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Il dialogo spegne le fiamme dell’odio

Non voglio giocattoli o cioccolata.
Tutto ciò che voglio è pace e libertà.
Popoli d’Europa, popoli di tutto il mondo,
per favore trovate nei vostri cuori
l’umanità di porre fine a questa guerra!

Una bambina dell’ex Jugoslavia

Il 7 febbraio 1992, insieme a Veena Sikri, direttrice generale del Consiglio Indiano per le Relazioni Culturali (ICCR), ho visitato Raj Ghat, il luogo in cui fu cremato il grande Mahatma Gandhi (1869-1948): un santuario della nonviolenza, spazioso e ben tenuto.
Si udiva un uccello cantare e nella vicina foresta gli scoiattoli si rincorrevano fra i rami. Ho offerto fiori al mausoleo di Gandhi, una piattaforma di marmo nero e, inchinandomi, ho pensato alla sua acuta intelligenza.
Alla sua battaglia impavida per estinguere le fiamme dell’odio con l’acqua pura dell’amore per l’umanità. E a quanto fosse stato solo in quell’impresa.
Dalla parte dell’umanità

«Gandhi ci dice di non fare rappresaglie contro i musulmani! Sta forse dalla loro parte? Non posso perdonarli. Hanno ucciso la mia famiglia e mio figlio aveva solo cinque anni…». «Ci sta dicendo di tollerare gli attacchi degli indù? Non sa quanto stanno sopportando i musulmani e da quanto tempo? Beh, dopotutto anche Gandhi è un indù».
L’anziano saggio era accorso immediatamente nelle regioni in cui i seguaci dell’Induismo e dell’Islamismo stavano sprofondando in un circolo vizioso di sanguinosi conflitti, per esortarli a smetterla di uccidersi l’un l’altro. Ma essi, pazzi d’odio, non lo ascoltarono, gli dissero di andarsene e di farla finita con il suo buonismo ipocrita.
Volevano sapere da che parte stava.
Ma Gandhi non stava da nessuna parte, e allo stesso tempo stava da entrambe le parti. Tutti gli individui sono fratelli e sorelle, come si può star fermi a guardare mentre si uccidono a vicenda? Gandhi era disposto a farsi tagliare in due, se era questo che la gente voleva, ma non avrebbe mai permesso che l’India fosse tagliata in due.
Gandhi riteneva che dall’odio reciproco non potesse uscire nulla di buono e ricambiare l’odio con l’odio non avrebbe prodotto altro che un odio ancor più profondamente radicato e diffuso. Gandhi rivolse un accorato appello affinché le persone ascoltassero la ragione, ma il fuoco della discordia divampava e alla fine fu messo in minoranza da coloro che avevano alimentato quel fuoco.
Il fuoco non si può spegnere col fuoco
Dieci giorni prima del suo assassinio, il 20 gennaio 1948, durante una manifestazione fu lanciata contro Gandhi una bomba di fabbricazione artigianale. L’atto terrorista non ebbe successo e il colpevole, un giovane indù, venne arrestato. Il giorno successivo numerosi sikh si recarono in visita da Gandhi per assicurargli che il giovane non apparteneva alla loro religione. Ma Gandhi li rimproverò dicendo che non gli importava niente che l’assalitore fosse sikh, indù o musulmano.
Chiunque fosse, non gli augurava altro che bene e proseguì spiegando che, senza dubbio, gli avevano insegnato che Gandhi era un nemico della causa indù e avevano piantato il seme dell’odio nel suo cuore. Il giovane aveva creduto a ciò che gli avevano spiegato ed era così disperato e privo di speranza da aver pensato di non avere altra scelta che assassinarlo. Gandhi affermò di provare soltanto pietà per quel ragazzo e chiese al capo della polizia, fuori di sé dalla rabbia, di non infierire sul suo assalitore ma di fare uno sforzo per convertirlo al corretto modo di pensare e di agire. Gandhi si comportava sempre così.
Nessuno aborriva la violenza più di lui e, meglio di chiunque altro, sapeva che solo la nonviolenza avrebbe potuto liberare il mondo dalla violenza. Il fuoco viene spento dall’acqua e l’odio può essere sconfitto soltanto dall’amore e dalla compassione. Alcuni criticarono Gandhi per il suo atteggiamento morbido nei confronti del terrorismo e altri si presero gioco delle sue convinzioni, definendole sentimentali e irrealistiche. Gandhi era solo. Molti riverivano il suo nome ma ben pochi condividevano davvero le sue idee.
Per lui nonviolenza era un cuore traboccante d’amore per tutta l’umanità, un modo di vivere che lo permeava sino al midollo. Egli non avrebbe potuto vivere diversamente nemmeno un istante, ma per molti dei suoi seguaci la nonviolenza era una strategia politica, una tattica per conquistare l’indipendenza dell’India dalla Gran Bretagna. Gandhi era solo.
Più la sua fede religiosa si approfondiva, più forte diventava il suo amore per l’umanità rendendogli impossibile dissociarsi dall’attività politica che plasmava la realtà della vita delle persone. I suoi numerosi incontri con varie realtà politiche servivano solo a convincerlo sempre più della vitale importanza dell’amore per l’umanità.
Tuttavia il suo impegno politico lo mise nella posizione di essere denunciato contemporaneamente dai religiosi che lo accusavano di nutrire ambizioni politiche personali e dai politici che lo ritenevano ignorante della realtà politica. Egli percorreva la Via di mezzo, il sentiero supremo dell’umanità e per questo le sue convinzioni e le sue azioni apparivano unilaterali a chi si collocava a uno dei due estremi.
Porre fine al terrorismo
Gli attacchi terroristici dell’11 settembre contro gli Stati Uniti sono stati di un’atrocità inaudita. Tra le vittime c’erano anche nostri compagni e amici della Sgi. «Un massacro così efferato non deve accadere mai più»: questa è stata la reazione generale. Per quanto ancora l’umanità continuerà con una simile barbarie? Che crimine avevano commesso le persone innocenti che sono state uccise? Per quante ragioni i terroristi possano addurre per il loro atto, chi potrebbe mai simpatizzare con loro, chi potrebbe mai accettare le loro argomentazioni? Anche se, come è stato riferito, essi credevano di agire sulla base della propria fede religiosa, il loro atto non merita l’appellativo di “martirio”. Martirio significa dare la propria vita, non togliere la vita agli altri. Il martirio è un sacrificio di se stessi per salvare gli altri, per l’altrui felicità; chi uccide altre persone non sta operando altro che distruzione.
È tempo che tutta l’umanità si coalizzi per porre fine al terrorismo. Il problema è come riuscirci. Certamente non con azioni di rappresaglia militare, perché non farebbero che suscitare ulteriore odio, come gettare benzina sul fuoco, portando la situazione a precipitare in una conflagrazione che distruggerebbe tutto il globo.
Un forte e diffuso sentimento antistatunitense nel mondo arabo costituisce lo sfondo di questo terrorismo e dunque la rappresaglia militare da parte degli Stati Uniti equivarrebbe a gettare un fiammifero acceso in una stanza satura di gas. E se anche, per ipotesi, il “nemico” immediato fosse messo sotto controllo, si tratterebbe di vera pace?
L’odio a lungo accumulato non farebbe che rintanarsi ancor più profondamente sottoterra in attesa del momento in cui potrebbe nuovamente riesplodere nel mondo. Un risultato del genere non farebbe che accrescere la sensazione di angoscia e di disagio dell’intero globo. Il momento attuale mi ricorda l’elementare saggezza della fiaba di Esopo Il Vento del Nord e il Sole.
Il Vento del Nord cercava di far sì che un viaggiatore si togliesse il cappotto assalendolo con gelide folate, ma più il vento infuriava più il viaggiatore si stringeva addosso il cappotto. La pace basata sulla repressione forzata della voce e delle esigenze delle altre nazioni è una pace morta, la pace della tomba e certamente non è la pace che l’umanità sta cercando. Le azioni militari mietono invariabilmente vittime anche fra i civili innocenti. Nel gergo militare questo evento viene definito con il termine, freddo e inumano, di “danno collaterale”.
Il popolo afghano è già ridotto in condizioni disperate a causa del protrarsi della guerra civile e della siccità. La Fao ha avvisato che gli attacchi militari a scopo di rappresaglia aggraveranno la penuria alimentare, facendo sì che un quarto della popolazione, cioè circa sei milioni di persone, rischi di morire di fame. Nessuno ha il diritto di infliggere simili sofferenze ad altri.
Questa non si può definire “giustizia” e neppure essere liquidata come “danno collaterale”.
La lettera di Tolstoj a Gandhi
Ricordo un commovente episodio che lo scrittore russo Lev Tolstoj narra in una lettera scritta due mesi prima di morire. La lettera, del 7 settembre 1910, era indirizzata al Mahatma Gandhi. In una scuola femminile di Mosca era in corso un esame che aveva come materia la religione. Un vescovo interrogava le ragazze una per una sui Dieci Comandamenti.
Quando giunse al comandamento “Non ammazzare” il vescovo chiese: «Dio proibisce di ammazzare in qualsi-asi circostanza?». E tutte le ragazze risposero come era stato loro insegnato: «No, non in tutte le circostanze. Si può uccidere in guerra o per punire secondo la legge». «Brave, esatto!» – disse il vescovo. Ma una delle ragazze, col viso rosso per l’indignazione, replicò: «Uccidere è sbagliato in qualsiasi circostanza!».
Il vescovo, turbato, fece ricorso a tutta la sua abilità retorica per convincere la ragazza che vi erano delle eccezioni al comandamento che proibiva di uccidere, senza ottenere risultato. «No – replicò la ragazza risolutamente – uccidere è un peccato in qualsiasi circostanza. Così si afferma nell’Antico Testamento. Inoltre Gesù non solo proibì di uccidere, ma insegnò anche a non fare del male al proprio prossimo».
Davanti alla ragazza che affermava la verità, l’autorità e l’abilità verbale del vescovo risultarono totalmente inutili. Alla fine, scrive con orgoglio Tolstoj, egli non poté far altro che tacere e la ragazza risultò vittoriosa. In piena lotta per l’indipendenza dell’India dal dominio britannico anche Gandhi dichiarò che un onesto seguace del vero spirito cristiano non avrebbe mai colonizzato la terra di un altro popolo né avrebbe mosso guerra ad altri.
Lezioni del ventesimo secolo
Amplifichiamo le parole di quella ragazza coraggiosa: «Uccidere è sbagliato, anche in guerra!» e trasmettiamole in tutto il mondo: «Uccidere è sbagliato!». Il ventesimo è stato un secolo di guerra. Centinaia di milioni di persone sono morte in battaglia.
Cos’ha imparato l’umanità da quella tragedia? In questo nuovo secolo, il ventunesimo, il principio che l’uccisione non è accettabile o giustificata in alcuna circostanza deve diventare l’assunto morale fondamentale dell’umanità.
Se non riusciamo a diffondere ampiamente e impiantare profondamente in ogni persona il principio che la violenza non è mai giustificata come mezzo per sostenere le proprie convinzioni, l’umanità non avrà imparato niente dalla lezione del ventesimo secolo.
La vera battaglia del ventunesimo secolo non sarà tra le civiltà o tra le religioni, ma piuttosto tra violenza e nonviolenza. Tra barbarie e civiltà nel senso più autentico della parola.
L’umanità ad un bivio
Più di mezzo secolo fa, Gandhi denunciò apertamente la violenza incessante che devastava la sua epoca. Ciò che ci distingue dalle bestie, disse, è il nostro continuo sforzo di migliorarci moralmente. Egli dichiarò che l’umanità si trovava a un bivio e doveva scegliere tra la violenza, cioè la legge della giungla o la nonviolenza, cioè la legge dell’umanità.
In effetti il mondo si trova davanti un’opportunità senza precedenti. Abbiamo l’occasione di aprire una nuova pagina nella storia umana. È proprio il momento giusto per pronunciare la seguente dichiarazione:
Noi consideriamo i recenti attacchi terroristici negli Stati Uniti come una sfida alla legge dell’umanità. Di conseguenza, ci rifiutiamo di seguire la legge della giungla sulla quale quegli attacchi erano basati.
Dichiariamo la nostra determinazione a trovare una soluzione, non con mezzi militari ma dando avvio a un esteso dialogo con il mondo arabo. Invece di gettare benzina sulle fiamme dell’odio, scegliamo di sommergere quelle fiamme con un grande flusso di dialogo che arricchirà e recherà beneficio a tutta l’umanità. Questa terribile tragedia ha avuto luogo nel primo anno del ventunesimo secolo; ricorderemo quel triste evento facendo del 2001 il primo anno di una nuova era di dialogo con il mondo arabo.
Questa è la migliore e l’unica scelta per garantire che simili orrori non si ripetano mai più e riteniamo che questo sia il modo più adeguato per onorare la memoria di tutti coloro che hanno perso la vita negli attacchi.

Una simile dichiarazione, se messa in atto, incontrerebbe sicuramente l’approvazione incondizionata degli storici futuri. Un grande male è sempre seguito da un grande bene. Ma il grande bene non viene da sé. Occorre sempre coraggio per realizzare un grande bene.
Per noi questo è il momento di dimostrare il coraggio della nonviolenza, il coraggio di impegnarsi nel dialogo, il coraggio di ascoltare ciò che non vogliamo sentire, il coraggio di tenere sotto controllo il nostro desiderio di vendetta e seguire invece la ragione.
Norma di legge internazionale
Per iniziativa delle Nazioni Unite si dovrebbe istituire un sistema giudiziario internazionale in grado di processare i terroristi. Se si verifica un omicidio in una nazione, l’imputato viene arrestato, processato, condannato e punito secondo le leggi di quella nazione. Non viene certo permesso ai congiunti o agli amici della vittima di vendicarsi direttamente sul criminale.
Uccidere per vendetta viene considerato e perseguito come un altro omicidio. Questa è la norma di legge elaborata attraverso sforzi dolorosi e faticosi da parte dell’umanità nel corso della sua lunga storia. Così si comporta la gente in uno stato legalmente costituito. Perché allora continua a esserci una tacita accettazione della retribuzione “occhio per occhio” negli scenari internazionali? È in corso il tentativo di istituire una Corte Criminale Internazionale (ICC), come tribunale permanente per processare gli autori dei crimini che offendono gravemente la comunità internazionale, come il genocidio, i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra, compresi quelli commessi nei conflitti interni, i crimini di aggressione ecc…
La ICC eserciterà una giurisdizione penale sui singoli individui mentre la già esistente Corte Internazionale di Giustizia continuerà a essere l’organo preposto a dirimere le dispute legali fra gli stati. Nelle proposte di pace che presento ogni 26 gennaio per commemorare la fondazione della Sgi ho espresso il mio sostengo alla ICC.
Ancora una volta chiedo con forza e urgenza che essa venga istituita al più presto possibile. Lo Statuto di Roma della Corte Criminale Internazionale è stato adottato nel 1998. Per entrare in vigore richiede la ratificazione da parte di 60 stati. Nel luglio 2001, l’Olanda è stato il 37° paese che ha ratificato lo Statuto. Attualmente né gli Stati Uniti né il Giappone lo hanno ancora fatto. [Dal luglio 2001 altri cinque paesi hanno ratificato la Statuto: Yugoslavia (6 sett.), Nigeria (27 sett.), Lichtenstein (2 ott.) Repubblica centroafricana (3 ott.) e Gran Bretagna (4 ott.), n.d.r.]
Nel suo grazioso sari, la Direttrice generale del Consiglio Indiano per le relazioni culturali mi disse: «Per mantenere buone relazioni fra le nazioni niente è più importante della compren-sione reciproca fra i popoli». Per questo fu istituito l’ICCR, un’istituzione dedita allo scambio culturale. Discutemmo a lungo del mio desiderio di far conoscere meglio l’India, paese dall’immensa eredità spirituale, ai giapponesi finché questo si concretizzò nella mostra tenuta in Giappone nel 1994 dal titolo Re Ashoka, Mahatma Gandhi e Nehru – il tocco risanatore. Re Ashoka era un re saggio dell’antica India (terzo secolo a.C.), che sconvolto dalla crudeltà della guerra si convertì al Buddismo e decise di basare la propria sovranità non sulla forza militare ma sul Dharma, la Legge buddista.
Quando fu chiesto a Gandhi se ritenesse possibile l’esistenza di uno stato nonviolento egli rispose affermativamente e citò come esempio il regno di Ashoka, sostenendo che ciò che aveva realizzato l’antico re si poteva rifare. Sikri fece notare anche che la filosofia gandhiana della nonviolenza è di origine buddista. Jawaharlal Nehru, primo ministro dell’India indipendente, era il diretto discepolo di Gandhi. Quando egli visitò il Giappone nel 1957 lamentò l’incremento della violenza a livello mondiale e in uno dei suoi discorsi affermò che l’unica risposta veramente efficace alla bomba all’idrogeno non era una bomba di capacità distruttiva ancor più grande, ma era la “bomba” spirituale della compassione. Ciò si verificava a un solo mese dalla dichiarazione di Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, per l’abolizione degli armamenti atomici.
Mentre si preparava la mostra, alcuni membri della delegazione giapponese ebbero difficoltà a comprendere l’elemento del “tocco risanatore” sul quale gli organizzatori indiani avevano tanto posto l’accento. In realtà nessun tema può essere più pertinente alla pratica della nonviolenza. La violenza nasce da uno spirito ferito, da uno spirito scottato, ustionato dal fuoco dell’arroganza; da uno spirito diviso e logorato dalla frustrazione dell’impotenza; da uno spirito inaridito, riarso per la sete di significato della vita; da uno spirito avvizzito e rimpicciolito dal senso di inferiorità. La collera che deriva da questa ferita al rispetto di se stessi e da questa umiliazione erompe sotto forma di violenza.
E spesso amplificata dai mass-media si diffonde nella società la cultura della violenza che prova piacere nello schiacciare e sottomettere gli altri con la forza. Il leader dei diritti civili Martin Luther King jr., studioso della filosofia gandhiana, disse che una persona il cui spirito è in subbuglio non può praticare la nonviolenza. Da un cuore pacifico e risanato nasce l’umiltà, dall’umiltà deriva la disponibilità ad ascoltare gli altri; dalla disponibilità ad ascoltare gli altri deriva la mutua comprensione e dalla mutua comprensione nasce una società pacifica.
In un convegno sulle questioni ambientali del 1992 Veena Sikri affermò: «La chiave per risolvere questi problemi è il rispetto per l’ambiente e l’umiltà come esseri umani». La nonviolenza è la massima forma di umiltà, la più alta manifestazione di coraggio. Il primo ministro Nehru disse che l’essenza dell’insegnamento di Gandhi era il coraggio. Il Mahatma insegnò che i forti non sono vendicativi e che coloro che si impegnano a dialogare sono le persone coraggiose.
All’inaugurazione della mostra (nella foto) presenziò Sonia Gandhi, vedova del defunto primo ministro indiano Rajiv Gandhi, nipote di Nehru. Anche Rajiv Gandhi, che venne ucciso da un attentatore suicida, è stato una vittima del terrorismo. Parlando alla signora Gandhi dell’impegno del marito per la pace sono stato lieto di constatare che ne ha ereditato lo spirito e che sta coraggiosamente portando avanti la sua missione. È significativo che molte donne, fra cui Sonia Gandhi e Veena Sikri abbiano contribuito alla realizzazione della mostra. Il Mahatma Gandhi predisse che poiché la nonviolenza è la legge delle bestie e la nonviolenza la legge dell’umanità, il futuro sarebbe stato delle donne.
In una discussione avvenuta nella fase preparatoria della mostra, la direttrice della casa editrice indiana INSHA, Fatima Rasheed, osservò che fu grazie all’influenza della moglie che il Re Ashoka si convertì radicalmente, da sostenitore della forza militare a difensore della pace e della cultura. La moglie di Ashoka si era convertita al Buddismo prima di lui e, secondo le cronache tradizionali, lo influenzò. Fu dunque grazie alla moglie che per la prima volta Ashoka pensò alla pace e alla nonviolenza.
Per concludere vorrei ricordare un episodio che riguarda il poeta indiano Rabindranath Tagore. Nel 1924 durante un viaggio verso la Cina, uno dei suoi amici indiani chiese a un altro viaggiatore di nazionalità giapponese perché il Giappone non coltivasse relazioni d’amicizia con la Cina. Invece di rispondere direttamente, il giapponese chiese a un passeggero tedesco se avrebbe mai potuto concepire un legame d’amicizia fra Germania e Francia. Tagore rimase scioccato dall’atteggiamento del giapponese.
Pensava forse che quello che facevano gli occidentali fosse automaticamente giusto? Tagore si rese conto che i giapponesi non pensavano autonomamente ma imparavano a macchinetta dai testi dei loro “maestri” occidentali, imitandone come pappagalli parole e azioni, compreso il culto della forza militare. Tagore deplorava che i giapponesi avessero abbandonato la tradizione pacifista asiatica per diventare ottusi allievi degli occidentali. Aveva sperato che si sarebbero uniti a lui per far sì che l’Occidente si risvegliasse dalle sue illusioni.
Ma i giapponesi erano tutti presi a non perdere l’autobus occidentale e non pensavano nemmeno a ciò che stava accadendo al loro paese o al mondo! Tagore deplorò la risposta del signore giapponese e l’evidente soddisfazione di quest’ultimo per aver fatto un’analogia tra le relazioni del Giappone con la Cina e quelle fra due grandi potenze europee e il suo commento suona come un monito ancor oggi attuale: «Non aveva capito le temibili implicazioni dell’ostilità che trascinò furiosamente Germania e Francia verso la rovina, in un circolo vizioso di reciproca distruzione».
Nove anni più tardi Hitler salì al potere in Germania e a quel punto anche il Giappone aveva intrapreso la strada della guerra.

(Bisogna difendere la società Beppe Grande editore, 2002, p.31; Il nuovo rinascimento n. 247 del 15 novembre 2001)




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