TOKYO: «Ciò che è comune al maggior numero non è fatto segno alla benché minima attenzione» scrisse Aristotele, sottolineando una tendenza umana fin troppo comune. E il suo monito è rilevante anche oggi, in particolar modo nella battaglia contro il cambiamento climatico.

L’Accordo di Parigi, adottato nel dicembre 2015, è un accordo internazionale per rafforzare le iniziative volte a mitigare il riscaldamento globale. Ma il segretario generale dell’ONU António Guterres ricorda che il «cambiamento climatico va più veloce dei nostri sforzi per affrontarlo» e rappresenta una minaccia alla sopravvivenza stessa dell’umanità. Già soltanto nell’anno in corso abbiamo assistito a intense ondate di caldo in tutta Europa e in India e ad alte temperature mai riscontrate nelle regioni artiche, fra cui Alaska e Siberia.
Secondo l’Organizzazione metereologica mondiale (WMO), questa tendenza di lunga durata al rialzo delle temperature globali è indiscutibilmente connessa a molti degli eventi climatici estremi che si sono verificati in varie parti del mondo ed è assai probabile che sia destinata a continuare.

Mentre si parla sempre di più di “crisi climatica” e di “emergenza climatica”, il 23 settembre avrà luogo il Summit di azione sul clima delle Nazioni Unite 2019. Il nostro mondo si trova a un bivio cruciale: riusciranno i governi a incrementare i loro sforzi congiunti per ridurre le cause del riscaldamento globale, come le emissioni di gas serra, e rispondere efficacemente all’impatto del rialzo delle temperature, comprese le perdite e i danni causati dalle situazioni climatiche estreme?

L’innalzamento del livello del mare dovuto allo scioglimento delle lastre di ghiaccio nell’antartico e in Groenlandia, insieme alle ondate di calore, alle piogge torrenziali e ad altri eventi climatici estremi, ha avuto un effetto devastante sull’economia e sul commercio. Inoltre, gli effetti del cambiamento climatico stanno costringendo sempre più persone allo sfollamento.

L’Istituto Toda per la pace, che fondai nel 1996, ha lavorato negli ultimi anni a un programma di ricerca sul cambiamento climatico e i conflitti che affronta il tema della migrazione forzata. La ricerca ha messo in luce la situazione gravissima che stanno vivendo le popolazioni delle isole del Pacifico. A causa dell’innalzamento del livello del mare, intere comunità di quella regione si trovano costrette a considerare la necessità di trasferirsi altrove e sembra che non ci sia grande attenzione a cosa ciò possa significare per loro dal punto di vista emotivo e spirituale.
Per molte società che vivono nelle isole del Pacifico, la terra dei loro avi è come una madre ed essere costretti ad abbandonare un luogo con il quale si ha un legame così profondo equivale quasi alla perdita della propria identità fondamentale. La sicurezza ontologica che ci dà la nostra terra non può essere rimpiazzata dalla sicurezza materiale che può garantirci il trasferimento in un posto nuovo. Questa ricerca evidenzia con forza l’esigenza di tener conto di questi legami indissolubili fra le persone e la loro terra nel pianificare le varie iniziative per contrastare il cambiamento climatico.

Mi viene da pensare all’insegnamento buddista delle “quattro visioni del boschetto di sal” che illustrano come le differenze nella condizione mentale o spirituale e nel modo di pensare delle persone facciano sì che esse vedano la stessa cosa in modi completamente diversi.

Per esempio, la vista di una stessa foresta in una persona suscita commozione per la sua bellezza naturale mentre un’altra ne calcola il valore economico. Il problema è che ciò che non riusciamo a vedere nel singolo caso mancherà completamente anche nella nostra visione del mondo.

Di conseguenza, la perdita di qualcosa di irrimediabilmente prezioso per una certa comunità può causare una grande sofferenza e un senso di privazione che nemmeno viene notato dalla stragrande maggioranza delle persone.

Nell’elaborare risposte al cambiamento climatico dobbiamo tener conto dei bisogni e del sentire di coloro che stanno subendo gli effetti del riscaldamento globale in tutto il mondo e che sono vulnerabili anche alle diseguaglianze di genere e ad altre forme di discriminazione strutturale, invece di pensare semplicemente ai costi economici che sono assai più facili da quantificare.

A questo proposito spero che i leader dei vari governi che saranno presenti al Summit di azione sul clima di New York riesaminino le modalità con le quali si rapportano al mondo e rafforzino la loro collaborazione attiva attraverso decisioni per affrontare le sfide poste dal riscaldamento globale.

Affinché l’Accordo di Parigi possa progredire in maniera sostanziale essi devono prendere iniziative per ridurre i gas serra in ogni settore, dalla produzione e trasporto di energia alla produzione e distribuzione dei generi alimentari, e che trovino anche il modo per aumentare l’assorbimento dell’anidride carbonica, per esempio piantando alberi.

Fra le iniziative in preparazione del Summit, il 21 settembre avrà luogo il Summit dei giovani sul clima, nel quale si riuniranno giovani provenienti da tutto il mondo.

Arrestare il riscaldamento globale non è certo un compito facile. Ma, se prendiamo seriamente le iniziative dei giovani e ne facciamo il punto di partenza per creare uno scenario che susciti speranza e induca sempre più persone ad agire, credo che sia assolutamente possibile tracciare un cammino per la costruzione di una società globale sostenibile. Il destino dell’umanità in questo secolo dipende dai nostri sforzi incessanti di farci guidare dai giovani verso la risoluzione di questo problema.
«IDN –InDepth News – 19 settembre 2019]

(Trad. di Marialuisa Cellerino)