Cosa comprare per cambiare direzione

Intervista a Leonardo Becchetti, economista

di Maria Lucia De Luca e Marina Marrazzi

 

E cosa dice l’economista? Cosa può fare il singolo individuo per trasformare nella direzione della “creazione di valore” in senso umanistico una realtà che apparentemente lo sovrasta e ne segna il destino seguendo regole astratte e difficili da capire? Lo abbiamo chiesto a Leonardo Becchetti, professore ordinario di Economia Politica all’Università Tor Vergata di Roma e presidente del Comitato etico di Banca Etica. Tra i suoi temi di ricerca la finanza e la microfinanza, il commercio equo e solidale, la responsabilità sociale d’impresa e l’economia della felicità. È autore di numerosi saggi tra i quali Felicità sostenibile, Il denaro fa la felicità? e il recentissimo Il voto nel portafoglio.

Un concetto del nostro Buddismo, e in particolare della Soka Gakkai, è quello di rivoluzione umana: la focalizzazione sul singolo individuo e sulla sua trasformazione, che ha un effetto generale sulla società. Questo mi fa pensare al principio fondamentale dell’economia dal basso, che è la consapevolezza dei cittadini, la consapevolezza del loro potere quando consumano e risparmiano. Il sistema economico vuole farci credere che i grandi poteri economici condizionano tutto, per cui il cittadino si mette sempre in una posizione di passività: se c’è un problema lo stato interviene e lo risolve. Invece l’economia dal basso parte da un presupposto diverso: il sistema economico dipende in ultima analisi dalle scelte di consumo e di risparmio. Senza consumi le imprese sono scatole vuote e quindi il cittadino ha in mano uno strumento importantissimo, che ho chiamato “voto nel portafoglio” – titolo dell’ultimo libro che ho scritto – che vuol dire: noi possiamo, con le nostre scelte di consumo e risparmio, condizionare i comportamenti delle imprese.

Sembra che l’economia dal basso sia in crescita… Pionieri di questa nuova economia sono state le botteghe del commercio equo, la banca etica e il microcredito, che hanno puntato su un principio rivoluzionario: vendere qualcosa che costa un po’ di più e che però contiene un valore sociale e ambientale, come nel caso del commercio equo l’inclusione di produttori marginalizzati. Secondo il sistema tradizionale l’idea non avrebbe dovuto funzionare, perché il cittadino cerca sempre la cosa che costa di meno: l’homo economicus non avrebbe mai comprato un prodotto così. In realtà la storia ha dimostrato che questi prodotti hanno piano piano conquistato il mercato, grazie al “voto con il portafoglio” dei cittadini, per cui le altre imprese hanno cominciato a fare lo stesso. In questo i pionieri hanno avuto anche un ruolo conoscitivo: hanno fatto comprendere al resto del mercato che esiste una quota potenziale di consumatori che cerca nei prodotti anche un valore sociale e ambientale, e che ha una soddisfazione particolare nel consumare in questo modo e nel risparmiare in questo modo. Tutto ciò ha innescato un meccanismo di cambiamento del sistema economico. Oggi tantissime imprese fanno commercio equo e solidale.

Ma come si fa ad allargare questo tipo di mercato? Io ritengo che se il sessanta per cento dei cittadini ragionasse in questo modo i problemi si potrebbero risolvere. Per questo mi arrabbio con chi si lamenta: invece di lamentarsi dovrebbe aprire gli occhi e ragionare in questo modo. E ciò non vale solo per cittadini ma, a maggior ragione, per le istituzioni più attente ai problemi sociali, come i sindacati. Il fatto è che sulla carta già si sa che, a parità di prezzo, il sessanta per cento dei cittadini europei preferisce un prodotto con un contenuto sociale e ambientale piuttosto che un prodotto che non lo ha. Ipotizzando però che uno trovi sullo scaffale entrambi i prodotti e possa sapere esattamente cosa contengono. In realtà ciò non succede. C’è un problema di distribuzione e un problema di asimmetria informativa. Come si risolvono questi problemi? Migliorando le certificazioni, i marchi sul contenuto sociale dei prodotti ma soprattutto, e questa è una cosa che propongo da tempo, con una legge sull’obbligatorietà del rating sociale dei prodotti [un criterio per indicare quanto un’impresa è socialmente responsabile nei confronti dei dipendenti, dei fornitori, dell’ambiente, ecc., n.d.r.]. In breve il rating sociale fornirebbe al consumatore la capacità di guardare se si può fidare o no di un’azienda.

E le aziende dovrebbero imparare a considerare questo come un tornaconto positivo. Devo dire che l’hanno già capito. Il numero delle pubblicità etiche si è diffuso in maniera incredibile.

Quello che lei chiama “autointeresse lungimirante”. Esatto. Le aziende hanno capito il peso di questo mercato e cercano di attrarre i consumatori. Il cittadino deve capire che questo è anche un suo interesse. Nel campo ambientale è chiarissimo: prima si parlava delle generazioni future, adesso è evidente che la sostenibilità ambientale è un nostro interesse attuale. Dal punto di vista sociale è in realtà molto chiaro che tutti i problemi di oggi nascono dalle disuguaglianze. La crisi finanziaria nasce dalla disuguaglianza tra le classi alte e basse, che hanno subito una forte erosione del potere d’acquisto, e anche gli effetti non positivi per i nostri lavoratori dovuti alla globalizzazione nascono da disuguaglianze. Finché ci saranno persone diseredate disposte a lavorare a salari bassissimi ciò sarà una minaccia al nostro benessere, provocherà immigrazioni clandestine… Quindi bisogna lavorare per questo equilibrio. Questo io lo chiamo autointeresse lungimirante. C’è poi il punto di vista della felicità individuale. Noi economisti della felicità pensiamo che l’essere umano non sia un homo economicus ma una “persona”, che è in relazione con le altre e lì cerca una sua armonia. È evidente come un consumo di questo tipo vada molto di più in direzione della soddisfazione della persona. Vari studi psicologici dimostrano come gli atti di consumo solidale siano associati a una maggiore soddisfazione perché sono gesti che creano una relazione invece di distruggerla.

Lei parla di spiriti animali e spiriti solidali. John Maynard Keynes dice che ciò che spinge un imprenditore a lanciarsi in un’impresa, un’attività molto rischiosa, è lo spirito animale, il desiderio di guadagno. Io aggiungerei che c’è anche il desiderio di affermazione, di creazione. Quando parlo di spirito solidale intendo dire che non sempre chi crea un’azienda lo fa con lo scopo di creare più profitti possibile. Se pensiamo alla storia delle imprese sociali, in particolare alla storia di Muhammad Yunus [premio Nobel per la Pace 2006, ideatore del microcredito e fondatore della Grameen Bank, n.d.r.], vediamo che anche gli spiriti solidali possono portare a queste cose. Penso anche alla nascita di Banca etica. Uno può decidere di dare vita a un’azienda perché crede che così può migliorare la società. Può creare uno strumento che sia al servizio della persona e della società, e trarre piacere da questo.

Oltre a cosa e come comprare, in che modo un singolo può indirizzare i potenti ad andare verso un altro tipo di società? Io credo che questo sia un punto molto importante. Oggi come oggi se si vuole realizzare qualcosa dal punto di vista politico si deve ottenere la maggioranza, mentre il voto con il portafoglio non ha bisogno di maggioranza, perché anche quote di mercato piccole sono appetibili per altre imprese che vogliono conquistarle. Un altro problema del voto politico è che in un programma elettorale alcune cose ci piacciono e altre no, mentre il voto con il portafoglio è uno strumento più preciso. Oggi l’egemonia è del mercato, del consumo, quindi bisogna usare gli stessi strumenti che usa il mercato: il consumo è lo strumento più efficace per poter cambiare le cose. Non funziona più lo scollamento tra reale e ideale, bisogna entrare nella realtà, incarnarsi nella realtà e mettere i valori lì dentro. Io dico che bisogna dare un mercato ai valori, bisogna dare un contenuto valoriale alle scelte che facciamo.

Questo momento storico, così difficile, forse potrebbe essere una chiave di svolta. Ci sono due fattori di speranza, oggi. Uno è l’elezione di Barak Obama, un esempio di azione dal basso e di come un ideale possa spostare voti, soldi, lavoro delle persone. L’altro è il fallimento di un certo modo di fare impresa. L’impresa standard, la banca d’affari tipo Lehman, ha fallito come modello perché era slegata dal territorio e dalle persone e creava rischi enormi per tutto il sistema. In un certo senso anche il paradigma culturale è cambiato, si è rovesciata la prospettiva. Si è capito che il mercato distrugge proprio quei valori di cui ha bisogno: ha distrutto la fiducia e si è visto cosa il crollo della fiducia comporta. Allo stesso tempo si è scoperto che esiste un tipo di economia che quei valori li crea, perché l’economia solidale crea relazioni, senso civico e fiducia e così facendo fa un servizio al mercato. Noi dovremmo valorizzare sempre di più questo tipo di economia basata sul consumo responsabile, che è l’enzima che ci permette di far funzionare tutto il resto dell’organismo, poiché produce cose di cui l’organismo ha bisogno. Questa secondo me è la cosa in più che ci dice oggi la crisi. I cittadini già stanno votando con il portafoglio, già si stanno spostando. Ad esempio le Casse rurali stanno aumentando tantissimo la raccolta, e noi come Banca etica abbiamo avuto in questi ultimi mesi un aumento enorme di gente che sposta i soldi e li porta da noi, perché ha capito che noi siamo una banca reale e non virtuale. Questo vuol dire fiducia. La gente pur di comprare i nostri titoli accetta anche un rendimento più basso, perché sa che dietro questi titoli c’è un valore sociale e ambientale, c’è il finanziamento del microcredito, il finanziamento del fotovoltaico… Qui si vedono i due modelli e il consenso che hanno oggi. La vera difficoltà che abbiamo è la mancanza di visibilità culturale, che non è pari all’importanza di quello che facciamo. Io credo che alla fine, poiché i meccanismi economici funzionano, la battaglia culturale è quella più importante.

Lei dice che il danaro crea assuefazione. Certo. Se ne vuole sempre di più, mentre invece la qualità della vita relazionale ha effetti permanenti sulla felicità. Noi stiamo cercando di spiegare proprio questo, nei nostri ultimi lavori sulla felicità. È un modo per allargare l’orizzonte degli economisti. Vogliamo passare dal concetto di PIL al concetto di “capacità” di cui parla l’economista indiano Amartya Sen. Se io sono libero di scegliere e non ho coercizioni (secondo i criteri dell’economia liberale) ma non ho la capacità di fare perché non ho diritti, non ho denaro, non ho salute, non posso vivere la relazione, questo tipo di libertà non mi serve. Noi quindi pensiamo sempre alla libertà come capacità e questo è più coerentemente legato alla soddisfazione di vita.

Il fondatore della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi, parlava di creazione di valore. Noi economisti della felicità diciamo che dobbiamo creare tre tipi di valori insieme: il valore economico, il valore sociale e il valore ambientale. La sfida di oggi è combinare queste tre cose. Il valore economico serve per risolvere una serie di problemi, come il welfare, però deve essere creato in maniera sempre più efficiente dal punto di vista sociale e ambientale. Non deve distruggere la vita sociale e deve consumare sempre meno risorse naturali. Non dobbiamo distruggere le risorse naturali ma valorizzare le loro capacità produttive. Il problema è che noi consumiamo il capitale naturale, mentre con l’eolico e il fotovoltaico possiamo valorizzarlo e renderlo produttivo. È un concetto totalmente diverso. Dobbiamo andare in questa direzione, abbiamo tanti ostacoli ma li dobbiamo sfidare. Torniamo alla consapevolezza del cittadino, alla vostra parola chiave: alla fine il potere ce l’abbiamo noi.

Da Buddismo e società, N. 132

Economia e felicità
Intervista a Stefano Bartolini 
di Wilma Massucco
Economista, docente di Economia politica all’Università di Siena, Stefano Bartolini ha pubblicato diversi articoli scientifici su riviste internazionali, incentrati in modo particolare sull’analisi del rapporto tra economia e felicità. Ora, dopo più di dieci anni dedicati allo studio e all’approfondimento dell’argomento, sta per pubblicare un libro – di stampo divulgativo – dal titolo Manifesto per la felicità, una proposta di riforma economica e sociale orientata a creare benessere a livello individuale e di organizzazioni.
Di che cosa si occupa un economista? Gli economisti sono percepiti come “quelli che si occupano del guadagno, di come fare più soldi”. In realtà gli economisti si occupano del benessere, inteso come “vivere bene”; il loro obiettivo è studiare il modo in cui si può sviluppare più benessere a livello individuale e sociale. La causa di tale confusione è dovuta al fatto che tutti gli studi di economia, dagli esordi fino agli anni ’70, si sono basati su un assunto base: i bisogni principali dell’essere umano sono materiali e, di conseguenza, il benessere è legato essenzialmente al soddisfacimento di tali bisogni. Il che ha portato a concludere che “il più è meglio”, e ancora oggi la maggior parte degli economisti dichiara ad esempio che, in termini di benessere, più si guadagna meglio è.
Lei la pensa diversamente? In cosa consiste il cosiddetto “paradosso della felicità”?
Il primo economista a porsi un dubbio è stato Richard Easterlin (attualmente professore di Economia all’Università della Southern California e membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze, n.d.r.) il quale negli anni ’70, dopo aver condotto un’attenta analisi delle auto-dichiarazioni sulla felicità delle persone, si è chiesto se il concetto base su cui si erano fondati gli studi economici fino ad allora (quello cioè che associava il benessere al guadagno) non fosse un presupposto errato. La questione di fondo sollevata da Easterlin era così ingente che, una volta sollevato questo dubbio, gli economisti lo hanno semplicemente accantonato, e per venti anni se ne sono dimenticati. Proprio come nella teoria psicanalitica: se il problema è troppo grosso per essere affrontato, quel problema viene semplicemente rimosso. Soltanto a metà degli anni ’90 – quando la percezione del malessere è diventata esplosiva, ed è crollata tutta l’impalcatura – si è tornati a parlare del “paradosso della felicità”: paradosso secondo il quale la felicità, invece che aumentare con il reddito medio pro-capite (come la teoria predice), rimane costante o addirittura diminuisce. Io allora ero ricercatore di Economia presso l’Università di Trento, e ho cercato di studiare la relazione che intercorre tra economia e felicità.
Cosa si intende in campo economico per “felicità”, e quali possono essere le variabili economiche associate a tale concetto di felicità?
In genere in campo economico il parametro più significativo per misurare la felicità è l’auto-dichiarazione. Ovvero, si pone alle persone una domanda del tipo: «Da zero a dieci, quanto sei felice?». È dimostrato che queste statistiche legate all’auto-dichiarazione sono affidabili e – come valori medi – sono fortemente correlate con altri parametri oggettivi quali ad esempio la salute (la felicità è la principale determinante della salute e della longevità), l’ipertensione sanguigna (che tende a crescere quando la persona è poco felice) e altri. La causa della decrescita della felicità nei paesi avanzati può essere individuata proprio nel modello economico in essi dominante: l’accumulazione di beni influisce sì sul benessere oggettivo ma viene perseguita attraverso modelli sociali distruttivi sul piano delle relazioni umane, sì che alla fine il benessere soggettivo, cioè la percezione di felicità, tende comunque a non crescere. L’economia avanzata si basa su rapporti di competizione e di scambio, e questo modello si è trasferito anche nelle relazioni interpersonali: i rapporti con gli altri acquisiscono una natura meramente strumentale, e tu entri e stai in relazione con gli altri solo fintanto che ne hai un vantaggio personale. Segue che la qualità delle comunicazioni interpersonali peggiora, gli individui sono meno fiduciosi l’uno dell’altro e meno solidali, cresce il numero delle persone sole e senza amici, e così via. Questo tipo di economia tende a promuovere l’affermazione dei cosiddetti valori materialisti, quali i soldi e il successo, che si sono diffusi soprattutto tra i giovani e che sono una delle cause scatenanti dell’infelicità contemporanea. Alcuni studi scientifici dimostrano che gli individui materialisti sono infelici, hanno una salute precaria, relazioni non buone, bassa autostima, bassa vitalità. Altri studi documentano che ogni nuova generazione ha maggiore probabilità della precedente di entrare in depressione: malattia che di fatto è comparsa e si è largamente diffusa negli ultimi decenni, proprio nei paesi dell’economia avanzata. Questi studi non dimostrano che i soldi fanno male, dimostrano che i soldi contano poco. Quello che conta sono le relazioni, gli affetti, il tempo di cui uno può disporre e la cultura delle persone, cioè la capacità individuale di riconoscere che questi aspetti sono importanti.
Se la felicità dipende più dalle relazioni interpersonali che dal reddito, perché allora, invece di sforzarsi tanto per lavorare e guadagnare di più, non ci sforziamo per coltivare di più le relazioni? Perché la tendenza di oggi è quella di diventare sempre più ricchi e potenti? Perché un sistema come quello dell’economia avanzata – che non aumenta il benessere – tende comunque ad allargarsi?
Le istituzioni formative, cioè le istituzioni che “formano la mente” delle persone, sono il motore principale della diffusione di tali valori a livello individuale e sociale, vedi innanzitutto i mass media. A monte ci sono sempre obiettivi commerciali. Gli spot pubblicitari, per esempio, creano una mente da consumatori materialisti come quella sopra descritta. Al di là della reclame del prodotto in vendita, gli spot inviano messaggi subliminali che ti trasmettono l’idea che la soluzione ad angosce e ansie è comprare qualcosa, quando in realtà dovresti coltivare di più “il tuo tempo, i tuoi amori, la tua vita”. La soluzione sarebbe quella di comprare di meno, mentre la pubblicità induce a comprare di più. Anche la scuola è fabbrica di malessere. Costringere un bambino di sei anni a stare seduto in un banco per cinque ore al giorno significa educare il bambino a un pessimo rapporto con il proprio corpo. Il che, di riflesso, provoca anche un rapporto negativo con l’autorità: i bambini imparano a sottostare a quello che viene loro imposto di fare, e a non discutere con il potere. Non devi studiare quello che interessa a te, ma quello che ti è stato imposto di studiare: il che trasmette indirettamente il messaggio che ciò che è importante viene da “fuori di te”, e può anche non avere niente a che fare con i tuoi reali interessi o motivazioni. Così facendo, non solo costruisci un debole rapporto con i tuoi reali bisogni, di cui quindi difficilmente prendi consapevolezza, ma costruisci anche un pessimo rapporto con il tuo tempo: pressione, fretta, programmi intensivi, moltissimi compiti a casa… sono tutti fattori che giocano a dire solo una cosa: tu sei nato per produrre e non per vivere; produzione e benessere sono due aspetti separati e ben distinti.
In effetti è prassi comune associare la “vita buona” al non-lavoro, al tempo libero, considerando per tale via, di fatto, il lavoro come “male”…
Il clima culturale sta cambiando in tutte le scienze, e non solo in economia. Anche l’antropologia e la biologia evolutiva (la scienza che studia come è costituito il codice genetico degli esseri viventi, e perché) mostrano che l’essere umano è essenzialmente un animale cooperativo, e non competitivo. Per contro tutta l’evoluzione dell’organizzazione d’impresa, mutuata dagli USA negli ultimi venticinque anni, va in senso opposto, sviluppando competitività sfrenata: più pressione, più incentivi, più conflitti d’interesse, più stress… sono tutti fattori che caratterizzano molti degli attuali modelli organizzativi. Soprattutto le grandi imprese spendono tantissimi soldi per chiedere consulenze su come organizzare la propria azienda secondo quei modelli organizzativi che di fatto generano più insoddisfazione e quindi meno efficienza. Tutti gli studi condotti sull’argomento mostrano infatti che la gente meno soddisfatta del proprio lavoro è anche quella meno produttiva, meno collaborativa con i colleghi, compie più errori, si ammala di più, fa più assenze dal lavoro.
Secondo lei il lavoro può essere invece un luogo in cui produrre e consumare relazioni, e quindi produrre felicità? Cosa determina la soddisfazione sul lavoro?
È fondamentale la qualità delle relazioni con i colleghi e con i superiori. Pesa moltissimo la fiducia nella cooperazione così come il grado di autonomia e di controllo che hai, relativamente al lavoro che fai. Se per esempio ti senti un pezzetto di un ingranaggio su cui non hai nessun controllo, allora stai male e sei insoddisfatto. Al contrario, ha notevole influenza positiva il grado di creatività percepita: quanto puoi metterci del tuo nel lavoro? Quanto puoi esprimere te stesso attraverso il lavoro che fai? È questo che fa la differenza.
Lei sta per pubblicare un libro – Manifesto per la felicità – che vuole essere un vero e proprio vademecum su come cambiare l’organizzazione economica e sociale, in pratica, in modo da creare realmente benessere e felicità. È un progetto economico-sociale finalizzato ad accrescere benessere attraverso modifiche in diversi settori della vita sociale. Ci dà qualche piccola anteprima delle sue proposte a partire, per esempio, proprio dal mondo del lavoro? Perché un’organizzazione d’impresa possa procurare realmente benessere e soddisfazione sul lavoro occorrono per esempio permessi ai dipendenti che permettano loro di conciliare la vita lavorativa con quella famigliare o con i propri interessi (permessi per studi extra-lavorativi o corsi universitari o altro). L’organizzazione sul lavoro deve essere impostata in modo da sviluppare di più la cooperazione e di meno la competizione. Questo sia tra colleghi che tra capi e dipendenti: per cui, ad esempio, occorrono rapporti meno gerarchici. I dipendenti devono sentirsi rispettati e valutati con cura e attenzione, devono sentire che il lavoro non soffoca tutto il resto della loro vita.
Quali cambiamenti suggerisce nell’organizzazione scolastica? Come già sopra accennato, la scuola odierna assolve a un modello di stampo ottocentesco che vuole domare i bambini, insegnando loro a obbedire e ad annoiarsi (reprimendo i loro reali interessi). Questo modello non funziona nemmeno per produrre individui adatti all’attuale mercato del lavoro, perché in una società post-industriale quale è la nostra occorre gente creativa, in grado di risolvere problemi, e non capace semplicemente di obbedire e di annoiarsi. La scuola deve essere finalizzata a sviluppare autonomia, creatività, spirito critico e cooperazione. Ad esempio invece dei voti individuali, che sviluppano spirito competitivo, meglio voti di gruppo (in relazione a una certa attività svolta insieme ad altre persone): questo insegna a cooperare. La scuola deve comunicare produzione e benessere come due fattori sinergici e non distinti.
E nel mondo dei mass media?
La pubblicità – soprattutto quella televisiva – fa malissimo, sia agli adulti che ai bambini, ne modifica i valori, e per questo a bambini e ad adolescenti va proibita (come hanno fatto in Svezia). La pubblicità in generale va tassata in forma molto più consistente, in modo da ridurne la frequenza e l’ammontare: noi oggi siamo letteralmente invasi dalla pubblicità.
E in campo politico?
La politica ha bisogno di soldi, e le grandi industrie (come ad esempio le aziende pubblicitarie di cui sopra) sono ottimi finanziatori. La mia proposta è di ridurre le spese in politica, fissando ad esempio un tetto massimo – basso – per le spese elettorali: questo è un modo per rendere la politica meno schiava dei grandi interessi economici.
Nel suo libro tratta anche dell’organizzazione sanitaria…
Per prevenire le malattie occorre innanzitutto prevenire il malessere, che è stato dimostrato essere una delle principali cause di malattia. In questo senso è anche importantissimo l’aspetto relazionale nella cura di un malato. Qual è la qualità della relazione tra medico e paziente? Il paziente deve sentirsi ascoltato, coinvolto nella terapia, chiamato a partecipare: tutto questo ha un’importanza decisiva nel successo terapeutico. La tendenza attuale, invece, è la medicalizzazione del disagio, ovvero quella di considerare il paziente come un passivo ricettore di medicine.
…e dell’organizzazione urbana.
Storicamente la città si è evoluta come un punto di aggregazione, il cui simbolo era la piazza: infatti dalla piazza si dipartivano le varie strade. Oggi non è più così. Lo spazio comune è stato compresso a vantaggio dello spazio privato: tante case, poche piazze. Inoltre lo spazio comune oggi è di cattiva qualità, invaso dal traffico. Occorre organizzare in modo diverso spazio e trasporti. Le automobili fanno rumore, creano smog e sono fonte di pericolo: possono essere rimpiazzate con un trasporto pubblico di massa, decente, accessibile a tutti, e in particolare ai vecchi e ai bambini – che sono i più penalizzati.
C’è già qualche modello a cui potersi ispirare? Di sicuro posso citare un modello a cui non ispirarsi: gli Stati Uniti. Gli studi condotti da me e da altri dimostrano che gli USA sono un esempio estremo di degrado sociale e relazionale, e come tale da non imitare.
Da Buddismo e società, N. 129
La lotta alla miseria del banchiere dei poveri
Intervista a Muhammad Yunus
di Rory Cappelli
Muhammad Yunus è nato e cresciuto a Chittagong, principale porto mercantile del Bengala, nell’India nord-orientale. Laureato in economia, ha insegnato nell’Università di Boulder, in Colorado, e alla Vanderbilt University di Nashville, Tennessee. Ha poi diretto il dipartimento di economia dell’Università di Chittagong. Nel 1977 ha fondato la Grameen Bank, un istituto di credito indipendente che pratica il microcredito senza garanzie. Oggi Grameen, oltre a essere presente in 36 mila villaggi del Bangladesh e ad avere oltre due milioni di clienti, è diffusa in cinquantasette paesi di ogni parte del mondo. La filosofia della Grameen è quella di disimparare dalla teoria e prendere lezioni dalla realtà, come spiega bene lo stesso Yunus nell’intervista che segue. La banca funziona in modo semplice: viene fatto un prestito con scadenza di un anno e tratte settimanali di identico importo. L’inizio dei pagamenti deve avvenire a una settimana dalla concessione del prestito. Dopo il terzo prestito che sia stato regolarmente restituito, il cliente può avere accesso a un piccolo mutuo per costruirsi una casa. La caratteristica distintiva della Grameen è anche un’altra: quella di essere rivolta principalmente alle donne, soggetto/oggetto di fortissime discriminazioni nel mondo e in India – dove non possono chiedere niente a titolo personale e devono sempre avere l’autorizzazione o del marito o del padre o del fratello. «La mia esperienza in seno a Grameen – scrive Yunus nella prefazione al suo libro Il banchiere dei poveri (Feltrinelli) – mi ha infuso una fede incrollabile nella creatività umana, che mi ha portato a pensare che l’essere umano non sia nato per patire le miserie della fame e dell’indigenza; se oggi soffre, e ha sofferto in passato, è perché noi distogliamo gli occhi dal problema. Ho maturato la certezza – continua – che, se davvero lo vogliamo, possiamo realizzare un mondo senza povertà». E conclude: «Spetta soltanto a noi decidere dove andare. Siamo noi i piloti della nave spaziale chiamata Terra. Se prendiamo sul serio i nostri compiti non potremo che arrivare là dove abbiamo pensato».
Due grandi occhi scuri, i capelli folti e bianchi, il sorriso di chi ha sempre fatto del suo meglio perché il mondo sia un posto migliore in cui vivere: ecco Muhammad Yunus, il fondatore della Grameen Bank. Poteva passare i suoi giorni a limare la prosa di brillanti teorie economiche, ignorando la gente che moriva di inedia a poche centinaia di metri dall’università in cui insegnava, in quella stessa regione dell’India bellissima e tragica che è il Bangladesh. Ma non l’ha fatto. È stata sua madre, lo racconta lui stesso, la persona che lo ha stimolato nella ricerca di soluzioni per gli emarginati, i diversi, i sofferenti. «È stato grazie al suo amore per i poveri e i diseredati che ho trovato la mia via» scrive nel libro Il banchiere dei poveri (Feltrinelli), nel quale narra la storia della sua impresa – la Grameen Bank – e della sua vita. Ancora oggi Yunus continua a occuparsi degli altri e nonostante i tantissimi impegni riesce a trovare il tempo per parlare del suo lavoro, per raccontare la sua esperienza, per rispondere personalmente alle domande: forse, pensa, tante piccole “consapevolezze”, tante persone risvegliate alla propria importanza grazie alla forza della parola, del dialogo, daranno alla fine un grande risultato.
Ci può raccontare come è diventato il fondatore della Grameen Bank?
Nel 1971 iniziai a insegnare economia all’Università di Chittagong. Nonostante trovassi le teorie economiche eleganti e belle, mi disillusi ben presto circa la loro utilità. Nel 1974 una terribile carestia si abbatté sul Bangladesh: ne rimasi profondamente scosso. Vidi gente morire di inedia proprio di fronte all’ingresso dell’università. Le cose andavano di male in peggio e i poveri diventavano se possibile ancora più poveri. Non esistevano teorie economiche che fossero in grado di riflettere il mondo reale, ciò che vedevo intorno a me. Perciò rigettai quelle stesse teorie che avevano nutrito la mia vita. Volevo imparare e conoscere non più teorie o sistemi ma il mondo reale e le vite di persone reali. Ebbi l’opportunità di farlo nel villaggio di Jobra, che si trovava proprio vicino all’università. Sapevo di non poter cambiare niente, ma pensavo che sarebbe valsa la pena riuscire a essere utile a un altro essere umano anche solo per un giorno o per qualche ora. Fu durante queste visite al villaggio di Jobra che incontrai quelle donne poverissime destinate poi a diventare le prime clienti della Grameen Bank. Quando iniziai questa mia impresa non avevo alcuna intenzione di fondare una banca. Nel 1976 feci un prestito di quarantadue dollari a un gruppo di donne di un villaggio che si trovava vicino all’università in cui insegnavo. Si trattava di grandi lavoratrici che rimanevano povere non perché non avessero qualità o abilità ma perché, per finanziare le piccole attività che producevano il loro reddito, dipendevano dai prestiti di quelli che definisco veri e propri squali. Esse rimanevano intrappolate nella povertà senza averne alcuna responsabilità. Queste ventisette donne erano emozionate quando prestai loro il denaro. Non solo usarono i soldi avuti in prestito, ma restituirono fino all’ultima lira. Dopo questo episodio mi resi conto in maniera molto chiara che sarebbe dovuta esistere una possibilità istituzionale per queste donne: mi avvicinai così alle banche. Le banche rifiutarono l’idea dicendo che non valeva la pena fare credito ai poveri perché non offrivano loro alcuna seria garanzia. Noi raccontammo l’esperienza che avevamo fatto con le donne dei villaggi ma loro non si convinsero. Questa è la ragione per cui decidemmo di fondare una banca diretta esclusivamente ai poveri.
Quali sono le opinioni comuni sui poveri?
Si pensa che i poveri restino tali perché sono pigri o stupidi. Si pensa che non abbiano capacità. In realtà è proprio l’opposto. I poveri lavorano tutto il giorno, compiendo notevoli sforzi fisici. Sono poveri semplicemente perché non esistono le strutture finanziarie che potrebbero aiutarli ad allargare la loro base economica. Hanno capacità, ma non le opportunità per dimostrarlo. I poveri hanno, come tutti gli esseri umani, un potenziale illimitato. Quella che viene loro negata è l’occasione di esplorare tale potenziale. È una questione strutturale, non un problema personale. C’è anche la leggenda che i poveri non sono “bancabili”. Le banche non faranno prestiti ai poveri finché essi non avranno qualcosa di collaterale da offrire; i poveri non sono considerati degni-di-credito. La nostra esperienza ha dimostrato invece che i poveri, specialmente le donne, restituiscono sempre il denaro se l’istituzione può fornirglielo in un modo adatto per loro. In Bangladesh i poveri hanno dimostrato di essere più degni-di-credito dei ricchi.
Perché nel suo libro afferma che bisognerebbe pensare ai più poveri dei poveri?
Credo che ogni efficace programma di riduzione della povertà dovrebbe essere diretto ai più poveri dei poveri. Se un programma mescola i molto poveri con i meno poveri, questi ultimi diventeranno dominanti e finiranno con il tagliare fuori i poverissimi. I meno poveri riusciranno sempre ad accaparrarsi i benefici del programma.
Quali sono le aberrazioni della Banca mondiale? Nel suo libro spiega che questo ente elargisce donazioni e aiuti, ma in realtà contribuisce all’aumento della povertà e non alla sua diminuzione…
Istituzioni multilaterali come la Banca mondiale hanno moltissimo denaro da spendere. Più soldi possono dare meglio è. Grandi progetti finanziati da agenzie di aiuto creano enormi macchine burocratiche che diventano corrotte e inefficienti e ben presto finiscono con l’incorrere in enormi perdite. Gran parte degli aiuti viene utilizzata nei paesi donatori per pagare consulenti, equipaggiamenti, materiali, consiglieri ed esperti. In molti casi i consulenti che propongono questi progetti hanno un’idea molto vaga circa le condizioni del luogo di destinazione e la compatibilità del progetto con l’ambiente. Molto di quello che raggiunge i paesi in via di sviluppo finisce nelle mani delle élite locali, dei fornitori di materiali, consulenti, esperti, intermediari. Se un aiuto straniero riesce a raggiungere il paese in via di sviluppo, allora buona parte di questo aiuto finisce nella costruzione di strade, ponti e così via: tutte cose che si suppone possano in avvenire aiutare i poveri. Tuttavia niente arriva fino ai poveri, niente li raggiunge. I poveri non sono in grado di trarre vantaggi da questi progetti. Molti progetti di aiuto assistiti come la costruzione di dighe – che costringono grandi masse di gente povera ad andarsene dai loro luoghi di origine – peggiorano notevolmente la situazione. Gli aiuti stranieri potranno avere un qualche impatto positivo nella vita dei poveri quando riusciranno a raggiungerli. Ho sempre pensato e dichiarato che “sviluppo” deve significare l’apporto di cambiamenti positivi nello status economico di almeno il 50% della parte più povera della popolazione.
Può descrivere la situazione delle donne e degli uomini aiutati dalla Grameen Bank?
La Grameen Bank aiuta le persone più povere dell’area rurale del Bangladesh. Si tratta di contadini senza terra, quelli che definiamo come proprietari di meno di 0,5 acri di terra coltivabile e il cui credito non supera l’acro di terra di media qualità. Queste persone lavorano duramente ma restano povere perché non hanno accesso ad alcun benché minimo capitale da investire in attività economiche produttive.
Può parlarci della Fattoria dei tre terzi?
L’esperimento della Fattoria dei tre terzi fa parte del Progetto per lo sviluppo rurale dell’Università di Chittagong che abbiamo realizzato nel 1974-76, prima della Grameen Bank. Svolgemmo l’esperimento nella zona di Jobra per verificare se era possibile far crescere un nuovo raccolto di riso durante la stagione secca, quando i terreni agricoli giacevano inutilizzati perché i contadini non potevano ottenere l’acqua necessaria a irrigarli e il resto dell’occorrente. L’idea fu la seguente: durante la stagione secca il proprietario della terra avrebbe messo a disposizione il suo terreno, i mezzadri avrebbero contribuito con il loro lavoro e io avrei provveduto a tutto il resto, tra cui l’acquisto del carburante per far funzionare le pompe di profondità, la fornitura di semi per raccolti altamente produttivi e del fertilizzante, e l’informazione tecnica necessaria. In cambio ciascuna delle tre parti avrebbe ricevuto un terzo del raccolto. L’esperimento ebbe un grande successo. I contadini erano felici perché non avevano dovuto spendere una lira e avevano ottenuto un buon rendimento, e noi avevamo fatto crescere un raccolto su un terreno dove nulla sarebbe mai cresciuto durante la stagione secca.
Perché ritiene le donne più affidabili degli uomini?
La nostra esperienza ci ha mostrato che le donne sono un migliore “rischio di credito” degli uomini. Le donne usano il denaro che ricevono con più attenzione e lo restituiscono con maggiore affidabilità. Cominciammo a fare credito più alle donne che agli uomini quando notammo che prestare denaro alle donne portava maggiori opportunità alla famiglia rispetto a quanto succedeva se si facevano prestiti agli uomini. Le donne sperimentano la fame e la povertà in modo molto più intenso rispetto agli uomini e raramente hanno accesso alle risorse. Per questa ragione quando le donne povere ottengono prestiti sono più lungimiranti degli uomini, e sono più disposte a lavorare duramente per uscire dalla povertà. La nostra esperienza ci ha mostrato che il denaro guadagnato dalle donne porta sempre beneficio a tutta la famiglia. Una donna, in genere, usa i soldi per comprare oggetti per la casa o per costruire un tetto più robusto, migliorando così le condizioni di vita di tutti i familiari. Invece quando gli uomini hanno entrate extra tendono a usarle soprattutto per se stessi.
Quale sarà il ruolo delle donne nel creare un mondo dominato da altre logiche?
Le donne, come ho detto prima, hanno una visione più a lungo termine, perché pensano attraverso i loro bambini. Esse hanno un “interesse acquisito” per un futuro sicuro e un mondo pacifico. Un mondo dove siano assicurate alle donne eguale autorità e partecipazione sarà un mondo più sicuro e pacifico. Se vogliamo creare un mondo impegnato a migliorare la qualità della vita, a rimuovere la povertà, a creare le condizioni di un’occupazione dignitosa per tutti, a ridurre la disuguaglianza, è logico partire dalle donne.
La povertà cancella qualsiasi diritto umano. «La povertà mortifica l’essere umano nella sua più profonda essenza…». Può spiegarci tali affermazioni?
La Dichiarazione universale dei diritti umani afferma che ogni essere umano ha diritto a uno standard di vita adeguato alla salute e al benessere propri e della sua famiglia, che comprende il cibo, il vestiario, la casa, le cure mediche, i necessari servizi sociali; e che ha diritto a garanzie in caso di disoccupazione, invalidità, vedovanza, anzianità o mancanza di mezzi di sussistenza in circostanze al di là del suo controllo. La Dichiarazione richiede che tutti gli stati sottoscrittori assicurino “il riconoscimento e l’osservanza” di tali diritti. Ma la povertà crea una condizione sociale che nega non solo alcuni, ma tutti questi diritti. Un povero in Bangladesh non ha alcun diritto, indipendentemente dal fatto che il suo paese sia un firmatario della Dichiarazione universale dei diritti umani.
Cosa significa cercare soluzioni locali?
Io credo che i poveri abbiano un potenziale illimitato. Non è né efficace né giusto che “esperti” o “consulenti” dicano loro cosa devono fare. Il nostro lavoro dovrebbe essere quello di creare le condizioni affinché i poveri siano in grado di esplorare e manifestare pienamente il loro potenziale. L’accesso al micro-credito è una di queste condizioni.
La Grameen Bank si sta diffondendo a livello globale: c’è differenza tra le metodologie adottate in Bangladesh e quelle che state utilizzando ad esempio nelle isole Lofoten, in Equador o in Nepal?
I cosiddetti “progetti di replicazione Grameen” sono presenti in più di ottanta paesi del mondo e operano in condizioni culturali e socioeconomiche molto diverse. Quando parliamo di “repliche” intendiamo la riproduzione in altri contesti delle caratteristiche essenziali dell’approccio Grameen Bank. Tutte le repliche, dalle Lofoten in Norvegia al Nepal, seguono queste caratteristiche, che includono la fornitura di piccoli liberi prestiti collaterali al più povero dei poveri, un meccanismo di gruppo per i prestiti, prestare danaro alle donne, e così via. S
econdo lei, cosa si può fare a livello individuale per cambiare lo stato del mondo e combattere la povertà?
Io credo che una persona possa fare tutta la differenza. Si può pensare che le azioni di un singolo individuo siano insignificanti, ma tutte le grandi idee e i grandi movimenti cominciano da una persona e dal suo impegno nel portare avanti le sue idee e le sue azioni, che altre persone poi potranno condividere e perseguire.
Da Buddismo e società, N. 94