Vista l’importanza che oggi i social media hanno anche sui temi dei diritti umani, della pace e della democrazia, l’Istituto Toda per la Pace di Tokyo ha deciso di convocare diversi esperti nei campi della costruzione della pace e dei diritti per un workshop internazionale che si è tenuto nel dicembre 2018. Il titolo del workshop è stato “Gli impatti dei social media sulle questioni politiche”.

Questo workshop fa tuttavia parte di un programma molto più ampio che riguarda il mondo dei social e su come questi impattino oggi nel mondo della politica e della vita sociale. Nel 2020 l’Istituto ha in programma un “Global Summit su tecnologia e costruzione della pace”.

Storie preoccupanti sull’utilizzo dei social media sono sempre di più al centro dei nostri notiziari, con fatti gravi che riguardano le violazioni della privacy, la vendita di dati personali e attività criminali utili ad influenzare, ad esempio, le tornate elettorali.

Con i dirigenti Facebook che al momento negano e respingono ogni responsabilità circa l’enorme impatto che oggi di fatto ha la loro piattaforma sulla democrazia globale.

Mentre i più ottimisti immaginavano la tecnologia come qualcosa in grado di avvicinare le persone, le nuove tecnologie stanno presentando un conto salato negli ambiti della privacy e delle relazioni sociali, oltre che della pace e della sicurezza umana.

I social media stanno amplificando la polarizzazione delle diverse posizioni e moltiplicano i discorsi d’odio ma di certo, non hanno creato dal nulla questi problemi.

E questi problemi sono troppo complessi per essere risolti dalla solo universo dell’industria tech. Questo rapporto andrà ad identificare quali sono le reali minacce dei social sulla coesione sociale, sui diritti umani e cercherà ovviamente le opzioni più creative per affrontare queste enormi minacce, con l’intento di:

  • migliorare il collegamento tra dialogo offline e online
  • aiutare le industrie tech a migliorare le moderazioni di ciascuna piattaforma
  • sostenere opzioni tecnologiche di pace per affrontare le minacce veicolate sui social media

Mobilitare la società civile al fine di sviluppare campagne per affrontare le minacce di social media direttamente o attraverso la leva pressione sulle aziende tech e governi.
• Sfruttare la pressione finanziaria e legale sulle società tecnologiche.
• Riconoscere l’educazione e la ricerca necessarie per sviluppare migliori soluzioni a lungo termine.

Minacce dai social media

Ci sono almeno cinque problemi interconnessi tra loro e legati ai social media.

Sorveglianza: le piattaforme di social media fanno soldi fornendo piattaforme di comunicazione liberamente accessibili dalle persone in cambio estraggono informazioni sugli utenti. Gli inserzionisti utilizzano informazioni preziose, su dove vivono gli utenti, cosa vogliono, cosa credono e così via, per indirizzare annunci specifici a persone specifiche. Alcuni chiamano questo “capitalismo di sorveglianza” in cui le informazioni personali sono una risorsa preziosa. Aziende come Facebook e Google che forniscono servizi di comunicazione e informazione ad oltre un terzo dell’umanità traggono profitto dalle informazioni raccolte attraverso questo processo di costante sorveglianza.

Questi colossi tech sono diversi da qualsiasi altra azienda. Non vendono realmente un prodotto ai consumatori. Il loro prodotto sono i dati stessi dei consumatori. I loro profitti dipendono
dall’aumento del numero di persone sulle loro piattaforme, e quindi spingono le persone a condividere più informazioni, a trascorrere più tempo online e condividere più notizie in rete.

Dipendenza: la dipendenza da social media può riguardare gli utenti di tutte le età. L’affermazione su piattaforme sociali attraverso meccanismi semplificati come il like, genera sul cervello una ricompensa positiva, paragonabile all’effetto di alcuni farmaci.

Disinformazione: la tendenza di dedicare più tempo ai social media ha conseguenze per la qualità delle informazioni che consumiamo. Sui social media, chiunque può
pubblicare notizie. E le notizie reali si mescolano facilmente con la propaganda ingannevole. Alcuni studi suggeriscono che le false informazioni e quelle più emotivamente allarmanti si diffondono più
rapidamente rispetto ad altre notizie. La popolarità si traduce quindi in legittimità in quanto gli algoritmi diffondono questo “inquinamento delle informazioni” che comprende sia le notizie intenzionalmente false) che le fake news che un utente condivide senza la reale intenzione di ingannare.

Polarizzazione: le news fruite sui social media influenzano il modo in cui le persone vedono gli altri. Gli algoritmi dei social media tendono a creare “eco camere” dove le persone ricevono informazioni che non fanno altro che rinforzare le loro visioni del mondo, isolando le persone ed impedendole di sentire esperienze e punti di vista di altre persone. Le “eco camere” producono polarizzazione, ovvero persone che non comprendono il modo diverso in cui gli altri vedono i problemi, allontanandosi anche emotivamente.

Discorsi d’odio (hate speech): per una buona percentuale degli utilizzatori di social media, la polarizzazione sembra condurre all’hate speech (discorsi di odio, offese e minacce rivolte ad altri utenti). i messaggi di social media che esprimono paura, rabbia e odio attirano generalmente più attenzione e creano più profitto per gli inserzionisti. I social media possono quindi creare
paradisi sicuri per dialoghi carichi d’odio e per la retorica estremista.

Come ingranaggi di una macchina, ciascuno di questi problemi influenza e produce altri problemi. Più tempo le persone trascorrono online, più aumentano le probabilità che essi saranno esposti a fake news e a bolle di filtraggio (definizione Wikipedia) determinate dagli stessi algoritmi che governano le piattaforme. Riconoscendo i problemi tra loro interconessi della sorveglianza, della dipendenza, della disinformazione, della polarizzazione e dei discorsi d’odio, l’Istituto Toda per la Pace ha riunito diversi esperti nell’intento di trovare soluzioni concrete.

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