In occasione della giornata mondiale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre, abbiamo scelto di rileggere e proporvi una selezione di brani dalla Proposta di Pace 2018 di Daisaku Ikeda.

Proposta di pace 2018 da Buddismo e Società n.188 – maggio giugno 2018
Un movimento di persone comuni verso un’era dei diritti umani
di Daisaku Ikeda
[…] Un’organizzazione con la quale la SGI ha sviluppato forti legami nell’impegno comune per l’abolizione delle armi nucleari è il movimento Pugwash (Pugwash Conferences on Science and World Affairs). Jayantha Dhanapala, che ne è stato presidente fino al 2017, ha sottolineato che per affrontare la moltitudine di sfide globali che abbiamo di fronte, compresa quella nucleare, è necessaria una bussola morale: «In genere si presume, erroneamente, che il mondo dei valori etici e quello della politica pragmatica siano del tutto separati e non siano mai destinati a incontrarsi. Ma i risultati conseguiti dalle Nazioni Unite dimostrano che può sussistere una fusione fra etica e politica e che proprio tale fusione contribuisce al progresso dell’umanità e alla pace».

La Dichiarazione universale dei diritti umani (Universal Declaration of Human Rights, UDHR), di cui ricorre il settantesimo anniversario proprio quest’anno, può essere considerata uno dei primi esempi di questo connubio.

In tale contesto, tenendo ben presente il peso della Dichiarazione, desidero esprimere delle riflessioni e offrire alcune prospettive per la risoluzione dei problemi globali affrontando le questioni con un approccio basato sui diritti umani. Sono convinto che un simile approccio, radicato in una preoccupazione profonda per la vita e la dignità di ogni individuo, possa condurre a quella fusione di etica e politica necessaria all’individuazione di risposte efficaci.

Le fonti spirituali di una legislazione per i diritti umani

Desidero in primo luogo evidenziare come al cuore dei diritti umani vi sia il voto di far sì che nessun altro soffra per ciò di cui abbiamo sofferto noi.

Per affrontare le questioni relative ai rifugiati e ai migranti, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha istituito l’anno scorso la nuova carica di Rappresentante speciale della migrazione internazionale. Oggi, con 258 milioni di migranti nel mondo e un numero sempre crescente di rifugiati, la diffusione di stereotipi negativi – come l’idea che tali persone costituiscano un peso o una minaccia – sta alimentando un clima di esclusione sociale. Louise Arbour, la prima persona che ha ricoperto tale carica, ha dichiarato: «Una delle cose da sottolineare è la necessità che i migranti, come ogni altra persona, vedano rispettati e protetti i propri diritti umani fondamentali senza discriminazioni dovute al loro status».

Questa idea deve diventare la base per la risoluzione della crisi dei migranti e dei rifugiati.

Come dimostra la storia del ventesimo secolo con le sue due guerre mondiali, l’incitamento al disprezzo e all’ostilità nei confronti di determinati gruppi di persone può condurre a tragedie di portata inimmaginabile. La Dichiarazione universale dei diritti umani adottata nel dicembre 1948, tre anni dopo la fondazione delle Nazioni Unite, condensa in sé la saggezza acquisita da quelle amare lezioni. È vitale dunque ribadire ancora una volta lo spirito della Dichiarazione allo scopo di individuare una soluzione alle varie questioni legate ai diritti umani che stiamo affrontando oggi, compresa la discriminazione nei confronti dei migranti e dei rifugiati.

Nel giugno 1993 ebbi l’opportunità di incontrare John P. Humphrey (1905-1995), che partecipò alla stesura della Dichiarazione come primo direttore della Divisione dell’ONU per i diritti umani. A proposito del significato della Dichiarazione, Humphrey raccontò in maniera commovente la sua esperienza e il trattamento discriminatorio da lui subìto. Nato in Canada, la tragedia entrò nella sua vita in tenera età, quando perse i genitori a causa di una malattia. Rimase poi gravemente ustionato in un incendio e perse un braccio. Separato dai fratelli e dalle sorelle, fu messo in collegio dove subiva continue vessazioni da parte degli altri allievi. Poco dopo essersi laureato e sposato scoppiò la Grande depressione e Humphrey, pur riuscendo a mantenere il suo impiego, rimase sconvolto nel vedere la mole di disoccupati intorno a lui. Fu anche testimone diretto dell’oppressione fascista alla fine degli anni ’30, quando era ricercatore in Europa, e ciò accrebbe la sua consapevolezza della necessità di una protezione legale internazionale dei diritti per tutte le persone.

Dichiarò di essere orgoglioso che la Dichiarazione garantisse non solo i diritti civili e politici, ma anche quelli economici, sociali e culturali. 6 Sono sicuro che la sua storia e le sue esperienze abbiano notevolmente influenzato il suo operato nel contribuire alla stesura del documento.

Sottolineò che la Dichiarazione era il risultato di una collaborazione, e che doveva in parte il suo prestigio e la sua importanza al fatto che gli autori erano rimasti anonimi. Forse è questo il motivo per cui il suo apporto è rimasto sconosciuto ai più anche in seguito al suo ritiro, dopo vent’anni, dalla carica di direttore della Divisione dell’ONU per i diritti umani.

Eppure quando Humphrey mi regalò un facsimile della bozza della Dichiarazione, ognuna di quelle lettere scritte a mano sembrava emanare la luce della preghiera di una persona che sta gettando i semi di un futuro in cui tutti possano vivere con dignità. Nel corso degli anni la SGI ha esposto questo documento nella mostra Verso un secolo di umanità: una panoramica sui diritti umani nel mondo di oggi e in altri eventi simili.

Ebbi l’opportunità di incontrare Humphrey per la seconda volta nel settembre 1993, durante la prima inaugurazione della mostra a Montreal, in Canada. È ancora viva dentro di me la promessa che gli feci, di trasmettere lo spirito della Dichiarazione universale alle generazioni future.

Guardando indietro, le parole che hanno segnato il passaggio dal considerare l’individuo come oggetto di interesse al riconoscerlo quale soggetto dotato di diritti nell’ambito della società internazionale sono contenute nella Carta delle Nazioni Unite, che inizia con: «Noi, i popoli», e nella Dichiarazione universale dei diritti umani in cui si afferma che i diritti devono essere goduti da «tutti».

[…] Gli ideali della pace e dei diritti umani non si possono realizzare in un colpo solo; la protezione legale e istituzionale dei diritti di ogni individuo si fonda e si concretizza negli sforzi crescenti della società civile, attingendo alla fonte spirituale della legislazione: il voto di non permettere che qualcun altro soffra per quanto si è già sofferto.

Una cultura dei diritti umani intessuta di gioia condivisa.

In terzo luogo desidero sottolineare che i legami che formano una cultura dei diritti umani si tessono attraverso l’esperienza della condivisione della gioia.

Per celebrare il settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre 2017 è stata lanciata una campagna presso il Palais de Chaillot a Parigi, il luogo in cui fu presentata la Dichiarazione nel 1948. In tale occasione l’Alto commissario dell’ONU per i diritti umani Zeid Ra’ad Al-Hussein ha dichiarato: «Dobbiamo prendere una posizione forte e
determinata: dobbiamo fermamente proteggere i diritti umani degli altri e tutelare anche i nostri e quelli delle generazioni future».

La consapevolezza che traspare in questo appello è evidente anche in altre iniziative dell’ONU. La possiamo percepire in “Together” (Insieme), la campagna dedicata al miglioramento della vita dei rifugiati e dei migranti, e nelle attività svolte da “HeForShe” (Lui per Lei), il movimento di solidarietà delle donne dell’ONU per l’uguaglianza di genere. Come suggeriscono i nomi di queste iniziative, per costruire una cultura dei diritti umani autentica è determinante l’espansione di una solidarietà trasversale, qualcosa di intrinsecamente diverso da quel tipo di tolleranza passiva nella quale non si ha una reale comprensione delle difficoltà vissute dagli altri.

La tolleranza passiva è ben lontana da una vera coesistenza e comporta il rischio che si agisca a un livello minimo e superficiale, limitandosi a permettere agli altri di vivere nello stesso quartiere o a rispettare le leggi e i regolamenti in merito. Seguendo questa strada le persone non si sforzano attivamente di riconoscere l’umanità che le accomuna a chi percepiscono come diverso e non acquisiscono gli strumenti per contrastare gli impulsi esclusionisti nei momenti di maggiore
tensione sociale. Da questa considerazione è sorto un nuovo approccio dell’ONU volto alla creazione di una cultura dei diritti umani basata sull’impegno comune di indirizzare l’opinione pubblica verso una società in cui tutti possano vivere con dignità.

Nel Buddismo troviamo l’espressione: «”Gioia” significa che se stessi e gli altri insieme provano gioia» (Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 118, 50). In base a tale principio credo che la fonte per creare una società di coesistenza e arricchimento reciproco sia adottare un modo di vivere in cui si prova gioia nel vedere la dignità degli altri irradiare pienamente il suo potenziale.

Il Sutra del Loto contiene varie scene in cui i discepoli di Shakyamuni, colpiti nell’ascoltare il suo insegnamento sulla dignità della vita, iniziano uno dopo l’altro a formulare il loro voto di vivere in base a questo principio. Ciò mette in moto una reazione a catena di intenso giubilo – descritto in frasi come: «I loro cuori si colmarono di grande gioia» (SDLPE, 264) e «le loro menti danzarono di gioia» (Cfr. SDLPE, 82) – attraverso il quale tutti approfondiscono il senso della vita come valore
essenziale e l’importanza della sua dignità.

Il motore del movimento popolare della SGI è questo stesso senso di gioia condivisa, che sorge dagli sforzi di sostenere ogni persona, al di là delle differenze, affinché non si perda d’animo davanti alle sfide della vita. Una gioia che scaturisce dal vedere gli amici risplendere di dignità mentre perseverano nell’affrontare le difficoltà, applaudendo alla crescita e ai progressi degli altri come se fossero i propri. Assaporare e condividere questa gioia reciproca è la sorgente del nostro movimento.