intervista per Buddismo e Società n 208. (buddismoesocieta.org)

È nel cuore di persone di ogni età, uno dei più grandi calciatori del mondo, nostro compagno di fede, che si rinnova ogni giorno con lo spirito di un ragazzo e si immedesima con passione nella vita dei giovani. Lo intervistiamo, insieme al suo grande amico e manager Vittorio Petrone, alla vigilia dell’uscita del film Il divin codino, sulla sua vita. Un lungo incontro virtuale che si conclude con queste parole: «Abbiamo la fortuna di aver incontrato la pratica buddista di Nichiren Daishonin e la Soka Gakkai, dobbiamo semplicemente capire come funziona. Tutto dipende da quanto ci vogliamo bene e da quanto desideriamo davvero essere felici. È fondamentale alzarsi ogni mattina con il desiderio di fare Gongyo e Daimoku per diventare migliori. Questo è il sogno che coltivo giorno dopo giorno».

A Sanremo 2013 hai letto una lettera rivolta ai giovani evidenziando 5 parole chiave: passione, gioia, coraggio, successo e sacrificio. Sono passati 8 anni, aggiungeresti qualcosa?

Roberto: Quelli erano solo alcuni passaggi. Penso che ce ne siano tanti altri: l’umiltà, il desiderio di imparare, il desiderio di sfidarsi… ognuna di queste parole ha un significato profondo, non solo per i giovani. Anche alla nostra età c’è sempre da imparare, è una scoperta infinita la vita.

Quindi “non smettere mai di imparare”, aggiungeresti.

Roberto: Sì. Perché in questo c’è tutto. C’è il desiderio di sfidarsi, di ascoltare, di confrontarsi. Il nostro maestro ci insegna ad andare continuamente avanti, a cercare le sfide, che anche alla nostra età non sono mai finite. Basta che uno abbia voglia di mettersi in gioco, trova inevitabilmente spazi dove imparare.

Vittorio: Vorrei aggiungere qualcosa, conoscendo molto bene la vita di Roberto. Lui parte dall’idea che c’è sempre da imparare e soprattutto da offrire. Se poi quello che offriamo è figlio anche della nostra lotta e della nostra sofferenza, non può essere esibito ma semplicemente offerto. 

In questo numero riportiamo una tavola rotonda con tre ragazze e tre ragazzi del Gruppo futuro, di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Una generazione la cui adolescenza, l’età della formazione, dei primi amori, delle prime passioni, è stata “investita” dalla pandemia. Come li incoraggeresti?

Roberto: Loro vivono un momento fondamentale della vita, anche se forse non lo capiscono. Lo capiamo noi perché lo abbiamo già vissuto e sappiamo quanto sia importante. Ma le cose si capiscono sempre dopo. Non è una situazione facile ovviamente, sono costretti a stare in casa, a non vedersi, e questa è una grande mancanza… io ho un figlio che ha compiuto 16 anni da poco e so cosa vuol dire. Vediamo che non ha relazioni, se le ha sono solo virtuali. Facciamo fatica noi, figuriamoci loro, che affrontano un periodo così difficile in un’età che ha i suoi grandi punti di domanda. Come genitori l’unica cosa che possiamo fare è incoraggiarli affinché si possano sfidare anche adesso.

Senza aspettare che passi…

Roberto: Non ha senso aspettare che passi. Tanto vale fare qualcosa che abbia valore per la nostra vita. È un’età certamente difficile, però è nelle difficoltà che si iniziano a mettere le basi per il futuro. Credo che sia importante fare lì il passo. Le difficoltà che incontriamo racchiudono un significato e la loro comprensione dipende dalla nostra disponibilità ad accoglierle e trasformarle. Questo è quello che ci ha sempre trasmesso il presidente Ikeda.

E allora parliamo proprio delle sfide. Quali sono state le tue sfide più importanti, quali sono quelle di oggi?

Roberto: Qui ci sarebbero da perdere ore… Credo che chiunque inizi il nostro percorso debba inevitabilmente prepararsi alle sfide: è una sfida alzarsi la mattina per praticare, per incoraggiare le persone, per fare attività. All’inizio è tutta una sfida. Però poi le sfide ci insegnano che quella è l’unica maniera in cui possiamo trovare il terreno per crescere, per diventare più grandi, per imparare a ricercare dentro di noi quelle capacità che sono lì dormienti. Credo che il Buddismo sia veramente qualcosa di straordinario: sono più di 33 anni che pratico e non ho mai smesso un giorno di fare Gongyo e Daimoku. Questo la dice lunga sul fatto di sfidarsi. Credo che le sfide siano infinite, prima per una cosa, in un’età, per un desiderio, poi la vita si allarga. Questo è quello che ci dà il Buddismo, la possibilità di ampliare la nostra vita, di espandere gli orizzonti, di vedere che ci sono potenzialità infinite. Ogni mattina leggendo una guida di Sensei trovo sempre una verità. In 33 anni non ho mai trovato un suo incoraggiamento che non mi tornasse, che non fosse chiaro. Penso che questa sia la fortuna più grande che possono avere anche i giovani, credere in chi gli dà la possibilità di avvicinarsi a questo mondo fantastico che è la pratica.

Vittorio: Vorrei aggiungere qualcosa. Avendo vissuto con Roby in quasi trent’anni moltissime sfide, quelle fisiche, quelle dolorose, c’è una cosa che sarebbe bello mettere in evidenza, la sfida di sempre, quella che accompagna ogni attimo della sua esistenza: il fatto che per lui ciò che è stato fatto oggi non conta, si lavora subito per quello che deve essere fatto domani. La vera sfida è saper andare oltre il limite che pensiamo di aver raggiunto, perché non conosciamo ancora la dimensione di quel limite e dobbiamo andare a scoprirla. È questo che l’ha reso grandioso. Nonostante l’affermazione, il successo, il danaro. Malgrado tutti i riconoscimenti ricevuti, capaci di appagare chiunque,  per lui quello che conta è ricominciare il giorno dopo. Con rinnovata determinazione e fresco entusiamo.

È un messaggio molto forte: scoprire il limite e andare oltre. C’entra qualcosa con la tua definizione di essere un fantasista, di tirar fuori la creatività, la fantasia, nella vita e nel lavoro, nel tuo in particolare?

Roberto: Penso che il calcio mi abbia aiutato in questo. Perché non c’è mai una cosa uguale a un’altra. Questa è la sua bellezza. Non vedrai mai un gol uguale a un altro, perché ci sono troppe cose che hanno un loro sentiero e non puoi pianificarle. Puoi fare lo schema, dare delle posizioni, dare degli input, però il finale non è mai lo stesso. Quante cose immaginiamo che tornino in una certa maniera e non succede mai. Questo rende bella e interessante la vita. C’è sempre qualcosa che si mette in mezzo, di imprevedibile.

Una volta, in una trasmissione a cui partecipavi, hanno proiettato una foto del presidente Ikeda e ti sei visibilmente commosso. Cosa rappresenta lui per te? Che tipo di rapporto avete?

Roberto: Anche adesso lo sono. Appena penso a lui mi vengono le lacrime agli occhi. La relazione con Sensei è qualcosa che è difficile spiegare. La sua vita è in un’altra dimensione. Quando nel ‘94 abbiamo fatto il festival mondiale per la pace a Milano, io sono andato a incontrarlo. Il giorno dopo sarei partito per i mondiali in America. Pochi minuti, veramente intensi, in cui lui mi ha detto: «Vincerai o perderai i mondiali all’ultimo secondo». Questo ti dà l’idea… Finito il meeting dovevo tornare a casa a Vicenza, perché il giorno dopo dovevo partire. Durante il percorso ho passato due ore a piangere. Non riuscivo a smettere. Non so cosa mi fosse uscito fuori. Era un pianto infinito, continuo. Piangere per due ore… altro che coccodrilli. Eppure era la manifestazione di quello che lui mi aveva dato in pochi minuti. Faccio fatica anche dopo 27 anni a capire cosa significasse. Credo che fosse la grandezza della sua vita che per pochi secondi si era collegata alla mia. E mi aveva smosso talmente in profondità che stava sciogliendo qualcosa che avevo dentro… e non so ancora cosa. Non so ancora cosa. 

È bellissima l’immagine di queste due vite che si sono toccate. 

Roberto: Sì, io forse per un secondo sono arrivato a percepire l’immensità della sua vita, e solo quel “din” mi ha toccato qualcosa che per due ore mi ha messo ko. Credo davvero che il nostro maestro abbia raggiunto una condizione vitale che possiamo percepire solo se abbiamo il cuore collegato al suo. Io forse per un secondo o anche meno sono riuscito a sentirla. 

Questa grandissima emozione poi che cosa ti ha cambiato? Qualcosa che puoi ricordare, percepire, raccontare?

Roberto: Io penso che con il tempo comprendi la grande fortuna di avere un legame con il tuo maestro. Un legame che approfondisci ogni giorno. Se hai un problema che fai? Vai a leggere ciò che dice Sensei, lui ogni giorno scrive una lettera di incoraggiamento direttamente, personalmente a te. La cosa mistica, incredibile, del suo cuore, è che arriva a toccare il cuore della persona a cui lui si lega. Il legame viene con il tempo, tu continui ogni giorno a innaffiare questo fiore, questo rapporto, e sai che non ti tradirà mai. Non c’è tradimento in quello che dice Sensei, non c’è tradimento in quello che scrive. 

Vittorio: Aggiungo una cosa, tanto Roberto non ve la racconterà mai. Una volta, al Makiguchi Memorial Hall, Sensei era seduto con i figli in sala e indicando Roberto che era sul palco ha detto, davanti ai responsabili di Hombu di tutto il Giappone: «È la persona che amo di più al mondo». Questo dice tutto! Non credo che quell’affermazione sia stata poi riportata ufficialmente, però noi l’abbiamo ascoltata. E rimane scolpita nel cuore di Roberto.

Tu e Vittorio siete davvero amici: che importanza ha avuto e ha per te l’amicizia?

Roberto: Ci sono tanti tipi di relazioni che si creano nella vita. Però, quando si ha la fortuna di avere vicine persone che praticano la tua stessa fede, la cosa assume un altro valore. Quando condividi le sofferenze, i dubbi, anche le gioie, e sai che c’è una persona con la quale ti puoi confidare, confrontarti, questo per conto mio ha un valore diverso dall’amicizia comune, quella che solitamente siamo abituati a vivere. 

Recentemente, cercando una chiave per parlare della relazione maestro-discepolo, riflettevamo su alcune persone la cui carriera è limitata dall’età, e che hanno trasformato la loro specialità in quella di guida per i giovani. Così abbiamo intervistato Carla Fracci, la più grande ballerina del mondo, e oggi intervistiamo te, il più grande calciatore del mondo. Come far durare, rinnovare e trasmettere la propria esperienza?

Roberto: Penso che sia usando il cuore, come ci insegna Sensei. Solamente con il desiderio di donarla agli altri. Quello rimane, perché arriva al cuore delle persone. Alla fine questa è la strada. Carla Fracci ha toccato il cuore di milioni di appassionati di ballo e l’ha fatto con la sua leggerezza, la sua sensibilità, la sua dolcezza. Senza mai dover dire niente di più se non dimostrando quello che sapeva fare. La prova concreta vale più di mille parole. Se poi uno, come ho detto prima, ha il piacere di usare la sua fortuna per donarla agli altri, è ancora meglio.
Quando hai dato qualcosa senza voler niente in cambio, ma solo per il gusto di donare, di condividere, quello arriva al cuore. Invece spesso vogliamo che ci sia un ritorno: in quel momento non c’è più l’offerta, no? È come fare zaimu. Lo faccio per avere un beneficio? O perché è un piacere da condividere, un atto di gratitudine verso la propria vita? Dipende sempre da cosa desideriamo trasmettere al nostro ambiente. Ecco perché si fa Daimoku: per cambiare la nostra condizione vitale e innalzarla verso la Buddità: in quel momento tutto quello che facciamo lo vogliamo portare verso la creazione di valore. Se invece pensiamo di essere furbi e mentire a noi stessi, allora facciamo tutto perché ci torni qualcosa. E non ha più valore. È sottile il passaggio ma l’effetto è completamente diverso, un altro mondo.

Parliamo del film sulla tua vita. Cosa hai voluto trasmettere?

Roberto: Credo che la cosa più importante sia il rapporto con mio papà. È stato fondamentale per la mia vita, per la mia crescita. Era una persona prigioniera della sua timidezza ma io l’ho capito con il tempo, e allora il mio rapporto con lui è diventato migliore. È stata una figura importante: se io sono diventato giocatore lo devo anche alla sua educazione… era uno rigido, che difficilmente ti mostrava quello che sentiva. Ho voluto che nel film ci fosse soprattutto questo rapporto perché ho scoperto che tante persone hanno difficoltà con i genitori, e qui il messaggio è di andare loro incontro, di capire che magari hanno avuto un’infanzia difficile dopo la guerra, quando non c’era da mangiare, non c’erano prospettive…
Insomma, non è un film dove ci sono solo calcio e gol, quelli puoi vederli su youtube, ma ci sono messaggi importanti: le sfide, l’incontro fondamentale con mia moglie Andreina, gli infortuni, il grande regalo che mi ha fatto l’amico Maurizio Boldrini parlandomi del Buddismo, che ha cambiato completamente il mio modo di vedere le difficoltà, la relazione con il nostro maestro… cose a cui abbiamo dato più spazio perché sono quelle che rimangono e che possono interessare le persone. Poi credo che sarà una maniera per fare shakubuku, perché la gente potrà capire, vedere l’inizio e poi come, attraverso un percorso di infortuni e di difficoltà, si persevera e si va fino in fondo. Si vince perché non si molla mai.
Credo che questo sia il messaggio più bello da lasciare soprattutto ai ragazzi e alle ragazze che lo vedranno. Perché sono relazioni e situazioni che, al di là che si giochi a calcio, si incontreranno nella vita, che si faccia il dottore o l’infermiere o l’autista. I valori dei genitori, della famiglia, delle cose semplici, e di sfidarsi. Tanto tutto inizia da lì.

Tanti tra noi adulti ricordano l’emozione di quel rigore… e abbiamo letto che quel ricordo ancora ti accompagna. Come lo hai reso momento fertile e di crescita per la tua vita? Cosa potresti trasmettere di quell’insegnamento alle persone giovani?

Roberto: Se tu pensi che il sogno che avevo da bambino era proprio vincere il mondiale con il Brasile… Per tutta la vita ho sognato di vincere il mondiale, di fare gol all’ultimo minuto e di far contenti tutti gli italiani. Ho immaginato per milioni di notti tutti i gol possibili, rovesciata, da metà campo, mi sognavo chissà quali gol… e come è finita? Nell’unica maniera a cui non avevo mai pensato!
Questa è la vita.
Cosa mi ha insegnato? Gli insegnamenti possono essere tanti. Come mi ha detto Sensei, vincerai o perderai all’ultimo secondo… quindi andare fino in fondo, al di là del risultato, perché è il percorso che è importante, il fatto di sfidarsi, di continuare ad affrontare le difficoltà perché se non le affrontiamo non sapremo mai qual è la nostra potenzialità, il nostro valore.
Se entriamo in questa ottica le difficoltà sono, come dice Nichiren, una gioia, perché sappiamo che in quel momento possiamo diventare migliori. Dipende da come ci relazioniamo a questo. Diventa una sofferenza quando ci spaventiamo pensando a ciò che succederà, a cosa faremo, al risultato. Mentre può essere un momento in cui dirsi: guarda che fortuna, posso sfidarmi ancora oggi perché so che domani avrò imparato qualcosa di più. Quindi dipende da cosa noi sentiamo profondamente. Ecco perché Sensei dice di usare il cuore, il cuore ci apre la via, è la testa che ce la chiude. (a cura di Maria Lucia De Luca e Marina Marrazzi)

 

Da una Lettera di Roberto Baggio ai giovani
(festival di Sanremo 2013)

Vorrei invitare i giovani a riflettere su queste parole.
La prima è passione. Non c’è vita senza passione e questa la potete cercare solo dentro di voi. Non date retta a chi vi vuole influenzare. […] Guardatevi dentro e lì la troverete.
La seconda è gioia. Quello che rende una vita riuscita è gioire di quello che si fa. […] È proprio dalla gioia che nasce quella sensazione di completezza di chi sta vivendo pienamente la propria vita.
La terza è coraggio. È fondamentale essere coraggiosi e imparare a vivere credendo in voi stessi. Avere problemi o sbagliare è semplicemente una cosa naturale, è necessario non farsi sconfiggere. […] Guardate al futuro e avanzate.
La quarta è successo. Se seguite gioia e passione, allora si può parlare anche del successo, di questa parola che sembra essere rimasto l’unico valore nella nostra società. Ma cosa vuol dire avere successo? Per me vuol dire realizzare nella vita ciò che si è, nel modo migliore. E questo vale per il calciatore, il falegname, l’agricoltore o il fornaio.
La quinta è sacrificio. Ho subìto da giovane incidenti alle ginocchia che mi hanno creato problemi e dolori per tutta la carriera. Sono riuscito a convivere e convivo con quei dolori grazie al sacrificio che, vi assicuro, non è una brutta parola. […] La giovinezza è il tempo della costruzione, per questo dovete allenarvi bene adesso. Da ciò dipenderà il vostro futuro. […] Non credete a ciò che arriva senza sacrificio. Non fidatevi, è un’illusione. Lo sforzo e il duro lavoro costruiscono un ponte tra i sogni la realtà. Per tutta la vita ho fatto in modo di rimanere il ragazzo che ero, che amava il calcio e andava a letto stringendo al petto un pallone. Oggi ho solo qualche capello bianco in più e tante vecchie cicatrici. Ma i miei sogni sono sempre gli stessi.