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Un pubblico tradito
Uno sguardo all’interno delle atrocità dei media giapponesi e il loro monito all’ovest
Tratto da A Public Betrayed. An Inside Look at Japanese Media Atrocities and Their Warning to the West © 2004
di Adam Gamble e Takesato Watanabe, edizione Regnery Publishing

Adam Gamble
scrittore e reporter investigativo, autore di In the Footsteps of Thoreau. Ha lavorato come editore presso On Cape Pubblications nel Massachussetts dal 1995, dove ha pubblicato oltre venti libri. Durante i tre anni della ricerca pubblicata come “A public betrayed” ha intervistato personalmente più di 150 persone.
Takesato Watanabe
Professore di Etica dei Media presso l’università Doshisha di Kyoto. Nel 2001 stato visiting-professor presso l’università di Harvard. È autore di una dozzina di libri in lingua giapponese, tra questi Information Democracy and the People’s Right to Communicate (2000). È coautore dell’Enciclopedia of Media & Communication Studies (1999). Il suo libro The media and power structure in modern Japan 1945-2000 è stato pubblicato nel 2005 all’interno di una serie monografica dell’università di Harvard sull’Asia dell’Est.
Ellis Krauss
Professore di politica giapponese presso la Graduate School di Relazioni Internazionali e dei Paesi del Pacifico presso l’Università della California di San Diego. È autore di Broadcasting Politics in Japan e co-editore di Beyond Bilateralism: U.S.-Japan Relations in the New Asia-pacific e di Media e Politics in Japan.
Sesto capitolo
Calunniare un leader buddista
«Va detto che, per la mancanza di fondamento dei fatti e il contenuto scandalistico di questa causa, essa non doveva essere riportata dai media in modo così frivolo».
Estratto della conclusione della sentenza della Corte Distrettuale di Tokyo sulle false accuse di Junko e Nobuko Nobuhira ai danni di Daisaku Ikeda.
Un caso estremo
Il 26 giugno 2001, la Corte Suprema del Giappone ha messo fine a una storia durata cinque anni, che ha rappresentato, dal dopoguerra a oggi, uno dei casi più gravi di abuso della libertà di stampa nel paese.
Il caso ha riguardato Daisaku Ikeda, una delle figure più interessanti del Giappone, il leader della Soka Gakkai (Società per la Creazione di Valore), la più grande scuola buddista nipponica. La Soka Gakkai è anche una delle forze politiche principali del paese poiché i suoi membri sono nella maggioranza dei sostenitori del Komeito (to in giapponese significa partito. Komeito = partito Komei, ndt.) In questo caso, giudicato poi dal Tribunale come “ fatto che non sussiste”, la rivista Shukan Shincho non solo ha sfruttato le accuse senza fondamento di stupro ospitandole in malafede sulla sua testata, ma ha partecipato direttamente all’orchestrazione e all’articolazione di queste false accuse.
Come nella maggior parte degli esempi riportati in questo libro, la motivazione apparente che ha spinto lo Shukan Shincho è stata principalmente di carattere finanziario: la copertura giornalistica di questo scandalo, di fatto, ha contribuito a mantenere quell’aspetto poco democratico del sistema di autoregolamentazione dei media giapponesi già descritto nel primo capitolo. Inoltre questo è un esempio indicativo di come questo pericoloso intrigo – messo in opera da una testata nazionale – sia dovuto alla mancanza di chiare basi etiche e linee guida. In questa causa, il falso scandalo generato da un tabloid non solo ha distratto l’attenzione del pubblico da questioni ben più serie, ma è servito a danneggiare la crescente influenza della Soka Gakkai e, con essa, il peso politico del Partito Komei.
Quando la rivista iniziò a pubblicare con titoli urlati lo scandalo creato con accuse inventate, il Partito Komei era uno dei principali oppositori all’establishment politico del Giappone. Lo sfruttamento gratuito delle false accuse prodotte contro Daisaku Ikeda ha avuto un effetto destabilizzante sull’influenza del Komei perché Ikeda è sia il fondatore del partito sia il presidente onorario della Soka Gakkai.
Come di regola, ancora una volta gli shukanshi (tabloid scandalistici giapponesi ndt.) non fanno alcuno sforzo attraverso i loro caporedattori e giornalisti per aiutare a mantenere il sistema di autoregolamentazione dei media. Rimane il fatto che l’élite burocratica, le istituzioni politiche, giuridiche, e le imprese del paese sono regolarmente sostenute dai media.
Proprio come nel racconto tragico di Yoshiyuki Kono, anche nel caso di Daisaku Ikeda è dimostrato come gli attacchi degli shukanshi possano diventare così malvagi da provocare direttamente danni alla persona. Nel caso di Ikeda, però, l’attacco dello Shukan Shincho ha raggiunto un livello che va ben oltre il campo dell’applicazione della legge: l’intento era di esercitare un’ enorme influenza politica sul dibattito pubblico nel paese.
Inoltre il caso che stiamo analizzando illustra come i grandi gruppi di comunicazione di massa giapponesi giustifichino regolarmente il giornalismo palesemente immorale, non solo fornendo assistenza alla diffusione di informazioni false, ma ignorando altrettante gravissime violazioni etiche. Il caso è particolarmente illuminante quando si considera che, in diverse parti del mondo, molte persone devono affrontare grandissime difficoltà causate dalle falsità pubblicate nei giornali, dovute anche al crescente accentramento del potere globale dei media. Anche se molti aspetti di questo caso specifico sono relativi alla cultura, alla politica e ai mass media giapponesi, altri assumono una rilevanza mondiale.

Il caso in breve
Le false accuse di stupro contro Daisaku Ikeda furono denunciate dalla signora Nobuko Nobuhira, un ex membro e leader volontario della Soka Gakkai e da suo marito Junko Nobuhira. I tribunali giapponesi non solo ritennero le affermazioni dei Nobuhira ingannevoli, ma conclusero che i due – solo presentando la denuncia – avevano “abusato del loro diritto di azione legale”. Il linguaggio costruito con termini forti nel verdetto della Corte, sottolinea la falsità delle accuse. Bisogna considerare che i Tribunali giapponesi emettono molto raramente sentenze di questo tipo. Tra il 1965 e il 2000, ci sono stati meno di venti verdetti simili in tutte le cause intentate in Giappone.
La sentenza della Corte Distrettuale di Tokyo (confermata dalla Alta Corte di Tokyo e dalla Corte Suprema del Giappone) recita in parte: «La denuncia in questo caso può essere considerata illegale perché abusa dei diritti di azione legale. Continuare l’udienza di questa causa non solo sarebbe crudele per il convenuto, ma anche per la Corte che, potenzialmente, si troverebbe – contrariamente al suo volere – ad affiancare le azioni illecite dell’accusa. Pertanto è ragionevole terminare l’udienza di questo processo all’istante».
Nonostante la natura ovviamente falsa delle rivendicazioni, come confermato dalla sentenza della Corte, alcuni dipendenti dello Shukan Shincho addestrarono attivamente i Nobuhira e li incitarono a fare quelle affermazioni pubblicamente sulla propria rivista. Infatti la redazione si spinse fino al punto da suggerire alla coppia il modo migliore per danneggiare Ikeda.
In conclusione, la rivista beneficiò in modo significativo dalle false accuse pubblicando fino al marzo del 2001 trentaquattro articoli scandalistici sul tema, la maggior parte dei quali furono promossi con grandi campagne pubblicitarie (come nella maggior parte degli altri articoli degli shukanshi riportati in questo libro).
Ognuno di questi articoli fu letto da decine di milioni di persone. Di conseguenza a una gran parte del pubblico giapponese fu accuratamente inculcata la falsa idea che i Nobuhira fossero vittime innocenti di un terribile crimine perpetrato da Ikeda. Tutto questo nonostante il fatto che una cosa del genere non ebbe mai luogo, che nessuna prova credibile fu mai presentata e che la grande quantità di prove portate dai Nobuhira furono totalmente inventate per scopi immorali.
Purtroppo questi eventi confermano ancora una volta che le istituzioni giudiziarie e i media giapponesi non sono in grado di implementare un sistema di responsabilità diretta per i loro addetti permettendo allo Shukan Shincho di travisare i fatti e di sfruttare questo caso per anni, senza alcuna conseguenza.
Infatti, per molti versi, questo caso accrebbe l’importanza del tabloid perché la falsa inchiesta apparve agli osservatori come una forma di autentico giornalismo coraggioso.
Tale esempio è la quintessenza del modo in cui i mass media possono manipolare l’opinione pubblica nazionale, prescindendo dai fatti. Tutto questo in nome del “diritto del pubblico di sapere” e della libertà di parola.

Il gruppo buddista
Per aiutare la comprensione di questo caso è importante conoscere la Soka Gakkai e la Soka Gakkai International (SGI). La SGI (fondata nel 1975 ndt.) è un’organizzazione nata dalla Soka Gakkai – con gruppi affiliati in tutto il mondo. Si potrebbe pensare a un organizzazione “a ombrello”, che ne ingloba altre più piccole, provenienti da circa 188 aree e nazioni in tutto il mondo (nel 2013 diventano 192, ndt.). La SGI è costituita da organizzazioni giuridicamente autonome di buddisti laici come SGI-Brasile, SGI-Corea, SGI-USA, SGI-UK, SGI-Francia, ecc. con circa un milione e mezzo di membri fuori dal Giappone.
L’organizzazione giapponese, conosciuta semplicemente come Soka Gakkai, è di gran lunga il gruppo più grande di quelli affiliati alla SGI. La Gakkai sostiene di avere circa dieci milioni di membri; anche se la cifra precisa è contestata da alcuni, tutti sono d’accordo nel dire che il gruppo ha una notevole base di membri.
La Soka Gakkai e la SGI, come altre importanti istituzioni religiose, sono state le promotrici di numerose organizzazioni a loro collegate, alcune di queste sono abbastanza evidenti come, ad esempio, il Seikyo Shimbun, l’organo ufficiale, che è tecnicamente il terzo quotidiano del Giappone, con una tiratura di oltre cinque milioni e mezzo di copie, anche se, essendo una pubblicazione religiosa, viene spesso classificata separatamente dagli altri giornali.
La Soka Gakkai sostiene la Soka University, un’università giapponese legalmente riconosciuta, con un corpo studentesco di ottomila e ottocento studenti. Essa offre ai propri studenti corsi di laurea e dottorati di specializzazione in una vasta gamma di materie. La Gakkai ha recentemente finanziato la Soka University of America, inaugurata nel 2001, un College in Arti liberali, non religioso, nell’ Orange County, in California.
La Soka Gakkai ha inoltre fondato diverse istituzioni, come il Fuji Art Museum di Tokyo, l’Istituto Toda per la Pace Globale e la Ricerca Politica, l’Istituto di Filosofia Orientale, l’Associazione Concertistica Min-On, la Casa della Letteratura Victor Hugo (in Francia) e il Centro Ricerche per il XXI Secolo di Boston.
La Soka Gakkai segue la propria interpretazione del Buddismo di Nichiren Daishonin: in sintesi estrema il suo credo religioso buddista si basa sul principio che recitare Nam-myoho-renge-kyo conduce all’illuminazione. La Soka Gakkai fu fondata nel 1930 come la Soka Kyoiku Gakkai (Società Educativa per la Creazione di Valore), il nome divenne poi Soka Gakkai, dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Durante i decenni del dopoguerra, l’organizzazione si espanse come sezione laica della scuola buddista Nichiren Shoshu. L’organizzazione laica e il clero della Nichiren Shoshu si sostennero a vicenda per molti anni, con i monaci che svolgevano i riti e le altre funzioni religiose, mentre la Soka Gakkai era concentrata nella propagazione e nella diffusione dell’insegnamento di Nichiren Daishonin.
Nel 1991 si divisero ufficialmente a causa di divergenze ideologiche e di altro genere, da allora hanno mantenuto un rapporto decisamente avverso.

Premessa
Non dovrebbe essere una sorpresa che la Soka Gakkai abbia sollevato così tanta controversia. La sua rapida crescita l’ha portata a diventare, partendo dagli esigui numeri del dopoguerra, ad essere la più grande organizzazione buddista di tutto il Giappone, e tra le più influenti in assoluto.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il fondatore Tsunesaburo Makiguchi e Josei Toda, il discepolo che gli sarebbe succeduto come presidente, furono imprigionati per i così detti “reati del pensiero” perché rifiutarono di sostenere la religione shintoista di stato e l’entrata in guerra del Giappone sotto il suo vessillo. Di conseguenza, sin dall’inizio, l’organizzazione fu bollata come sovversiva dai poteri dominanti. Nel 1944, all’età di 73 anni, Makiguchi morì in carcere come martire che difendeva le proprie convinzioni. Dopo la guerra, Toda assunse la responsabilità di radunare i pochi membri rimasti del gruppo. Così come Makiguchi prima di lui, Toda si dimostrò un leader sincero: già nel 1957 prese una forte posizione pubblica contro tutte le armi atomiche. Al momento della sua morte, nel 1958, Toda aveva costruito un organizzazione che contava oltre 750.000 famiglie.
Durante i primi anni del dopoguerra, la Gakkai fu criticata per il suo proselitismo aggressivo, che includeva il fermare le persone per strada per parlare della pratica buddista, e sfidare i praticanti di altre religioni a dibattiti pubblici. I suoi membri seguivano potenziali persone da convertire con insistenza al punto di consigliare loro di disfarsi dalla propria casa di immagini e simboli di altre religioni.
Vista la tendenza di molti giapponesi ad accettare diverse religioni, così come la tendenza culturale nel paese è quella di evitare il confronto, non sorprende che il proselitismo della Soka Gakkai sia stato visto negativamente dalla maggior parte dei benpensanti della società giapponese.
Anche se l’organizzazione cessò questo tipo di metodologia sin dagli inizi degli anni ottanta, concentrandosi nel “condividere il Buddismo in un modo più naturale e socialmente accettabile”, non riuscì a scrollarsi del tutto l’immagine negativa creata in quel periodo. Inoltre la Gakkai, agli inizi attrasse a se molti poveri, persone che non facevano parte del sindacato o coloro che non lavoravano per le grandi imprese giapponesi. Di conseguenza si aggiunse alla sua reputazione anche quella di essere un “collettivo di poveri”.
Quest’etichetta fu usata con ironia e derisione, ma la Soka Gakkai la accettò e la trasformò in uno slogan che rifletteva la sua filosofia volta ad abbracciare tutte le persone, specialmente i poveri e i sofferenti. Sebbene attualmente i membri della Gakkai rappresentino un vasto spaccato della società, le sfumature di anticonformismo dei primi tempi perdurano ancora oggi lasciando l’immagine di un gruppo di minoranza.
Già nel 1989, Karel van Wolferen, nel suo libro L’enigma del potere giapponese, ne aveva individuato l’apparato di massa: «Alcune di queste (nuove) religioni sono diventate abbastanza grandi, ricche e potenti. La più nota fra queste, con un peso politico significativo, è la Soka Gakkai (…). È anche quella di maggior successo tra le shinko shukyo (nuove religioni) che hanno aperto succursali all’estero. Negli anni Sessanta suscitò una grande inquietudine nel sistema a causa del suo proselitismo militante e l’ostilità verso le altre nuove religioni rivali. Ma adesso si è stabilizzata. Con le proprie scuole, università, un partito politico e un impero editoriale ha raggiunto il successo e, anche se in modo un po’ controverso, partecipa al sistema».
La pensa in modo simile Walter Mondale, ex vicepresidente degli Stati Uniti e Ambasciatore americano in Giappone dal 1993 al 1996. Egli ci ha trasmesso le sue opinioni nel corso di un intervista telefonica rilasciata per questo libro: «La Soka Gakkai è uno dei gruppi che soffrì durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Come spesso succede alla gente che è stata perseguitata, i membri della Soka Gakkai hanno sviluppato un grande impegno che li rende una forza di minoranza molto potente nella società giapponese. Hanno il loro partito politico, il Komeito, che tende a essere più preoccupato delle questioni concernenti le libertà civili, la libertà di religione e il disarmo del Giappone. Ho anche notato diversi commenti che esprimevano obiezioni e timori nei loro riguardi. Ovunque si fossero trovati, sono quasi sempre stati usati come punto per attaccare chiunque lavorasse con loro».

Il pPartito Komei
Forse la mossa più controversa mai fatta dalla Soka Gakkai fu quella a metà degli anni Cinquanta, di presentare propri candidati alle elezioni dei governi locali. Nel 1961 formalizzò la sua partecipazione con la formazione della Lega politica Komei [governo pulito]. Nel 1964 il movimento si trasformò in un partito politico giapponese ufficiale, appunto il Partito Komei. Il portavoce della Soka Gakkai, Kunishige Maeda, dice che questo ingresso nella politica fu la naturale conseguenza della filosofia buddista di un’organizzazione «orientata socialmente, (…) dove ci si prende cura equamente delle relazioni nella società e del modo di vivere di ogni praticante».
Il Partito Komei rescisse i suoi legami giuridici con la Soka Gakkai nel 1970, quando adottò ufficialmente l’idea di un “partito aperto” invitando le persone di tutte le fedi ad aderire. Questo cambiamento di status giuridico coincise con uno scandalo mediatico che continua ad accanirsi sull’organizzazione fino ai giorni nostri. A quel tempo, alcuni dirigenti del Komeito furono denunciati pubblicamente per aver tentato di usare le loro influenze politiche per sopprimere un libro che criticava l’organizzazione e la sua partecipazione alla politica giapponese, dal titolo Soka Gakkai O Kiru (Io denuncio la Soka Gakkai).
Parlando di questo incidente, il portavoce della Soka Gakkai, Sig. Maeda ha dichiarato in un intervista su questo libro, che entrambe le organizzazioni hanno manifestato “profondo rammarico” e hanno chiesto scusa per le azioni dei loro dirigenti coinvolti nei fatti. Egli ha inoltre sottolineato che, essendo passati ormai più di trenta anni dall’incidente, sarebbe “ingiusto” continuare ad usare questo tema dal momento che, sia il partito politico sia il gruppo religioso, hanno “sempre dimostrato di essere fermamente favorevoli alle libertà d’espressione”. «All’epoca eravamo una organizzazione relativamente giovane – ha detto – dagli anni settanta siamo maturati, anche nelle relazioni con la società».
Nonostante la separazione legale del partito dal gruppo religioso, il Komei continua a ricevere un notevole sostegno dalla Soka Gakkai. I leader del partito dialogano regolarmente con i leader dell’organizzazione su svariate questioni, e la Gakkai incoraggia attivamente i suoi membri ad appoggiare il Komeito durante le campagne elettorali.
Alcuni critici sostengono che l’influenza della Soka Gakkai sulla politica attraverso il Partito Komei è in contrasto con lo spirito della Costituzione, che prevede la separazione tra religione e stato. Altri, invece, sottolineano che il coinvolgimento delle organizzazioni religiose nella politica è un fenomeno comune a molte democrazie occidentali industrializzate, citando vari partiti di ispirazione cristiana in Europa, così come importanti gruppi elettorali cristiani ed ebraici negli Stati Uniti.
Altri ancora sottolineano come il Komeito sia stato nel corso degli anni un chiaro sostenitore della libertà di religione e della separazione tra la religione e stato. Per fare il punto della situazione, se c’è un grande partito in Giappone, al governo da decenni, che è colpevole di aver violato l’articolo 20 della Costituzione, che definisce l’esclusione dello stato e delle sue organizzazioni dall’esercitare un istruzione religiosa o qualsiasi altra attività religiosa, è il PLD, il Partito Liberal Democratico.
Come abbiamo già sottolineato in precedenza, già dal 1985 molti primi ministri del PLD – malgrado numerose sentenze dei tribunali tra il 1991 e il 2004 abbiano sancito che tali attività violano la Costituzione – hanno partecipato a funzioni religiose pubbliche nel Santuario Yasukuni (tempio principale dello shintoismo, che dal dopoguerra non è più religione di stato in Giappone. La loro presenza nel santuario in quanto primi ministri, di fatto violava la separazione stato-religione. Ndt.)
In ogni caso il Komeito, sin dal 1980, è stato una riconosciuta forza di opposizione. Infatti, piuttosto che criticarlo come un partito religioso troppo zelante, alcuni hanno iniziato a discreditarlo per i suoi programmi. Nel 1993 il Komei entrò a far parte del primo governo giapponese che, dopo trentotto anni, non vedeva la partecipazione del Partito Liberal Democratico. Il Komei fu un membro importante della coalizione di governo di otto partiti che sostenevano il premier Morihiro Hosokawa e del suo immediato successore. Sebbene queste due coalizioni ebbero una breve durata, resistendo meno di un anno prima che il PLD tornasse di nuovo al potere, l’evento generò grandi speranze di riforma in tutto il paese, per poi scemare prima della fine del decennio.
Nel dicembre 1994, i deputati del Komeito svolsero un ruolo di primo piano nello sviluppo del partito Nuova Frontiera: una coalizione formata per sfidare il ritorno al potere del PLD. Anche se questa nuova formazione non riuscì a spodestarlo del tutto, riscosse diverse vittorie in vari collegi elettorali, continuando a contrastare il PLD fino al 1997, l’anno del suo scioglimento.
I deputati del Komei costituirono una vera e propria minaccia allo status quo della politica giapponese proprio durante il periodo di continui cambiamenti di schieramento e di alleanze a cavallo tra il 1993 e il 1997. Esattamente in quel clima politico infuocato apparvero le false accuse dei Nobuhira, pubblicate con grandi titoli dallo Shukan Shincho e da altre testate con posizioni politiche anti Komei.
Alla fine del 1999, il Nuovo Partito Komei (che si costituisce nel 1998, dopo la dissoluzione del partito Nuova Frontiera), assunse un ruolo del tutto nuovo nella politica giapponese, trasformandosi – dopo una lunga militanza nell’opposizione – in un partito membro di una coalizione di governo. Fu allora che il Nuovo Partito Komei si alleò per la prima volta col suo nemico di vecchia data, il PLD. Oggi, al momento della pubblicazione di questo libro (2004), il Nuovo Partito Komei continua a far parte della coalizione con il Partito Liberal Democratico.
Mentre alcuni dei sostenitori hanno espresso il timore che il Nuovo Partito Komei venisse cooptato dal PLD, dirigenti di partito come Tetsuzo Fuyushiba, segretario generale e Yoshio Urushibara, deputato nella Camera dei Deputati Giapponese (entrambi intervistati per questo libro) insistono sul fatto che il Nuovo Partito Komei mantiene il proprio programma ed svolge un’influenza moderatrice per arginare le frange più conservatrici del PLD.
Qualunque sia l’opinione a riguardo, si possono individuare quattro fasi dello sviluppo del Partito Komei. Inizialmente, negli anni Sessanta e Settanta, esso emerse come una nuova e controversa componente sulla scena politica giapponese. Ma negli anni ottanta si stabilizzò in modo permanente all’interno dello zoccolo duro dell’opposizione giapponese.
La fase successiva fu caratterizzata dai profondi cambiamenti politici della prima metà degli anni novanta, quando per diversi anni il partito assunse il ruolo di sfidante principale del PLD. Infine nel 1999 il partito è entrato nella coalizione di governo.

Daisaku Ikeda
Daisaku Ikeda, come leader di un gruppo politico molto influente ed attivo da oltre quarant’anni, ha fatto da parafulmine sia per le critiche feroci sia per i grandi riconoscimenti ricevuti. Anche se non è molto conosciuto in Occidente, è un nome molto familiare per i giapponesi.
Un’indagine del 1999 lo collocava tra i venti autori preferiti del paese. Venti anni prima, un indagine del Yomiuri Shimbun incluse Ikeda nella lista dei venti “personaggi più rispettati del Giappone”. Dei cinque personaggi posizionati prima di lui l’unica persona vivente era l’allora imperatore Hirohito. Per un leader di una potente organizzazione religiosa che parla in modo diretto e chiaro, non è cosa insolita essere osservato con sospetto. Non sorprende neanche che alcuni dei suoi nemici lo abbiano dipinto come un uomo con smanie di potere e manie di grandezza.
D’altra parte i suoi difensori sottolineano che il lungo elenco dei riconoscimenti ricevuti e le polemiche che lo accompagnano sono il frutto dei grandi traguardi realizzati grazie al costante incoraggiamento rivolto alle persone che soffrono e alla sfida contro i detentori del potere. Il Sig. Maeda, portavoce della Soka Gakkai, sostiene che praticamente tutti coloro che “nel corso della storia si battono per la giustizia” sono stati oggetto di “calunnie e attacchi infondati”.
Inoltre, egli afferma che questo problema è particolarmente grave in Giappone: «Alla radice del carattere nazionale del paese vi è una mentalità isolana da cui sorgono meschine gelosie e lotte intestine – spiega Maeda – Il Presidente Ikeda è, in un certo senso, un uomo molto insolito per essere un giapponese. Sostenendo le persone bisognose ha raggiunto un grande riconoscimento a livello internazionale ed è rispettato in tutto il mondo per il suo impegno in favore della pace. Ma, per coloro che non vogliono accettare questa realtà o che sono gelosi, Daisaku Ikeda diventa un vero e proprio bersaglio di critiche».
Forse, più di ogni altra cosa, coloro che lodano Ikeda sottolineano il suo impegno nel parlare a favore della gente comune. In un suo discorso del 1966 (quando era un leader dell’organizzazione ancora relativamente nuovo) egli spiega perché non è entrato nei favori di chi ha tradizionalmente detenuto il potere in Giappone. Anche se è una delle affermazioni più forti di Ikeda, certamente esemplifica il suo modo di vedere le cose: «Io sono sempre un amico della gente comune, specialmente dei poveri e degli infelici.
Come presidente della Soka Gakkai mi impegnerò sempre a sostenere questa causa. Non ho alcuna paura del Primo Ministro o dei membri del Parlamento. Da quando sono diventato presidente con lo scopo di realizzare la felicità delle persone, temo solo la voce delle persone comuni». A questa affermazione fa eco una dichiarazione rilasciata quarant’anni dopo, nel novembre 2003: «È indispensabile che si cambi lo stato del mondo dove la gente buona di cuore e la gente comune è oppressa e costretta a soffrire. Questa è l’era della democrazia, l’era dove il popolo è sovrano. Coloro che sono nelle più alte posizioni di potere sono lì solo per servire la gente. Non deve mai succedere il contrario».
Il fatto che lkeda sia visto in modo controverso, è illustrato dalle iniziative che intraprese nei confronti della Cina e della Russia alla fine degli anni sessanta e primi anni settanta. Nel 1968 Ikeda fu criticato duramente nel suo paese per essere stato la prima grande figura religiosa a chiedere pubblicamente la normalizzazione delle relazioni tra la Cina e il Giappone.
A causa delle terribili e violente guerre tra le due nazioni avvenute nel secolo passato, all’epoca fu una mossa radicale che gli provocò l’accusa di essere stato “amichevole” con una nazione nemica. Ikeda, in risposta, dichiarò: «La posizione della Cina è molto debole: non è rappresentata presso le Nazioni Unite e mantiene relazioni instabili con la maggior parte dei paesi (…) Il primo passo per ottenere l’obiettivo desiderato è riconoscere ufficialmente il governo della Cina. Il secondo è quello di dare alla Cina un seggio alle Nazioni Unite (…) il terzo attivare uno scambio economico e culturale (…) So che molti giapponesi hanno paura di un aggressione cinese, si appellano rigidamente all’adesione al trattato di sicurezza USA-Giappone e pensano che sia meglio evitare stretti legami con la Cina. Io ho un punto di vista diverso».
È facile che queste parole di un leader religioso con un crescente peso politico abbiano suscitato polemiche nel Giappone del 1968. Certamente la visita in Cina del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon nel 1972 e il suo impegno per la normalizzazione dei rapporti tra gli Stati Uniti e la Cina, hanno completamente ridisegnato il panorama politico.
Non molto tempo dopo, nel 1974, Ikeda viaggiò in Cina e in Unione Sovietica, dove si impegnò, utilizzando quella che egli descrisse come la “diplomazia della gente comune”, in dialoghi con Chou En-lai allora Premier della Repubblica Popolare Cinese e con il Premier Sovietico Aleksei Kosygin. Ikeda si fece promotore di legami più forti tra il Giappone, la Cina e l’Unione Sovietica.
In effetti, nonostante egli abbia molti detrattori in Giappone, è pressoché impossibile presentare dei fatti che provino e giustifichino i gravi attacchi alla sua persona.
Indipendentemente dalle opinioni personali sulla sua fede buddista, o sulla politica del Nuovo Partito Komei, o anche sulla sua personalità, i fatti provano chiaramente la tesi che Ikeda è un “cittadino globale” (per riprendere il titolo di un recente libro della Oxford University Press sulla Soka Gakkai), che si dedica alla tutela dei diritti umani e all’internazionalismo.
I suoi sforzi a sostegno della causa dei numerosi profughi gli hanno valso il Premio Umanitario della Commissione delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Ha anche svolto un ruolo fondamentale nel sostenere numerose mostre itineranti su temi quali i “Diritti umani nel mondo contemporaneo”, i “Costruttori di Pace” e “Il coraggio di ricordare Anna Frank e l’Olocausto”, per citarne solo tre, quest’ultima è particolarmente degna di nota considerando le preoccupanti tendenze antisemite presenti in Giappone.
Ikeda ha anche appoggiato e sostenuto energicamente altre cause internazionali come la Carta della Terra e i movimenti per l’abolizione delle armi nucleari. Nel 1975 presentò (a nome della Soka Gakkai), circa dieci milioni di firme di cittadini che chiedevano l’eliminazione delle armi nucleari. Egli ha scritto ampiamente su questi temi nelle sue lunghe e dettagliate “Proposte di Pace”, che dal 1983, ha presentato ogni anno alle Nazioni Unite.
La sua Proposta di Pace del 1996, per esempio, affronta l’importanza fondamentale dei diritti umani: «Cercando di definire i diritti umani nel senso più ampio del termine, penso si possa dire che il diritto di vivere in modo veramente umano costituisca l’essenza della sicurezza umana. Tali diritti sono fondamentali e devono avere la priorità su tutto il resto: senza di essi né la pace né la felicità sono possibili. Poiché rappresentano il valore più alto e inalienabile e conferiscono alle persone il loro carattere distintamente umano, non è possibile tollerarne la violazione sia essa perpetrata da uno stato o da altra entità». Fuori dal Giappone Daisaku Ikeda non è una figura controversa come nel suo paese. Alla data di pubblicazione di questo libro, nel 2004, egli ha ricevuto la cifra sbalorditiva di 156 lauree honoris causa e cattedre da college e università di tutto il mondo, tra cui l’Università di Glasgow, l’Università Cinese di Hong Kong, l’Università Statale di Mosca, l’Università di Delhi , l’Università di Denver, la City University di New York, e il Morehouse College, per citarne alcune. Ikeda è stato anche nominato cittadino onorario di circa 353 comuni in tutto il mondo e ha ricevuto decine di premi internazionali e citazioni, come il Premio per la Pace delle Nazioni Unite.
Ikeda è anche uno scrittore prolifico con più di un centinaio di romanzi, saggi, raccolte di poesie e libri per bambini pubblicati da varie case editrici e tradotti in più di venti lingue. Il tema unificante di tutti gli iscritti di Ikeda è l’idea che ogni persona ha una “missione unica” e un potenziale illimitato, attivabile attraverso la “rivoluzione umana”, un processo costante di miglioramento e di trasformazione interiore.
Questo punto di vista potrebbe non colpire la maggior parte degli occidentali essendo tipico di un leader religioso di qualunque credo. Ma, nel contesto del Giappone del dopoguerra, risalta soprattutto se si tiene conto della rigida gerarchia della società giapponese che, di regola, non incoraggia le persone a trasformare le circostanze in cui sono nati. George David Miller, nel suo libro del 2002 Pace, Valore, e Saggezza: la filosofia educativa di Daisaku Ikeda (Peace, Value, and Wisdom: The Educational Philosophy of Daisaku Ikeda), indirizza l’attenzione sull’aspetto del pensiero di Ikeda, che sottolinea il valore intrinseco di tutte le persone, indipendentemente dallo status sociale o da altri fattori: «Contrariamente ai modelli di apprendimento che incoraggiano gli studenti a inchinarsi al cospetto delle autorità, il modello di educazione di Ikeda indirizza le persone verso l’autorità “interiore”. Afferma Ikeda: “è giunto il momento di togliere la priorità all’autorità esterna e darla alla rivoluzione che deve avvenire nel cuore di ogni essere umano”». E ancora: «Molto semplicemente – scrive Ikeda – non vi può essere vera democrazia a meno che i cittadini di un paese non comprendano che essi sono i sovrani e i protagonisti principali, agendo di conseguenza con saggezza e responsabilità. La democrazia non adempirà la sua missione a meno che gli individui non si alzino con maggiore informazione e coinvolgimento e, uniti, lottino in favore della giustizia, controllando le attività dei potenti».
Ikeda ha anche tenuto dialoghi interculturali con i leader mondiali in varie discipline. Trenta di queste discussioni sono state pubblicate in libri tradotti in diverse lingue. Queste includono le discussioni con Norman Cousins, lo scrittore e filosofo statunitense; con Linus Pauling, due volte premio Nobel; con Arnold Toynbee, lo storico inglese, e con l’ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov. Al momento della pubblicazione di questo libro nel 2004, Ikeda è impegnato in un dialogo con l’economista John Kenneth Galbraith.

Il Gekkan Pen
Non vale più di tanto notare che, a parte la denuncia di Nobuko Nobuhira, non vi è mai stata nessun altra accusa nei confronti di Daisaku Ikeda per presunti abusi sessuali nei confronti di alcuna donna. Ma lo Shukan Shincho non è il primo giornale tra i media giapponesi a pubblicare falsità del genere.
Negli anni Settanta il mensile per uomini Gekkan Pen, di estrema destra e poco conosciuto, pubblicò una serie di articoli che accusavano Ikeda di essere un donnaiolo. L’inchiesta della polizia concluse che l’editore della rivista, Taizo Kumabe, non aveva prove per sostenere tali articoli e venne arrestato per il reato penale di diffamazione in data 21 maggio 1976. Il giudice ritenne che le accuse erano state inventate ed erano palesemente false, e Kumabe fu giudicato colpevole.
Questo verdetto fu ancora più straordinario di quello del caso Nobuhira perché in Giappone è estremamente difficile e raro che un giornalista o un capo redattore, possano essere giudicati colpevoli penalmente per diffamazione. Nel caso di Gekkan Pen, il capo redattore pubblicò intenzionalmente materiale sapendo che era falso, ed è stato per questo giudicato colpevole di un reato penale. Inoltre, a differenza degli articoli dello Shukan Shincho trattati in questo capitolo, gli articoli del Gekkan Pen non citavano neanche una testimonianza di una donna. (Come già riportato, oltre a Nobuhira, nessuna donna ha mai mosso un’accusa nei confronti di Ikeda per molestie sessuali).
Il caso del Gekkan Pen fu straordinario perché, malgrado la cattiva reputazione dei giornalisti dei tabloid giapponesi per aver pubblicato false notizie, da allora vi è stato solo un unico altro verdetto di colpevolezza per un caso di diffamazione. Questo avvenne nel 2002 quando due individui della rivista (ormai defunta) Uwasa non Shinso – Verità del Gossip – furono condannati a pene detentive per diffamazione, sospese poi con la condizionale.
Parlando ad una riunione dei giovani della Soka Gakkai nel luglio 2003, Ikeda affrontò il tema del trattamento ricevuto dai media in Giappone nel corso degli anni, sia dai giornali sia dai tabloid settimanali. Egli evidenziò la sua visione dei media nipponici e come questi omettano di dar notizia in modo significativo sia dei risultati ottenuti dalla Gakkai sia di quelli da lui raggiunti personalmente, “una situazione che può essere facilmente confermata”, scrive.
Secondo Ikeda i media giapponesi, in gran parte, non solo non fanno alcun cenno ai meriti della Soka Gakkai ma, allo stesso tempo, attaccano sia l’organizzazione sia lui personalmente, con lo scopo di bloccare gli sforzi per riformare la società giapponese. Allo stesso tempo – continua Ikeda –tentano di trarre profitto economico dalle notizie scandalistiche. In particolare disse: «Quello che è stato stampato è folle. Dobbiamo sempre chiederci: “C’è un testimone a conferma di ciò che i giornali asseriscono? Possono provarlo?”. Abbiamo bisogno di discernere la verità attraverso la nostra saggezza. Io non ho fatto nulla di male. Gli articoli scandalosi che sono apparsi su di me sono tutte bugie (…) Alcuni potrebbero credere che io possa meritare un trattamento del genere, ma io non lo merito».

I Nobuhira
Nobuko Nobuhira e suo marito Junko, provengono dal settentrione dell’isola giapponese di Hokkaido. Aderirono alla Soka Gakkai nel 1956. I due, per molti anni, furono membri attivi dell’organizzazione della loro zona portando avanti volontariamente un ruolo di responsabilità. Nel 1992 arrivarono alla Soka Gakkai denunce da parte di tanti membri che furono ingannati dalla coppia e costretti a prestar loro ingenti somme di denaro che non furono mai restituite. Le regole dell’organizzazione proibiscono ai membri il prestito monetario, quindi le accuse ai Nobuhira furono prese sul serio. I due infatti non solo presero in prestito dei soldi, ma usarono il loro ruolo di responsabili per truffare le stesse persone che dovevano sostenere nella pratica buddista.
Dopo avere effettuato un’inchiesta, la Soka Gakkai chiese ai Nobuhira di dimettersi dalla posizione di responsabili. La coppia si rifiutò e furono quindi rimossi d’ufficio. Infine, Junko Nobuhira fu denunciato dalle sue vittime in otto diverse cause legali, per le attività illecite legate ai prestiti di denaro. Perse tutte e otto le cause e il tribunale lo condannò a restituire ai suoi creditori 68.740.000 yen, circa 687.400 dollari statunitensi.
Dopo che Junko Nobuhira e sua moglie furono rimossi dalle loro posizioni di responsabilità, fecero causa ad Ikeda per un appezzamento di terra del cimitero che avevano acquistato dalla Soka Gakkai e che volevano restituire in cambio dei soldi versati. La causa fu respinta dai Giudici perché le motivazioni erano infondate: Daisaku Ikeda, anche se presidente onorario della Soka Gakkai, non aveva avuto alcun tipo di coinvolgimento diretto in materia ed quindi né professionalmente, né personalmente era responsabile per i terreni del cimitero venduti dall’organizzazione.
Se i Nobuhira avessero voluto sinceramente risolvere il caso, avrebbero dovuto citare in giudizio l’organizzazione della Soka Gakkai da cui avevano acquistato il terreno. Invece avevano perseguito la persona di Ikeda. I Nobuhira quindi intentarono la causa con l’evidente scopo di provocare dei fastidi al Presidente della Soka Gakkai.
I Nobuhira rassegnarono formalmente le dimissioni dall’organizzazione nel dicembre 1993, dopo esser stati rimossi dalla responsabilità nel mese di maggio del 1992. Due anni dopo, nel dicembre del 1995, l’Akahata, organo del Partito Comunista Giapponese, uno dei principali rivali del Partito Komei, pubblicò una storia fortemente critica sia sulla Soka Gakkai sia sul Partito Komei. L’articolo fu firmato da un “anonimo ex responsabile della Divisione Donne della Soka Gakkai”, in seguito si seppe che quell’“anonimo ex responsabile” era Nobuko Nobuhira.
Questi dettagli permettono di capire il contesto nel quale fecero la loro comparsa le false memorie di Nobuko Nobuhira sullo Shukan Shincho col titolo: «Ex responsabile della divisione donne dell’Hokkaido rompe il silenzio: “Sono stata violentata da Daisaku Ikeda”». L’articolo fu pubblicato nel febbraio del 1996, qualche anno dopo che i Nobuhira avevano perso la loro posizione di responsabili nella Soka Gakkai, meno di un anno da quando i giudici respinsero il tentativo di causa per l’appezzamento di terra, due mesi prima dell’articolo sull’Akahata, il giornale del Partito Comunista Giapponese, dove veniva attaccata la Soka Gakkai e il Partito Komei.
In quell’articolo non appariva un minimo accenno alle accuse di violenza sessuale. Inoltre, nel momento in cui le false memorie di Nobuko Nobuhira furono pubblicate sulloShukan Shincho, Junko Nobuhira aveva da poco perso tre cause per prestiti illegali di denaro contratti da lui e da sua moglie, e ne stava per perderne una quarta. Negli anni successivi fu condannato in altre quattro cause.
Anche se questa premessa non dimostra di per sé la falsità delle memorie di Nobuko Nobuhira, indica certamente il chiaro ripetersi di comportamenti discutibili, immorali e illegali da parte della coppia, comportamenti che la Corte Distrettuale nelle sue conclusioni definisce: «in disaccordo con l’umano principio di affidabilità».
Tali chiari comportamenti avrebbero dovuto sollevare una serie di eclatanti segnali d’allarme per qualsiasi giornalista che decidesse di scrivere un articolo basato sulle accuse della coppia contro Ikeda.
Eppure tutto ciò non riuscì a smorzare l’entusiasmo dello Shukan Shincho, non solo nel pubblicare le false dichiarazioni di Nobuko Nobuhira, ma di lavorare a stretto contatto con lei e con suo marito nel cercare di articolare meglio le accuse e incoraggiando la coppia ad avviare una causa civile a riguardo.
Tutto ciò che abbiamo riportato, non dissuase né i giornalisti dei media giapponesi né quelli della stampa estera dal riportare in modo totalmente acritico le accuse dei Nobuhira. Infatti i principali quotidiani giapponesi diedero ampio spazio ai trentaquattro articoli scandalistici dello Shukan Shincho su Ikeda.

Le false memorie
Le false memorie di Nobuko Nobuhira furono pubblicate per la prima volta nell’edizione del 22 febbraio 1996 dello Shukan Shincho. Come per la maggior parte degli articoli di punta della rivista, anche questo fu pubblicizzato attraverso una grande campagna. Abbiamo già fatto notare precedentemente che una cifra stimabile fra i dieci e i venti milioni di persone poterono leggere il titolo, assolutamente falso e fuorviante: “Sono stata violentata da Daisaku Ikeda”.
La stessa cosa successe per la maggior parte dei trentatré articoli pubblicati in seguito dal tabloid. Ecco una selezione di questi titoli: «”Farò causa ad Ikeda”, la Signora Nobuko Nobuhira nel corso di una conferenza stampa afferma di essere stata violentata da Daisaku Ikeda»; «Una vittima stuprata da Ikeda rivela la follia delle elezioni della Gakkai che ha superato ogni limite»; «I Giornalisti sgomenti per lo stupro perpetrato da Daisaku Ikeda»; e «I corrispondenti stranieri rivelano al mondo il caso di stupro di Ikeda».
Nelle sue “memorie” Nobuko Nobuhira affermò di essere stata aggredita sessualmente da Ikeda per tre volte. Il primo presunto incidente si verificò nel giugno del 1973, quando lei aveva 46 anni e Ikeda 45, la seconda volta, dieci anni dopo, nell’agosto 1983, quando lei aveva 56 anni e affermò che il terzo evento accadde otto anni più tardi, nell’agosto del 1991, quando lei ne aveva 64.

La presentazione della denuncia in Tribunale
Il 5 giugno 1996, circa quattro mesi dopo la pubblicazione delle false memorie di Nobuko sullo Shukan Shincho, i Nobuhira presentarono una denuncia civile contro Ikeda, presso il Tribunale Distrettuale di Tokyo, con una richiesta di danni di 74.690.000 yen (circa 746.900 dollari). È interessante notare che, quando il tribunale finalmente si pronunciò sulla questione quattro anni più tardi, il giudice osservò che «le attività dei querelanti in causa, costituiscono un comportamento legale anomalo per chi cerca seriamente di alleviare la propria sofferenza. Allo stesso tempo non si può dire che essi abbiano rispettato i principi di fiducia e buona fede».
Anche se mettessimo da parte tutte le cause perse dai Nobuhira, i giornalisti avrebbero dovuto avere qualche sospetto riguardo a Nobuko Nobuhira, che – coperta dall’anonimato – scrive un articolo attaccando la Soka Gakkai dall’organo ufficiale del Partito Comunista Giapponese poco prima di pubblicare le sue “memorie” esplicite su uno shukanshi noto per la sue luride storie, e solo qualche mese prima di adire a vie legali contro Ikeda. Un altro punto critico della vicenda è che la coppia presentò una causa civile senza sporgere denuncia penale nei confronti di Ikeda, pur affermando di essere stati vittime di una grave azione criminale, fatta di violenze sessuali e ripetuti stupri. Piuttosto che cercare di farlo condannare e metterlo in carcere, cercarono solo una remunerazione in denaro attraverso i tribunali e la pubblicità a mezzo stampa.
Se la coppia avesse esposto denuncia penale, il caso sarebbe immediatamente passato sotto il controllo degli inquirenti governativi, che avrebbero richiesto per legge delle prove credibili per poter procedere. Data la totale assenza di prove a supporto e le numerose incongruenze dell’accusa, non c’è dubbio che gli inquirenti avrebbero respinto immediatamente le argomentazioni dei Nobuhira.
In Giappone le cause civili seguono una procedura diversa da quelle penali: non sono soggette a controllo di organi inquirenti esterni e vanno direttamente in Tribunale, indipendentemente dal merito. Per questo motivo, in un caso come quello di Nobuhira, in cui il giudice alla fine respinse le accuse giudicandole capziose e non aventi il diritto di esser portate in giudizio, gli accusatori automaticamente potevano invece esercitare il diritto ad avere due ulteriori appelli presso tribunali superiori.
Così i Nobuhira furono in grado di presentare ricorso alla Alta Corte per ribadire le loro rivendicazioni già respinte dalla Corte Distrettuale di Tokyo, e infine ricorsero alla Corte Suprema del Giappone. Inoltre, poiché il sistema giudiziario giapponese è lentissimo, il caso si trascinò per più di cinque anni.

Le conclusioni della Corte
Durante la causa, i Nobuhira presentarono sei diverse richieste di danno, tre a nome di Nobuko e tre a nome del marito Junko. La Corte Distrettuale di Tokyo respinse tutte e tre le richieste di Nobuko e una delle rivendicazioni di Junko a causa della scadenza dei termini di citazione (qualcosa di simile a quello che negli Stati Uniti è chiamato “statute of limitations”). La Corte poi respinse anche le altre due rivendicazioni pendenti di Junko.
Nobuko Nobuhira richiese un compenso finanziario per ciascuno dei presunti stupri, uno nel 1973, uno nel 1983 e uno nel 1991. Suo marito presentò separatamente tre domande di risarcimento relativo a ciascuno dei tre ipotetici incidenti. La legge giapponese permette ai mariti di citare in giudizio i presunti colpevoli e responsabili di stupro delle mogli. In questi casi, i mariti di solito citano in giudizio “la violazione del diritto di godere della vita coniugale”, come fece Nobuhira.
In Giappone le vittime di stupro sono tenute a far causa con relativa richiesta di risarcimento entro tre anni dall’accaduto. Pertanto, quando i Nobuhira presentarono le loro denunce nel 1996, tutte e tre le rivendicazioni di Nobuko Nobuhira furono respinte per decadenza dei termini, visto che il presunto incidente più recente si era verificato nel 1991. Solo una delle rivendicazioni di Junko Nobuhira, invece, fu respinta per decadenza dei termini. Questo perché egli affermò di aver appreso degli ipotetici stupri di sua moglie solo nel 1995, ed essendo quindi la denuncia presentata nel 1996, rientrava nel periodo di tre anni.
Comunque, anche le rivendicazioni di Junko Nobuhira presentavano un secondo nodo legale relativo alla tempistica. La legge richiede al marito di una donna che è stata vittima di violenza di presentare la denuncia entro vent’anni dall’incidente. Di conseguenza le rivendicazioni di Junko Nobuhira per il preteso incidente del 1973 furono respinte. Però le restanti due rivendicazioni per i presunti incidenti del 1983 e del 1991, rientrando nei termini dei venti anni, non furono respinte. Così come già menzionato, queste due ultime rivendicazioni furono respinte successivamente dal Giudice perché costituivano un “abuso del diritto legale di citare in giudizio”.
I risultati inequivocabili della Corte Distrettuale di Tokyo, non potevano contrastare maggiormente la copertura giornalistica della causa da parte dello Shukan Shincho. In una parte della sentenza della Corte si legge: «La presentazione della denuncia non ha lo scopo sincero di rispettare i diritti sostanziali del querelante o di risolvere la causa, la denuncia in questo caso ha lo scopo di imporre al convenuto l’onere di rispondere alle vie legali e ad eventuali danni».
Un secondo punto importante nella sentenza della Corte riguarda la dichiarazione di Nobuko Nobuhira descritta «alquanto anomala rispetto alle esposizioni dei ricordi degli eventi». La corte notò in diversi ambiti che le sue affermazioni erano incoerenti e concluse che «le ragioni imputate alla sua (di Nobuhira) memoria confusa erano alquanto irrazionali, senza punti convincenti e privi di credibilità». L’esempio più estremo della natura non credibile della testimonianza di Nobuko accadde dopo più di tre anni dall’inizio del procedimento legale, quando inspiegabilmente aumentò il numero di volte in cui lei disse di essere stata violentata.
Il Giudice scrisse: «Finora, in modo coerente le malefatte dell’imputato si sono verificate per tre volte, tuttavia secondo le note dopo il cambiamento riportate qui a destra, le malefatte sono avvenute quattro volte. Da questa prospettiva il cambiamento dell’accusa dovrebbe avere ragioni convincenti visto il mutamento del quadro fondamentale dello svolgimento dei fatti nella denuncia di Nobuko. Tuttavia, come esaminato qui di seguito, per quanto riguarda i motivi che hanno portato al mutamento delle accuse del querelante, nessuno può dire che queste siano state sufficientemente convincenti».
Il giudice inoltre osservò che, nonostante la natura violenta degli stupri, i Nobuhira non portarono mai alcuna prova concreta o una documentazione comprovante i danni fisici, o eventuali testimonianze o qualunque altra prova che potesse sostenere in qualche modo le loro accuse. Per esempio Nobuko Nobuhira disse che la presunta aggressione del 1983 avvenne in un preciso edificio prefabbricato, parte di una sede della Soka Gakkai, dove lei era responsabile della gestione di un piccolo bar.
Ma in realtà nel 1983 non solo il bar, ma l’intero edificio non esisteva. Era stato demolito l’anno precedente. Ciò era provato dai documenti di rilevamento del territorio e dalle fotografie aeree scattate dall’agenzia forestale del governo nipponico.
Per quanto riguarda l’ipotetico incidente del 1991, Nobuko Nobuhira affermò nelle sue memorie pubblicate dallo Shukan Shincho, che fu violentata nelle prime ore del mattino, all’aperto, in modo così violento che i suoi vestiti rimasero “in brandelli” e che a causa dell’aggressione il suo “corpo fu ricoperto di lividi e graffi”. Eppure la posizione che lei diede del luogo dell’aggressione (vicino a un cancello di ingresso della sede della SGI) era sotto un edificio controllato della sorveglianza di guardie giurate che da tempo lo presidiavano, e molte persone a quell’ora si trovavano nelle vicinanze. Eppure nessuno del personale di sicurezza e nessun altra persona, vide o sentì nulla.
Inoltre, le fotografie che le furono scattate il giorno stesso della presunta aggressione non rivelarono né graffi né lividi sul viso. Infatti – contrariamente a quanto dichiarato nella sua testimonianza pubblicata dallo Shukan Shincho in cui dichiarò di non poter neanche fare ginnastica seguendo il programma radiofonico giapponese “esercizi per radio” – ella venne fotografata proprio nel fare quegli esercizi.
Infatti Nobuko Nobuhira non riuscì a nominare o indicare qualcuno che avesse testimoniato un alterco di qualsiasi tipo tra lei e Ikeda, nessuno che potesse confermare qualsiasi infortunio, abiti danneggiati o un disturbo visibile o emotivo durante una delle ore, dei giorni successivi o delle date da lei indicate.
Dissotterrare dalle ceneri i dettagli del procedimento della Corte darebbe alle fabbricazioni dei Nobuhira un credito maggiore di ciò che meritano, tuttavia mi sembra utile citare la sezione chiave della Sentenza, scritta dal Giudice che ha presieduto la Corte, e confermata sia dalla Alta Corte sia dalla Corte Suprema: «Con il proseguimento di questa causa sono tenuto a spiegare che vi è una grave carenza nella fondatezza dei fatti riportati, si può assumere con evidenza che i querelanti hanno più volte eseguito l’atto vietato di aver preso in prestito denaro dai membri della Soka Gakkai utilizzando la loro posizione di responsabili di tale organizzazione.
L’aver causato problemi ai membri fu la causa della loro estromissione dalla responsabilità all’interno della Soka Gakkai, e il rifiuto alla loro domanda di rimborso dei soldi dell’acquisto dell’appezzamento di terra nel cimitero, dopo la loro uscita dalla Soka Gakkai, ha provocato in loro grande malcontento e collera. Inoltre hanno ripetutamente chiamato la sede centrale della Soka Gakkai con telefonate a scopo di estorsione che non hanno prodotto alcun effetto. La vendetta è stata non solo il racconto scritto da Nobuko e riportato pubblicamente dai mass media, ma anche la presentazione delle denunce in questa causa allo scopo di infliggere perdite materiali e immateriali al convenuto entro e oltre il processo.
Pertanto, la presentazione di questa denuncia non ha lo scopo sincero di soddisfare i diritti sostanziali del querelante o di risolvere la causa, ma quello di imporre al convenuto l’onere di rispondere per vie legali e ad eventuali danni. Inoltre, le accuse mancano di fondamento e sono prive del requisito di richiesta di protezione. La denuncia in questa causa, quindi, deve essere considerata come una azione legale che manca gravemente di fondamento rispetto all’intenzione e lo scopo del sistema legislativo civile, ed è contraria alla condotta del principio di fiducia e buona fede. Di conseguenza la denuncia, in questo caso, può essere considerata illegale, perché viola il diritto di azione legale. Continuare l’udienza in questa causa non solo sarebbe crudele per il convenuto, ma anche per la Corte che, potenzialmente, si troverebbe – contrariamente al suo volere – ad affiancare le azioni illecite dell’accusa. Pertanto è ragionevole terminare l’udienza di questo processo all’istante».

Shukan Shincho e la Soka Gakkai
Il rapporto conflittuale di lunga data tra lo Shukan Shincho e la Soka Gakkai è ben noto in Giappone. Lo Shukan Shincho o, per sua stessa ammissione, per decenni ha scritto quasi esclusivamente articoli negativi sull’organizzazione religiosa.
D’altra parte le pubblicazioni della Soka Gakkai hanno scritto diversi articoli denunciando la pessima reputazione dello Shukan Shincho. L’organizzazione ha mosso azione legale due volte contro la rivista, in due diverse occasioni, vincendole.
Comunque sarebbe fuorviante descrivere la relazione tra la rivista e il gruppo buddista come un rapporto reciproco tra antagonisti aggressivi. Il rapporto è molto più simile a quella tra Honda e Katsuichi e lo Shukan Bunshun, che troverete nel prossimo capitolo di questo libro. In entrambi i casi, uno shukanshi e il suo editore, individuano una vittima da attaccare e attuano una campagna di disinformazione e falsi scandali con lo scopo di trarre un vantaggio economico dalla derivante controversia e nel frattempo danneggiare la reputazione della persona attaccata.
Una ricerca nella libreria Oya Soichi Bunko (specializzata nella raccolta di settimanali giapponesi ndt.) mostra che nei 770 numeri pubblicati dallo Shukan Shincho dal 1987 (prima data disponibile per una ricerca computerizzata) fino al 24 luglio 2003, circa 342 articoli contengono nei titoli le parole «Soka Gakkai, Ikeda, Komei» (In particolare, ci sono 190 articoli con il titolo “Soka Gakkai”, 82 con “Ikeda” e 77 con “Komei”).
In totale, il 44% dei numeri dello Shukan Shincho nel corso di questi quindici anni pubblica articoli con titoli negativi sull’organizzazione, il suo leader o il partito politico Komei. La ricerca però non comprendeva gli articoli con titoli che includevano tutte e tre le parole insieme «Soka Gakkai, Ikeda e Komei». Dato che tali articoli non scarseggiano, si può affermare con certezza che ben oltre la metà di tutti i numeri pubblicati dalla rivista in quel periodo avevano come prassi articoli negativi e che questi erano parte sostanziale della linea editoriale del tabloid. Anche se la copertura varia in modo significativo da una pubblicazione all’altra, è certo che nessun altro media di rilievo abbia mai scritto così regolarmente e altrettanto intensamente in modo negativo sulla Soka Gakkai, su Ikeda, e sul Partito Komei, come lo Shukan Shincho.
Al contrario, una ricerca su tutte le principali riviste legate alla Soka Gakkai, nello stesso periodo, contenenti nei titoli il termine Shukan Shincho, non ha prodotto alcun risultato. I giornali della Soka Gakkai hanno pubblicato, soprattutto negli anni 2002-2003, una serie di articoli critici nei confronti del tabloid, ma tali articoli non sono apparsi così di frequente da poter esser definiti come una risposta agli attacchi dello Shukan Shincho.
Naturalmente, dato che la Gakkai è una grande organizzazione di primo piano, con milioni di membri attivi e inattivi, e Daisaku Ikeda è un noto personaggio pubblico, il tabloid ha avuto molto di più da guadagnare dalla copertura negativa che viceversa. Lo Shukan Shincho (che ha una base media di meno di mezzo milione di lettori) per incrementare il numero di copie vendute ha bisogno di attingere a una quota relativa dei seguaci e detrattori del gruppo per godere di un notevole impennata nei dati settimanali di vendita.
D’altra parte le pubblicazioni della Soka Gakkai molto probabilmente non ricevono alcun incremento nelle vendite dalla pubblicazione di articoli (sia positivi che negativi) sui tabloid giapponesi. I lettori sono interessati al Buddismo e difficilmente sono attratti da articoli degli shukanshi. Inoltre, ogni qualvolta la Soka Gakkai affronta il tema degli scandali rischia di aumentare l’attenzione verso le riviste scandalistiche e i loro contenuti.

La storia legale
È noto che la Soka Gakkai ha citato per due volte lo Shukan Shincho in tribunale, vincendo entrambe le cause. Secondo il portavoce della Soka Gakkai, Kunishige Maeda, l’organizzazione avrebbe potuto citare la rivista e vincere molte più volte, ma l’organizzazione ha volutamente ignorato la stragrande maggioranza degli articoli diffamatori dello Shukan Shincho: «Gli articoli sono stati scritti, in parte, per danneggiare la nostra reputazione, e rispondere sarebbe stato cadere nel trabocchetto».
In Giappone c’è la percezione diffusa che l’azione legale contro i media in molti casi sia inutile, anzi spesso si finisce per fornire ai media nuove munizioni per ulteriori attacchi attraverso articoli che riportano l’iter giudiziario. Certamente questa causa legale è un chiaro esempio di questa mentalità. La causa dei Nobuhira nei confronti della Gakkai ha offerto allo Shukan Shincho la possibilità di articolare trentaquattro storie, ognuna delle quali ripeteva le stesse accuse fasulle della coppia contro Ikeda.
Se i Nobuhira non avessero fatto causa ad Ikeda, la rivista avrebbe potuto pubblicare pochissimi articoli sul tema. E se la Soka Gakkai avesse controbattuto legalmente i Nobuhira con altrettante cause, gli strascichi avrebbero provocato ulteriori ritardi giudiziari e avrebbero fornito ancora più materiale per gli attacchi della rivista.
È impossibile calcolare quanto profitto lo Shukan Shincho abbia tratto dalla copertura delle false accuse dei Nobuhira, ma – data la natura scandalistica degli articoli e la notorietà di uno dei più popolari personaggi viventi del Giappone – deve esser stato sicuramente molto alto. Maeda ipotizza che se fosse successo negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, la Soka Gakkai sarebbe stata in grado di citare la rivista e percepire ingenti somme come risarcimento danni. In Giappone, anche se la Soka Gakkai avesse vinto la controquerela contro i Nobuhira e la causa per diffamazione contro lo Shukan Shincho, questi avrebbero dovuto pagare una miseria, addirittura una cifra insufficiente a pagare le spese legali. In questi casi le “vittorie” producono un risultato insignificante, malgrado le condanne, specialmente se vengono messe a confronto con il grandissimo guadagno ricavato dalle vendite dei tabloid che contengono gli articoli diffamatori.

La linea editoriale
Alla domanda sul perché la sua rivista abbia giudicato così negativamente e attaccato nel corso degli anni Daisaku Ikeda e il gruppo buddista, Hiroshi Matsuda, ex-redattore capo dello Shukan Shincho tra il 1990 e il 1998, ha risposto che gli attacchi non avevano niente a che fare col fatto che la Gakkai fosse un gruppo minoritario o che il Partito Komei sfidasse lo status quo in Giappone.
Ha ammesso invece che allo Shukan Shincho la vendita delle riviste ha la priorità assoluta: ha insistito inoltre sul fatto che la sua rivista ha “lottato per la giustizia” per anni, e che questo ha naturalmente significato scrivere criticamente della Soka Gakkai, che egli afferma, “non è una vera religione” ma un “gruppo sovversivo”. Matsuda sostiene inoltre che il suo giornale si sia guadagnato una reputazione per aver fronteggiato coraggiosamente la Gakkai e la sua “influenza dannosa” sulla società giapponese.
«Quando si tratta dello Shukan Shincho e della Soka Gakkai, io non sparo mai prima un colpo d’avvertimento – ha spiegato Matsuda in un’intervista per questo libro – Lo Shukan Shincho ha criticato in maniera continuativa la Soka Gakkai per più di venti anni, iniziando nel periodo in cui la Soka Gakkai svolgeva la sua attività missionaria, quando i membri uscivano a convertire le persone. La stampa convenzionale riportava questa situazione in un modo molto debole, ma lo Shukan Shincho, invece, adottò una modalità severa».
Secondo Matsuda, lo Shukan Shincho si è guadagnato una reputazione per aver sfidato la Gakkai su molte questioni, e in questo modo ha attratto, più di qualsiasi altro media, tutti coloro che erano critici verso la Soka Gakkai: «I nostri reportage – continua il caporedattore – ci hanno fatto diventare il punto di riferimento per la raccolta di informazioni sulla Soka Gakkai.
Tutti coloro che sono stati vittime di bullismo, o ostracizzati, o buttati fuori dall’organizzazione, o in qualche modo maltrattati dall’organizzazione, sono diventati per noi una fonte di informazioni. Shinchosha è diventato il luogo in cui tutte le persone possono riportare le loro lamentele sulla Soka Gakkai in modo che possano diventare di pubblico dominio. Quindi, in sostanza, è normale che a noi arrivino la maggior parte delle informazioni sulla Gakkai rispetto agli altri giornali. Di consguanza ci sentiamo obbligati a pubblicarle».
Jun Kamei, ex giornalista dello Shukan Shincho con esperienza ventennale, presenta invece una versione completamente diversa sulla linea del giornale nei confronti della Soka Gakkai. Kamei, che ha lavorato proprio con Matsuda, ha lasciato il suo lavoro disgustato per ciò che egli descrive come pratiche giornalistiche “totalmente prive di etica”. Egli sostiene che la maggior parte dei reportage pubblicati, inclusi quelli sulla Soka Gakkai, sono stati guidati quasi esclusivamente da un puro senso commerciale.
Secondo Kamei, «L’idea che lo Shukan Shincho combatta per la verità è assurda». Egli insiste sul fatto che il motivo principale per cui i settimanali giapponesi, e soprattutto lo Shukan Shincho, pubblichino articoli scandalistici sulla Gakkai è perché sanno che «tali articoli fanno vendere le riviste». Kamei sostiene che i reportage sul gruppo buddista hanno un fascino speciale per il bacino d’utenza dei tabloid.
Secondo lui l’aspetto chiave del successo del tabloid è la sua capacità di fornire ai lettori un «falso senso di superiorità». Per questo motivo, egli dice, la rivista si concentra intensamente e negativamente sulle minoranze giapponesi, ad esempio i coreani, gli altri residenti stranieri, le donne, i poveri, le organizzazioni per i diritti umani e le minoranze religiose, inclusa la Soka Gakkai.
Secondo Kamei, i lettori dello Shukan Shincho ricevono una speciale gratificazione leggendo gli articoli che mettono i gruppi religiosi minoritari in cattiva luce: «La religione è abbastanza laicizzata qui in Giappone. Non c’è un influenza religiosa nella società al di fuori di cerimonie e cose del genere. La Soka Gakkai, tuttavia, è un’organizzazione fondata su principi buddisti. Si tratta di un grande gruppo con principi e preghiera, tanta preghiera. E l’attività della preghiera è molto strana per la mentalità del giapponese medio.Se è basata su uno spirito di intensa devozione, anche la preghiera cristiana e quella islamica, tendono ad essere derise dalla maggioranza della gente comune. Quindi in primo luogo noi giapponesi siamo un popolo laico. Ma c’è di più in realtà, temi puramente spirituali fanno sentire le persone a disagio e tendono a farci preoccupare. Dal tempo degli orrori e della sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, molti di noi sentono che avrebbero bisogno, pur non avendola, di un qualche tipo di fede. La Soka Gakkai quindi, con la sua intensa pratica buddista, causa in noi giapponesi l’angoscia che anche noi dovremmo avere fede in qualcosa. In questo paese la gente è profondamente preoccupata per quello che dovrebbe fare. Ma poi ecco che arriva una rivista come lo Shukan Shincho a dirci che la Soka Gakkai è solamente stupida, che i membri della Soka Gakkai sono stupidi, che sono pazzi. Questo tipo di scrittura fa sentire le persone molto più a loro agio. È un sollievo avere qualcuno che li tranquillizzi con slogan del genere. Dopo aver letto sullo Shukan Shincho titoli gridati e articoli scandalistici, i giapponesi non si preoccupano più di non avere fede in qualcosa. E, di nuovo, lo Shukan Shincho vende conforto e superiorità».
Kamei puntualizza che la sua interpretazione dell’approccio editoriale della rivista, non è né teorica né approssimativa, ma è basata sulla sua lunga carriera di scrittore e redattore: una posizione che gli imponeva di comprendere profondamente ciò che attraeva i suoi lettori. Se la sua visione è corretta, allora non è irragionevole relazionare i reportage negativi sulla Soka Gakkai dello Shukan Shincho con la copertura negativa degli ebrei da parte dei media nipponici. Nel caso dell’antisemitismo, le riviste settimanali sfruttano le paure e la confusione dei giapponesi verso una minoranza religiosa straniera. Nel caso della Soka Gakkai, lo Shukan Shincho sfrutta quelle stesse paure rivolte invece a una minoranza religiosa nazionale.
Il portavoce della Soka Gakkai Maeda – pur avendo una visione simile a quella di Kamei – alla domanda sugli articoli negativi pubblicati dallo Shukan Shincho contro la Soka Gakkai, ha risposto enfatizzato meno il concetto che i lettori della rivista non apprezzino la preghiera e la religione, mettendo invece in primo piano l’idea che il conflitto sia dovuto alla contrapposizione di due visioni diverse del mondo.
Secondo Maeda, coloro che acquistano regolarmente le riviste settimanali come lo Shukan Shincho probabilmente non apprezzano i sentimenti e gli ideali espressi dalla Soka Gakkai. Egli ha citato una famosa dichiarazione dello scomparso Juichi Saito, uno dei fondatori dello Shukan Shincho. Secondo la rivista settimanale Aera, Saito affermò che «ogni essere umano nella sua essenza è un incivile. Una volta che si è tolto i panni del proprio aspetto superficiale, rivela un interesse per il sesso, il denaro, le donne e la fama.
Anch’io sono estremamente incivile. Anche se per me è impossibile (avere rapporti fisici con le donne a causa della mia tarda età), io sono ancora un loro amante. Anch’io sono avido. Volevo scrivere di queste cose sullo Shukan Shincho ed ho ancora questo desiderio». Secondo Maeda, questo è il manifesto del tabloid: «Il Signor Saito ha costruito una politica editoriale su questa idea e l’ha distribuita nel formato della sua rivista settimanale. Il Signor Saito e chi acquista la sua filosofia, come i lettori di questo tipo di riviste, potrebbero avere difficoltà a relazionarsi con le motivazioni dei membri della Soka Gakkai, che lavorano duramente per promuovere il bene comune, con un senso positivo di autoidentità ».
Anche se non si è d’accordo con Kamei o Matsuda riguardo alle motivazione degli attacchi alla Gakkai e all’attrazione che questi articoli hanno sui lettori dello Shukan Shincho, è impossibile negare che la rivista attacchi regolarmente singole persone e gruppi minoritari. Anche se la Soka Gakkai si è affermata in diversi modi come parte legittima e rispettata della società giapponese, come ha evidenziato anche Walter Mondale, rimane comunque una minoranza e il suo leader per anni è stato un vero anticonformista.
Lo Shukan Shincho con l’inesorabile raffigurazione negativa della Gakkai e di Ikeda, aiuta a ridimensionarne l’influenza, avallando chiaramente la tendenza all’immobilismo dei giapponesi.
Il dott. Lawrence Carter, Rettore del Martin Luther King Jr. Chapel presso il Morehouse College di Atlanta e sacerdote della Chiesa Battista, ha lavorato con la SGI-USA e Daisaku Ikeda per molti anni. Il Morehouse College conferì una laurea honoris causa a Ikeda, e il rettore Carter inaugurò un premio annuale denominato “Premio costruttori di comunità: Gandhi, King e Ikeda”, e una mostra itinerante dal titolo “Gandhi, King, Ikeda: Costruttori di pace”.
Il premio è patrocinato congiuntamente dalla Martin Luther King Jr. Chapel di Morehouse College e dalla SGI-USA. Secondo Carter, che ebbe l’idea, il premio non vuole mettere a confronto i tre uomini ai quali è dedicato, ma esaltare coloro che attraverso le azioni per la pace hanno varcato i propri confini culturali e religiosi.
I premiati, ad oggi, sono il principe El Hassan Bin Talal di Giordania e presidente del Club di Roma, il dottor Michael Nobel, presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione Famiglia Nobel e del Progetto Nonviolenza, e Betty Williams, il premio Nobel per la Pace. Quando il Premio “Costruttori di comunità: Gandhi, King e Ikeda” diventò oggetto di critica sullo Shukan Shincho in un articolo del 2003, Carter scrisse una lunga lettera di protesta indirizzata alla rivista. In esso, egli afferma: «Diventare un personaggio “controverso” è il partner inevitabile della grandezza. Nessuno sfidante dell’ordine stabilito è esente da questa logica. Gandhi aveva i suoi detrattori, così come il dottor King. E il dottor Ikeda non fa eccezione.
La controversia nasce da una forte resistenza alle autorità, trincerate dietro il loro status di privilegiati speciali. Gli “insulti” sono le armi dei moralmente deboli. La “calunnia” è lo strumento di chi è privo di spiritualità. La controversia è l’attestato per il nobile lavoro di questi tre personaggi nelle loro rispettive società».
Carter indirizza l’attenzione sulla propensione dello Shukan Shincho e di altri tabloid giapponesi ad attaccare gli anticonformisti e gli innovatori. Lo Shukan Shincho senza dubbio pubblica le sue storie principalmente per vendere copie e, per realizzare questo scopo, diffama Daisaku Ikeda, una persona lodata dal rettore Carter e da molti altri come un grande innovatore.
Purtroppo, gli individui che sfidano apertamente coloro che sono al potere, sono gli obiettivi primari degli shukanshi.

Lo Shukan Shincho e i Nobuhira
Nel 2000, dopo che la Corte Suprema confermò la sentenza di rigetto della accuse dei Nobuhira, Eiichi Yamamoto, allora pensionato ed ex membro della redazione dello Yomiuri Shimbun e docente presso l’Università Gakushuin, scrisse un libro sul caso Nobuhira il cui titolo potrebbe essere tradotto: Il terrorismo dei media.
Nel corso della sua ricerca, Yamamoto, che è un membro praticante della Soka Gakkai, trovò diciassette registrazioni audio di conversazioni che si svolsero all’inizio del 1996 tra i coniugi Nobuhira e lo scrittore Mamoru Kadowaki inviato dello Shukan Shincho. Le conversazioni avvennero solo poche settimane prima dell’apparizione del “memoriale” di Nobuko Nobuhira sullo Shukan Shincho. In esse si possono ascoltare le ampie discussioni avvenute tra i presenti su ciò che il tabloid avrebbe potuto pubblicare sui Nobuhira.
Al tempo di quelle conversazioni, Kadowaki era coinvolto attivamente in una causa legale tra un membro della Soka Gakkai e lo Shukan Shincho. Il membro della Gakkai fece causa alla rivista per diffamazione, proprio sulla base del materiale di cui era autore lo stesso Kadowaki. In conclusione, la rivista fu costretta a pagare al querelante un milione e centomila yen giapponesi, l’equivalente di circa undicimila dollari. In quel periodo quella era la cifra media riconosciuta a chi vinceva una causa per diffamazione.
In quel periodo Junko Nobuhira aveva già perso la causa per il terreno nel cimitero e i Nobuhira insieme avevano perso tre delle otto cause riguardanti i prestiti monetari illegali.
Anche se le registrazioni delle conversazioni non costituiscono una prova inconfutabile come quella di una “pistola fumante” e non includono dichiarazioni inequivocabili che rivelavano chiaramente l’intenzione di pubblicare notizie false da parte di Kadowaki e dei Nobuhira, esse tuttavia contengono una serie di scambi verbali provocatori. Per esempio, Kadowaki spiega ripetutamente ai Nobuhira che le accuse di “molestie sessuali” non sarebbero state sufficienti a danneggiare seriamente la Soka Gakkai, ma che le accuse di stupro a tutti gli effetti sarebbero state necessarie: «Il giudice, e naturalmente le persone in generale, devono essere convinte. Io comprendo la sua rabbia signor Nobuhira. È per questo che sto ascoltando la sua storia, per capire fino a che punto sono arrivati i fatti, e come riuscire a realizzare il massimo risultato in un solo colpo».
Kadowaki asserisce che la molestia è «qualcosa di leggero, come un abbraccio, e quindi non va bene». Alla fine, Junko Nobuhira risponde alle sollecitazioni di Kadowaki e suggerisce alla moglie le accuse, chiedendole: «Che ne dici di uno stupro invece di un semplice tentato stupro?». Le registrazioni includono anche discussioni approfondite sul modo più efficace per tenere le conferenze stampa, sul tipo di causa legale (penale o civile), che avrebbe avuto maggior successo e sui piani per spartirsi le accuse con altri media e i rivali politici del Komeito.
Inoltre vi è registrata la voce di un avvocato chiamato per una consulenza assieme alle voci di alcuni responsabili laici della setta buddista Nichiren Shoshu, con cui la Soka Gakkai era stata precedentemente affiliata, ma da cui si era divisa alcuni anni prima, nel 1991. Secondo Yamamoto, quei nastri gli furono consegnati proprio da un membro anonimo della Nichiren Shoshu indignato da quell’intrigo.
Il 27 dicembre 2001, lo Shukan Shincho attaccò il libro di Yamamoto. Nel pezzo, la rivista affermava che anche i suoi impiegati avevano copia delle registrazioni. L’articolo non metteva in discussione l’accuratezza delle dichiarazioni contenute nelle registrazioni, incluso quelle qui citate, ma accusa Yamamoto di averle selezionate arbitrariamente.
La rivista sosteneva che nel suo libro Yamamoto omise volutamente i passaggi del nastro contenenti “segreti piccanti” che dimostravano che Nobuko Nobuhira era stata veramente violentata. Ma lo Shukan Shincho non rivelò mai la natura di quei “segreti”. Inutile dire che, se le registrazioni avessero sostenuto le sue affermazioni in modo sostanziale, sicuramente sarebbero state usate in tribunale, e la causa dei Nobuhira non sarebbe stata respinta con così tanta fermezza.
Quei nastri dimostrano che i Nobuhira, lo Shukan Shincho e la Nichiren Shoshu si coalizzarono per sviluppare le accuse e un piano d’azione per danneggiare Ikeda e la Soka Gakkai. Nel frattempo ognuno di loro portava avanti i suoi programmi indipendenti. In effetti, nella sua intervista per questo libro, Hiroshi Matsuda ha ammesso che i suoi impiegati avevano lavorato a stretto contatto con i Nobuhira: «Abbiamo trascorso circa tre settimane a studiare la testimonianza della signora Nobuhira.
All’epoca ero caporedattore. All’inizio la signora Nobuhira non voleva ammettere quello che le era successo, penso che lei era molto titubante perché era in presenza di suo marito e non voleva parlarne. Ma il nostro reporter lavorò per convincerla che era importante parlare, allora lei fu in grado di prendere la sua decisione in modo naturale».
Matsuda non vede alcun problema nella scelta del suo staff di diventare sostanzialmente parte integrante della storia, lavorando così intimamente con i Nobuhira per tre settimane allo sviluppo delle loro accuse e della causa legale. Nel discutere con lui della copertura giornalistica del caso sulla rivista, Matsuda, che è stato con lo Shukan Shincho per più di 35 anni, ha evocato più volte la parola d’ordine del vecchio shukanshi: scrittura narrativa e giornalismo.
Egli ha spiegato che gli shukanshi rappresentano una particolare fonte di notizie: «un modello davvero unico al mondo. Molto diverso dai settimanali di qualsiasi altro paese. Quindi, questo tipo di pubblicazione giapponese deve essere considerata in questo modo. La gente ha bisogno di capire chiaramente la propria unicità».
Matsuda dice che, mentre i giornalisti degli altri shukanshi fanno attenzione a scrivere i propri articoli nel modo più accurato possibile per evitare le cause legali, il loro pubblico di lettori si aspetta invece degli articoli in una forma narrativa con l’aggiunta di una “espressione emotiva”: «Se ci pensate – afferma – qualunque cosa facciamo si basa sul sentito dire, va bene? Voglio dire, noi raccogliamo le impressioni da quante più persone possibile, quindi se al momento quelle persone danno le loro impressioni ed esagerano, c’è sempre la possibilità che le esagerazioni sfocino nei contenuti. Siamo in un mondo, però, dove dobbiamo essere molto attenti alla violazione della privacy della gente e, in particolare, al rischio di diffamazione.
Quindi, quello che cerchiamo di fare è eliminare il più possibile questo rischio. Del resto, ci troviamo in un settore in cui dobbiamo vendere queste riviste. Così penso che sia onesto dire che i titoli dei giornali presentino delle lievi esagerazioni. Senza queste esagerazioni è come se fossimo morti. Sarebbe un giornalismo morto. Non ci sarebbe più niente di eccitante a riguardo. Per essere vivo e vegeto, si sa, bisogna fare appello alle emozioni del lettore.
Bisogna catturare l’attenzione del lettore e dirgli: “Hey! questo è interessante”. Tutto ciò noi lo definiamo lo strumento metaforico. Ma è molto difficile per la gente capire cosa stiamo cercando di fare».
Secondo Matsuda, la sentenza della Corte nella causa Nobuhira non aveva a che fare con la copertura giornalistica dello Shukan Shincho: «La cosa si riduce al fatto che noi ascoltiamo quello che le persone hanno da dirci, e poi lo scriviamo. Voglio dire che, in questo senso, i fatti non sono necessariamente allineati coerentemente l’uno con con l’altro. C’è sempre un margine d’errore. Ora, la verità è una questione del tutto separata. Così quando siamo citati in giudizio, ci accertiamo costantemente che il nostro punto di vista arrivi al destinatario e ciò che stiamo cercando di fare è di presentare la verità. Quindi, quando si parla di stupro della signora Nobuhira da parte di Daisaku Ikeda, bisogna ricordarsi prima di tutto che era trascorso molto tempo. Un lasso di tempo significativo. Quindi, potete immaginare che la memoria della signora Nobuhira potrebbe averla ingannata e che le cose siano diverse. Quello che sto cercando di dire è che noi abbiamo dovuto discernere la verità da ciò che Nobuko aveva da dirci. Questo era l’importante, non sono i dettagli oppure la perdita della causa legale a ridimensionare i meriti tecnici».
La spiegazione offerta da Matsuda, che sia lui sia i suoi redattori hanno dovuto “discernere la verità”, differisce da quella della Corte. Come abbiamo già menzionato, in Giappone vi è una lunga tradizione per cui la “verità sociale” spesso prende il sopravvento sui fatti e, mentre questa tradizione non influenza affatto tutto il settore mediatico, gioca un ruolo importante nei reportage degli shukanshi e ha gravi ripercussioni su tutta l’industria.
Questo atteggiamento culturale può anche dare una patina di rispettabilità a Kazuyoshi Hanada, l’ex direttore delle riviste Shukan Bunshun e Marco Polo , quando afferma che dovrebbe essere accettabile il dibattito pubblico sul tema se i nazisti hanno perpetrato o meno l’Olocausto. Hanada dice questo, anche dopo aver riconosciuto il vasto ammontare di prove documentali che dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio la realtà di quel massacro orrendo.
Per Hanada, il fatto che alcuni individui neghino l’Olocausto è sufficiente per produrre un dibattito pubblico serio sul tema. E così ci sono anche quelli che, contro ogni logica, definiscono finzione il genocidio degli ebrei in Europa. In Giappone si è fatta avanti una sfilata di voci cosiddette esperte che sostengono che il famoso Massacro di Nanchino non sia mai avvenuto. Di conseguenza, il dibattito pubblico è molto attivo, ancora una volta, nonostante una montagna di prove inconfutabili provino il contrario.
In Giappone l’enfasi sulla “verità sociale” è a scapito della logica, della scienza, e dei dati storici. Il Giappone è il paese dove i giornalisti e i redattori dei giornali spesso si sentono completamente liberi di riportare affermazioni di fonti discutibili (come quelle dei Nobuhira) senza verificarne la veridicità, spesso anche davanti ad evidenti contraddizioni.
Così come spiegava Matsuda in precedenza, anche se le affermazioni di Nobuko Nobuhira non erano sostenute da prove e in contraddizione con la veridicità dei fatti, così come provato in tribunale (ad esempio, la sua pretesa di essere stata aggredita in un edificio che non esisteva a quel tempo), quel che conta di più per lo Shukan Shincho è “discernere la verità” in ciò che Nobuko dice. In altre parole, secondo Matsuda, la “verità sociale” di quello che lui e il suo staff avevano percepito erano più importanti delle prove concrete e della logica.
In realtà, sembra molto probabile che, nelle accuse dei Nobuhira, Matsuda e i suoi collaboratori non discernessero nulla della verità in quanto tale, né sociale, né di ogni altro genere. Così come dimostrato dalle registrazioni audio, lo Shukan Shincho o ha aiutato i Nobuhira a orchestrare le accuse, oppure ha come minimo incoraggiato la coppia a inventarle e renderle pubbliche.
La motivazione offerta da Matsuda per giustificare gli articoli diffamatori della sua rivista, affermando che “discerneva la verità” nelle accuse dei Nobuhira, nonostante fossero così evidenti le prova contrarie, e un chiaro esempio della mentalità dei tabloid. Il punto di vista di un ex-redattore tra i più influenti nel suo settore, mostra il cuore dei reportage delle riviste giapponesi.
Dimostra come gli shukanshi continuamente subordinino l’accuratezza delle notizie alla necessità assoluta di far emergere del materiale scandalistico. Anche se la stessa cosa succede, a vari livelli, sui tabloid di tutto il mondo, in Giappone si tratta di un problema ancora più specifico. La filosofia giornalistica della narrazione letteraria fornisce ai redattori e ai cronisti un potente strumento retorico che, quando viene sommato allo slogan “il pubblico ha il diritto di sapere”, può giustificare la scrittura e la pubblicazione di qualsiasi cosa.

La risposta più ampia del sistema
Il ruolo dello Shukan Shincho nelle false accuse dei Nobuhira non è stato uno “sparo nel buio”. Diverse altre pubblicazioni e individui hanno sfruttato le false accuse a propri fini.
Come abbiamo visto, la Soka Gakkai, per la sua natura, può essere percepita, in diversi modi, come una minaccia ai detentori del potere giapponese. A livello di base, il semplice fatto che essa costituisca un gruppo minoritario distinto in una nazione orgogliosa della propria omogeneità fisica e culturale, è già di per sé problematico.
E, come ci ha fatto notare Jun Kamei, l’intensa spiritualità della Soka Gakkai potrebbe aumentare il disagio provato dalla maggioranza laica dei giapponesi. Forse la cosa più importante è il sostegno che questo gruppo religioso offre ad un partito che ha costantemente guadagnato potere e influenza politica negli ultimi quaranta e più anni.
Il Partito Komei ha avuto un ruolo importante negli eventi politici degli anni novanta in Giappone: ha rappresentato la prima vera minaccia portata al sistema e al modo in cui questo ha operato per decenni. Il Partito Liberal Democratico, dalla sua fondazione nel 1955, ha dominato la scena politica giapponese. Era così forte che molti osservatori cominciarono a descrivere il Giappone come uno stato con un partito unico.
Quando la coalizione di Morihiro Hosokawa, senza il PLD, prese il controllo del governo nel 1993-94, fu uno straordinario avvenimento storico nella politica giapponese del dopoguerra. Durante questo breve periodo, il Komeito giocò un ruolo importante nella coalizione. E, anche se il PLD riprese il potere nel 1994, le elezioni che si svolsero nel corso degli anni successivi sono state controverse, per non dire altro.
È in questo contesto politico che le accuse dei Nobuhira sono state pubblicate sullo Shukan Shincho. Daisaku Ikeda è stato strettamente identificato con il Partito Komei in tutta la sua storia, come fondatore del partito e come leader dell’organizzazione che fornisce la maggior parte della sua base elettorale. Un grave scandalo che lo avesse coinvolto direttamente aveva il potenziale per creare guai seri al Komeito. Fu chiaro sin da subito che molti rivali del partito erano pronti a sfruttare una tale opportunità.
Le memorie false di Nobuko Nobuhira apparvero per la prima volta sullo Shukan Shincho del 22 Febbraio, che fu distribuito dal 15 Febbraio 1996. È interessante notare che il 19 Febbraio, solo quattro giorni dopo, il politico Takashi Fukaya, del PLD, chiese ufficialmente, alla riunione di Bilancio dei Direttori del Comitato Parlamentare, la convocazione di Daisaku Ikeda alla Dieta, il Parlamento giapponese, per testimoniare sul contenuto dell’articolo.
Le convocazioni parlamentari sono una prassi normale, vengono usate nella maggior parte dei casi per umiliare i convocati. Fukaya sincronizzò bene la sua richiesta per farla coincidere con la trasmissione televisiva dei dibattimenti della Dieta, una mossa che inflisse un duro colpo al partito Komei donando allo Shukan Shincho una grande pubblicità.
Un mese più tardi, nel mese di aprile, Katsuhiko Shirakawa, un altro politico del PLD, cercò di far convocare Ikeda in Parlamento per la stessa ragione. E il mese seguente, ancora un altro deputato del PLD ripresentò la stessa richiesta. Anche se tutti e tre i tentativi furono ostacolati e Ikeda non dovette mai comparire, questi diedero legittimità agli attacchi dei Nobuhira e contribuirono in modo significativo alla diffusione delle calunnie.
E questo non è tutto. Iiyu Shimpo, l’organo di stampa del Partito Liberal Democratico in quel periodo, e Akahata, organo ufficiale del Partito Comunista giapponese, pubblicarono articoli sensazionalistici in materia. Inoltre, opuscoli con le “memorie” furono stampati e distribuiti in tutto il paese sia dal PLD sia dalla Nichiren Shoshu come parte della campagna elettorale anti-Komeito. La rivista della Nichiren Shoshu Emyo pubblicizzò e sostenne le false accuse di Nobuko Nobuhira. I vari gruppi rivali si avvicinarono come gli squali che circondano una facile preda.
Dalla valanga di quasi tre dozzine di articoli dello Shukan Shincho e della relativa pubblicità per promuovere ciascuno degli articoli, dagli opuscoli elettorali, dalle citazioni dei deputati del PLD, dagli articoli apparsi sul Iiyu Shimpo, Akahata e Emyo, così come da articoli minori apparsi sulla stampa nazionale, possiamo dire con certezza che il pubblico giapponese fu accuratamente informato che una donna sosteneva di essere stata violentata da Daisaku Ikeda. Inoltre, quasi tutti questi reportage, presentarono le accuse come vere o con grande probabilità che queste fossero vere, esattamente il contrario di ciò che fu provato in seguito.
Tutto ciò continuò fino al 1998. Fino a che un procedimento del tribunale iniziò a fare chiarezza in materia, aprendo gli occhi anche a un osservatore superficiale dei fatti, affermando che le accuse dei Nobuhira erano palesemente false e orchestrate senza tanti scrupoli. Quell’anno, il PLD rivolse due distinte scuse alla Soka Gakkai per il ruolo ricoperto dal partito nello sfruttamento dello scandalo, e per il ruolo dell’allora primo ministro Ryutaro Hashimoto. Purtroppo, come spesso accade in questi casi, entrambe le scuse furono largamente ignorate dalla stampa giapponese. C’è da aggiungere che le altre pubblicazioni, come lo Shukan Shincho, Akahata e Emyo, non seguirono l’esempio del PLD e, ancora oggi, non hanno mai chiesto scusa.

La copertura giornalistica nazionale alle accuse dei Nobuhira
Anche se i principali quotidiani e le emittenti televisive giapponesi si limitarono a menzionare le accuse di Nobuko Nobuhira con brevi pezzi, o evitarono ogni commento, non furono esenti dalla grave colpa di complicità nello scandalo.
Il 23 febbraio 1996, i Nobuhira tennero la loro prima conferenza stampa sulle memorie pubblicate dallo Shukan Shincho. Pochi mesi dopo, il 24 giugno, la coppia convocò una seconda conferenza stampa, questa volta presso il Circolo della Stampa Estera del Giappone, per pubblicizzare la denuncia civile contro Ikeda presso la Corte Distrettuale di Tokyo.
Mentre la prima conferenza stampa registrò una scarsa partecipazione (perché si trattava solo della pubblicazione delle accuse), alla seconda conferenza stampa erano presenti molte grandi stazioni televisive commerciali, tra cui Asia News, l’Asahi News e NEWS 23 della TBS, che coprirono la notizia fin dall’inizio della causa legale. Tra le emittenti presenti, solo la Televisione statale Nihon Hoso Kyokai (parte della NHK, Japan Broadcasting Corporation) non mise in onda il servizio sulla conferenza stampa.
Anche se lo Yomiuri Shimbun e l’Asahi Shimbun non pubblicarono la notizia, il contenuto della conferenza stampa fu riportato in trafiletti sulle ultime pagine di molti giornali giapponesi. Il giornale in lingua inglese Japan Times, per esempio, pubblicò un trafiletto che semplicemente riferiva la natura delle affermazioni di Nobuko Nobuhira e dava notizia della conferenza stampa presso la sede del Circolo della Stampa Estera.
A prima vista questo tipo di reportage non sembra irragionevole o inappropriato. Però, ad uno sguardo più attento, si evidenzia quanto possa essere spaventosamente pericoloso, non solo per coloro che sono stati malamente rappresentati – Ikeda, in questo caso – ma anche per il grande pubblico, che è gravemente fuorviato da questo tipo di giornalismo così scadente.
Anche se la maggior parte degli articoli erano brevi e riportavano i fatti, nessuno di questi ha collegato le accuse della coppia alla serie di cause legali ancora in corso, o messo in discussione la legittimità delle loro dichiarazioni. Data la moltitudine di ragioni che hanno mosso il giudice a respingere le accuse dei Nobuhira, qualsiasi diligente giornalista avrebbe avuto seri dubbi nel ripetere quelle accuse sia sulla carta stampata sia via etere.
Anche questa volta la stampa istituzionale giapponese non è stata all’altezza della situazione. Nessun articolo pubblicato sui giornali più importanti, in televisione o alla radio, mise in dubbio, interrogò, oppure contestualizzò accuratamente le affermazioni che la coppia fece in quella conferenza stampa.
La colpevolezza non si arresta ai semplici peccati di omissione oppure ai titoli diffamatori dello Shukan Shincho apparsi ogni settimana nelle pubblicità della rivista sulle pagine dei principali quotidiani. È comprensibile che i giornalisti delle grandi testate di qualsiasi paese ignorino le accuse scandalistiche che appaiono sulle riviste sensazionalistiche.
Quante volte, per esempio, il New York Times o il Times in Gran Bretagna si prendono la briga di rifiutare un articolo scandalistico apparso sui tabloid meno prestigiosi? Ovviamente ciò accade di rado. Però i tabloid occidentali non acquistano regolarmente spazi pubblicitari sulle testate principali, per sbandierare i loro titoli. Nel caso Nobuhira però, i giornalisti hanno ignorato quelle palesi montature anche se venivano pubblicate indirettamente sulle pagine dei loro giornali attraverso le inserzioni pubblicitarie.
Inoltre, le accuse non riguardavano solamente le vicende amorose di qualche celebrità o di un politico poco conosciuto, ma ledevano esplicitamente l’immagine di una delle persone più famose e influenti del paese degli ultimi decenni. Data la gravità delle accuse e la statura del personaggio in questione, il fatto che gli articoli siano apparsi dappertutto, e il modo in cui PLD e il Partito Comunista abbiano cavalcato quella situazione (anche sul terreno parlamentare), ci si aspettava che almeno un giornalista giapponese indagasse in modo significativo sull’autenticità delle accuse, per difenderle oppure per confutarle.

Ma ancora una volta ha regnato il silenzio
Anche quando nel 2000 la Corte Suprema ha confermato la sentenza di rigetto delle accuse dei Nobuhira della Corte Distrettuale, “come un abuso del diritto di citare in giudizio”, la notizia ebbe una scarsa attenzione dalla stampa nazionale. Mentre le false accuse inizialmente ebbero una eco in tutto il paese, la sentenza finale fu a malapena notata.
Hajime Kitamura, ex caporedattore del Sunday Mainichi ed ex capo della federazione dei sindacati dei lavoratori della stampa giapponese, attualmente capo delle relazioni pubbliche del Mainichi Shimbun, ha riassunto così la situazione: «La Soka Gakkai è una grande e potente organizzazione religiosa in Giappone. Quindi, se un settimanale scrive un articolo critico su di lei, venderà di sicuro. Questi articoli per i tabloid sono dei “gustosi bocconcini”. Inoltre, all’interno delle strutture tradizionali del potere politico, è da tempo che esiste un forte opinione anti Komeito. Pe questo, da un punto di vista oggettivo, è facile vedere come alcune forze politiche abbiano lavorato duramente per screditare la Soka Gakkai, che sostiene quel partito. Ci sono stati tantissimi articoli contrari. (…) Ma dal momento la Gakkai è un’organizzazione molto potente, ci sono naturalmente un gran numero di persone a cui questa cosa non piace, e ovviamente, acquistano quelle pubblicazioni provando gusto a leggerle. Tuttavia, coloro che lavorano nel nostro settore è necessario che riflettano su alcuni fatti che sono stati pubblicati negli ultimi anni. Alcuni casi giudiziari hanno fatto il loro corso, e le conclusioni sono inevitabili. È diventato molto chiaro che alcune coperture giornalistiche negative sulla Soka Gakkai sono state a dir poco eccessive. Alcune di esse sono state completamente errate e i fatti lo confermano. Abbiamo davvero bisogno di riflettere».
Le ultime impressioni
Questo caso dimostra come una rivista tipo lo Shukan Shincho possa montare rapidamente uno scandalo e influenzare l’opinione pubblica giapponese in un modo critico e profondo.
Una parte importante del pubblico ricorda ancora le accuse contro Ikeda da parte dei Nobuhira e crede ancora che queste siano vere. Solo una piccolissima parte del pubblico sembra essere a conoscenza delle sentenze dei tribunali e che le accuse sono state fabbricate e pubblicate per ragioni eticamente scorrette.
Le accuse dei Nobuhira continuano concora oggi a danneggiare la reputazione della Soka Gakkai, del Partito Komei e di Daisaku Ikeda. Nel novembre del 2003, per esempio, una testata internazionale come il Financial Times che gode di una reputazione di grande affidabilità, ha riportato il caso senza alcuna ragionevole spiegazione o contestualizzazione.
L’edizione giapponese in lingua inglese del giornale ha incluso anche un articolo intitolato «In Giappone il PLD ripone fede nel partner religioso New Komeito. Un partito sostenuto dai buddisti, diventato elemento chiave nella strategia per la rielezione della coalizione».
Nell’articolo, il giornalista Michiyo Nakamoto mette in discussione la sostenibilità a lungo termine della coalizione. Sottolineando che, nelle recenti elezioni, il Komeito ha giocato un ruolo chiave nel mantenere la coalizione al potere. Egli nota che i sostenitori del PLD «sembravano non preoccupati dalle accuse dei media nei confronti di Daisaku Ikeda, leader spirituale della Soka Gakkai, per le molestie sessuali, e addirittura di stupro».
Purtroppo, l’elite dei lettori dei giornali internazionali, probabilmente avranno pensato che ci deve essere stata qualche sostanza dietro quelle “accuse dei media” di violenza sessuale e stupro contro Ikeda: dopo tutto si fa riferimento a un articolo di cronaca politica di un giornale serio e rispettabile come il Financial Times.
Non viene assolutamente menzionato nell’articolo che nessun altra donna, oltre la Nobuhira, ha mai rivolto accuse di abusi sessuali contro Ikeda o che le sue cause sono state respinte dai giudici giapponesi per essere “gravemente carenti di fondamento” al punto da costituire un “abuso del diritto di citare in giudizio”. Né vi è alcun riferimento alla reputazione inaffidabile del “media” che ha avviato la copertura giornalistica di tali accuse, responsabile per la maggior parte degli articoli: il famigerato shukanshi giapponese. Questo esempio mette in evidenza l’influenza, spesso sottovalutata, dei tabloid non solo in Giappone, ma in tutto il mondo. In questo caso, lo Shukan Shincho è stato in grado di sfruttare la fabbricazione delle accuse senza avere alcun timore di eventuali gravi ripercussioni legali – al punto che più di sei anni e mezzo dopo il suo primo articolo e più di due anni dopo essere state giudicate dalla Corte Suprema come false – sono tuttora, e senza alcuna attendibilità, pubblicate su un potente giornale occidentale.
Tutto questo solleva anche la questione di quanto sia semplice ed efficace poter seminare intenzionalmente simili storie sui mezzi di informazione giapponesi, come del resto, lo si potrebbe fare facilmente, provocando scandali simili, anche in altre nazioni democratiche moderne. Del resto, le false accuse dei Nobuhira sono ancora pubblicate correntemente su internet come fatti realmente accaduti, sia in giapponese, sia in inglese, sia in altre lingue. Quest’ultimo è un altro esempio di ciò che L. Lin Wood (l’avvocato di Richard Jewell), ha descritto come “le urla dei colpevoli e il sussurro degli innocenti”.
Lo studio del caso Nobuhira dovrebbe sollevare un grave allarme circa l’accuratezza delle informazioni che provengono dal Giappone. Non è certo l’unico caso di una persona o di un gruppo ingiustamente perseguitato dai media giapponesi.
Dato che le leggi sulla diffamazione in Giappone sono straordinariamente deboli e i mezzi d’informazione sono particolarmente preparati per tali abusi, basta avere una stampa altamente commercializzata, una debole cultura etico-giornalistica, un sistema giuridico che penda pesantemente verso le grandi corporazioni che controllano i media, dei professionisti della comunicazione senza scrupoli, un gruppo o una persona con un’ascia in mano, e una maggioranza compiacente che si disinteressa, che non vuole, o che non è capace di sfidare tali abusi, perché succedano casi come quello di Nobuhira. Ma, certamente, tutto questo potrebbe verificarsi anche in altre democrazie liberali.

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