violenza senza senso. Ma fate in modo che questo triste episodio non vi renda vendicativi, perché nessuna violenza vi porterà la pace nel cuore». La rabbia e l’odio non hanno mai questo potere. La memoria di coloro che sono morti in questo e in altri episodi violenti in tutto il mondo sarà preservata e commemorata nel modo migliore se tutti noi impariamo a perdonare. Dedichiamo le nostre vite alla creazione di un mondo di pace, rispetto e comprensione.

Arun Gandhi è il nipote del Mahatma Gandhi. Ha fondato il M. K. Gandhi Institute for Nonviolence insieme a sua moglie Sunanda. Scopo dell’Istituto è promuovere e insegnare la filosofia e la pratica della nonviolenza per «aiutare a ridurre la violenza che consuma i nostri cuori, le nostre case e le nostre società».
M. K. Gandhi Institute for Nonviolence, Christian Brothers University, 650 East Parkway, South, Memphis, TN 38104, Tel. (901) 452-2824, Fax (901) 452-2775, e-mail: gandhi@cbu.edu, sito internet www.gandhiinstitute.org

Buddismo e Società n.88 – settembre ottobre 2001