Questa intervista è stata condotta via e-mail per la rivista buddista americana Tricycle a conclusione di due anni di colloqui sul futuro del Buddismo, soprattutto in relazione al dialogo interreligioso e ad argomenti di forte interesse globale.
Tricycle, pubblicazione trimestrale presente anche on line e a cui si rimanda dalle pagine web dell’SGI, analizza varie forme di Buddismo, storiche e contemporanee, esaminandone l’impatto sui contesti delle tradizioni democratiche occidentali

Il Buddismo di Nichiren viene spiegato da Daisaku Ikeda a un pubblico esterno alla Soka Gakkai, chiarendone la specificità rispetto ad altre tradizioni buddiste. Emerge così la vocazione di questo insegnamento – concretizzata dalla nascita e dallo sviluppo della SGI – di trasformare il mondo in una società pacifica, pluralista e rispettosa della profonda natura umana di ogni individuo

La maggior parte dei nostri lettori [della rivista Tricycle] sa poco del Buddismo di Nichiren, salvo che i suoi seguaci recitano Nam-myoho-renge-kyo, il titolo del Sutra del Loto. Può aiutarci a comprendere la funzione di questa pratica, fondamentale nel Buddismo di Nichiren?
Nichiren utilizzò la seguente analogia per spiegare il Daimoku, o Grande titolo, e come esso funzioni: «Quando un uccello in gabbia canta, gli uccelli che volano liberi nel cielo sono richiamati e si radunano intorno a lui. E quando gli uccelli che volano nel cielo si radunano, l’uccello in gabbia cerca di uscire fuori. Così, quando con la bocca recitiamo la mistica Legge, la nostra natura di Budda viene richiamata e immancabilmente emergerà» (Coloro che inizialmente aspirano alla via, RSND, 1, 789; SND, 8, 34).
Recitare Nam-myoho-renge-kyo equivale a chiamare a gran voce il nome della natura di Budda che esiste dentro di noi e in tutti gli esseri viventi. È un atto di fede verso questa natura universale di Budda, un’azione che ci fa penetrare attraverso l’oscurità fondamentale della vita, cioè l’incapacità di riconoscere la nostra vera natura illuminata. È questa oscurità, o ignoranza fondamentale, che ci induce a percepire i cicli di nascita e morte come sofferenza. Tuttavia, quando lasciamo emergere la magnifica vita illuminata che esiste senza eccezioni in ognuno di noi e ci basiamo su di essa, anche le più fondamentali e inevitabili sofferenze di vita e morte potranno non essere vissute necessariamente come dolore, ma piuttosto trasformate in un’esistenza che incarna le virtù di eternità, gioia, vero io e purezza.

Superficialmente questo assomiglia ad altri insegnamenti basati su una singola pratica nati a Kamakura in Giappone, per esempio la meditazione seduta (zazen) di Dogen, o la recitazione del Nembutsu di Honen.
Come lei osserva, ci sono apparenti similitudini tra queste pratiche e la recitazione di Nichiren del titolo del Sutra del Loto. Io credo che questo possa attribuirsi a una risposta comune, conscia o inconscia, alle particolari condizioni e sfide dell’epoca di Kamakura, un periodo lacerato da conflitti in cui il Giappone era in transizione verso un sistema politico incentrato sui samurai.
La meditazione seduta zen è un esempio del tipo di pratica jiriki, o “potere interno” (auto-determinazione), che non invoca alcuna verità assoluta, o essere assoluto, al di là di se stessi. Al contrario, la recitazione del Nembutsu, incentrata sul Budda Amida al quale ci si rivolge per la salvezza, è un esempio dell’approccio tariki, o “potere esterno”.
Attingendo dagli insegnamenti del Sutra del Loto, Nichiren dichiarò che fosse più saggio non dipendere troppo né dall’uno né dall’altro. La recitazione di Nam-myoho-renge-kyo di Nichiren è una pratica che ci porta a scoprire un potere e una saggezza che esistono dentro di noi e che allo stesso tempo ci trascendono. Essa comprende aspetti di entrambe le pratiche fondate sul potere interno e sul potere esterno.

In un certo senso, allora, lei sostiene che essa rappresenta il meglio dei due tipi di pratica.
Sì, e poiché l’approccio di Nichiren è allo stesso tempo così accessibile e così pratico, esso consente alle persone comuni di attingere alle vaste sorgenti di energia e saggezza di cui sono già dotate. Ci dà il potere di vivere coraggiosamente e vittoriosamente in mezzo alle terribili realtà di quest’epoca di conflitti e lotte. Per questo io sono fiducioso che esso possa svolgere un ruolo fondamentale nell’illuminare la stada futura dell’umanità.

I buddisti di Nichiren recitano il Daimoku per ottenere quello che desiderano – una carriera di successo, la salute, un buon matrimonio e perfino la pace nel mondo. Però, da un punto di vista puramente tradizionale, il pregare per appagare i desideri terreni piuttosto che lottare per dominarli sembrerebbe una violazione dei fondamenti della dottrina buddista. Non è una contraddizione?
Se si pensa che lo scopo della religione sia la felicità non c’è alcuna contraddizione.
L’ideale del Buddismo mahayana è la realizzazione della felicità per se stessi e per gli altri. In nessun altro scritto questo concetto è enunciato così compiutamente come nel Sutra del Loto, che ravvisa la natura di Budda in tutte le persone – donne e uomini, quelli con istruzione e quelli senza. Esso dichiara che ogni persona, indipendentemente dalla classe, origine, ambiente personale, culturale o sociale, può ottenere l’Illuminazione. La nostra recitazione del titolo del Sutra del Loto è un modo per rinnovare il nostro voto di vivere in accordo con questo ideale.

Eppure la tradizione buddista – anche quella mahayana – ha sempre teso a mettere in risalto un approccio di tipo monastico all’Illuminazione. Lei trova nel Sutra del Loto il suggerimento verso una sorta di riforma democratica?
Il Sutra del Loto non nega la validità della pratica monastica, di quelle persone che si dedicano alla preghiera in un ambiente favorevole a controllare i desideri illusori e a ottenere un pacifico stato della mente. Il problema nasce quando la pratica finisce per essere vista come fine a se stessa piuttosto che come un mezzo per accedere alla via della saggezza. Nichiren fu il primo a rendere possibile per tutte le persone l’acquisizione della saggezza attraverso la fede. Seguendo il suo insegnamento diventa possibile utilizzare ogni avvenimento della vita – piacevole o doloroso – come un’opportunità per un ulteriore sviluppo della nostra saggezza innata. Quando Nichiren dichiara che i desideri terreni conducono all’Illuminazione sta descrivendo un processo attraverso il quale persino le persone comuni che vivono in mezzo a illusioni e desideri terreni possono manifestare la loro suprema saggezza.

Eppure penso che molti buddisti di altre scuole avranno difficoltà a comprendere come il pregare per i desideri terreni possa condurre all’Illuminazione.
Beh, per iniziare, penso sia importante che tutti i buddisti – anche i membri della SGI – comprendano che Nam-myoho-renge-kyo non è una sorta di formula magica da recitare per soddisfare i desideri. È una pratica che esprime la nostra fede nella verità e porta le nostre esistenze in sintonia con quella verità. È una strada per vincere il cosiddetto piccolo io che è attaccato ai desideri e tormentato dalle illusioni. È un processo di allenamento e trasformazione delle nostre esistenze, per diventare capaci di manifestare il nostro grande io, per far emergere la nostra saggezza di Budda e la capacità compassionevole di realizzare la felicità per noi e per le altre persone.
Alle sue origini, la Soka Gakkai fu disprezzata e derisa dalla società giapponese come un’adunata di ammalati e di poveri. Eppure Josei Toda, il mio mentore di vita, prese questa definizione come un motivo d’orgoglio e dichiarò con fiducia: «La vera missione della religione è portare sollievo agli ammalati e ai poveri. Questo è lo scopo del Buddismo. La Soka Gakkai è alleata e amica delle persone comuni, un’amica per gli infelici. Per quanto possiamo essere guardati dall’alto in basso, continueremo a combattere nell’interesse di tali persone». Di fronte alle devastazioni del Giappone del dopoguerra, Toda era convinto che questa fosse la più nobile azione agli occhi del Budda.
Inoltre il Sutra del Loto non nega il valore dei benefici mondani. Consentendo alle persone di iniziare a praticare con l’aspettativa del beneficio, gli insegnamenti del Sutra del Loto fanno sì che si stabilisca un modo di vivere basato sulla fede, e attraverso questa fede – sviluppata passo dopo passo, iniziando dalle circostanze che abbiamo nel momento in cui affrontiamo il percorso buddista, qualsiasi esse siano e qualunque ansia o preoccupazione terrena ci attanagli in quel momento – noi accediamo alla strada per la saggezza. Credendo in questo sutra che insegna l’Illuminazione universale, e purificando la nostra mente, diventiamo capaci di armonizzare le nostre azioni quotidiane con lo spirito fondamentale del Buddismo. Nel Sutra del Loto e negli insegnamenti di Nichiren non c’è dicotomia sostanziale tra l’Illuminazione e le esistenze degli esseri comuni.

Gli studiosi occidentali hanno osservato che Nichiren fu il primo leader buddista a parlare con una voce realmente profetica, insistendo affinché i governanti giapponesi accogliessero il Dharma (la Legge buddista) e ne facessero una realtà sociale. Cosa indusse Nichiren a intraprendere un’azione tanto coraggiosa, rischiando la propria vita per affermare la visione buddista della società in un paese in cui tradizionalmente ci si aspettava che la religione sostenesse il potere costituito piuttosto che denunciarlo?
Ha ragione sul fatto che in Giappone tradizionalmente ci si è sempre aspettati che la religione sostenesse l’autorità. L’opposizione di Nichiren al potere contiene la chiave per comprendere la sua personalità.
Nichiren provava compassione per le sofferenze delle persone comuni e sentiva la responsabilità di dover fare qualcosa per risolverle. Questa empatia e questo impegno serio verso la trasformazione sociale sono la vera radice di tutte le azioni di Nichiren.
Il Giappone della Kamakura del tredicesimo secolo era un luogo terribile in cui vivere. La vita era costantemente minacciata da terremoti, siccità e altri disastri naturali, così come da carestie, epidemie e conflitti armati. Ma né le autorità politiche del momento, né quelle religiose, avevano la capacità di andare oltre il proprio attaccamento al potere e alla propria posizione per agire con efficacia. Il risultato fu un profondo senso di impotenza e disperazione tra la popolazione. Nichiren era per sua natura incapace di mostrarsi cieco al dolore della gente ed espresse la sua denuncia, dando inizio a una battaglia di idee che sfidò l’ordine costituito.

Sembra molto rischioso.

Lo era. Ma Nichiren si rendeva conto del rischio. Nel 1260 presentò il suo trattato Rissho ankoku ron (Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese) alla più alta autorità di fatto del Giappone, l’ex reggente Hojo Tokiyori. Lo fece perché era convinto che, in una società feudale, fosse essenziale cambiare la consapevolezza delle persone che erano al vertice della piramide del potere. Negli anni che seguirono, a dispetto delle persecuzioni e della costante minaccia di assassinio o esecuzione, Nichiren mantenne fieramente la propria indipendenza, insistendo nel denunciare coloro che erano al potere. In quegli anni conquistò molti seguaci tra le persone comuni, insegnando loro che la felicità in questo mondo è davvero possibile. Ma la sua influenza tra gli oppressi della società era naturalmente percepita dai potenti come una minaccia.
Nichiren aveva previsto chiaramente tutto, e i suoi scritti documentano con grande franchezza i dubbi e le domande che lo avevano assalito agli inizi del suo percorso, quando rifletteva se dovesse parlar chiaro oppure no. A un certo punto confessò a un discepolo: «Io, Nichiren, sono l’unica persona in tutto il Giappone che capisce questo. Ma se pronuncio anche una sola parola al riguardo, allora genitori, fratelli e maestri sicuramente mi criticheranno, e il governante del paese prenderà provvedimenti contro di me. D’altronde, sono pienamente consapevole che, se non parlo apertamente, sto mancando di compassione» (L’apertura degli occhi, RSND, 1, 212: cfr. SND, 1, 108). Dopo un periodo di laceranti interrogativi interiori, Nichiren ricordò le parole di esortazione del Sutra del Loto affinché questo insegnamento venisse divulgato dopo la morte del Budda, e così fece il grande voto di trasformare la società e rendere tutte le persone in grado di vivere felici.

In che modo la Soka Gakkai ha portato avanti l’eredità di Nichiren?
I primi leader della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi e Josei Toda, erano entrambi educatori innovativi impegnati nella riforma del sistema educativo in Giappone. Makiguchi si convertì al Buddismo nel 1928, due anni prima di fondare la Soka Gakkai, e Toda lo seguì abbracciando la fede buddista poco dopo. Come aveva fatto Nichiren, entrambi si dedicarono alla felicità delle persone comuni che lottavano per vivere.
Durante la seconda guerra mondiale, però, si ritrovarono ad affrontare gravi persecuzioni, quando si opposero alle correnti del fascismo militarista giapponese e criticarono l’uso dello Shintoismo da parte dello stato per unire spiritualmente la popolazione a favore dello sforzo bellico. Come risultato, furono arrestati e imprigionati. Nel 1944 Makiguchi morì in prigione a causa della grave malnutrizione. Aveva settantatré anni. Toda uscì di prigione per ricostruire l’organizzazione in mezzo alle devastazioni della sconfitta.

Ma non fu solamente il governo militare a contrastare il messaggio di pace e integrazione universale della Soka Gakkai, giusto?
È giusto. Durante i quasi sette secoli dalla morte di Nichiren, il suo Buddismo era diventato quasi insensibile alle preoccupazioni e alle ansie della gente comune. A volte era stato addirittura interpretato come un insegnamento altamente nazionalistico. Makiguchi riscoprì il Buddismo di Nichiren come religione dedicata alla felicità della gente comune. Egli cercò di promuovere questa felicità partendo dalle fondamenta della società, attraverso una riforma del sistema educativo giapponese. Col tempo i suoi scopi si ampliarono e decise di condividere il suo sistema con persone di tutte le estrazioni sociali, come mezzo per trasformare le esistenze della gente comune e di conseguenza della società stessa.

Anche il Buddismo di Nichiren partecipò allo sforzo bellico, su richiesta del governo, così come tutte le altre scuole giapponesi di Buddismo?
Durante gli anni della follia militarista in Giappone il clero della Nichiren Shoshu, al quale Makiguchi era legato, si arrese alle pressioni delle autorità politiche. Per esempio acconsentì a modificare o cancellare i brani degli scritti di Nichiren considerati problematici dalle autorità. Al contrario Makiguchi ribadì l’intento originale del Buddismo di Nichiren, cioè un impegno umanistico verso la felicità delle persone comuni, e morì in prigione per questo.

Si potrebbe dire che l’umanesimo innovatore e universale della Soka Gakkai del dopoguerra sia nato dalla resistenza di Makiguchi alla guerra?
Sì, la battaglia del presidente Makiguchi per proteggere i valori umanistici resta per noi un esempio duraturo. Fu il suo discepolo Josei Toda che, sopravvissuto all’esperienza della prigionia, definì realmente quello che può essere considerato il “Buddismo moderno”. In prigione Toda interpretò le profonde ed enigmatiche parole del Sutra del Loto attraverso il suo essere più profondo, raggiungendo la rivoluzionaria intuizione che il Budda altro non è che la vita stessa. Sono personalmente convinto che questa sia un’intuizione di profondo significato all’interno della più vasta storia del Buddismo. Grazie al suo risveglio in prigione, Toda sviluppò un mezzo universale per esprimere il messaggio fondamentale del Sutra del Loto in modo da renderlo accessibile all’umanità contemporanea, facendolo rivivere come qualcosa di intensamente significativo per la vita quotidiana nel mondo moderno, senza distinzione di razza, religione, cultura.
Toda era convinto che la Soka Gakkai fosse l’erede della missione di propagare diffusamente il Buddismo di Nichiren per realizzare una società pacifica, e fece di questo impegno solenne il cardine dell’identità dell’organizzazione. Sebbene di persona non viaggiò mai fuori del Giappone, era profondamente preoccupato per la pace nel mondo.
Nel settembre del 1957, solo sei mesi prima della sua morte, pronunciò uno storico appello per l’abolizione delle armi nucleari, che egli condannò come un male assoluto che minaccia il diritto alla vita dell’umanità. In questo modo tentò di comunicare la dedizione del Sutra del Loto alla santità della vita e alla pace del mondo intero. Sono convinto che gli sforzi di Toda abbiano enormemente contribuito a rendere universale il Buddismo di Nichiren.

Ma non è stato Toda a diffondere la Soka Gakkai in tutto il mondo. Quella era la sua missione quando ha fondato la Soka Gakkai Internazionale, giusto?
Come terzo presidente dell’organizzazione sono stato profondamente ispirato dai miei predecessori. Ho sentito una fortissima responsabilità nel renderne universali gli insegnamenti e nell’assicurarne lo sviluppo a lungo termine. Solo qualche settimana prima della sua morte, avvenuta nell’apriledel 1958, Toda mi chiamò al suo fianco e mi raccontò di aver sognato di andare in Messico, e che là c’erano persone in attesa di conoscere il Buddismo.
Per quanto riguarda l’insegnamento, ho tentato di separare quegli elementi che, nell’interpretazione tradizionale del Buddismo di Nichiren, sono più legati alla cultura e alla storia giapponesi di quanto lo siano al messaggio di base. A questo scopo ho continuato a impegnarmi nel dialogo con un gran numero di persone in tutto il mondo, per perfezionare e universalizzare il modo di esprimere le mie idee. Poiché sono convinto che tutte le culture e le religioni siano espressione di profonde verità umane, ho abitualmente menzionato tradizioni filosofiche diverse dal Buddismo, introducendo idee e intuizioni provenienti dalla letteratura, dall’arte, dalla scienza e dalla medicina, e ho condiviso le parole illuminanti e le percezioni di pensatori delle più svariate origini culturali e religiose con tutte le persone, compresi i membri della Soka Gakkai.

Ricordo che nel suo libro sulla Soka Gakkai lo studioso americano Richard Seager riferiva di aver notato con sorpresa che non ci fossero immagini buddiste tradizionali o raffigurazioni nei campus dell’Università Soka in Giappone o in America, ma piuttosto statue di Victor Hugo e Walt Whitman.
Il filosofo inglese Alfred North Whitehead (1861-1947) disse a proposito della religione: «I suoi principi possono essere eterni, ma l’espressione di quei principi richiede uno sviluppo continuo». Secondo me questo è vero soprattutto per il Buddismo, una filosofia di vita dinamica che risponde all’eterno desiderio umano di pace e felicità attraverso i diversi scenari storici e culturali. Questo è il motivo per cui il dialogo tra le culture è tanto cruciale per lo sviluppo del Buddismo nel prossimo millennio. Pur restando fedele alla propria essenza, il Buddismo deve incontrare, imparare ed evolvere. In questo senso sono convinto che il lavoro di riscoperta, purificazione e universalizzazione che la SGI ha assunto come propria missione fondamentale sia la vera essenza del Buddismo.

Lei ha riformulato gli insegnamenti del Sutra del Loto dal punto di vista di un processo definito “rivoluzione umana”. La seconda parte del termine esprime la vostra filosofia di umanesimo buddista, ma c’è anche la parola rivoluzione. Quali sono gli aspetti più rivoluzionari del Buddismo come lo insegna la SGI, e in che modo l’umanesimo religioso dà origine a quel tipo di rivoluzione?
Il Buddismo è intrinsecamente rivoluzionario. Non riesco a pensare a niente di più radicale dell’Illuminazione. È un ritorno al nostro stato più naturale e allo stesso tempo un drastico cambiamento. Per citare Nichiren: «Si verifica sempre qualcosa fuori dal comune all’alzarsi e all’abbassarsi delle maree, al comparire e scomparire della luna, al passaggio dalla primavera all’estate, dall’estate all’autunno e all’inverno; lo stesso avviene quando una persona comune consegue la Buddità» (I tre ostacoli e i quattro demoni, RSND, 1, 568; cfr. SND, 4, 128).

L’espressione “rivoluzione umana” fu resa famosa dal presidente Toda. È un modo di esprimere il concetto di Illuminazione con un linguaggio contemporaneo. Nel Buddismo di Nichiren l’Illuminazione ha sempre un impatto sulla società. Attraverso un’intima trasformazione spirituale gli individui possono risvegliarsi a un’autentica comprensione della sacralità della vita. Ciò si oppone al disprezzo e alla sfiducia nei confronti della vita che sono alla radice di tutto il male della società moderna. Questo cambiamento interiore è quindi la base per realizzare sia la felicità individuale sia una società pacifica. Di nuovo, nel Buddismo di Nichiren le due cose non sono mai separate.

Dal punto di vista dell’individuo, Josei Toda la spiegava così: «La rivoluzione umana non è qualcosa di speciale o fuori dell’ordinario. È semplice come, per esempio, per una persona pigra e indolente diventare entusiasta e impegnata, o per uno senza amore per la cultura iniziare a impegnarsi nello studio, o per una persona che ha lottato contro la povertà diventare economicamente stabile e benestante. La rivoluzione umana è il cambiamento dell’orientamento di base della vita di una persona, e a renderlo possibile è la trasformazione della consapevolezza attivata dalla pratica buddista».

Sì, ma la maggior parte di noi è abituata a un concetto molto diverso di Buddità.
Utilizzando il linguaggio della “rivoluzione umana” Toda trasformò l’idea della Buddità – che in Giappone e in altri luoghi dell’Asia veniva concepita soprattutto come attinente alla vita dopo la morte – nel chiaro e profondo scopo di sviluppare e portare alla realizzazione in questa esistenza le nostre irripetibili capacità e qualità.
Io credo sinceramente che quando le persone che stanno facendo tali sforzi si uniranno e creeranno una solidarietà popolare su scala mondiale, vedremo aprirsi il cammino verso la realizzazione di una rivoluzione nonviolenta globale.

Proprio alla fine del Sutra del Loto il Budda Shakyamuni dichiara: «Se vedi una persona che accetta e sostiene questo sutra, dovresti alzarti e salutarlo da lontano, mostrandogli lo stesso rispetto che tributeresti ad un Budda». Come interpreta le parole di Shakyamuni?
Credo che queste parole offrano una chiara guida ai buddisti che vivono in un mondo di pluralismo religioso.
Nichiren afferma che gli otto caratteri cinesi che si traducono come «dovresti alzarti e salutarlo da lontano, mostrandogli lo stesso rispetto che tributeresti a un Budda» esprimono il suo primo e più importante principio, le qualità umane che più di tutte Shakyamuni auspicava di vedere in coloro che avrebbero praticato il Sutra del Loto nel futuro dopo la sua morte. In altre parole, la cosa fondamentale è la nostra azione e il nostro comportamento come esseri umani, la nostra capacità di prenderci cura e dare valore al singolo individuo.
C’è un capitolo del Sutra del Loto dedicato al bodhisattva Mai Sprezzante, che salutava reverenzialmente ogni persona che incontrava con le parole: «Nutro profondo rispetto per voi, non oserei mai trattarvi con disprezzo e arroganza. Perché? Perché tutti state praticando la via del bodhisattva e certamente otterrete la Buddità».
Ciò fornisce a noi buddisti moderni, che viviamo in un’epoca di interrelazioni internazionali e di questioni e problemi globali, un modello concreto per la nostra interazione con gli altri.
Secondo gli insegnamenti del Buddismo mahayana, il tempo in cui ora viviamo è definito l’Ultimo giorno della Legge, un’epoca di discordia e contese in cui tutto tende verso il conflitto. L’unico modo per opporre resistenza e contrastare le ondate violente di una tale epoca è avere una forte fede nella natura di Budda propria e degli altri, e ciò viene messo in pratica attraverso il rispetto che riusciamo a sentire per gli altri.

Oggi non si vede molto rispetto nelle relazioni internazionali, sebbene ci sia sempre speranza per il futuro.
Ce n’è davvero, e il Buddismo può mostrare in che modo coltivare proprio quel tipo di speranza.
Credere in noi stessi e negli altri, e trattare gli altri come tratteremmo un Budda: questa è la pratica che risveglia e richiama la natura di Budda inerente a noi tutti. È in questo che risiede il vero significato della pratica di propagazione diretta sostenuta da Nichiren.
È precisamente perché possiamo fare appello alla fede nella natura di Budda dell’altra persona che possiamo far emergere la compassione da dentro di noi e, desiderando la felicità per tutti, continuare a sviluppare un dialogo onesto e pieno di rispetto. Questo è l’autentico spirito della propagazione, della diffusione del Buddismo da una persona all’altra. Prima di tutto, e soprattutto, implica la costruzione di fiducia e amicizia attraverso un dialogo rispettoso e continuo.
Tutte le persone sono ugualmente dotate della capacità innata di rispettare gli altri, e questa capacità è fonte di un’inesauribile speranza in quanto incarna una verità universale che trascende le specificità dei credi religiosi. Il rispetto dei buddisti per le altre persone è rispetto per la loro umanità, indipendentemente dal loro credo o convinzione religiosa.
Nichiren lo descriveva con una metafora poetica, dicendo che quando ci inchiniamo davanti a uno specchio la figura nello specchio si inchina reverenzialmente verso di noi. Questo è il vero spirito del Buddismo ed è, sì, motivo di grande speranza.

Buddismo e Società n.133 – marzo aprile 2009