Nichiren Daishonin (1222-1282), il fondatore del Buddismo praticato dai membri della Soka Gakkai, è una figura unica nella storia religiosa e sociale del Giappone. Apertamente critico nei confronti del potere costituito e delle scuole buddiste dell’epoca, era anche pieno di calorosa umanità, come mostra il contenuto delle numerose lettere che inviava ai suoi discepoli.

Il profondo interesse per la felicità delle persone comuni lo rese un irremovibile oppositore alle tiranniche e spesso corrotte strutture sociali dell’epoca e, in una società feudale basata sull’obbedienza alle autorità, la vita del Daishonin era colma di difficoltà e persecuzioni. Era una vita dedita a propagare un insegnamento che permette a tutte le persone di liberarsi dalla sofferenza e creare le condizioni affinché il principio del rispetto della dignità della vita si affermi come motivazione fondamentale della società. Oggi, la stessa aspirazione anima le attività della SGI e dei suoi membri.

La vita di Nichiren Daishonin

I primi anni

Il Daishonin nacque in una località costiera, da una famiglia di pescatori – il rango sociale più in basso nella rigida gerarchia del Giappone del 13° secolo. All’età di 12 anni iniziò il suo percorso di formazione monastica in un tempio chiamato Seicho-ji ed entrò formalmente nel clero a 16 anni. Profondamente colpito dalla condizione delle persone comuni, che vedeva rappresentata dalla vita dura e difficile della gente del suo villaggio, la sua preoccupazione per le sofferenze umane era la profonda motivazione interiore che lo spingeva a ricercare il cuore della dottrina buddista. In una delle sue lettere egli descrive come, sin da bambino, pregasse per diventare “la persona più saggia del Giappone”. Dopo essere formalmente entrato nel clero, Nichiren si dedicò intensamente allo studio dei sutra e degli insegnamenti delle varie scuole, recandosi presso i maggiori centri buddisti del Giappone.

La fondazione del suo insegnamento

All’età di 32 anni, ritornò al Seicho-ji, qui il 28 aprile 1253 annunciò la conclusione dei suoi studi dichiarando che il cuore dell’illuminazione di Shakyamuni si trova nel Sutra del Loto, che racchiude la Mistica Legge, la verità alla quale il Budda si era risvegliato. Il Daishonin definì questa legge “Nam-myoho-renge-kyo” e, sfidando le maggiori scuole dell’epoca, dichiarò che questo era l’unico insegnamento in grado di condurre tutte le persone all’illuminazione. La severa confutazione delle scuole tradizionali dell’epoca scatenò la profonda ostilità dei preti di quelle scuole e dei loro seguaci, fra i quali vi erano molti influenti ufficiali governativi.

Nel 1260, con l’insorgere di una serie di disastri e calamità naturali, il Daishonin scrisse il suo trattato più famoso: Rissho Ankoku Ron “Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese.” In questo trattato, sviluppò l’idea che si potesse riportare la pace nel paese ed evitare altri disastri solo riaffermando il rispetto per la sacralità della vita, attraverso la fede nel Sutra del Loto. Egli descrive con queste parole che cosa lo muoveva:

Come posso stare a guardare il declino della Legge buddista e non sentirmi pervaso da un profondo dolore?

Presentò questo trattato alle più alte cariche politiche del Giappone e fece pressioni affinché organizzassero – come era costume dell’epoca – un dibattito pubblico tra lui e i rappresentanti delle altre scuole buddiste. La proposta di un dibattito pubblico – che Nichiren continuò a richiedere per tutta la vita – fu però sempre ignorata ed egli venne esiliato nell’isola di Izu.

La crisi decisiva

Negli anni che seguirono, le sue critiche puntuali alle altre dottrine buddiste gli valsero, da parte delle autorità governative e delle altre scuole, una serie di persecuzioni: attacchi armati, imboscate, ulteriori esili; infine tentarono di decapitarlo sulla spiaggia di Tatsunokuchi. In quell’occasione, un attimo prima che la spada del boia cadesse per colpirlo, un oggetto luminoso attraversò il cielo: era così abbagliante che gli ufficiali, terrorizzati, sospesero l’esecuzione. Nichiren Daishonin fu poi esiliato in condizioni di estrema deprivazione a Sado, un’isola remota dove continuò a trasmettere i suoi insegnamenti scrivendo trattati e lettere di incoraggiamento ai suoi discepoli. Il trionfo del Daishonin sui suoi persecutori a Tatsunokuchi fu molto significativo. Confermava che, pur rimanendo un comune essere umano, la sua vera identità originale era quella di un Budda, con la missione di diffondere l’insegnamento di Nam-myoho-renge-kyo e fornire così a tutte le persone il mezzo per liberarsi, al livello più profondo, dalla sofferenza. Dopo questo episodio, per i suoi seguaci iniziò ad iscrivere il Gohonzon, una pergamena dai caratteri cinesi che incarna la Mistica Legge alla quale si era illuminato. Il trasferimento al Monte Minobu Nel 1274 il Daishonin fu graziato e tornò a Kamakura, all’epoca il centro politico del Giappone. Ancora una volta fece le sue rimostranze alle autorità governative affinché cessassero di credere in insegnamenti errati, ma per la terza volta non venne ascoltato. Perciò decise di ritirarsi e si stabilì sulle pendici del monte Minobu dedicandosi ad istruire i discepoli che avrebbero portato avanti la propagazione del’insegnamento dopo la sua morte. Durante questo periodo, grazie agli sforzi dei suoi discepoli, numerose persone si convertirono, ciò suscitò ulteriori persecuzioni. Nel 1279, nel villaggio di Atsuhara, venti laici da poco suoi seguaci furono arrestati sulla base di false accuse. Dopo essere stati torturati e spinti ad abbandonare la loro fede, tre di loro vennero uccisi. Questi credenti laici – semplici contadini – rimasero incrollabili nella loro fede. Questo fu un momento cruciale perché infuse nel Daishonin la convinzione che i suoi insegnamenti si sarebbero diffusi anche dopo la sua morte. Non molto tempo dopo, all’età di 61 anni Nichiren Daishonin morì di morte naturale dopo aver realizzato la sua missione: aprire la via alla liberazione di tutte le persone dalla sofferenza attraverso l’insegnamento di Nam-myoho-renge-kyo, la filosofia della dignità della vita umana e del suo infinito potenziale.

da SGI Quarterly – ottobre 2016

Panorama storico

Il Giappone del tredicesimo secolo era dominato da un governo militare la cui sede si trovava a Kamakura, una città costiera a sudovest dell’attuale Tokyo. Lo shogunato di Kamakura, definizione con cui è comunemente noto quel governo, durò dal 1185 al 1333, e di conseguenza anche questo lasso di tempo viene chiamato periodo Kamakura.

Lo shogunato di Kamakura, un’organizzazione governativa creata e totalmente dominata da membri della classe guerriera, rappresentò un fenomeno nuovo all’interno della storia giapponese. Se i resoconti della tradizione sono degni di fede, nel primo periodo della storia giapponese gli imperatori avevano fatto uso in prima persona della forza militare ogniqualvolta la situazione lo richiedeva, ma nei secoli seguenti i doveri dell’imperatore erano stati sempre più circoscritti a funzioni religiose e cerimoniali. Una complessa burocrazia centrale e provinciale, ispirata al modello cinese, gestiva l’amministrazione degli affari del paese, mentre un esercito di soldati di leva manteneva l’ordine e difendeva le frontiere.

Alla fine dell’ottavo secolo l’imperatore conferì il titolo di Seiitaishogun, o “Grande generale che sottomette i barbari”, a un ufficiale di corte e lo inviò a conquistare le tribù indigene del nord. Il titolo, abbreviato in “shogun”, era destinato ad avere in seguito un ruolo importante nella storia del Giappone, quando venne a designare il governante militare del paese. Ma a quel tempo non c’era ancora niente di simile a una professione o a una specifica classe guerriera.

Durante i lunghi secoli del periodo Heian (794-1185), quando la capitale si trovava a Heiankyo, l’attuale Kyoto, la situazione iniziò a mutare. Gli aristocratici di corte, che dirigevano l’amministrazione sul modello cinese accennato prima, passavano sempre più tempo a curare i propri interessi artistici e culturali nella capitale e trascuravano l’amministrazione pratica degli affari di governo, in particolar modo nelle province ai confini dell’impero. Di conseguenza emerse ben presto una nuova classe di guerrieri-agricoltori, comunemente definiti samurai. Bonificando o rendendo coltivabili nuove terre nelle regioni più sperdute, essi riuscirono a crearsi piccoli possedimenti. Per evitare le imposte del governo centrale, le loro terre venivano affidate nominalmente a potenti famiglie aristocratiche o a templi buddisti, ma in realtà costituivano proprietà private protette dal valore militare dei singoli samurai. Per rafforzare la loro posizione, in breve tempo i samurai si riunirono in gruppi o si posero al servizio di qualcuno dei clan locali più potenti. Presto arrivarono a costituire una nuova classe di guerrieri professionisti, lasciando ai contadini il compito di coltivare direttamente i loro terreni e concentrandosi sul perfezionamento delle arti militari e sugli ideali di forza morale e audacia che ne erano alla base.

In un primo tempo questi potenti clan provinciali preferirono tenersi lontani dagli affari della capitale, dove l’istituzione imperiale si trovava ormai sotto il dominio assoluto della grande famiglia di corte dei Fujiwara. I Fujiwara avevano il controllo delle cariche più alte, davano in sposa le loro figlie agli imperatori e, insediando sul trono reggenti bambini, gestivano in loro vece gli affari di governo. Di conseguenza, gran parte degli imperatori giapponesi in questo periodo regnavano solo per breve tempo, poi erano obbligati a cedere il trono a un erede infante e a condurre una vita relativamente ritirata.

In una simile situazione politica complessa, in cui uno o più ex imperatori si trovavano a convivere con un imperatore regnante e vari rami della famiglia Fujiwara si contendevano la supremazia, gli scontri di potere erano inevitabili. Quando avevano luogo, non c’era da stupirsi che i contendenti tentassero di rafforzare la propria posizione cercando sostegno presso i clan guerrieri delle province, alcuni dei quali erano imparentati con l’aristocrazia di corte. In tal modo i guerrieri giunsero a rivestire un ruolo importante negli affari di corte e della capitale, in un primo tempo solo sporadicamente, ma in seguito con crescente regolarità. I rami della famiglia Fujiwara che vivevano nel nordest del Giappone furono tra i primi ad assumere un ruolo di questo genere.

Nel tempo furono poi oscurati da altri due clan guerrieri, i Minamoto o Genji, i cui terreni erano concentrati nella regione di Kanto nel Giappone orientale, e i Taira o Heike, che avevano la loro base di potere nella regione del mare interno. Alla fine il capo del clan Taira, Taira no Kiyomori (1118-1181), intervenendo in due battaglie successive per il potere a corte, riuscì a diventare di fatto il dittatore del paese: si insediò nella più alta carica di governo e, per la prima volta nella storia del Giappone, tanto gli imperatori in ritiro o in carica quanto i signori Fujiwara si ritrovarono alla mercé di un capo militare e dei suoi seguaci. I Taira comunque non si dimostrarono veri nemici dell’aristocrazia, ma anzi adottarono con entusiasmo le consuetudini della capitale. In poco tempo abbandonarono il comportamento e gli ideali guerrieri e non fu più possibile distinguerli dalla classe cortigiana. Nel frattempo avevano però aperto ad altri la strada verso il potere e così, quando Kiyomori morì nel 1181, la loro posizione di dominio venne subito insidiata da altri clan guerrieri guidati dalla famiglia Minamoto, proveniente dall’est. I Taira furono costretti ad abbandonare Kyoto e fuggirono a ovest, subendo una sconfitta finale schiacciante nel 1185, nella battaglia navale di Dannoura.

Minamoto no Yoritomo (1147-1199), a capo dell’esercito dei Minamoto, fece attenzione a non ripetere gli errori commessi dai Taira. Stabilì il proprio governo militare a Kamakura, dove sarebbe stato sicuramente lontano dall’influenza della corte e dai suoi costumi decadenti, ma non fece alcun tentativo di smantellare la macchina governativa già esistente a Kyoto. Al contrario, cercò deliberatamente di ottenere il riconoscimento delle proprie imprese da parte dell’imperatore e della corte e nel 1192 riuscì a ottenere il prestigioso titolo militare di shogun. Tuttavia divenne ben presto evidente che le funzioni amministrative, in precedenza svolte dalla corte, nel futuro sarebbero state gradualmente assunte dalle famiglie di guerrieri guidate dallo shogunato di Kamakura. Nel 1185 Minamoto no Yoritomo nominò degli shugo, o sovrintendenti, per mantenere l’ordine nelle varie province, e degli jito, o amministratori, per controllare le proprietà pubbliche e private; anche se questi funzionari apparentemente gestivano gli affari della classe guerriera, in breve tempo divennero di fatto i governatori della loro regione.

Nella sua ascesa al potere, Yoritomo era stato appoggiato dai parenti della moglie, membri della famiglia Hojo, un potente clan militare della regione di Izu. Quando Yoritomo morì nel 1199, gli successe in qualità di shogun il figlio diciottenne Yoriie, ma in realtà il potere era esercitato dal nonno materno di Yoriie, Hojo Tokimasa (1138- 1215), che agiva da shikken, o reggente, per il ragazzo e alla fine lo fece eliminare. Il fratello minore di Yoriie, Sanetomo, lo sostituì in qualità di shogun nel 1203, ma venne assassinato nel 1219, ponendo fine alla discendenza diretta di Yoritomo.

Per il resto del periodo Kamakura, la posizione di shogun fu occupata da un sovrano bambino scelto prima in seno alla famiglia Fujiwara e in seguito nella famiglia imperiale. L’autorità effettiva veniva esercitata esclusivamente dai membri della famiglia Hojo che svolgevano le funzioni di reggenti per questi governanti fantoccio. La supremazia dei reggenti Hojo non proseguì però del tutto incontrastata. Nel 1221 l’ex imperatore Gotoba, insieme ad altri due ex imperatori, tentò di liberarsi dalla dominazione dello shogunato, ma nonostante gli ordini inviati alle province affinché radunassero truppe per sostenere la causa imperiale, il numero di guerrieri che rispose fu penosamente esiguo. Le forze imperiali furono battute con facilità e il governo di Kamakura depose l’imperatore in carica ed esiliò in isole remote gli ex imperatori. Questo episodio è noto come il tumulto di Jokyu, dal nome del periodo in cui ebbe luogo.Per assicurarsi che non si ripetesse qualcosa di simile, la famiglia Hojo costituì un quartier generale militare a Kyoto per tenere sotto controllo la corte.

La seconda minaccia seria al potere degli Hojo venne dall’esterno e di fatto minacciò tutto il Giappone. In passato, soprattutto per la distanza che separava il Giappone dal continente, il paese aveva temuto solo in rari casi che potesse avvenire un’invasione, ma nel tredicesimo secolo una nuova razza di spietati conquistatori, i mongoli, fece sentire la sua presenza in Asia. Dopo le vittorie nell’Asia Centrale e in Europa, essi occuparono il nord della Cina e la Corea ed erano in procinto di soggiogare il sud della Cina quando il Giappone attirò la loro attenzione. Nel 1268 il sovrano mongolo Khubilai Khan mandò in Giappone il primo di una serie di inviati per esigere che gli riconoscessero fedeltà. Hojo Tokimune, che al tempo dirigeva lo shogunato, rifiutò con forza le richieste e ignorò tutti i successivi inviati mongoli. Nel 1274 l’esercito mongolo si spinse allora nelle acque al largo del sud del Giappone con l’intento di punire i giapponesi per la loro riluttanza: i mongoli occuparono diverse isolette e attaccarono il Kyushu, ma lo scoppio di una forte tempesta li fece ritirare in fretta.

Le autorità di Kamakura, sapendo bene che il pericolo non era certo scongiurato, si affrettarono a costruire mura e a prendere altre precauzioni per difendersi da una seconda invasione. Nel 1281 i mongoli riapparvero infatti un’altra volta a capo di una enorme flotta di navi cinesi e coreane. Di nuovo i giapponesi opposero una fiera resistenza, anche se subirono terribili perdite. Prima che i mongoli riuscissero a mettere in azione il grosso delle loro forze, comunque, una grande tempesta si abbatté sulla zona, affondando o danneggiando le navi degli invasori e determinando l’esito disastroso della loro spedizione. Dopo aver riflettuto su un altro possibile tentativo di invasione, alla fine i mongoli abbandonarono le loro ambizioni e, nel 1299, avanzarono proposte di pace al Giappone.

Le perdite subìte dai guerrieri giapponesi nel conflitto precedente però avevano seriamente indebolito la fiducia che essi riponevano nello shogunato di Kamakura. Allo stesso tempo il pesante costo delle misure difensive adottate stava minacciando la stabilità del governo. Questi due fattori affrettarono il declino dello shogunato di Kamakura e nei primi anni del quindicesimo secolo un caparbio imperatore di nome Godaigo salì al trono. Deciso a governare da solo e a sbarazzarsi del predominio dei reggenti Hojo, egli compì diversi tentativi per rovesciare lo shogunato di Kamakura. I suoi sforzi alla fine furono coronati da successo nel 1333, quando i capi guerrieri che lo sostenevano si impadronirono dei quartieri generali militari di Kyoto e Kamakura, ponendo fine al dominio degli Hojo.

(tratto da Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, 2008)

Panorama culturale e religioso

Nella prima fase della sua storia il Giappone subì una forte influenza culturale da parte della Cina e della Corea. I giapponesi adottarono la lingua scritta cinese per i documenti ufficiali e per le opere di storia e filosofia, e utilizzarono i caratteri cinesi per inventare un sistema di scrittura per la loro stessa lingua. Come già accennato in precedenza, essi introdussero buona parte del sistema burocratico cinese, istituendo un tipo di governo centralizzato sotto l’autorità suprema dell’imperatore. Dal continente i giapponesi presero in prestito molte nozioni anche in altri settori come la filosofia, l’arte, l’architettura, la medicina e l’ingegneria.

Secondo i resoconti della tradizione, il Buddismo venne introdotto in Giappone dalla Corea intorno alla metà del sesto secolo. In un primo tempo incontrò l’aspra resistenza dei sostenitori della locale fede scintoista, ma gradualmente prese piede tra le classi più elevate. In poco tempo il governo assunse un ruolo attivo nel sostenere la nuova religione: costruì templi, accolse preti dall’estero e inviò preti giapponesi sul continente per approfondire gli studi. La grande città di Nara, capitale del paese dal 710 al 784, era famosa per la sua schiera di templi e la gigantesca immagine di bronzo del Budda Vairochana che vi fu eretta dal governo nel 749. Il tipo di Buddismo portato in Giappone a quel tempo però, anche se nel pensiero era principalmente mahayana, era composto in grande misura da dottrine astruse o dall’osservanza di complesse regole di disciplina monastica. Al di là della visibile maestosità e bellezza degli edifici e delle immagini associate a esso, in questo tipo di Buddismo erano pochi gli elementi che affascinassero o fossero compresi dalle persone comuni di istruzione limitata. Gli aristocratici sostenevano questa religione perché credevano che li avrebbe aiutati a garantire la propria sicurezza e il proprio benessere personale, oltre a quello dello stato, ma era improbabile che l’influenza buddista penetrasse molto profondamente ai livelli inferiori della società giapponese.

All’inizio dell’epoca Heian furono importate dalla Cina due nuove scuole di Buddismo. La prima fu il Buddismo di T’ien-t’ai, introdotto da Saicho (767-822), meglio conosciuto con il titolo postumo di Gran Maestro Dengyo. Questo Buddismo si diffuse in Giappone con il nome di Buddismo Tendai, dove “Tendai” era la traduzione giapponese del nome cinese T’ien-t’ai. Le dottrine di T’ien-t’ai, basate sul Sutra del Loto, formano uno degli elementi cardine dell’insegnamento di Nichiren Daishonin. La seconda scuola fu quella della Vera parola, o Buddismo esoterico, introdotto da Kukai (774-835), o Gran Maestro Kobo. Essa enfatizzava il ruolo della musica e delle arti nell’ottenimento della comprensione religiosa, e raccomandava vari tipi di rituali mistici per allontanare il male e ottenere la salvezza.

Anche se queste due nuove scuole di Buddismo godevano del sostegno del governo, esse preferirono stabilire le loro sedi su varie cime montuose lontane dalla corte. Il tempio principale della scuola Tendai era situato sul monte Hiei, a nordest di Kyoto, e quello della scuola della Vera parola sul monte Koya, all’estremo sud. Entrambi i monasteri di montagna giocarono un ruolo vitale nei secoli successivi in qualità di centri di apprendimento buddista: il primo in particolare fu il luogo in cui si formarono molti dei più famosi maestri del Buddismo giapponese, fra cui anche Nichiren Daishonin.

Comunque, anche se entrambe le scuole sostenevano che tutti gli esseri viventi erano in grado di conseguire la Buddità, sembravano fare ben poco per diffondere questo messaggio tra la gente. Al contrario, la scuola della Vera parola, e in seguito anche la scuola Tendai, si interessarono sempre più alle esecuzioni di elaborati rituali e incantesimi o finirono coinvolte in sordide lotte di potere con scuole rivali o tra fazioni in guerra all’interno delle loro stesse scuole.

Per quanto riguarda la letteratura di quel periodo, è interessante osservare che La raccolta di diecimila foglie, una grande antologia di poesia antica giapponese redatta verso la fine dell’epoca Nara (710-794), è straordinaria per la sua relativa semplicità, chiarezza espressiva e solarità della visione, come anche per il fatto di includere poesie provenienti da ogni classe sociale. Invece nella successiva epoca Heian la poesia divenne quasi esclusivamente appannaggio della classe cortigiana e si fece sempre più artefatta nell’espressione e intellettuale nel tono. Nello stesso tempo sia la poesia sia le altre forme letterarie erano permeate da un’aura di malinconia.

I primi segni di questo atteggiamento pessimistico si potevano già ravvisare nella Raccolta di diecimila foglie e sono tipicamente legati all’enfasi posta dal Buddismo sulla natura impermanente e in continuo mutamento della vita, un concetto espresso in giapponese con il termine mujo. In realtà il Buddismo sottolinea questo elemento di trasformazione nella vita umana per portare le persone a riflettere seriamente sulla propria salvezza e, fondamentalmente, la visione del Buddismo mahayana è tutt’altro che pessimista. Ma per i giapponesi dell’epoca Heian, in particolare negli ultimi travagliati anni di quel periodo, la grande speranza offerta dalla religione buddista sembrava meno reale dell’inevitabilità del cambiamento, che per la gente significava invariabilmente un cambiamento in peggio. Così, la principale opera letteraria del periodo, Storia dei Genji, che risale all’undicesimo secolo, è pervasa da un senso di brevità, incertezza e intrinseca tristezza della vita.

I giapponesi di questo periodo avevano una ragione particolare per credere che la vita fosse destinata a essere dolorosa e che le speranze di salvezza fossero incerte. Il Buddismo insegnava che, dopo la scomparsa del Budda Shakyamuni, gli insegnamenti buddisti avrebbero attraversato tre periodi principali di cambiamento: un’epoca in cui la Legge, o dottrina, sarebbe fiorita, una in cui avrebbe iniziato a tramontare, e infine un’epoca, nota come Ultimo giorno della Legge, in cui la Legge, o dottrina, sarebbe ulteriormente declinata perdendo alla fine il proprio potere salvifico.

Anche se ci sono modi diversi di calcolare la durata dei tre periodi, i giapponesi credevano che sarebbero entrati nell’Ultimo giorno intorno alla metà dell’undicesimo secolo e, in quel periodo, le loro aspettative sembravano confermate dal declino del potere della corte, dai tumulti nelle regioni di confine e da altri segni di decadenza nell’ordine sociale.

In epoche precedenti il Buddismo giapponese, e la scuola Tendai in particolare, aveva sottolineato che è possibile per una persona ottenere l’illuminazione o Buddità in questa vita attraverso i propri sforzi personali, ma c’era la diffusa sensazione che, con l’arrivo dell’Ultimo giorno della Legge, simili speranze sarebbero diventate irrealistiche. Nel monastero Tendai sul monte Hiei si sviluppò la convinzione che in un’epoca di decadenza si dovesse contare su un potere esterno come mezzo per ottenere l’illuminazione. Questa credenza rese quindi sempre più appetibile la fede nel potere redentore del Budda Amida. Amida è un Budda che si dice regni su un paradiso noto come la Pura terra di Perfetta Beatitudine. In qualità di bodhisattva, egli fece il giuramento di salvare tutte le persone che invocano il suo nome e di fare sì che dopo la morte esse rinascano a una vita di beatitudine nella lontana Pura terra.

La pratica di offrire preghiere ad Amida era già molto diffusa nel Buddismo cinese e in breve tempo venne introdotta anche in Giappone, ma non riuscì a trovare una vera diffusione fino all’epoca Heian. Si può facilmente comprendere perché il suo fascino fosse così grande. Essa non richiedeva che i credenti compiessero faticosi esercizi religiosi o rispettassero severe regole di disciplina: per assicurarsi la salvezza tutto quello che si doveva fare era recitare con fede sincera la semplice formula di lode conosciuta come Nembutsu. Gli aristocratici, in particolare i membri della famiglia Fujiwara, dimostrarono il loro entusiasmo per il culto di Amida costruendo templi maestosi adornati da splendide statue d’oro che lo raffiguravano. Nello stesso tempo, i preti si aggiravano tra la gente comune a predicare il messaggio di salvezza di Amida e a cantare inni di lode. Di conseguenza, il Buddismo si diffuse più che mai tra le classi inferiori e arrivò ad acquisire un forte controllo sulla vita spirituale del paese.

In un primo tempo la devozione per Amida rimase semplicemente un elemento delle pratiche religiose della scuola Tendai, la scuola dominante nell’epoca Heian, ma negli ultimi anni di quel periodo fecero la loro apparizione due influenti capi religiosi che fondarono una forma disgiunta di Buddismo basata solamente sulla devozione a Amida. Il primo fu Honen (1133-1212) il fondatore della scuola della Pura terra. L’altro fu Shinran (1173-1262), i cui seguaci si fecero gradualmente conoscere come Vera scuola della Pura terra. Entrambi ricevettero la loro formazione religiosa sul monte Hiei, ma in seguito furono costretti a lasciare la regione della capitale a causa dell’opposizione delle scuole di Buddismo già esistenti. I loro insegnamenti conquistarono gradualmente un vasto seguito, soprattutto nelle zone rurali.

Se il capolavoro della letteratura Heian è Storia dei Genji, quello dell’epoca Kamakura è il romanzo storico noto con il titolo di Storia degli Heike. Storia dei Genji fu scritto da una donna, Murasaki Shikibu, e tratta quasi interamente della vita e degli intrighi romantici dell’aristocrazia di corte. Storia degli Heike, un’opera anonima, fu probabilmente redatta nel tredicesimo secolo sulla base di racconti che erano circolati in precedenza in forma orale per merito dei cantastorie. Essa descrive nel dettaglio la straordinaria ascesa al potere della famiglia Heike, o Taira, e la sua sconfitta per mano della famiglia Minamoto. In forte contrasto con Storia dei Genji, l’opera è ricca di scene di combattimento e di valore militare, è scritta con uno stile marcatamente maschile e riflette gli interessi e gli ideali della nuova classe guerriera emergente. Tuttavia ha un elemento in comune con il capolavoro precedente. Storia dei Genji, come abbiamo visto, è dominato da un senso di tristezza per la brevità della vita umana e questa stessa nota di malinconia pervade anche Storia degli Heike, fin dalle prime frasi dell’opera. In realtà, per i giapponesi dell’epoca, la straordinaria ascesa e caduta della famiglia Taira fu il simbolo supremo del mujo, l’inevitabile transitorietà della gloria mondana. Come questo parallelismo suggerisce, la cultura dell’epoca Kamakura segnò da una parte una brusca rottura con il passato, ma dall’altra una sua continuazione. Il samurai, come si conveniva a un membro di una classe guerriera in una società feudale, dava grande importanza alla vita semplice, all’audacia personale e a una incrollabile fedeltà verso il proprio signore. E, in particolare nel periodo Kamakura, l’asprezza e la violenza nei confronti della vita riflettevano l’etica del guerriero. Fu un’epoca in cui persino i templi buddisti si armavano per difendere i propri beni e privilegi e la necessità di ricorrere alle armi sembrava una possibilità costantemente attuale.

Nello stesso tempo i guerrieri, possedendo una scarsa cultura personale, erano obbligati a fare ricorso ai membri della vecchia aristocrazia di corte per le questioni di cultura superiore, per quanto potessero disprezzarli per il loro stile di vita decadente.

L’atteggiamento di Kamakura verso Kyoto era quindi caratterizzato da una sorta di ambiguità: i capi militari desideravano tenersi lontani dalla capitale e dalla sua atmosfera debilitante fatta di mollezze e di intrighi, ma invidiavano i cortigiani per la loro preparazione in fatto di musica, poesia e gusto artistico. Non sorprende scoprire quindi che i capi dello shogunato di Kamakura e le loro mogli si rivolgevano spesso a Kyoto per ricevere insegnamenti artistici e filosofici in genere, o accoglievano nella loro città grandi eruditi e maestri religiosi provenienti dalla capitale affinché fungessero loro da mentori in ambito culturale. Uno dei modi in cui i funzionari dello shogunato cercarono di dare prestigio alla loro città e al loro governo fu il patrocinio di una nuova forma di Buddismo, nota come Zen. Lo Zen era la scuola di Buddismo dominante in Cina a quel tempo e i preti giapponesi si recavano sulla terraferma per studiarlo e riportarne in patria gli insegnamenti: essi cercarono di introdurre questi insegnamenti a Kyoto all’inizio del tredicesimo secolo, ma incontrarono la forte opposizione delle altre scuole buddiste tradizionali.

Era naturale quindi che si dirigessero verso Kamakura, dove le scuole più antiche esercitavano un’influenza minore, e cercassero di interessare alle loro dottrine i capi del governo militare. I membri della famiglia Hojo e i loro sostenitori risposero con entusiasmo, fondando templi per la nuova scuola e invitando i maestri dello Zen cinese a recarsi a Kamakura. Doryu (1213-1278) o Tao-lung, a cui Nichiren Daishonin fa spesso riferimento, fu uno di quei preti cinesi che godettero di grande favore presso il regime Hojo.

Nelle sue dottrine di base, lo Zen non si differenziava molto dalle altre scuole buddiste mahayana, ma a differenza di quelle scuole che sottolineavano lo studio dei sutra e degli altri scritti sacri, o il potere salvifico di qualche particolare Budda o bodhisattva, lo Zen spingeva l’individuo a ottenere l’illuminazione nel modo in cui la ottenne il Budda Shakyamuni: trascorrendo ore in meditazione nella posizione del loto. Lo Zen quindi ridusse l’importanza dello studio e del sapere spronando invece i seguaci verso la disciplina, lo sforzo personale e l’obbedienza al maestro Zen. È facile intuire perché una simile dottrina fosse in grado di affascinare i membri della classe guerriera: garantiva loro di non doversi misurare con difficili scritti dottrinali o finezze filosofiche per ottenere l’illuminazione. Tutto ciò di cui avevano bisogno era la determinazione e la pazienza per sopportare lunghe e spesso dolorose ore di meditazione. E questo era qualcosa che qualunque soldato poteva comprendere.

Tale era dunque il panorama religioso al tempo in cui Nichiren Daishonin iniziò la sua attività. Le scuole di Buddismo più antiche, con sede a Nara e a Kyoto, godevano di grande potere e prestigio, anche se erano moralmente indebolite dalle fazioni interne e dalle collusioni mondane. I buddisti della Pura terra, o credenti Nembutsu, come li chiama Nichiren Daishonin, continuavano a crescere di numero, costituendo un elemento religioso importante soprattutto nelle campagne. Lo Zen, anche se godeva della protezione dello shogunato di Kamakura, e in seguito della corte di Kyoto, rimase limitato a queste due città. Un ultimo gruppo buddista menzionato da Nichiren Daishonin è rappresentato dai preti della scuola dei Precetti. Questa scuola, che imponeva l’osservanza di complessi precetti, o regole di disciplina monastica, era stata portata in Giappone nel periodo Nara e nel periodo Kamakura stava vivendo una sorta di rinascita.

Il periodo della vita di Nichiren Daishonin fu un’epoca in cui i giapponesi, turbati dai rapidi cambiamenti sociali che non riuscivano interamente a comprendere, come anche dalle catastrofi naturali e dalla minaccia dell’invasione straniera, stavano cercando una realizzazione spirituale. Davano grande importanza alle questioni religiose ed erano pronti a discutere con passione e anche a ricorrere alla forza fisica per difendere ciò che consideravano la verità. Fu un’epoca molto diversa da quella di tolleranza o indifferenza religiosa in cui si vive oggi, e per comprenderla è necessario cercare di entrare nella mentalità e nelle motivazioni dei contemporanei del Daishonin.

(tratto da Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, 2008)

Scritti di Nichiren Daishonin

Quando si fa riferimento alle scritture di Nichiren Daishonin solitamente si usa il termine giapponese Gosho. Letteralmente la parola è composta di due ideogrammi: go – prefisso onorifico – e sho – scrittura. Quindi Gosho indica scritture degne del massimo rispetto. Nella lingua giapponese il termine è usato soprattutto come titolo onorifico per determinati testi compilati da fondatori o patriarchi di alcune scuole buddiste. Nikko, discepolo e successore del Daishonin, raccolse gli insegnamenti del maestro, li copiò e li conservò come testi sacri. Il Gosho raccoglie scritture di diverso tipo: trattati dottrinali, rimostranze rivolte alle autorità governative; lettere ai discepoli contenenti incoraggiamenti, spiegazioni, risposte a domande, consigli e infine resoconti degli insegnamenti orali di Nichiren redatti da Nikko.

«Il Gosho – scrive Ikeda – spiega i mezzi che consentono a tutti gli esseri umani di raggiungere l’Illuminazione. […] Essi sono il risultato della continua lotta del Daishonin per salvare le persone attraverso centinaia di lettere e migliaia di dialoghi. Egli non si confinò in un eremo per scriverli. Al contrario parlò e scrisse sempre in mezzo alla gente».

Selezione di Gosho in Italiano:

La Raccolta degli Insegnamenti Orali

La Raccolta degli insegnamenti orali (Ongi kuden) è la trascrizione fatta dal discepolo Nikko delle lezioni tenute da Nichiren Daishonin sull’intero Sutra del Loto. Qui presentiamo l’opera integrale tradotta in italiano della versione inglese a cura di Burton Watson, edita dalla Soka Gakkai giapponese alla fine del 2004, e già pubblicata a puntate sulla rivista Buddismo e società.