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Pace sulla Terra
Intervista a Daisaku Ikeda, di Alastair Thompson
(pubblicata su Scoop Independent News il 16 marzo 2014)

Emisferi

Tsunesaburo Makiguchi credeva che la Nuova Zelanda potesse giocare il ruolo di garante della pace nel mondo, immaginando che la pace sarebbe scaturita proprio da lì, dal centro dell’ “emisfero acqueo”, e per spiegarlo usava la mappa riprodotta in alto.

Dopo aver visto lo spettacolo interattivo Io scelgo (creato per le scuole contro il bullismo e sponsorizzato dalla Commissione Internazionale degli artisti per la pace, organismo fondato da Ikeda) e letto la sua Proposta di pace 2013 Alastair Thompson, giornalista fondatore di Scoop Independent News, (la prima pubblicazione telematica indipendente della Nuova Zelanda), ha chiesto un’intervista a Daisaku Ikeda sottoponendogli domande scritte alle quali Ikeda ha risposto nel 2014. Ecco l’intervista in versione integrale

In accordo con le sue osservazioni contenute nella Proposta di pace del 2013 circa la dignità della vita, quali sono secondo lei gli aspetti della natura umana che contribuiscono alla pace e quali invece quelli che la minano?
Nella proposta di pace dello scorso anno, ho analizzato come costruire una società globale sostenibile, una visione sulla quale attualmente le Nazioni Unite stanno puntando l’attenzione. Io credo che l’inviolabile dignità della vita dovrebbe essere la piattaforma di base per costruire una società di questo genere.
Come esseri umani possiamo decidere di dare priorità alla famiglia o, viceversa, possiamo desiderare di essere considerati persone di potere. In apparenza, con il primo atteggiamento si potrebbe dare l’impressione di essere amanti della pace, e con il secondo invece individui propensi alla guerra. Ma, a seconda delle circostanze, l’effetto di questi due atteggiamenti può essere esattamente l’opposto.
Per esempio, quando s’intensifica il conflitto fra due gruppi, proprio il desiderio di proteggere i propri cari può, in effetti, portare alla violenza, mentre un senso di sicurezza e una grande padronanza di sé può servire agli altri come fonte di speranza, di coraggio e d’ispirazione per superare i venti minacciosi dell’odio e della discriminazione attraverso l’uso della non violenza, come è stato nel caso del Mahatma Gandhi e di Martin Luther King.
È chiaro che la natura umana è molto sfaccettata, e non è di per sé causa della violenza e della guerra. Come risulta chiaramente dalla Dichiarazione di Siviglia sulla violenza, adottata dalla Conferenza generale dell’UNESCO nel novembre 1989, non è scientificamente corretto affermare che la guerra, come qualsiasi altro comportamento violento, sia connaturata all’essere umano perché presente nel suo programma genetico.
Ritengo che la sfida più impellente sia quella di promuovere un’etica sociale che metta al riparo la società dall’insorgere di psicosi collettive e focolai di violenza. Il pensatore spagnolo José Ortega y Gasset avvertiva che questa è l’epoca delle “correnti” e del “lasciare che le cose scivolino via”. Difficilmente c’è chi offre resistenza ai venti di superficialità che si levano dal mondo dell’arte, delle idee, della politica e dai costumi.
Io credo che l’empatia, basata sulla comprensione del significato universale della dignità della vita, dovrebbe essere il fondamento di tale etica. Per non lasciare che il desiderio di proteggere la propria famiglia possa sfociare nella violenza e nella guerra, è d’importanza cruciale essere in grado di percepire i sentimenti degli altri – i membri di altri gruppi – ugualmente desiderosi di assicurare la sopravvivenza ai loro cari.
È anche fondamentale ricordarsi sempre di non perseguire la propria felicità alle spese di quella degli altri, per non lasciare che il desiderio di potere e la nostra determinazione si trasformino in una minaccia per la sicurezza e la dignità della vita altrui.
È nella prospettiva di promuovere la dignità della vita che nella Proposta di pace dello scorso anno ho suggerito tre linee guida di comportamento: determinazione a condividere le gioie e le sofferenze degli altri; fede nelle possibilità illimitate dell’esistenza; voto di difendere e celebrare le diversità.
Ho usato queste parole – determinazione, fede e voto – perché se vogliamo resistere alle correnti negative della società e costruire durevoli basi per la pace e la convivenza armoniosa è d’importanza cruciale per ognuno di noi mantenere un impegno a partire da una decisione profonda radicata nel riconoscimento della dignità della vita.
Noi della SGI ci stiamo impegnando a promuovere e incoraggiare questo approccio alla vita, perciò stiamo contribuendo a diffondere alla base della società una cultura di pace e diritti umani, così come vengono promossi dalle Nazioni Unite.
In relazione alle attività svolte dalla SGI per l’empowerment della società civile, cosa può fare il singolo individuo per eliminare la violenza passiva? Che tipo d’impatto possono avere tali iniziative, in termini di resilienza, sulla società?
La violenza viene generalmente intesa come violenza fisica, come uso della forza per ferire o uccidere, in un escalation che va dall’aggressione fisica, all’assassinio e infine alla guerra.
Non dobbiamo però sottovalutare l’insorgere di un altro tipo di violenza: quella che minaccia i diritti umani e ferisce la dignità delle persone, posta in atto con parole e atteggiamenti offensivi e discriminatori senza ricorrere a necessariamente alla violenza fisica.
Questo tipo di violenza non solo causa dolore e sofferenze agli altri ma, in periodi di fermenti sociali, se non viene fermata in tempo, può offrire terreno fertile per l’uso della violenza fisica contro le minoranze, fino a creare un contesto in cui comportamenti simili vengano tollerati o peggio, incoraggiati.
I discorsi intrisi di odio e i delitti da lì generati, occorsi in molti tipi di società negli anni passati, ne sono un esempio. E anche laddove questi comportamenti non comportino veri e propri attacchi fisici, derivano dalla stessa radice da cui nasce la violenza diretta, poiché tendono a danneggiare gli altri e sono basati sull’odio.
La “Piramide dell’odio”, ideata dalla Lega Anti Diffamazione e dalla Fondazione per una storia visiva della Shoah (USC Shoah Foundation), classifica tali comportamenti fondati sull’odio in questo modo: 1. Atteggiamenti mentali basati sul pregiudizio; 2. Atti basati sul pregiudizio; 3. Discriminazione; 4. Violenza e 5. Genocidio. In quest’ottica, le divisioni sociali e i conflitti non avvengono da un momento all’altro. Quando i comportamenti indicati alla base della piramide sono ritenuti comunemente accettabili, ciò può innescare un’escalation di violenza che arriva a generare atrocità indicibili.
È importante perciò rigettare i comportamenti catalogati ai livelli più bassi della piramide come inaccettabili e incoraggiare anche gli altri a fare così.
Ricordo le parole di Arun Gandhi, attivista della nonviolenza e nipote del Mahatma Gandhi, durante il nostro incontro che si tenne a Tokyo nel 2000. Egli mi spiegò che la violenza passiva è indiretta e la gente può arrivare a parteciparvi senza neanche accorgersene. Si può trattare di pressioni, coercizione o vari tipi di oppressione e discriminazione. Dal momento che non è violenza fisica vera e propria, la si tende a sottovalutare. Gandhi mi disse che suo nonno gli aveva insegnato che sottovalutare o far finta di non vedere il male è di per sé una forma di violenza.
Il fondatore della Soka Gakkai, Tsusesaburo Makiguchi (1871-1944) si oppose al regime militarista giapponese durante la Seconda guerra mondiale e morì in carcere, rifiutando fino alla fine di rinnegare le sue convinzioni. L’anno prima del suo arresto fece un’osservazione molto simile: «La radice della malattia della società contemporanea è il non fare alcuna distinzione fra evitare di fare il bene e fare effettivamente il bene, considerando la prima cosa diversa dal fare del male e tutto sommato accettabile, fintanto che non si violi la legge. È per questo motivo che egoismo e ipocrisia regnano sovrani».
Come eredi delle convinzioni di Makiguchi, noi della Soka Gakkai ci siamo sforzati di indirizzare la società verso la pace e la coesistenza intervenendo alla base, per impedire che possa ingolfarsi nell’odio e nella violenza.
Ci siamo inoltre sforzati di estendere in profondità una rete di amicizia fra le persone ai diversi livelli nella società, basata su dialoghi interpersonali che vanno oltre le differenze etniche e culturali. Tutto ciò può rafforzare la capacità di resilienza nei confronti degli incitamenti al razzismo ed evitare che la gente si faccia trascinare dall’atteggiamento mentale, xenofobo e discriminatorio, di alcuni gruppi.
Abbiamo promosso scambi educativi e culturali, in maniera consistente, anche in tempi di crescenti tensioni politico/economiche fra le nazioni. Attraverso tali sforzi la porta del dialogo e della comprensione reciproca fra le persone può restare sempre aperta.
Abbiamo puntato in particolar modo a espandere gli scambi e la comunicazione fra i membri delle giovani generazioni. I tentativi di creare pace e amicizia non si dovrebbero fermare a una singola generazione. Dobbiamo lavorare per trasmettere lo spirito di amicizia da una generazione all’altra e far arrivare alle generazioni future la lezione che abbiamo imparato a proposito del valore della coesistenza pacifica – e la saggezza che ne deriva.
Il nostro impegno a raggiungere coloro che soffrono e dar loro forza e coraggio è chiaramente condiviso da altre organizzazioni non governative e gruppi della società civile. Noi continueremo a lavorare con persone e associazioni animate dal nostro stesso intento per aumentare la resilienza della società attraverso la solidarietà fra cittadini comuni.
È possibile che religioni diverse cooperino nell’impresa di costruire la pace? E come si può promuovere al meglio tale cooperazione?
Io credo in una tale possibilità. Ma credo che dobbiamo sforzarci sinceramente per riuscire a cooperare.
Come buddista, da più di quarant’anni sono impegnato a dialogare con leader ed esperti dalle più diverse provenienze religiose con l’obiettivo di promuovere relazioni cuore a cuore per costruire un mondo pacifico.
Posso concludere dalla mia esperienza che, a dispetto delle differenze di fede, interpretazioni dottrinali o ideologie religiose, noi tutti condividiamo una comune umanità – il desiderio di pace – la preoccupazione per i problemi del globo e una speranza sincera per il futuro dell’umanità.
Nel dialogo che abbiamo condiviso, l’ex presidente e leader del più grande gruppo islamico dell’Indonesia, Abdurrahman Wahid (1940-2009), espresse la sua speranza che i giovani non si lascino trascinare esclusivamente dal proprio interesse personale ma possano agire per il bene della società in senso generale e per una coesistenza pacifica nel mondo. Le persone di coscienza, a prescindere dalla loro tradizione religiosa, abbracciano gli stessi sentimenti.
Riguardo a come promuovere la cooperazione fra religioni diverse, io penso che un approccio volto alla soluzione dei problemi sia il più efficace. Religioni diverse si possono impegnare nel dialogo, discutendo su temi specifici relativi a problemi globali come: conflitti, distruzione dell’ambiente, povertà e risposta ai disastri ambientali. Possono chiarire quali azioni debbano essere intraprese e che tipo di saggezza e spiritualità possano offrire al mondo. Possono scambiarsi idee ed esplorare nel concreto i modi per collaborare.
Nel corso della storia, ci sono state guerre e violenza a causa di conflitti religiosi. Mentre l’umanità si confronta con le comuni sfide – minacce globali di urgenza crescente che affliggono le popolazioni senza distinzione di credo – il ruolo e il potenziale contributo delle religioni si vanno rivalutando in chiave più positiva: è ora assodato che la religione e la spiritualità possono essere forze potenti che favoriscano e stimolino a livello globale partecipazione e sostenibilità. Il contributo che la religione può offrire sta riscuotendo oggi maggiore attenzione all’interno della comunità internazionale. Per esempio, alla Consulta annuale dell’ACNUR con le ONG, che si è riunita a Ginevra nel giugno del 2011 solo alcuni mesi dopo il terremoto in Giappone, si è avuto un’incontro intitolato “Rafforzare l’impegno di protezione umanitaria” al quale sono stati invitati anche rappresentanti della SGI.
Siamo entrati in un’era in cui è importante che religioni provenienti da diverse tradizioni collaborino, e le Nazioni Unite possono fornire una piattaforma per tale cooperazione. Le varie confessioni religiose possono adoperarsi per risvegliare la bontà nelle persone che ricercano costruzione e solidarietà più che distruzione e divisione, e insieme sforzarsi per offrire il loro speciale contributo alla soluzione dei problemi globali. Lo spirito umanitario delle religioni mondiali risulterà così arricchito e la cooperazione fra esse ulteriormente approfondita.
Ricordo le parole del presidente Ceco Václav Havel: «L’unico obiettivo significativo per l’Europa del prossimo secolo è quello di essere la “parte migliore di sé”, cioè rivitalizzare le sue migliori tradizioni intellettuali e contribuire creativamente a una nuova forma di convivenza globale». Se si sostituisse al termine “Europa” l’espressione “ogni tradizione religiosa” potremmo comprendere più chiaramente quale potrebbe essere il ruolo della religione nel mondo del XXI secolo.
Ci sono molte istituzioni e iniziative ammirevoli che promuovono la cooperazione e il dialogo interreligiosi. Anche i tre istituti di ricerca che ho fondato, l’Istituto di Filosofia orientale e l’Istituto Toda per la pace globale e la ricerca politica, e infine il Centro Ikeda per la pace, l’istruzione e il dialogo, si sono adoperati molto per promuovere il dialogo fra culture e fedi religiose diverse.
Il proposito più ampio è quello di incoraggiare ogni cultura e fede religiosa a esplorare, attraverso il dialogo, la “parte migliore di sé”, e trovare un modo per collaborare nel risolvere i problemi globali.
Attualmente sono in corso dibattiti in forum associati alle Nazioni Unite su come redigere un’agenda per lo sviluppo globale oltre il 2015, come prosecuzione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs) volti ad alleviare le sofferenze causate dalla povertà e dalla fame.
Ritenendola una sfida senza precedenti per l’umanità, mi preme che il raggiungimento di un nuovo insieme di obiettivi globalmente condivisi dia il via a un pieno dialogo e a una cooperazione matura fra le religioni.
Come vede il ruolo della tecnologia e di internet in un mondo in continuo cambiamento? Nella sua proposta di pace 2013 lei menziona il male che può essere causato dalla velocità. In un mondo in cui la velocità del cambiamento tende a sopraffare praticamente tutti, secondo lei come può essere gestita a livello individuale e come possiamo proteggerci?
Il rapido sviluppo dell’informazione e delle tecnologie della comunicazione – come internet, che dopo la fine della guerra fredda e in seguito alla standardizzazione delle procedure avvenuta nel 1982 si è diffuso ampiamente e rapidamente – è giustamente noto come Rivoluzione dell’informazione. Il suo enorme impatto sul mondo è sicuramente equivalente a quello che ebbe la Rivoluzione industriale nel XVIII secolo.
La diffusione globale dell’informazione ora ci permette di sapere all’istante ciò che avviene dall’altra parte del mondo. Inoltre, si possono creare on line dei forum di comunicazione liberi e flessibili, qualcosa di assolutamente inconcepibile durante il periodo della guerra fredda. La tecnologia della comunicazione sta velocemente abbattendo le barriere geografiche e fisiche che hanno impedito gli scambi fra popoli che abitano a grandi distanze.
Ma l’aspetto più significativo è che la rivoluzione dell’informazione impedisce che la conoscenza e la diffusione delle notizie vengano monopolizzate da un ristretto numero di gruppi o di persone, rendendole accessibili a molti in maniera più democratica.
L’accesso all’informazione è stato lungamente a senso unico, fornito unilateralmente dalla stampa e dai mass media. È estremamente significativo che nuovi siti web indipendenti, come Scoop, ora offrano un forum per sollevare questioni da prospettive diverse. Queste fonti on line possono illuminare le persone su argomenti e punti di vista diversi dei quali non erano a conoscenza, sostenendo lo sviluppo di fondamenta più solide e democratiche per la società.
Per condividere alcuni dei nostri sforzi relativi ad attività volte a costruire la pace, qualche anno fa la SGI ha lanciato un progetto on line (Verso un mondo libero dal nucleare, www.nuclearabolition.info) volto a portare a conoscenza gli sforzi che la società civile compiva per abolire il nucleare. Questo sito è il frutto di una collaborazione con l’Inter Press Service (IPS), un’agenzia d’informazione impegnata da tempo a dare voce al mondo in via di sviluppo.
Nel giugno del 2012, abbiamo cooperato all’organizzazione di una tavola rotonda interdisciplinare sul ruolo dell’educazione e dell’istruzione per un futuro sostenibile nell’ambito della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile (Rio+20). In quell’occasione, il direttore regionale dell’Inter Press Service per l’America Latina, Joaquin Costanzo, mise in luce come la missione chiave dei mass media sia quella di risvegliare la coscienza sui temi sociali e incoraggiare le persone a partecipare al processo decisionale. Sotto questo aspetto credo che i notiziari web giocheranno un ruolo sempre più importante.
Sfortunatamente, è altresì chiaro che l’innovazione delle tecnologie dell’informazione ha creato maggiori possibilità anche in negativo: il cyberspazio può essere usato per istigare conflitti, odio e discriminazione. L’opinione pubblica può essere manipolata distorcendo le notizie e diffondendo immagini stereotipate. Internet è utile senz’alcun dubbio, perché possiamo accedere alle informazioni on line istantaneamente. Ma alcune informazioni reperibili in rete sono di dubbia provenienza, e altre sono chiaramente fuorvianti.
In questo senso, se la tecnologia sarà usata per il bene o per il male dipenderà interamente dagli individui.
Approvo lo sviluppo di un’alfabetizzazione informatica, come quella offerta in Nuova Zelanda e in Australia, e ritengo che dovrebbe essere disponibile su base globale per aiutare le persone a navigare in quest’oceano di informazioni.
Il mio mentore, il pedagogo Josei Toda (1900-58), secondo presidente della Soka Gakkai, osservava: «La confusione fra conoscenza e saggezza è una delle più grandi sfortune dei nostri tempi… conoscenza e saggezza non sono la stessa cosa. Se è vero che la prima può aprire il cammino alla seconda, non è saggezza di per sé». La disponibilità di un numero enorme di informazioni non è di alcun valore se lasciamo che mini la nostra libertà di pensiero o venga infarcita di intenzionale disinformazione. Dobbiamo sviluppare la saggezza che ci consente di trarre un vero beneficio dalla conoscenza, perché viviamo in un’epoca in cui l’accesso a tale conoscenza è più facile e aperto che mai.
Infine, credo che tale saggezza possa consistere nell’aver chiaro l’intento su cui si basa la propria vita. Oltre agli sforzi per promuovere l’alfabetizzazione informatica, la chiave di accesso alla saggezza potrebbe consistere in un tipo di educazione umanistica volta a coltivare un solido scopo nella vita.
Qual è il ruolo dell’emisfero acqueo e quello della spiritualità nella ricerca della pace a livello globale?
Il fondatore della Soka Gakkai, il presidente Tsunesaburo Makiguchi, era un educatore che, nel Giappone prebellico, in un momento in cui il maggiore obiettivo dell’educazione era quello di formare dei sudditi obbedienti, dava invece priorità alla felicità dei bambini.
Era anche un geografo. Nel suo libro La geografia della vita umana del 1903 presentò un’immagine totalmente diversa dal modo convenzionale in cui veniva vista la terra (due mappe bidimensionali divise in territori nazionali). Proponeva invece di dividere il globo in due emisferi: l’emisfero terreo e l’emisfero acqueo. Per dimostrarlo utilizzò due mappe circolari, in cui Londra era al polo dell’emisfero terreo e la Nuova Zelanda al polo dell’emisfero acqueo.
Makiguchi, considerando gli oceani come qualcosa che mette in comunicazione paesi molto lontani piuttosto che qualcosa che li separa, sosteneva l’importanza di promuovere un’etica in grado di aprire un cammino di armonia, amicizia e coesistenza pacifica.
È molto significativo anche ai giorni nostri che la Nuova Zelanda si trovi al centro dell’emisfero acqua, composto quasi interamente da oceani di infinite possibilità. Durante le due guerre mondiali del XX secolo, l’Oceano Atlantico divenne un vero e proprio campo di battaglia. Anche l’Oceano Pacifico nella seconda guerra mondiale fu teatro di molte feroci battaglie. Basandosi sulle lezioni della storia, ora il mondo ha bisogno di una cultura che celebri la diversità, come quella promossa ormai da diversi decenni in Nuova Zelanda. È inoltre indispensabile la volontà adamantina di non ripetere più le atrocità della guerra, come dimostrato dall’istanza espressa senz’alcuna incertezza dalla Nuova Zelanda contro l’uso delle armi nucleari e i suoi sforzi per arrivare al Trattato per un Sud Pacifico libero dal nucleare (Trattato di Rarotonga).
Prima nazione al mondo a garantire il suffragio alle donne, la Nuova Zelanda è nota anche per l’accento che pone sulle garanzie circa i diritti umani e su un forte sistema di welfare. Sostenendo i diritti umani e gli aiuti umanitari come priorità nazionali, la Nuova Zelanda ha fornito un esempio che dovrebbe essere emulato da tutti paesi del mondo.
Ne La geografia della vita umana Makiguchi auspicava che cambiasse il piano della competizione fra le nazioni: da militare, politica ed economica, tesa esclusivamente alla ricerca del proprio tornaconto a discapito degli altri, a una “competizione umanitaria” che punta a manifestare le qualità migliori di ogni nazione nello sforzo di contribuire al benessere degli altri paesi e del mondo.
Io credo che le forti tradizioni di onestà e impegno nei confronti dei più deboli proprie della Nuova Zelanda possano contribuire in questo XXI secolo a condurre il mondo nella direzione di una competizione umanitaria. Nulla può giustificare il fatto che si continui ad alimentare l’attuale stato di cose in cui così tante persone soffrono in un gioco crudele dove i forti sfruttano e tormentano i deboli.
Attraverso una competizione umanitaria volta a perseguire la pace e la felicità sia per sé che per gli altri, possiamo costruire un mondo dove tutti vincano (win-win), che consenta a tutte le persone di far risplendere la propria dignità. È mia sincera speranza che il Giappone e molti altri paesi seguano le orme della Nuova Zelanda, per creare una società globale veramente umana.
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