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Il rito nel Buddismo di Nichiren Daishonin
  1. La pratica di Gongyo
  2. Il modello di Gongyo si è trasformato nel tempo
  3. Le preghiere silenziose
    Domande e risposte
  1. Perchè durante la recitazione di Daimoku e Gongyo si congiungono le mani?
  2. Quando si recita Daimoku di fronte al Gohonzon, su quale punto dell’Oggetto di culto dobbiamo concentrarci?
  3. Qual è la postura da mantenere durante Gongyo
  4. Alla fine della lettura del capitolo Espedienti, perché si ripete la frase tre volte?
  5. Qual è il significato del juzu?
  6. Quali sono le offerte che si fanno al Gohonzon e che significato hanno?
  7. Si possono utilizzare riproduzioni del Gohonzon (riprese da Internet, fotografate o fotocopiate) o applicazioni audio di Daimoku e Gongyo?
Introduzione
Nella tradizione buddista la “meditazione” (giapp. Jo; sansc. Dhyana; pali: Jhana) è la pratica attraverso la quale si concentra la mente per purificare lo spirito, sradicare le illusioni e percepire la verità. Scrive Christmas Humphrey nel Dizionario Buddista (Ubaldini ed., p. 89): «La retta presenza mentale, settimo gradino del Nobile Ottuplice sentiero, implica il controllo costante dei pensieri; la successiva retta concentrazione, ossia il controllo completo di tutti i processi mentali, sfocia nel samadhi, il raggiungimento della visione spirituale profonda e della tranquillità».
La meditazione era molto diffusa in India prima di Shakyamuni e, in seguito, fu inclusa nel Buddismo che ne sviluppò forme e preparazione proprie. Nel Buddismo Mahayana, dhyana, il termine che indica la meditazione, è la quinta delle sei paramita, le pratiche richieste nella via del Bodhisattva. In Cina T’ien-t’ai (538-597) elaborò un sistema di pratica meditativa da lui definito “concentrazione e visione profonda”.
Nel Buddismo di Nichiren Daishonin, le dottrine fondamentali si possono sintetizzare nei tre principi che lui stesso definì come le “Tre grandi Leggi segrete” (giapp. Sandai-Hiho): l’Oggetto di culto dell'insegnamento originale, il Daimoku dell'insegnamento originale e il santuario dell'insegnamento originale.
Nichiren stabilì questi principi essenziali per fare in modo che tutte le persone potessero conseguire la Buddità.
Il termine “segrete” non ha niente a che vedere con dottrine esoteriche, ma indica che i tre principi sono impliciti nel testo del Sutra del Loto (capitolo Durata della vita del Tathagata) e che rimasero nascosti o sconosciuti finché Nichiren stesso non li rivelò. Tali principi rappresentano la comprensione del Daishonin della Legge mistica cui si era illuminato.
Egli associava le Tre grandi Leggi segrete ai tre cardini del Buddismo: precetti, meditazione, saggezza:
l’Oggetto di culto corrisponde alla meditazione (giapp. Jo, sansc. Dhyana),
il santuario ai precetti (giapp. Kai; sansc. Shila)
il Daimoku alla saggezza (giapp. E; sansc. prajna).
Dengyo (767-822) nel suo Domande e risposte sulle regole per gli studenti della scuola Tendai del Loto afferma: «Il precetto immutabile come lo spazio vuoto, la meditazione immutabile come lo spazio vuoto e la saggezza immutabile come lo spazio vuoto: tutti e tre sono trasmessi sotto lo stesso nome di “Legge meravigliosa”». I tre tipi di apprendimento basati sul Sutra del Loto sono detti “come lo spazio vuoto” e “immutabili” perché come lo spazio vuoto, che rappresenta la realtà assoluta (vacuità), sono immutabili. Nikko, il successore di Nichiren, affermava che negli insegnamenti del Daishonin l’Oggetto di culto corrisponde alla meditazione immutabile come lo spazio vuoto, il Santuario al precetto immutabile come lo spazio vuoto e il Daimoku alla saggezza immutabile come lo spazio vuoto.
Il cuore delle Tre grandi Leggi segrete è l’Unica grande Legge segreta: il Gohonzon, l’Oggetto di culto dell’insegnamento originale, o la concretizzazione operata da Nichiren in forma di mandala dell’eterna Legge di Nam-myoho-renge-kyo, che egli comprese pienamente e manifestò nella sua vita.
Nello scritto La Persona e la Legge afferma: «Benché io viva in un posto così sperduto, profondamente, nella mia carne mortale, custodisco gelosamente la Legge segreta fondamentale ereditata dal Budda Shakyamuni, il signore degli insegnamenti, sul Picco dell’Aquila» (RSND, 1, 972). Poiché abbracciare il Gohonzon è il solo precetto dell’insegnamento di Nichiren, il luogo in cui viene conservato corrisponde al luogo in cui si pronunciano i voti di osservanza dei precetti buddisti, ovvero il palco per l’ordinazione, o santuario. Il Daimoku dell’insegnamento originale indica l’invocazione o la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo con fede nell’Oggetto di culto: include la recitazione di Daimoku per sé e l’insegnamento del Daimoku alle altre persone.

La pratica di Gongyo
Con il termine Gongyo (giapp. pratica assidua) si intende, in senso proprio, l'intera pratica quotidiana, che comprende la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo (il Daimoku, la pratica fondamentale) e la lettura dei capitoli Espedienti e Durata della vita del Tathagata (la pratica di sostegno) comunemente chiamata Gongyo.
Nichiren Daishonin scrive: «La pratica fondamentale è solo recitare Nam-myoho-renge-kyo.» (Gosho Zenshu p. 1367)
Sul significato profondo della recitazione del Daimoku scrive Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale: «Recitare Nam-myoho-renge-kyo significa entrare in comunione con la Legge mistica; è la pratica buddista per fondere le nostre vite con la Legge mistica e al tempo stesso è una battaglia per vincere l’oscurità interiore che impedisce questa fusione. Quando sconfiggiamo l’oscurità dell’illusione e dell’ignoranza attraverso la fede e diventiamo una sola cosa con la Legge mistica, il potere infinito di questa grande Legge si manifesta nella nostra vita. Tale è il beneficio incommensurabile della recitazione di Nam-myoho-renge-kyo.
Recitare Nam-myoho-renge-kyo con spirito di ricerca nella fede è l’essenza della pratica di recitare il Daimoku istituita e propagata da Nichiren Daishonin. "È il cuore che è importante" afferma il Daishonin (La strategia del Sutra del Loto, RSND, 1, 889). Perciò, quando recitiamo, dovremmo fare appello dentro di noi a una fede coraggiosa per vincere le illusioni senza essere sconfitti» (D. Ikeda, Il raggiungimento della buddità in questa esistenza, Esperia edizioni, p. 31). Da questo punto di vista, il rito fondamentale è la recitazione del Daimoku. Ogni praticante può recitare Daimoku in qualsiasi ora del giorno e per quanto tempo vuole.
Stando seduti davanti all’Oggetto di culto (Gohonzon) che ogni praticante custodisce nella propria casa, si inizia suonando la campana e recitando tre Daimoku; di seguito si continua recitando Nam-myoho-renge-kyo per quanto tempo si desidera. Si conclude suonando la campana e recitando tre Daimoku.
La pratica di Gongyo La pratica di Gongyo si svolge invece ogni mattina e sera sempre davanti al Gohonzon. Come abbiamo detto, consiste nella lettura ritmica del capitolo Espedienti e della parte in versi (Jigage) del capitolo Durata della vita del Tathagata del Sutra del Loto e nella recitazione del Daimoku.
Il patriarca Nichikan affermò: «Se crediamo in questo Gohonzon e recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, emergerà nella nostra vita il Gohonzon di ichinen sanzen (“tremila regni in un singolo istante di vita”) ed emergeranno anche la stessa saggezza e il potere del Budda originale, Nichiren Daishonin». Il Sutra del Loto è composto di ventotto capitoli, ma il Daishonin scrisse: «Se leggi i capitoli Espedienti e Durata della vita del Tathagata, tutti gli altri (capitoli) saranno inclusi anche senza leggerli» (La recitazione dei capitoli Espedienti e Durata della vita del Tathagata, RSND 1, 63).
I due capitoli definiscono la Legge mistica e includono il significato degli altri capitoli. Soprattutto il Jigage è il riassunto del capitolo Durata della vita del Tathagata, che contiene lo spirito di tutti i ventotto capitoli del Sutra del Loto e l’essenza dell’insegnamento buddista. Il Daishonin si illuminò comprendendo che la vita eterna del Budda di cui si parla nel Jigage esisteva nella propria vita e la rivelò come Nam-myoho-renge-kyo. Quindi il Jigage è il capitolo che meglio spiega ed esalta il significato di Nam-myoho-renge-kyo. Anche il Daishonin spesso recitava prima il Jigage e poi il Daimoku, in occasione di varie cerimonie.

Il modello di Gongyo si è trasformato nel tempo
La recitazione di Gongyo, che comprende il Daimoku e la lettura dei capitoli Espedienti e Durata della vita del Tathagata, fu stabilita da Nichiren Daishonin. Alla sua epoca, comunque, non esisteva un modello di Gongyo particolare.
Nel Gosho La recitazione dei capitoli Espedienti e Durata della vita (RSDN, 1, 60) Nichiren nel rispondere alla domanda di una discepola scrive: «Come affermato prima, benché nessun capitolo del Sutra del loto sia trascurabile, fra i ventotto capitoli, i capitoli Espedienti e Durata della vita sono particolarmente importanti, tutti gli altri sono come i rami e le foglie. […] Se leggi i capitoli Espedienti e Durata della vita, tutti gli altri saranno inclusi anche senza leggerli». È solo dai tempi di Nikko Shonin in poi che venne stabilita e uniformata la pratica di Gongyo portata avanti dai preti. Questa pratica subì poi diversi cambiamenti dovuti sia al mutamento dei tempi sia al bisogno di ritornare all’insegnamento originale di Nichiren.
All’inizio la pratica era prerogativa dei preti e fino all’epoca del patriarca Nichikan non si trovano altri riferimenti, oltre al Gosho, di indicazioni per i laici. La consuetudine fino a quel momento era che i laici recitassero quotidianamente Daimoku mentre la lettura del Sutra era saltuaria e fatta solamente al tempio insieme al clero. La prima nota scritta a proposito che riusciamo a trovare risale all’epoca Edo (1603-1868) ed è menzionata nella lettera che il patriarca Nichikan scrisse a un credente della provincia di Kaga nel 1719 in cui per la prima volta si menziona la recitazione del Sutra a un laico e che poi la raccomandò ai credenti più devoti.
Quando Makiguchi fondò la Soka Kyoiku Gakkai chiese al clero di indicare una cerimonia di Gongyo adatta ai laici, ma il clero trovò difficoltà a rispondere, anche perché a quel tempo ogni tempio agiva in maniera autonoma. Makiguchi allora approfondì la cosa e propose che i laici e i preti degli altri templi si uniformassero alla cerimonia che si svolgeva al tempio principale Taiseki.
Ma dovette passare del tempo e solo all’epoca del secondo presidente Toda (1952) e del patriarca Nissho, si decise di adottare il modello di Gongyo praticato dai preti, che consisteva nella lettura del capitolo Espedienti , della parte in versi del capitolo Durata della vita (il Jigage) ripetuto per cinque volte la mattina e tre la sera tante quante erano le preghiere silenziose. Dopo la separazione dal clero della Nichiren Shoshu è stato approfondito ulteriormente l’insegnamento di Nichiren Daishonin per capire quale forma egli utilizzasse per recitare Gongyo. Confermato che Nichiren stesso recitava i capitoli Espedienti e la parte in versi del capitolo Durata della vita nel 2002 si ebbe un altro importante cambiamento che corrisponde al modello attuale di Gongyo, recitato dai membri di tutto il mondo.

Le preghiere silenziose
Nichiren Daishonin non ha lasciato indicazioni specifiche riguardo al rito quotidiano di Gongyo che nel corso dei secoli ha infatti subito varie trasformazioni. Nelle preghiere silenziose, concepite per esprimere gratitudine e determinazione come discepoli del Daishonin, vi sono state, nel tempo, correzioni adatte alle diverse epoche (per approfondire, vedi Il Buddismo della gente, pag. 94).



Domande e risposte
Perché durante la recitazione di Daimoku e Gongyo si congiungono le mani?
La postura da mantenere durante Gongyo Congiungere i palmi della mano destra e sinistra e tenerli all’altezza del petto (giapp. gassho) è una delle forme di saluto che si usavano in India fin dall’antichità. Nel Buddismo fu introdotto come forma di rispetto nei confronti dei Budda e Bodhisattva. La stessa forma viene utilizzata anche nel Buddismo di Nichiren Daishonin. Nel Sutra del Loto è scritto: «Tutti insieme congiungono le mani con lo stesso cuore». Si può affermare che gassho sia la manifestazione della fede sincera nell’insegnamento buddista. Rappresenta inoltre l’inseparabilità di tutti gli aspetti della vita universale nonché la fede nell’esistenza della natura di Budda in tutte le forme viventi. In sintesi, attraverso le mani congiunte, manifestiamo il più profondo rispetto verso il Gohonzon.

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Quando si recita Daimoku di fronte al Gohonzon, su quale punto dell’Oggetto di culto dobbiamo concentrarci?
Non c’è un punto dell’Oggetto di culto predefinito dove concentrarsi: ci si concentra dove viene più naturale posare lo sguardo. Si può, ad esempio, guardare verso la parte centrale del mandala dove sono iscritti gli ideogrammi di Nam-myoho-renge-kyo, ma va altrettanto bene osservare per intero l’Oggetto di culto. Gli occhi devono essere aperti, ma coloro che hanno problemi con la vista possono recitare Daimoku immaginando il Gohonzon in cuor proprio. In definitiva ciò che conta è la serietà e la profondità della propria preghiera.

Qual è la postura da mantenere durante Gongyo?
In Giappone, tradizionalmente, si usa stare in ginocchio (seduti sui polpacci), ma questa posizione non è assolutamente obbligatoria. La postura da mantenere durante Gongyo Chi vuole può usare la sedia, avendo l’attenzione di mantenere la schiena dritta: non avrebbe senso, infatti, provare dolore o fastidio mentre si recita Daimoku e Gongyo. È importante invece posizionarsi di fronte al Gohonzon con il massimo rispetto e in modo ordinato. Nel Buddismo, inoltre, esiste il concetto di “adattarsi agli usi e costumi di ogni paese”: ciò significa seguire le consuetudini locali fino a che queste non entrino in contraddizione con l’insegnamento buddista. Perciò, nei paesi in cui non esiste l’usanza di inginocchiarsi non c’è alcun bisogno di seguire questa modalità.

Alla fine della lettura del capitolo Espedienti , perché si ripete la frase tre volte?
La parte del capitolo Espedienti che leggiamo per tre volte indica i “Dieci Fattori”. “Fattore” significa “è vero così com’è”. Quindi i Dieci Fattori illustrano il vero aspetto di tutti i fenomeni. Nichiren Daishonin afferma: «Leggerli per tre volte accresce i benefici» (WND, 2, 83).
Daisaku Ikeda ha spiegato che leggiamo tre volte: «Per dichiarare di essere noi stessi un nobile Budda in persona e per accrescere i benefici della fede». Comunque, in sintesi, si può dire che esistano tre significati principali: 1) che siamo dotati della saggezza del Budda nella forma presente; 2) che rappresentiamo nella forma presente i reali comportamenti del Budda; 3) che siamo l’entità del corpo di Budda nella forma presente.

Qual è il significato del juzu?
Il juzu è uno degli accessori della pratica buddista. In origine veniva utilizzato nel brahmanesimo e solo successivamente fu adottato dal Buddismo. All’inizio veniva usato dai monaci per contare i giorni oppure per contare quante volte si pregava per il Budda. Il significato letterale dei due ideogrammi giapponesi è “numero di grani”. In pratica questo oggetto veniva usato per contare il numero dei Daimoku recitati.
La parte con tre estremità viene messa intorno al dito medio della mano destra e quella con due estremità intorno al dito medio della mano sinistra. La parte centrale del juzu viene girata una volta. Le tre estremità simboleggiano la testa e le braccia, la parte centrale sovrapposta simboleggia l’ombelico, mentre le altre due estremità simboleggiano le gambe. Il juzu, in tal senso, rappresenta il corpo umano. I grani piccoli sono 108 e rappresentano simbolicamente i desideri terreni.
Ci sono altri quattro grani ancora più piccoli che rappresentano i quattro Bodhisattva che – come è scritto nel Sutra del Loto – guidano i Bodhisattva della Terra. Essi sono: Pratiche Superiori, Pratiche Illimitate, Pratiche Pure e Pratiche Salde. I grani grandi a destra e a sinistra vengono chiamati “grani genitori”, quello con le due estremità “grano padre” e quello con le tre estremità “grano madre”.
Riguardo al juzu esistono dunque vari significati, ma quello più importante indica che, tenendo il juzu nelle mani, noi trasformiamo tutta l’energia derivante dalle sofferenze dei 108 desideri terreni in felicità. Nichiren Daishonin, comunque, non ha scritto nulla di particolare sull’importanza del juzu.

Quali sono le offerte che si fanno al Gohonzon e che significato hanno?
La offerte Tradizionalmente, le principali offerte al Gohonzon sono i sempreverdi, le candele e l’incenso. Nichiren Daishonin afferma: «Sia che tu invochi il nome del Budda, che reciti il Sutra o semplicemente offra fiori e incenso, tutte le tue azioni virtuose metteranno nella tua vita buone radici e benefici» (RSND 1, 4).
Sullo stesso tema, scrive al discepolo Abutsu-bo: «Potresti pensare di aver fatto offerte alla Torre Preziosa del Tathagata Molti tesori, ma non è così. Le hai offerte a te stesso. […] Dovresti recitare Nam-myoho-renge-kyo con questa convinzione» (RSND,1, 264).
Fondamentali, dunque, sono la recitazione del Daimoku e la lettura del Sutra, ma se offriamo con sincerità sempreverdi, incenso e candele con lo spirito di lodare e aver gratitudine per il Gohonzon, otterremo benefici nella nostra vita come aveva affermato il Daishonin. Ciò non significa che se una persona non fa offerte non avrà una trasformazione positiva della sua vita.
Se si vuole andare a vedere nella tradizione, la triade di offerte (sempreverdi, incenso e candele) ha un significato simbolico: rappresenta le tre verità e le tre proprietà inerenti alla natura di Budda. Il sempreverde simbolizza la verità dell’esistenza temporanea, la proprietà fisica illuminata del Budda o la sua azione compassionevole. Le candele simboleggiano la verità di non-sostanzialità, la proprietà spirituale e la saggezza del Budda. L’incenso rappresenta la verità della Via di mezzo, la proprietà essenziale della vita del Budda o la proprietà della Legge.
Per quanto riguarda la specifica offerta di piante, il Daishonin non ha scritto che sia necessario un sempreverde, affermò invece che: «Recitare Nam-myoho-renge-kyo significa offrire il fiore del tesoro al Budda». La nostra recitazione del Daimoku rappresenta di per sé la miglior offerta del “fiore del tesoro”. È sulla base di questa considerazione che si offre un sempreverde, poiché simboleggia l’eternità. In Giappone si offre il profumato shikimi, ma nei paesi dove non è possibile reperire questa pianta se ne offrono di altro tipo.
Nichiren Daishonin, a proposito dei benefici che derivano dalle offerte, in una sua lettera intitolata I due tipi di fede, narra la storia del grande re indiano Ashoka. Indagando sulle sue vite precedenti, racconta di due giovani che, vedendo il Budda Shakyamuni e non avendo nulla da offrirgli, prepararono per lui una torta di fango e gliela donarono. Uno dei due, per quella offerta sincera, rinacque come re Ashoka. Nella lettera inviata al suo giovane discepolo Nanjo Tokimitsu, il Daishonin scrive: «Se fare offerte al Budda produce tali benefici, fare offerte al Sutra del Loto ne produrrà ben più grandi. Se l’offerta di una torta di fango ottenne una così meravigliosa ricompensa, quelle che otterrai tu con i tuoi vari doni saranno molto maggiori» (RSND, 1, 798).
Oltre ai sempreverdi, candele e incenso, prima del Gongyo della mattina si offre al Gohonzon una piccola vaschetta contenente acqua fresca, che si toglie prima del Gongyo della sera. La tradizione di offrire acqua ha origine in India dove la temperatura torrida rendeva l’acqua un bene prezioso ed era consuetudine offrirla agli ospiti. In seguito si cominciò a offrire acqua davanti alle tombe e ai templi buddisti.
Un’altra offerta al Gohonzon può essere del cibo, in particolare frutta. Anche suonare la campana è un’offerta.

Si possono utilizzare riproduzioni del Gohonzon (riprese da Internet, fotografate o fotocopiate) o applicazioni audio di Daimoku e Gongyo?
No, nel modo più assoluto. Questa, dal punto di vista della legge di causa ed effetto che crea il nostro karma, è un'azione che produce un effetto molto negativo. Anche se è fatta in buona fede o con un’intenzione sincera.
Lo scopo di coloro che diffondono su internet applicazioni pseudobuddiste è essenzialmente quello di lucrare sfruttando i membri della Soka Gakkai, senza avere il minimo rispetto per il profondo significato dell’Oggetto di culto iscritto da Nichiren Daishonin e per la pratica buddista da lui stabilita.
Nel momento in cui i membri della Soka Gakkai utilizzano per la loro pratica quotidiana quelle applicazioni e immagini, stanno cadendo in una pratica buddista formale e pertanto priva di efficacia. Scrive a questo proposito Daisaku Ikeda: «Nichiren Daishonin afferma di aver iscritto il Gohonzon come “il vessillo della propagazione del Sutra del Loto”. In altre parole è l’oggetto di culto per kosen-rufu, per realizzare una vasta propagazione della Legge mistica. Nel Reale aspetto del Gohonzon si legge: “Com’è straordinario che […] Nichiren sia stato il primo a iscrivere questo grande mandala come il vessillo della propagazione del Sutra del Loto, mentre anche grandi maestri come Nagarjuna, Vasubandhu, T’ien-t’ai e Miao-lo non furono in grado di farlo!” (RSND, 1, 737).
La Soka Gakkai sta propagando questo “oggetto di culto per kosen-rufu” che il Daishonin, sopportando grandi persecuzioni, iscrisse per le persone dell’Ultimo giorno» (Daisaku Ikeda, Il mondo del Gosho, 1, 307-8).
Per questo si può dire che il Gohonzon trova il suo profondo significato solo all’interno della Soka Gakkai, nell’“armoniosa comunità dei credenti” che è impegnata nella realizzazione di kosen-rufu, cioè nella diffusione mondiale del Gohonzon stesso. Scrive ancora Ikeda: «Come afferma il Daishonin nella conclusione de L’oggetto di culto per l’osservazione della mente, il Gohonzon incarna la compassione del Budda. Tuttavia, se lo preghiamo senza agire concretamente per kosen-rufu, l’immensa compassione del Budda originale non si trasmetterà alla nostra vita. È quando abbiamo “la stessa mente di Nichiren” e diventiamo suoi discepoli, cioè ci battiamo per kosen-rufu con la sua stessa determinazione, che questa immensa compassione scorre dentro di noi come un grande fiume» (Daisaku Ikeda, Il mondo del Gosho, 1, 330).



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