Un movimento di persone comuni verso l’era dei diritti umani

di Daisaku Ikeda

Proposta di Pace 2018

Il 2017 ha rappresentato un punto di svolta per la pace e il disarmo. Dopo una serie di negoziati alle Nazioni Unite, finalmente in luglio si è giunti all’adozione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, Tpnw), che a oggi è stato firmato da più di 50 nazioni. Quando entrerà in vigore andrà ad aggiungersi ai trattati per la messa al bando delle armi biologiche e chimiche, a completamento del quadro internazionale che proibisce le armi di distruzione di massa.

L’idea di abolire le armi di distruzione di massa, comprese quelle nucleari, è sempre stata nell’agenda dell’Onu sin dalla prima risoluzione adottata dall’Assemblea generale nel gennaio 1946, l’anno successivo alla sua costituzione.
L’adozione di questo storico trattato rappresenta una vera svolta in un campo che ha visto molte battute d’arresto e ostacoli apparentemente insormontabili. Inoltre il Trattato è nato con il forte sostegno della società civile, fra cui i sopravvissuti ai bombardamenti nucleari, gli hibakusha. Il loro contributo è stato riconosciuto con l’assegnazione del premio Nobel per la pace nel 2017 alla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican), la coalizione della società civile che si è sempre battuta per la proibizione delle armi nucleari e per un trattato che la sancisse.

Setsuko Thurlow, sopravvissuta alla bomba atomica di Hiroshima, intervenendo alla cerimonia di conferimento del Nobel per la pace, subito dopo la direttrice esecutiva di Ican Beatrice Fihn, ha dichiarato: «L’umanità e le armi nucleari non possono coesistere. […] Queste armi non sono un male necessario, sono il male assoluto».1
Tale convinzione è condivisa dai membri della Soka Gakkai Internazionale, che hanno lavorato insieme a Ican sin dalla sua fondazione, in una collaborazione riconfermata lo scorso gennaio quando Beatrice Fihn ha visitato la sede della Soka Gakkai in Giappone.
La crudele tendenza a negare totalmente la dignità umana è alla base dell’idea che giustifica il possesso delle armi nucleari: l’assoluta negazione dell’esistenza di coloro che si considerano nemici e la volontà di eliminarli attraverso un potere distruttivo estremo.
Fu questo il pensiero espresso dal mio maestro, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda (1900-1958), nella sua dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari formulata nel settembre 1957. In piena guerra fredda, mentre si intensificava la corsa agli armamenti e la minaccia nucleare cresceva in nome di una pace basata sulla deterrenza, Toda dichiarò: «Desidero rivelare e strappare gli artigli che si celano nelle profondità di quelle armi»,2 condannando la natura disumana delle armi nucleari che mettono a repentaglio il diritto alla vita della popolazione mondiale.

Durante una lezione che tenni cinquant’anni fa (nel maggio 1968), proprio mentre i negoziati per il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (Npt) si avviavano a conclusione, avendo bene in mente la dichiarazione di Toda proposi di andare oltre l’accordo sulla non proliferazione e giungere alla proibizione delle armi nucleari in ogni loro fase e aspetto, dalla produzione alla sperimentazione e all’uso.
Nel 1978, in occasione della prima sessione speciale dell’Assemblea generale dell’Onu sul disarmo, formulai una proposta articolata in dieci punti per il disarmo e l’abolizione degli ordigni nucleari. Inviai poi un’ulteriore proposta in occasione della seconda sessione speciale sul disarmo nel 1982. Dall’anno seguente iniziai a scrivere proposte di pace annuali per celebrare il giorno della fondazione della SGI, il 26 gennaio, un impegno che ho mantenuto negli ultimi trentacinque anni nella speranza di aprire una strada verso la proibizione e l’abolizione delle armi nucleari.
Perché mi sono concentrato così tenacemente sull’individuare una soluzione alla questione nucleare? Perché, come aveva ben compreso Toda, finché queste armi esisteranno l’obiettivo della pace e dei diritti umani a livello mondiale continuerà a sfuggirci.
Un’organizzazione con la quale la SGI ha sviluppato forti legami nell’impegno comune per l’abolizione delle armi nucleari è il movimento Pugwash (Pugwash Conferences on Science and World Affairs). Jayantha Dhanapala, che ne è stato presidente fino al 2017, ha sottolineato che per affrontare la moltitudine di sfide globali che abbiamo di fronte, compresa quella nucleare, è necessaria una bussola morale: «In genere si presume, erroneamente, che il mondo dei valori etici e quello della politica pragmatica siano del tutto separati e non siano mai destinati a incontrarsi. Ma i risultati conseguiti dalle Nazioni Unite dimostrano che può sussistere una fusione fra etica e politica e che proprio tale fusione contribuisce al progresso dell’umanità e alla pace».3 La Dichiarazione universale dei diritti umani (Universal Declaration of Human Rights, Udhr), di cui ricorre il settantesimo anniversario proprio quest’anno, può essere considerata uno dei primi esempi di questo connubio.
In tale contesto, tenendo ben presente il peso della Dichiarazione, desidero esprimere delle riflessioni e offrire alcune prospettive per la risoluzione dei problemi globali affrontando le questioni con un approccio basato sui diritti umani. Sono convinto che un simile approccio, radicato in una preoccupazione profonda per la vita e la dignità di ogni individuo, possa condurre a quella fusione di etica e politica necessaria all’individuazione di risposte efficaci.

Le fonti spirituali di una legislazione per i diritti umani

Desidero in primo luogo evidenziare come al cuore dei diritti umani vi sia il voto di far sì che nessun altro soffra per ciò di cui abbiamo sofferto noi.
Per affrontare le questioni relative ai rifugiati e ai migranti, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha istituito l’anno scorso la nuova carica di Rappresentante speciale della migrazione internazionale. Oggi, con 258 milioni di migranti nel mondo4 e un numero sempre crescente di rifugiati, la diffusione di stereotipi negativi – come l’idea che tali persone costituiscano un peso o una minaccia – sta alimentando un clima di esclusione sociale.
Louise Arbour, la prima persona che ha ricoperto tale carica, ha dichiarato: «Una delle cose da sottolineare è la necessità che i migranti, come ogni altra persona, vedano rispettati e protetti i propri diritti umani fondamentali senza discriminazioni dovute al loro status».5 Questa idea deve diventare la base per la risoluzione della crisi dei migranti e dei rifugiati.

Come dimostra la storia del ventesimo secolo con le sue due guerre mondiali, l’incitamento al disprezzo e all’ostilità nei confronti di determinati gruppi di persone può condurre a tragedie di portata inimmaginabile. La Dichiarazione universale dei diritti umani adottata nel dicembre 1948, tre anni dopo la fondazione delle Nazioni Unite, condensa in sé la saggezza acquisita da quelle amare lezioni. È vitale dunque ribadire ancora una volta lo spirito della Dichiarazione allo scopo di individuare una soluzione alle varie questioni legate ai diritti umani che stiamo affrontando oggi, compresa la discriminazione nei confronti dei migranti e dei rifugiati.
Nel giugno 1993 ebbi l’opportunità di incontrare John P. Humphrey (1905-1995), che partecipò alla stesura della Dichiarazione come primo direttore della Divisione dell’ONU per i diritti umani. A proposito del significato della Dichiarazione, Humphrey raccontò in maniera commovente la sua esperienza e il trattamento discriminatorio da lui subìto. Nato in Canada, la tragedia entrò nella sua vita in tenera età, quando perse i genitori a causa di una malattia. Rimase poi gravemente ustionato in un incendio e perse un braccio. Separato dai fratelli e dalle sorelle, fu messo in collegio dove subiva continue vessazioni da parte degli altri allievi. Poco dopo essersi laureato e sposato scoppiò la Grande depressione e Humphrey, pur riuscendo a mantenere il suo impiego, rimase sconvolto nel vedere la mole di disoccupati intorno a lui. Fu anche testimone diretto dell’oppressione fascista alla fine degli anni ’30, quando era ricercatore in Europa, e ciò accrebbe la sua consapevolezza della necessità di una protezione legale internazionale dei diritti per tutte le persone.

Dichiarò di essere orgoglioso che la Dichiarazione garantisse non solo i diritti civili e politici, ma anche quelli economici, sociali e culturali.6 Sono sicuro che la sua storia e le sue esperienze abbiano notevolmente influenzato il suo operato nel contribuire alla stesura del documento.
Sottolineò che la Dichiarazione era il risultato di una collaborazione, e che doveva in parte il suo prestigio e la sua importanza al fatto che gli autori erano rimasti anonimi. Forse è questo il motivo per cui il suo apporto è rimasto sconosciuto ai più anche in seguito al suo ritiro, dopo vent’anni, dalla carica di direttore della Divisione dell’ONU per i diritti umani.7
Eppure quando Humphrey mi regalò un facsimile della bozza della Dichiarazione, ognuna di quelle lettere scritte a mano sembrava emanare la luce della preghiera di una persona che sta gettando i semi di un futuro in cui tutti possano vivere con dignità. Nel corso degli anni la SGI ha esposto questo documento nella mostra Verso un secolo di umanità: una panoramica sui diritti umani nel mondo di oggi e in altri eventi simili.

Ebbi l’opportunità di incontrare Humphrey per la seconda volta nel settembre 1993, durante la prima inaugurazione della mostra a Montreal, in Canada. È ancora viva dentro di me la promessa che gli feci, di trasmettere lo spirito della Dichiarazione universale alle generazioni future.

La fiamma della bontà umana

Insieme all’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 1948 vide l’inizio della politica di segregazione razziale in Sudafrica nota come apartheid.
Nelson Mandela (1918-2013), che in seguito diventò presidente del paese, trasformò la rabbia e il dolore per l’ingiustizia e la discriminazione in una battaglia per abbattere l’apartheid. Ebbi il piacere di incontrarlo per la prima volta nell’ottobre del 1990, otto mesi dopo la sua scarcerazione.
Nella sua autobiografia descrive la motivazione che lo spinse da giovane a dedicarsi alla lotta per la libertà:

«Un accumulo costante di migliaia di sgarbi, di migliaia di affronti,
di migliaia di momenti dimenticati produsse in me una collera,
un sentimento di ribellione, un desiderio di combattere il sistema
che imprigionava il mio popolo».8

Nonostante il brutale trattamento subìto in carcere, il cuore di Mandela non fu mai sopraffatto dall’odio e anche nei momenti peggiori continuava ad attaccarsi a quel «barlume di umanità»9 che vedeva nelle guardie e a usarlo per andare avanti.
Il presidente Mandela si rese conto che non tutti i bianchi odiavano i neri e si sforzò di imparare l’afrikaans, la lingua che parlavano le guardie carcerarie; riuscì così ad ammorbidire il loro cuore rivolgendosi loro nella lingua nativa. Anche il dispotico capo delle guardie, poco prima di andare definitivamente in congedo, diede una dimostrazione di calore umano nei suoi confronti. Quell’esperienza inaspettata fece comprendere a Mandela come la ripetuta crudeltà messa in atto dal sovrintendente della prigione fosse dovuta alla «disumanità che gli era stata inculcata da un sistema disumano».10

Nei suoi ventisette anni di carcere, che corrispondono a circa diecimila giorni, Mandela sviluppò la salda convinzione che la «bontà umana è una fiamma che si può celare ma mai estinguere».11 Finita la prigionia, come presidente della nazione si impegnò per proteggere la vita e la dignità di tutte le persone, nere e bianche.
In un’occasione in cui, a causa di un ulteriore massacro di neri da parte di un gruppo di bianchi, era esplosa la rabbia della comunità nera, il presidente Mandela non si limitò a pronunciare uno scontato appello all’armonia sociale: nel bel mezzo di un discorso elettorale improvvisamente chiamò una donna bianca che stava in fondo al pubblico e la invitò a salire sul palco. Poi, sorridendo, la presentò alla folla dicendo che era l’infermiera che lo aveva curato e aiutato a guarire quando si era ammalato in prigione. Non era la differenza razziale il problema, il problema risiedeva nel cuore umano. L’umore della folla cambiò quando le fu trasmesso quel messaggio, cosa che fece cessare l’impulso alla vendetta.
Quel comportamento di Mandela sembra rivelare come sapesse, fin troppo bene e con dolore, quanto le catene di un sistema disumano potessero derubare le persone della loro umanità.
Il Buddismo abbracciato dai membri della SGI descrive l’esempio del Bodhisattva Mai Sprezzante – una figura che appare nel Sutra del Loto, l’insegnamento che racchiude l’essenza del messaggio di Shakyamuni – dalla cui pratica tenace traspare la convinzione che la fiamma della bontà umana può essere celata ma mai estinta. Fedele al suo voto di non disprezzare mai gli altri anche quando lo trattavano male, questo bodhisattva si inchinava in segno di rispetto davanti a ogni persona che incontrava. Per quanto venisse insultato o maltrattato, si rifiutava di abbandonare la sua pratica, che consisteva nel rivolgere loro le seguenti parole: «Voi potete assolutamente conseguire la Buddità».
Fino alla fine, nonostante il trattamento crudele subìto in carcere, il presidente Mandela non permise che si affievolisse la sua fiducia nell’umanità. Allo stesso modo, il Bodhisattva Mai Sprezzante continuava a credere nell’incomparabile dignità inerente alle altre persone, indipendentemente dal loro disprezzo nei suoi confronti.

Nichiren Daishonin (1222-1282), che propagò il Buddismo nel Giappone del tredicesimo secolo basandosi sull’insegnamento della dignità di tutte le persone contenuto nel Sutra del Loto, spiega che lo spirito di questo sutra è riassunto nel comportamento del Bodhisattva Mai Sprezzante:

«Cosa significa il profondo rispetto del Bodhisattva Mai Sprezzante
per la gente? Il vero significato dell’apparizione
in questo mondo del Budda Shakyamuni, il signore degli insegnamenti,
sta nel suo comportamento da essere umano»
(Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, 1, 756).

E in effetti le azioni di Shakyamuni per accendere una fiamma di speranza nel cuore delle persone non erano l’effetto di qualche capacità sovrannaturale, ma nascevano dal desiderio del tutto umano di alleviare in qualche modo le sofferenze di chi incontrava.
Una volta, non potendo ignorare la tragica condizione di un discepolo costretto a letto dalla malattia, Shakyamuni lo lavò e lo incoraggiò, incurante degli altri che lo stavano aspettando. E quando un discepolo cieco borbottò: «Non c’è nessuno che mi infilerebbe l’ago?» mentre cercava di rammendare la fodera della sua veste, fu lui ad avvicinarsi per aiutarlo. In seguito, nonostante il profondo cordoglio per la morte di due dei suoi più cari discepoli, Shakyamuni si fece coraggio e proseguì la sua opera. Anche dopo gli ottant’anni, pur accettando i limiti fisici, continuò a esporre i suoi insegnamenti per il bene degli altri fino all’ultimo istante di vita.

Essere dalla parte di chi sta sprofondando nell’abisso della disperazione; far sorgere il sole nel proprio cuore anche in mezzo alle circostanze più dolorose e continuare a incoraggiare e rincuorare gli altri: questo comportamento del tutto umano di Shakyamuni è la fonte dalla quale sorge la filosofia della dignità intrinseca nella vita, contenuta nel Sutra del Loto, che continua a fluire ancora oggi.
Nella tradizione buddista mahayana il Budda è considerato una persona comune degna di supremo rispetto; dunque non è in alcun modo separata dal resto dell’umanità. Il Bodhisattva Mai Sprezzante personifica il nucleo centrale dell’insegnamento del Sutra del Loto: attraverso gli sforzi umani per risvegliarci alla nostra dignità e assaporarla, e nello stesso tempo apprezzando e avendo cura delle persone intorno a noi, la nostra vita inizia a risplendere della luce sublime della Buddità.

Nichiren Daishonin descrive questo potere di trasformazione della vita con le seguenti parole: «La persona [che incarna il Tathagata dell’Illuminazione originale] diventa così il padre e la madre di questo [Budda di] perfetta Illuminazione, e il Budda è il figlio che la persona dà alla luce» (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, 2, 81). Ogni persona che, pur portando il fardello delle proprie difficoltà personali, si adopera per il bene degli altri, manifesta la propria essenza originale e porta avanti la missione di illuminare la società con la luce della dignità.

Lo stesso potremmo dire dei diritti umani. Non sono le leggi o i trattati che possono garantirli; l’imperativo di proteggere la libertà e la dignità di tutte le persone sorge dal fatto che ognuno e ognuna di noi ha di per sé immenso valore ed è insostituibile.
Gli esempi di Humphrey e di Mandela mostrano come le persone che sono riuscite a portare un soffio di vita nella legislazione per i diritti umani sono quelle che, pur avendo subìto discriminazioni e violazioni dei propri diritti umani, non hanno permesso che altri soffrissero allo stesso modo e si sono impegnate per abbattere, una dopo l’altra, una serie di rigide barriere sociali.

Un mondo libero dalla tragedia

Il movimento per la pace della SGI nasce dalle convinzioni del fondatore e primo presidente Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944) e del secondo presidente Josei Toda, che durante la seconda guerra mondiale opposero una resistenza incrollabile al regime militare giapponese. In La geografia della vita umana, scritto all’inizio del ventesimo secolo, Makiguchi dà voce alle sue preoccupazioni per le tragiche condizioni della popolazione mondiale legate all’espansione del colonialismo: «Nel cercare di assumere il controllo di altri paesi, [le potenze imperialiste] non esitano a commettere le più crudeli atrocità».12

Nel 1930, mentre la crescente militarizzazione del Giappone iniziava a esercitare un grave impatto sul sistema educativo, Makiguchi pubblicò Il sistema educativo per la creazione di valore (tradotto in parte in italiano con il titolo L’educazione creativa), nel quale sosteneva che l’educazione dovrebbe servire ad accrescere le capacità degli studenti di creare valore per la propria felicità e quella della società nel suo complesso. Si mantenne fedele alle sue convinzioni sforzandosi di metterle in pratica anche quando le autorità militariste – attraverso la Legge di mobilitazione nazionale e slogan come “Annulla l’io e servi lo Stato” (giapp. messhi hoko) – iniziarono a stringere nella morsa di un controllo sempre più forte ogni aspetto della vita, dalla politica all’economia, alla cultura e alla religione. La sua critica nei confronti del regime fu severa; sosteneva che «svuotare e annientare l’io individuale è una menzogna. La verità consiste nel ricercare una felicità autentica per sé e per gli altri».13

Makiguchi non cedette alle pressioni ideologiche delle autorità nemmeno quando fu soppressa la rivista del movimento e la polizia speciale intensificò la sorveglianza alle riunioni. Continuò a parlare pubblicamente e di conseguenza, nel luglio 1943, fu arrestato e incarcerato con l’imputazione di aver violato la legge per la conservazione della pace e per aver commesso atti blasfemi nei confronti dello Shintoismo di Stato e dell’imperatore. Il suo discepolo Toda e altri responsabili dell’organizzazione furono arrestati con lui.
Imprigionato e privato delle libertà fondamentali di espressione, di riunione e di religione, Makiguchi rimase saldo nelle sue convinzioni fino all’ultimo istante e morì in carcere all’età di settantatré anni.
Mandela ha scritto che un nuovo mondo non sarà realizzato da chi si limita a guardare passivamente, ma che «l’onore appartiene a coloro che non dimenticano mai la verità nemmeno nei momenti più tetri, che continuano a provare, che non si fanno mai scoraggiare dagli insulti, dalle umiliazioni e nemmeno dalla sconfitta».14

Se guardiamo unicamente al fatto che Makiguchi morì in carcere, potremmo pensare che i suoi ideali non abbiano mai dato frutti; ma la sua visione fu mantenuta viva da Toda, che affrontò i sacrifici della prigionia insieme a lui.
Quando sullo sfondo delle crescenti tensioni della guerra fredda scoppiò la guerra di Corea, più che per le questioni di politica internazionale Toda espresse una sentita preoccupazione personale: «Non è mia intenzione dibattere di vittoria o sconfitta nella guerra o dei pro e contro delle varie politiche e ideologie; ciò che mi addolora profondamente è il pensiero che a causa di questa guerra un enorme numero di persone perderà il marito o la moglie, che tantissime persone cercheranno disperatamente i figli o i genitori che hanno perduto».15
E ancora: «Le persone non hanno un posto dove andare. Niente arreca maggiore disperazione che perdere ogni speranza per la patria amata».16

Come nel caso di Makiguchi, anche Toda era profondamente angustiato per le tragiche condizioni delle persone comuni. E guardò alla Rivolta di Ungheria del 1956 dallo stesso punto di vista. Conosceva bene la storia politica che aveva condotto alla sollevazione, ma ciò che più lo preoccupava era l’immensa sofferenza dei cittadini che lo portò a dichiarare: «È mio fervido desiderio costruire il prima possibile un mondo libero da simili tragedie»;17 era il voto risoluto di creare un movimento popolare che portasse a una vera trasformazione.
Toda tradusse questa convinzione nella sua idea di “cittadinanza globale” (giapp. chikyu minzokushugi, lett. nazionalismo globale), la creazione di un mondo in cui le persone di qualsiasi nazionalità non vedessero mai calpestati i loro diritti e interessi. Sottolineò che le armi nucleari, negando il diritto fondamentale di vivere, rappresentano un intollerabile male assoluto, e sette mesi prima di morire pronunciò la sua Dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari, affidando ai giovani della mia generazione la missione di aprire una strada che conducesse alla loro proibizione.

La SGI, nel suo operato per realizzare il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, ha sempre posto l’accento su un approccio basato sui diritti umani centrato sul diritto alla vita, raccogliendo l’eredità spirituale di Makiguchi e Toda, i due maestri del nostro movimento la cui visione della pace mondiale non si limitava alle iniziative per alleggerire le tensioni fra le varie nazioni o per prevenire le guerre, ma si concentrava sulla protezione risoluta della vita e della dignità di ogni persona.
È significativo che il Trattato, pur avendo come oggetto il disarmo, sia pervaso dallo spirito di una legislazione internazionale per i diritti umani. Uno dei suoi aspetti più interessanti è l’accento che pone sugli esseri umani e sulla loro sofferenza; per esempio, la motivazione fondamentale per la proibizione delle armi nucleari si basa sul rischio che esse rappresentano per la «sicurezza di tutta l’umanità».18
Inoltre il Trattato chiarisce che la sua attuazione non dipende unicamente dalle azioni degli Stati, ma riconosce esplicitamente l’importanza del ruolo che deve svolgere la società civile.
Guardando indietro, le parole che hanno segnato il passaggio dal considerare l’individuo come oggetto di interesse al riconoscerlo quale soggetto dotato di diritti nell’ambito della società internazionale sono contenute nella Carta delle Nazioni Unite, che inizia con: «Noi, i popoli», e nella Dichiarazione universale dei diritti umani in cui si afferma che i diritti devono essere goduti da «tutti».
Il Preambolo del Trattato fa riferimento anche ai contributi degli hibakusha, che hanno continuato a mettere in luce la natura disumana delle armi nucleari attraverso la loro testimonianza personale di vittime dei bombardamenti atomici. Durante i negoziati i rappresentanti della società civile sedevano sempre negli ultimi posti. Eppure è stata la società civile, e specialmente gli hibakusha – che sono sia le vittime delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki sia quelle della produzione e sperimentazione delle armi nucleari in tutto il mondo – ad avere un ruolo chiave nel processo che ha portato all’adozione del Trattato. La loro dedizione, come ha dichiarato il rappresentante di una nazione, «li rende degni di supremo rispetto».19

Come parte di questa rete della società civile, la SGI si è impegnata a fondo nel processo di elaborazione del Trattato, sia collaborando con ICAN nell’ideazione e organizzazione di mostre che sensibilizzassero l’opinione pubblica riguardo alla natura disumana delle armi nucleari sia presentando documenti di lavoro alle varie sessioni di negoziazione.
Gli ideali della pace e dei diritti umani non si possono realizzare in un colpo solo; la protezione legale e istituzionale dei diritti di ogni individuo si fonda e si concretizza negli sforzi crescenti della società civile, attingendo alla fonte spirituale della legislazione: il voto di non permettere che qualcun altro soffra per quanto si è già sofferto.

Il potere dell’educazione ai diritti umani

Il secondo tema che desidero affrontare riguarda il ruolo essenziale dell’educazione ai diritti umani per superare le divisioni sociali. Negli ultimi anni sono venute alla ribalta varie questioni relative ai confini internazionali, come il rafforzamento dei controlli sull’immigrazione in risposta all’afflusso di rifugiati e di migranti o dispute territoriali per le risorse. Allo stesso tempo stiamo assistendo a una crescita dei collegamenti globali attraverso infrastrutture come le ferrovie, le reti elettriche e i cavi Internet sottomarini che attraversano i confini nazionali.
Si stima che attualmente vi siano 750 mila chilometri di cavi Internet sottomarini e un milione 200 mila chilometri di linee ferroviarie in tutto il mondo, per una lunghezza totale che supera di gran lunga i 250 mila chilometri di linee di confine che separano le nazioni sul nostro pianeta. Le spese per le infrastrutture ammontano a tremila miliardi di dollari l’anno, ben oltre i 1.750 mila miliardi spesi annualmente per la difesa, e questo divario sta aumentando sempre di più.20

Parag Khanna, ricercatore senior della National University di Singapore, ha proposto di riconsiderare la nostra visione geopolitica alla luce di questi dati: «Il fatto che sulle nostre mappe non compaia il reticolo completo delle infrastrutture costruite dall’uomo dà l’impressione che i confini siano il mezzo che ritrae la geografia umana molto meglio di ogni altro. Ma oggi è vero il contrario: i confini importano solo in qualche caso mentre, la maggior parte delle volte, sono altre le linee che contano di più».21
Khanna fa notare che questo interesse globale per le infrastrutture non si limita a regioni come quelle dell’Unione Europea, ma si osserva anche in zone di tensione geopolitica, dove fornisce agli Stati coinvolti l’opportunità di superare «gli ostacoli della geografia naturale e politica»22 per trarne reciproco beneficio.

Il tentativo di Khanna di porre in primo piano, nell’ambito di progetti infrastrutturali transfrontalieri, il ruolo della geografia funzionale senza tralasciare quello della geografia politica, è affine alla prospettiva delineata da Makiguchi nella sua opera La geografia della vita umana. Makiguchi sosteneva che il comportamento degli esseri umani e degli Stati era profondamente influenzato dalla loro visione della geografia e li esortava a basare le loro attività su un principio che definiva “competizione umanitaria”, la scelta consapevole di mettere da parte le motivazioni egoistiche e adoperarsi per proteggere e migliorare non solo la propria vita ma anche quella degli altri.
Anche se i contorni delineati dai confini nazionali sono considerati non negoziabili, la continua crescita di questi reticoli di infrastrutture globali che collegano un paese all’altro può generare legami più fruttuosi. Ritengo che tale impresa possa essere considerata l’espressione nascente di quel tipo di competizione umanitaria che Makiguchi auspicava.

Uno dei capisaldi della filosofia di Makiguchi è l’idea che il valore sorga dalla relazionalità. Se questo principio viene applicato alla sfida posta dai diritti umani, si evidenzia l’importanza di ampliare le reti di connessione che uniscono persone e cose al di là delle differenze.
Ampliando la sua rete individuale di connessioni, per esempio con l’infermiera bianca e con le guardie carcerarie, Mandela rafforzò la convinzione nelle possibilità umane di tutte le persone e la rese il fondamento della sua attività politica dopo la scarcerazione. Mostrò come le relazioni possano essere agenti di trasformazione riuscendo a creare valore nonostante le profonde differenze.
Shakyamuni, che predicava la dignità di ogni persona, esortava regolarmente i discepoli a non permettere che il linguaggio li portasse a considerare le cose sotto una luce fissa e immutabile. Diceva che non era per nascita ma attraverso il comportamento che si diventa brahmani,23 cioè persone degne del massimo rispetto. In altre parole, il valore di un essere umano non dovrebbe essere mai determinato dalle parole con cui viene descritto.

Negli insegnamenti buddisti troviamo l’espressione: «Recidendo le illusioni e i desideri, e rifiutando i nove regni inferiori» (Raccolta degli Scritti di Nichiren Daishonin, 2, 63), che viene impiegata per descrivere e criticare una visione del mondo che separa il Budda dagli esseri umani, secondo la quale per ottenere il supremo e sublime stato vitale di Buddità occorre anzitutto detestare e rifiutare gli altri stati vitali (i nove mondi) e staccarsi da essi.
Riguardo a questo Nichiren Daishonin scrive:

«La dottrina che le persone dei due veicoli non potevano mai conseguire la Buddità non era una fonte di lamento soltanto per loro,
adesso capiamo che era un dispiacere anche per noi!»
(Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, 2, 445).

Vuol dire che quando si negano la dignità e le potenzialità di una specifica persona, o di un gruppo di persone, non si attacca solo la loro dignità ma si minano anche le basi della nostra. Sebbene questa idea indichi forse un modo prettamente buddista di intendere la natura umana, evidenzia tuttavia un fatto reale, il pericolo insito nell’impedire che ogni persona possa percepire la propria dignità, un elemento di cui occorre tener conto nel riflettere sulle questioni attuali legate ai diritti umani.
In tutto il mondo assistiamo ad allarmanti esempi di xenofobia, in cui individui o gruppi vengono identificati come oggetti da detestare, evitare e isolare. Lo scorso anno, durante le sessioni ordinarie del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, sono state adottate due risoluzioni antidiscriminatorie: una per combattere l’intolleranza basata sul credo religioso e l’altra per avviare negoziati verso un protocollo addizionale alla Convenzione internazionale per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (ICERD). Anche la Dichiarazione di New York per i rifugiati e i migranti, adottata dall’Assemblea generale nel 2016, ammonisce:

«Demonizzare rifugiati e migranti offende profondamente
i valori della dignità e dell’eguaglianza di ogni essere umano
che ci siamo impegnati a salvaguardare».24

In una certa misura è naturale provare attaccamento per un gruppo di persone che ha attributi
comuni ai nostri. Ed è forse altrettanto prevedibile nutrire una certa apprensione all’idea di accogliere nella comunità che chiamiamo casa nostra persone di origini nazionali differenti.
Tuttavia dobbiamo riconoscere che tali percezioni possono condurre a un comportamento di esclusione e violazione dei diritti umani e a sviluppare sentimenti di inimicizia e ostilità che si manifestano nei discorsi di incitamento all’odio e in altre forme di discriminazione.
Pur avendo accresciuto la nostra capacità di connetterci agli altri, negli ultimi anni la nascita della società dell’informazione postindustriale ha anche portato a un fenomeno per cui le persone si collegano solo con chi condivide il loro stesso quadro di riferimento. Fra le cause di quella che è chiamata “bolla di filtraggio” vi sono i motori di ricerca, che restituiscono all’utente informazioni già in sintonia con le sue preferenze, oscurando così altre fonti. Gradualmente, senza accorgersene, si viene avvolti in una membrana isolante di informazioni preselezionate.
L’aspetto preoccupante di questo fenomeno è quanto possa di fatto influenzare la comprensione delle questioni sociali. Infatti per quanto ampiamente cerchiamo su Internet informazioni su particolari argomenti, i contenuti che ci restituiscono i siti web e i social media finiscono sempre per assomigliare a idee che già abbiamo. In tal modo veniamo allontanati sin dall’inizio da opinioni diverse, che non diventano mai oggetto di attenta considerazione.

L’attivista di Internet Eli Pariser ci avvisa che «in un’epoca in cui l’informazione condivisa è il sostrato dell’esperienza condivisa, la bolla di filtraggio è una forza centrifuga che ci separa».25 Poiché la capacità di prendere decisioni corrette dipende dalla consapevolezza della situazione e del contesto, egli sottolinea: «Con la bolla di filtraggio non si ottiene una visione a trecentosessanta gradi; forse non si arriva a più di un grado».26 Mettendoci così in guardia dagli effetti negativi della nostra prospettiva ristretta.

Gli studi sulla diversità mostrano come, in una determinata società, i membri del gruppo dominante spesso non siano consapevoli di godere della libertà dalla discriminazione, e tale mancanza di consapevolezza può generare un’atmosfera sociale claustrofobica per i membri delle minoranze. Rosa Parks (1913-2005), la madre del movimento americano per i diritti civili che incontrai nel gennaio 1993, mi raccontò la sua esperienza di vita in un sistema di razzismo legalizzato che aveva causato enormi sofferenze a innumerevoli persone. Non lo dimenticherò mai.

Fino a quando gli afroamericani non trovarono il modo di esprimere visibilmente e tangibilmente l’angoscia che provavano, la loro condizione rimase in gran parte ignota alla società americana bianca. Lo storico movimento di boicottaggio degli autobus, che scaturì dal netto rifiuto di Rosa Parks di accettare l’ingiustizia, generò una corrente di cambiamento proprio perché fu in grado di comunicare quell’angoscia in maniera così ampia ed efficace.

Imparare a vivere insieme

Nella società giapponese, per esempio, c’è una forte discriminazione nei confronti dei cinesi, dei coreani e di persone provenienti da altri paesi asiatici.
Nel corso delle mie iniziative per promuovere gli scambi con i paesi vicini al Giappone e alimentare comprensione e fiducia reciproche, ho fatto amicizia con l’ex primo ministro della Corea del Sud, Lee Soo-sung. Suo padre, che era stato giudice durante l’occupazione coloniale giapponese della penisola coreana (1910-1945), continuò a compilare gli atti nello stile tradizionale coreano, rifiutandosi di usare la lingua giapponese. L’opposizione a conformarsi alla direttiva che obbligava i cittadini coreani ad adottare nomi giapponesi gli costò la carriera: le autorità giapponesi lo licenziarono e gli impedirono di esercitare la professione legale.

Nel corso degli anni ho parlato spesso ai giovani giapponesi delle amare lezioni della storia, spinto dall’urgente bisogno di trasmettere al futuro testimonianze – come quelle dell’ex primo ministro Lee – di come il nostro paese abbia trattato in maniera disumana i suoi vicini prima e durante la guerra, e del profondo dolore che ha causato.

Durante una lezione all’Università Soka nell’ottobre 2017, l’ex primo ministro ha detto agli studenti:

«Anche le persone più abili e di talento non dovrebbero mai guardare gli altri dall’alto in basso. Allo stesso modo, i membri di un gruppo etnico non dovrebbero comportarsi mai in modo arrogante verso quelli di altri gruppi».

Spero sinceramente che le giovani generazioni tengano bene a mente queste parole per poter sradicare i pregiudizi e le discriminazioni che ancora pervadono la società giapponese.
Molti di coloro che appartengono ai gruppi sociali dominanti considerano la discriminazione come qualcosa che non li riguarda, mentre per i membri dei gruppi emarginati si tratta di un’innegabile realtà quotidiana. L’educazione ai diritti umani richiama l’attenzione su queste inclinazioni inconsce che alimentano la discriminazione, dando l’opportunità di riflettere sul proprio comportamento quotidiano. Nel suo lavoro per promuovere l’educazione ai diritti umani la SGI ha sottolineato l’importanza di stimolare un processo di empowerment e di acquisizione di consapevolezza che possa restituire dignità a tutte le persone al fine di costruire una società pluralista e inclusiva.

Nel supportare il Decennio dell’ONU per l’educazione ai diritti umani (1995-2004), la SGI ha chiesto l’adozione di un sistema internazionale di monitoraggio e approfondimento e ha poi avviato varie attività per sostenere il Programma mondiale per l’educazione ai diritti umani iniziato nel 2005. Insieme ad altre organizzazioni della società civile ha appoggiato l’adozione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’educazione e la formazione ai diritti umani del 2011 e in seguito ha lavorato per sviluppare una rete di educazione ai diritti umani nell’ambito della società civile. Ha anche organizzato proiezioni del filmato coprodotto A Path to Dignity: The Power of Human Rights Education (Un cammino verso la dignità. Il potere dell’educazione ai diritti umani) e sta attualmente promuovendo in vari paesi la sua mostra più recente: Trasforming Lives: The Power of Human Rights Education (Trasformare la vita. Il potere dell’educazione ai diritti umani), che è stata inaugurata presso la sede europea dell’Onu a Ginevra nel marzo 2017.

Una delle storie presentate sia nel filmato sia nella mostra illustra come un programma di formazione ai diritti umani, svolto insieme alla polizia di Victoria in Australia, abbia contribuito a sciogliere alcune tensioni sociali. In seguito a un’indagine che aveva portato alla luce abusi di poliziotti di quella città nei confronti di esponenti della comunità LGBT, il dipartimento di polizia adottò un programma di formazione ai diritti umani che produsse anche un miglioramento nel trattamento dei membri delle comunità di migranti.
Grazie al programma i poliziotti poterono capire chiaramente il loro ruolo nell’ambito del rispetto dei diritti umani e compresero la necessità di non confondere la persona, che va sempre protetta, con il suo comportamento, che se è illegale deve essere tenuto sotto controllo.
Il cambiamento di mentalità degli agenti di polizia provocò un mutamento anche all’interno delle comunità di immigranti. Un giovane, che diceva di essersi sempre sentito a disagio quando si avvicinava alla polizia, raccontò che un giorno un agente lo aveva invitato a informarsi su un programma per la leadership dei giovani. Dopo aver frequentato il programma, il giovane cambiò atteggiamento nei confronti della polizia perché cominciò a capire che sia lui che l’agente erano persone normali: l’unica differenza era che uno di loro indossava un’uniforme. Così un programma di formazione ai diritti umani non ha portato solo a un cambiamento nell’atteggiamento dei poliziotti verso i membri della comunità, ma anche a una graduale diminuzione dei sentimenti negativi dei migranti nei loro confronti e a un generale rafforzamento della reciproca fiducia fra residenti e agenti di polizia.27

Questo esempio dimostra che la reale portata dei programmi di formazione ed educazione ai diritti umani va ben oltre l’acquisizione di semplici conoscenze o tecniche, ma consiste nel ravvivare il desiderio di percepire una comune umanità in chi è diverso da noi e nel tessere i legami di una vita sociale condivisa.
Negli ultimi quindici anni il Programma mondiale per l’educazione ai diritti umani si è concentrato su fasce di pubblico diverse e dal suo avvio ha visto tre fasi: la prima (2005-2009) si è basata sull’educazione ai diritti umani nella scuola primaria e secondaria; la seconda (2010-2014) si è focalizzata sull’educazione superiore e la formazione ai diritti umani per insegnanti, educatori, operatori sociali, membri delle forze dell’ordine e personale militare; la terza fase, quella attuale (2015-2019), è indirizzata ai professionisti dei media e ai giornalisti. Vorrei proporre che la quarta fase, che inizierà nel 2020, si concentri sui giovani.
Pur essendo particolarmente vulnerabili agli effetti della bolla di filtraggio di questa era digitale, i giovani sono al tempo stesso particolarmente predisposti a condividere con le persone del loro ambiente ciò che hanno imparato sui diritti umani, il che li rende una forza potente in grado di espandere la rete di persone intenzionate a superare la discriminazione e il pregiudizio. Il nucleo direttivo di ICAN è costituito da ventenni e trentenni. Se le generazioni ancora più giovani riusciranno a indirizzare il movimento per la promozione dei diritti umani in modo analogo, sarà certamente possibile cambiare la tendenza globale di divisione e conflitto e indirizzarla verso la coesistenza.
Coloro che rimangono intrappolati nella camera di risonanza della bolla di filtraggio, o all’interno di muri che si sono inconsciamente costruiti, non riescono a cogliere lo splendore dell’umanità che esiste negli altri. E anche la luce di umanità che essi possiedono rimarrà nascosta e non riuscirà a raggiungere chi li circonda. Insegnando ad abbattere le barriere fra sé e gli altri che sorgono dalle differenze di identità e posizione sociale, l’educazione ai diritti umani ha la capacità di espandere le opportunità di far risplendere al massimo quella luce di umanità sia in noi sia negli altri.
Nell’allegoria della rete di Indra, descritta nel Buddismo mahayana, sopra il palazzo della divinità buddista Indra è sospesa un’enorme rete costellata di gioielli sfavillanti che pendono da ciascuno dei suoi nodi. Ogni gioiello non solo emana la propria luce ma contiene e riflette l’immagine di tutti gli altri gioielli della rete, che risplende in tutta la sua magnificenza. La rete di Indra rispecchia il tipo di società ideale che si può realizzare attraverso l’educazione ai diritti umani.

La società pluralista e inclusiva auspicata dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite per l’educazione e la formazione ai diritti umani si basa saldamente sul processo di tessitura di legami multipli di connessione che permettano a ognuno e ognuna di noi di emanare la luce dell’umanità e di esserne illuminati.

Una cultura dei diritti umani intessuta di gioia condivisa

In terzo luogo desidero sottolineare che i legami che formano una cultura dei diritti umani si tessono attraverso l’esperienza della condivisione della gioia.
Per celebrare il settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre 2017 è stata lanciata una campagna presso il Palais de Chaillot a Parigi, il luogo in cui fu presentata la Dichiarazione nel 1948. In tale occasione l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani Zeid Ra’ad Al-Hussein ha dichiarato: «Dobbiamo prendere una posizione forte e determinata: dobbiamo fermamente proteggere i diritti umani degli altri e tutelare anche i nostri e quelli delle generazioni future».28

La consapevolezza che traspare in questo appello è evidente anche in altre iniziative dell’Onu. La possiamo percepire in “Together” (Insieme), la campagna dedicata al miglioramento della vita dei rifugiati e dei migranti, e nelle attività svolte da “HeForShe” (Lui per Lei), il movimento di solidarietà delle donne dell’Onu per l’uguaglianza di genere. Come suggeriscono i nomi di queste iniziative, per costruire una cultura dei diritti umani autentica è determinante l’espansione di una solidarietà trasversale, qualcosa di intrinsecamente diverso da quel tipo di tolleranza passiva nella quale non si ha una reale comprensione delle difficoltà vissute dagli altri.

La tolleranza passiva è ben lontana da una vera coesistenza e comporta il rischio che si agisca a un livello minimo e superficiale, limitandosi a permettere agli altri di vivere nello stesso quartiere o a rispettare le leggi e i regolamenti in merito. Seguendo questa strada le persone non si sforzano attivamente di riconoscere l’umanità che le accomuna a chi percepiscono come diverso e non acquisiscono gli strumenti per contrastare gli impulsi esclusionisti nei momenti di maggiore tensione sociale. Da questa considerazione è sorto un nuovo approccio dell’Onu volto alla creazione di una cultura dei diritti umani basata sull’impegno comune di indirizzare l’opinione pubblica verso una società in cui tutti possano vivere con dignità.
Nel Buddismo troviamo l’espressione:

«“Gioia” significa che se stessi e gli altri insieme provano gioia»
(Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 118, 50).

In base a tale principio credo che la fonte per creare una società di coesistenza e arricchimento reciproco sia adottare un modo di vivere in cui si prova gioia nel vedere la dignità degli altri irradiare pienamente il suo potenziale.

Il Sutra del Loto contiene varie scene in cui i discepoli di Shakyamuni, colpiti nell’ascoltare il suo insegnamento sulla dignità della vita, iniziano uno dopo l’altro a formulare il loro voto di vivere in base a questo principio. Ciò mette in moto una reazione a catena di intenso giubilo – descritto in frasi come: «I loro cuori si colmarono di grande gioia» (SDLPE, 264) e «le loro menti danzarono di gioia» (Cfr. SDLPE, 82) – attraverso il quale tutti approfondiscono il senso della vita come valore essenziale e l’importanza della sua dignità.
Il motore del movimento popolare della SGI è questo stesso senso di gioia condivisa, che sorge dagli sforzi di sostenere ogni persona, al di là delle differenze, affinché non si perda d’animo davanti alle sfide della vita. Una gioia che scaturisce dal vedere gli amici risplendere di dignità mentre perseverano nell’affrontare le difficoltà, applaudendo alla crescita e ai progressi degli altri come se fossero i propri. Assaporare e condividere questa gioia reciproca è la sorgente del nostro movimento.

L’idea della gioia condivisa mi ricorda ciò che mi raccontò lo storico Vincent Harding (1931-2014) a proposito della sua partecipazione al movimento americano per i diritti civili. L’evento che lo convinse a dedicare la vita a questa causa fu la visita alla casa di Martin Luther King (1929-1968) quando era studente universitario. La protesta del boicottaggio degli autobus aveva portato, in quel periodo, all’esplosione di un vasto movimento popolare che chiedeva la fine del razzismo istituzionale. La tensione era altissima, specialmente negli Stati del Sud, dove gli studenti afroamericani non erano ammessi alle scuole superiori ed era loro impedito di frequentare i corsi universitari.

Harding, che all’epoca viveva a Chicago, stava esplorando la possibilità di creare una comunità cristiana inclusiva di neri e bianchi. A un certo punto nel suo gruppo di amici sorse la domanda: «Cosa faremmo se vivessimo nel sud, dove è illegale e pericoloso per neri e bianchi vivere e lavorare insieme come fratelli e sorelle? Continueremmo a provare a vivere secondo ciò in cui crediamo e a onorare le nostre relazioni reciproche pur andando incontro a seri problemi?».29
Dopo aver discusso la questione, cinque di loro – due neri e tre bianchi – decisero di verificare tale assunto facendo un viaggio nel sud a bordo di un vecchio furgone. La prima tappa fu l’Arkansas, dove si recarono a casa di alcune figure centrali del movimento per aiutare gli studenti che si erano visti rifiutare l’accesso alla nuova scuola superiore integrata. Qui furono testimoni diretti delle terribili minacce che subivano i leader del movimento.
Poi attraversarono lo Stato del Mississippi – dove le violenze contro chi metteva in discussione le pratiche di segregazione e la supremazia bianca continuavano senza tregua – per arrivare in Alabama, dove King era in convalescenza nella sua casa a Montgomery dopo essere stato accoltellato in un recente attacco. Nonostante ciò sua moglie, Coretta Scott King (1927-2006), diede loro un caldo benvenuto e così poterono conoscere il famoso leader pacifista.
Harding mi raccontò: «Durante quel primo incontro a Montgomery, [King] fu fortemente colpito nel vedere come noi cinque – due neri e tre bianchi – viaggiassimo insieme come fratelli. […] Uno dei suoi scopi principali era non solo stabilire i diritti legali dei neri, ma andare oltre e creare ciò che definiva una “amata comunità” in cui tutte le persone potessero riscoprire il senso della loro fondamentale interconnessione come esseri umani».30

Inutile dire che per King la battaglia fondamentale da vincere era l’adozione di nuove leggi che tracciassero la strada per una società ugualitaria e giusta. Era assolutamente necessario un sistema legale, una legislazione per i diritti civili che ponesse le basi per contrastare la discriminazione e l’oppressione prevalente nella società. Eppure King vedeva più lontano, voleva sradicare completamente il pregiudizio e il risentimento, e mirava a ciò che Harding descrisse come «una nuova America, un’America in cui le persone nere, bianche e di qualsiasi colore potessero trovare insieme un terreno comune per il bene di tutti».31
Nell’agosto del 1963, cinque anni dopo l’incontro di Harding con King, la crescita del movimento per i diritti civili culminò nella marcia su Washington, che attirò persone di ogni razza e provenienza sociale. Nel resoconto di quella giornata King riassume così i sentimenti dei partecipanti:

«Fra le quasi 250 mila persone che vennero quel giorno nella capitale
c’erano molti politici importanti e celebrità, ma l’emozione più forte
proveniva dalla massa di persone comuni che stava lì in piedi con dignitosa maestà a testimoniare la sua risoluta determinazione
a realizzare la democrazia».32

Non posso fare a meno di pensare che il sentimento comune dei presenti fosse la gioia di constatare come il desiderio di libertà ed eguaglianza da loro condiviso stesse conducendo a un cambiamento dopo l’altro nella società. La loro gioia non era dovuta semplicemente alla riuscita di quella manifestazione a Washington, ma scaturiva da un processo lungo e difficile, dall’accumulo di tutte le sudate battaglie che avevano portato a quel giorno.

La marcia su Washington fu un evento storico non solo per la solidarietà che dimostrarono persone di ogni provenienza, tra cui molti bianchi, ma – come fa notare King – perché mai prima di allora in tempi di pace le tre confessioni religiose più importanti del paese erano state così vicine.33

Allo stesso modo l’impegno della SGI per l’abolizione delle armi nucleari, tra cui il recente lavoro di preparazione e pubblicazione di dichiarazioni congiunte con varie organizzazioni religiose, sorge dalla risoluta determinazione di creare un’ondata di cambiamento attraverso la solidarietà dei cittadini comuni. Tale collaborazione ha avuto inizio da un simposio interreligioso che si è tenuto a Washington nell’aprile del 2014, dove rappresentanti delle religioni cristiana, musulmana, ebraica e buddista, riuniti per discutere il problema delle armi nucleari, hanno prodotto un documento congiunto firmato dagli esponenti di quattrodici diverse organizzazioni religiose.
Da allora questa rete di comunità di fede ha continuato a far sentire la propria voce attraverso otto dichiarazioni congiunte in vari momenti importanti, come la Conferenza di Vienna del 2014 sull’impatto umanitario delle armi nucleari,34 la Conferenza di revisione dell’Npt del 2015,35 la seconda sessione del Gruppo di lavoro aperto dell’ONU (Open-Ended Working Group, OEWG) del 201636 e le sessioni di negoziazione che hanno prodotto il Trattato per la proibizione delle armi nucleari nel 2017.37
Questi legami di solidarietà non si basano solo sulla condivisione di una missione tra diverse tradizioni religiose ma manifestano anche la profonda gioia di avanzare insieme verso la risoluzione dei problemi fondamentali dell’umanità.
Nel novembre 2017 la SGI ha partecipato al convegno internazionale “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale” che si è tenuto in Vaticano. Durante un’udienza con i partecipanti alla conferenza, Papa Francesco ha denunciato non solo l’uso ma anche il possesso di armi nucleari, sottolineando come esse creino un falso senso di sicurezza e che solo un’etica di solidarietà può costituire il vero fondamento di una coesistenza pacifica. Ha riconosciuto anche l’importanza di quel “sano realismo” dimostrato dalla maggioranza degli Stati, che hanno risposto alla natura disumana delle armi nucleari con i negoziati che hanno condotto al trattato per la loro proibizione.38

Concordo pienamente con lui.
La mia prima dichiarazione pubblica, in cui esortavo alla costruzione di un consenso internazionale sulla proibizione delle armi nucleari, risale a circa cinquant’anni fa. Era passato solo un mese dall’assassinio di Martin Luther King. Ancora oggi non posso dimenticare il passaggio del suo ultimo discorso in cui si chiedeva in quale epoca della storia umana avrebbe voluto vivere. Pur osservando di sentirsi attratto dal Rinascimento o dai tempi in cui Abramo Lincoln (1809-1865) aveva firmato il Proclama di emancipazione, spiegò che avrebbe scelto il momento presente:

«Adesso la mia sembra un’affermazione strana, perché il mondo
è completamente sottosopra. La nazione è malata, il paese è travagliato
e c’è confusione ovunque. Sì, è un’affermazione strana. Ma io so,
in qualche modo, che solo quando è abbastanza buio si possono vedere
le stelle. […] Un’altra ragione per cui sono felice di vivere in questo periodo è che siamo stati costretti a giungere al punto in cui dobbiamo davvero farci carico dei problemi che gli esseri umani hanno cercato di affrontare da sempre. Per sopravvivere è necessario affrontarli».39

Dobbiamo prestare ascolto alle parole di King: sono della massima importanza proprio ora, quando grazie agli sforzi collaborativi dell’Onu e della società civile sta crescendo la spinta alla creazione di una cultura dei diritti umani e il movimento per l’entrata in vigore del trattato che proibisce le armi nucleari – che proteggerà il diritto alla vita dei popoli del mondo – sta attraversando una fase cruciale.
Davanti a noi abbiamo un’impresa che rimarrà negli annali della storia. La sfida di creare la nuova realtà di una società globale dove tutti possano vivere in pace e con dignità non è al di là della nostra portata, e sono fermamente convinto che la forza trainante per la realizzazione di tale impresa sia la solidarietà della gente comune.

Lezioni per evitare una guerra nucleare

Desidero formulare ora, basandomi sulla prospettiva della protezione della vita e della dignità di ogni individuo, alcune proposte specifiche per la risoluzione di questioni globali.
La prima area tematica riguarda le armi nucleari. Nel luglio del 2017 è stato adottato all’Onu, con il consenso di 122 nazioni, il Trattato per la proibizione delle armi nucleari che vieta queste armi in tutte le loro fasi, dallo sviluppo alla produzione, al possesso, all’uso e alla minaccia d’uso.

Quando nel 1996 la Corte internazionale di giustizia (ICJ) emanò il suo parere consultivo affermando che la minaccia e l’uso di armi nucleari erano contrari alla legislazione internazionale, non riuscì tuttavia a esprimere un giudizio in merito al caso estremo in cui fosse in gioco la sopravvivenza stessa di uno Stato. Il Trattato per la proibizione delle armi nucleari ne sancisce il divieto totale, senza eccezioni, incluso questo caso.

Nel dicembre del 2017 si è svolta una seconda cerimonia per la firma del Trattato, presso le Nazioni Unite, in coincidenza con la cerimonia di conferimento del premio Nobel per la pace alla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN), a dimostrazione degli sforzi prolungati per la sua entrata in vigore. D’altro canto, all’interno dei paesi nucleari e dipendenti dal nucleare persiste la percezione che l’impostazione del Trattato sia irrealistica.

In realtà ci sono Stati che dopo aver posseduto armi nucleari hanno scelto il cammino della denuclearizzazione. Uno è il Sudafrica, che iniziò a smantellare i propri arsenali nel 1990, l’anno in cui il presidente F.W. de Klerk tenne un discorso in parlamento nel quale annunciò di voler porre fine al sistema dell’apartheid della minoranza bianca dominante. Il paese aderì poi al Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari (NPT) del 1991 e firmò nel 1996 il Trattato di Pelindaba, che dichiarava il continente africano Zona libera da armi nucleari (NWFZ).
Nel preambolo del Trattato per la proibizione delle armi nucleari in America Latina e nei Caraibi (Trattato di Tlatelolco, 1967), che sancì la nascita della prima zona denuclearizzata del mondo ((NWFZ), si afferma che l’accordo mira non solo alla messa al bando del flagello di una guerra nucleare ma anche a realizzare «il consolidamento di una pace permanente basata su eguali diritti»40 per tutti. In altre parole, il Trattato è venuto in essere grazie alla duplice volontà di realizzare al contempo sia la denuclearizzazione sia la tutela dei diritti umani.
L’aspirazione a stabilire una legislazione internazionale per i diritti umani nasce dall’obiettivo di proteggere la vita e la dignità di ogni individuo in qualsiasi contesto nazionale; in tale prospettiva non trova posto la continua spinta a possedere armi nucleari.

Come dimostrano le tensioni suscitate dal programma di sviluppo degli armamenti nucleari della Corea del Nord, esiste nella comunità internazionale una reale preoccupazione che le armi nucleari possano rappresentare ancora una volta una crescente minaccia e una fonte di intimidazione. Un altro aspetto preoccupante che sta emergendo negli ultimi anni è la continua disputa diplomatica fra Stati Uniti e Russia sulle possibili violazioni del Trattato sulle forze nucleari a medio raggio (INF).

La politica della deterrenza nucleare si basa principalmente sulla minaccia dell’uso di queste armi. Volendo analizzare più a fondo i problemi connaturati a tale approccio, mi viene in mente la filosofa Hannah Arendt (1906-1975), che identificava la parola “sovranità” con quel tipo di libero arbitrio che cerca di prevalere sugli altri. Metteva a confronto questo tipo di libertà con la concezione che se ne aveva nell’antica Grecia, dove la libertà era intesa come qualcosa che si concretizzava in interazioni con gli altri, nelle quali parole e azioni erano pervase da una sorta di “virtuosità”. Secondo Hannah Arendt questa idea di libertà è stata soppiantata, sin dall’inizio dell’era moderna, da una libertà di scelta radicata nella volontà individuale, un libero arbitrio al quale manca il riconoscimento dell’esistenza degli altri. «A causa dello spostamento filosofico dall’azione al potere della volontà, dalla libertà come stato dell’essere che si manifesta nell’azione al liberum arbitrium, l’ideale della libertà ha cessato di essere virtuosità nel senso menzionato prima ed è diventato sovranità, l’ideale di una volontà libera, indipendente dagli altri e che alla fine prevale su di essi».41

L’esempio più estremo di una sovranità che cerca di prevalere sugli altri è quello degli Stati che perseguono i loro obiettivi di sicurezza attraverso il possesso di armi nucleari e la minaccia della catastrofe distruttiva che possono scatenare.
In un certo senso, la storia della legislazione internazionale si può considerare come lo sforzo ripetuto di chiarire le linee di demarcazione che gli Stati sovrani non dovrebbero oltrepassare e di fissare questi limiti sotto forma di norme concordate. Il giurista olandese Ugo Grozio (1583-1645), sconvolto dalle guerre che scuotevano l’Europa nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo, nel suo Il diritto della guerra e della pace auspicò un riconoscimento dell’umanità di coloro che consideriamo nemici e del diritto a vedere mantenute le promesse che abbiamo fatto loro.42
Nel diciannovesimo secolo questa idea si tradusse nella proibizione di certe armi e comportamenti in tempo di guerra e, nel ventesimo secolo, dopo due guerre mondiali, portò alla proibizione dell’uso o della minaccia dell’uso della forza militare nelle relazioni internazionali sancita dalla Carta delle Nazioni Unite. Attualmente i trattati che mettono al bando le armi chimiche e biologiche, e più di recente le mine anti-persona e le bombe a grappolo, hanno affermato chiaramente che l’uso di queste armi è inammissibile in qualsiasi circostanza. E ciò ha determinato una diminuzione del numero di paesi che continuano a desiderarne il possesso.

L’anno scorso ricorreva il ventesimo anniversario dell’entrata in vigore della Convenzione sulle armi chimiche. Attualmente 192 Stati hanno aderito e circa il 90 per cento delle scorte mondiali di armi chimiche è stato distrutto.43 Una volta stabilita chiaramente, una norma internazionale non si limita a influenzare il comportamento dei singoli Stati ma coinvolge l’andamento complessivo del mondo.
Beatrice Fihn, direttrice esecutiva di ICAN, ha evidenziato questo punto nel suo discorso alla Cerimonia di conferimento del premio Nobel per la pace:

«Oggi nessuna nazione si vanta di essere uno Stato che possiede armi chimiche. Nessuna nazione afferma che sia accettabile, in circostanze estreme, l’uso dell’agente nervino Sarin. Nessuna nazione proclama il suo diritto a scatenare sui suoi nemici la peste o la poliomielite. Poiché sono state stabilite norme internazionali, il modo di pensare è cambiato».44

Attraverso l’adozione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, esse vengono inequivocabilmente definite armi il cui uso non è ammissibile in alcuna circostanza.

Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha lanciato un monito: «Le tensioni globali stanno aumentando, ci sono state minacce di guerra e sono state pronunciate parole pericolose riguardo all’uso di armi nucleari».45 Proprio perché viviamo in un tempo di caos nucleare sempre più profondo, dovremmo interrogarci onestamente sui presupposti su cui si basa la politica della deterrenza nucleare.
Qui desidero ricordare alcune delle lezioni della guerra fredda, un tempo di scambi apparentemente inarrestabili di “parole pericolose” riguardo alle armi nucleari e al loro possibile uso. È stato recentemente trasmesso un documentario televisivo46 sul viaggio negli Stati Uniti di Nikita Kruscev (1894-1971), il primo di un premier sovietico. La visita ebbe luogo nel settembre del 1959, due anni dopo il riuscito lancio del satellite Sputnik, che fece seguito al test di lancio di un missile balistico intercontinentale sovietico.

Sebbene agli occhi dell’opinione pubblica americana l’immagine di Kruscev fosse quella di un pericoloso guerrafondaio, e ciò si rifletteva in una continua e totale opposizione politica ovunque andasse, era chiaro come egli provasse un sincero piacere nei vari incontri con la cittadinanza.
Nonostante la differenza di posizioni, Kruscev riuscì a creare una certa fiducia fra l’Unione Sovietica e il governo americano. L’anno seguente, però, un aereo spia americano U2 venne abbattuto nello spazio aereo sovietico e le relazioni peggiorarono di nuovo. Seguirono la crisi di Berlino del 1961 e la crisi dei missili di Cuba del 1962 quando, raggiunto l’apice della tensione, all’ultimo momento il presidente John F. Kennedy (1917-1963) e il premier Kruscev riuscirono a dar prova di moderazione evitando il peggio.

Il documentario termina immaginando i sentimenti di Kruscev e con questa pregnante domanda: sebbene vi fossero certamente ragioni politiche che indussero Kruscev ad accettare il compromesso, non possiamo forse immaginare che anche i cari ricordi di quei brevi incontri con i cittadini americani abbiano avuto un ruolo nell’impedirgli di oltrepassare la linea che avrebbe scatenato una guerra nucleare?
Ovviamente è solo una speculazione, ma la consapevolezza del gran numero di cittadini che avrebbero sofferto o che sarebbero morti in un attacco nucleare era un sentire che riconobbi personalmente nel successore di Kruscev, Aleksej N. Kosygin (1904-1980), quando lo incontrai qualche anno dopo, nel settembre del 1974.
A quell’epoca le relazioni fra l’Unione Sovietica e la Cina erano sempre più tese. Ero deciso a fare tutto ciò che era in mio potere per impedire una guerra nucleare e così condivisi con il premier Kosygin ciò che avevo visto con i miei occhi tre mesi prima in un viaggio in Cina, dove i cittadini stavano costruendo rifugi nell’eventualità di un attacco sovietico. Mi aveva profondamente addolorato anche la vista degli alunni di una scuola media di Pechino che scavavano un rifugio sotterraneo nel cortile della scuola.

Comunicai al premier sovietico il terrore che avevo avvertito fra la popolazione cinese e gli chiesi se l’Unione Sovietica intendesse sferrare un attacco alla Cina. Mi rispose fermamente che l’Unione Sovietica non aveva alcuna intenzione di attaccare o di isolare la Cina e io riferii questo messaggio quando mi recai nuovamente in Cina l’anno successivo. Quell’esperienza mi fece capire quanto fosse importante che i leader degli Stati detentori di armi nucleari tenessero sempre a mente le masse di persone, tra cui i bambini, che vivono sotto la minaccia delle armi nucleari.
In modo analogo è stata riportata una testimonianza recente dello shock provato nel 1982 dal presidente statunitense Ronald Reagan (1911-2004) mentre guardava una simulazione al computer di un’esercitazione militare nella quale le città distrutte da un attacco nucleare sovietico venivano indicate da punti rossi sulla mappa degli Stati Uniti. A ogni istante che passava il numero dei punti rossi aumentava e «prima che il presidente potesse bere il suo caffè, la mappa diventò un mare di rosso».47 Si dice che Reagan si sia alzato stringendo convulsamente la sua tazza di caffè, pietrificato a quella vista. Il ricordo di questo episodio deve essere rimasto nella coscienza del presidente Reagan quando in seguito ricercò il dialogo con l’Unione Sovietica e tenne anche una serie di summit con l’allora segretario generale Michael Gorbaciov, con il quale poi concluse il Trattato INF.

Far conoscere queste realtà è l’obiettivo della mostra Everything You Treasure – For a World Free From Nuclear Weapons (Tutto ciò che ami – Per un mondo libero da armi nucleari), realizzata dalla SGI in collaborazione con ICAN. I pannelli iniziali invitano a riflettere su ciò che amiamo, su ciò che è importante per noi. Naturalmente la risposta sarà diversa per ogni persona, ma siamo convinti che, per costruire la solidarietà popolare necessaria per porre fine all’era delle armi nucleari, sia essenziale affrontare l’evidenza del fatto che l’uso delle armi nucleari distruggerebbe tutte le cose che ognuno di noi considera preziose.

Come si vide nella crisi dei missili di Cuba, dove le provocazioni reciproche determinarono un’escalation vicinissima al punto di non ritorno, non c’è modo di sapere quando l’“equilibrio del terrore” crollerà a causa di un errore di calcolo o di una supposizione errata. I leader degli Stati nucleari o dipendenti dal nucleare dovrebbero essere pienamente consci della sostanziale precarietà di questo equilibrio.
Nel 2002, quando crebbero le tensioni fra India e Pakistan, gli sforzi della diplomazia americana svolsero un ruolo chiave per indurre le due parti alla moderazione. Il segretario di Stato statunitense Colin Powell, che svolgeva il ruolo di mediatore, esortò il presidente del Pakistan a ricordare che l’impiego di armi nucleari non è un’opzione percorribile: «Lei vuole essere il paese o il leader che per la prima volta dall’agosto del 1945 usa queste armi? Vada a vedere di nuovo le immagini di Hiroshima e Nagasaki!».48 I pakistani furono persuasi dalle sue argomentazioni, e così anche gli indiani, e fu possibile risolvere la crisi.

Penso che queste lezioni della storia dimostrino come i fattori che finora hanno impedito una guerra nucleare non riguardino necessariamente la logica della deterrenza basata sull’equilibrio del terrore, ma qualcosa di totalmente diverso. Uno di essi è lo sforzo di non chiudersi ma mantenere un filo di comunicazione fra i paesi in conflitto. Un altro è tenere bene a mente la portata della sofferenza umana – dimostrata dagli orrori di Hiroshima e Nagasaki – che qualsiasi uso di armi nucleari potrebbe arrecare a milioni di cittadini.

«Affinché nessuno debba soffrire quello che noi abbiamo sofferto»

In aprile-maggio di quest’anno si riunirà il Comitato preparatorio per Conferenza di revisione dell’NPT 2020 e in maggio le Nazioni Unite ospiteranno la Conferenza ad alto livello sul disarmo nucleare. Queste saranno le prime occasioni per discutere e deliberare, dopo l’adozione del Trattato di proibizione, in cui saranno presenti Stati nucleari e dipendenti dal nucleare. Esorto tutti i partecipanti a impegnarsi in un confronto costruttivo per un mondo libero da armi nucleari. Spero che i leader mondiali colgano questa opportunità per stabilire i passi che i loro governi possono intraprendere in vista della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione. Sarebbe anche la prima opportunità di dichiarare pubblicamente quali delle sette azioni vietate dal Trattato per la proibizione delle armi nucleari (vedi box a p. 24) si impegnano ad accettare. Per esempio, il divieto di trasferimento di armi nucleari o dell’assistenza ad altri Stati nell’acquisizione di armi nucleari sono fra i punti sui quali gli Stati nucleari potrebbero raggiungere un accordo nel contesto del Trattato di non proliferazione. Allo stesso modo, per gli Stati dipendenti dal nucleare dovrebbe essere possibile prendere in considerazione la proibizione dell’uso o della minaccia dell’uso di armi nucleari e anche dell’assistere, incoraggiare o indurre azioni del genere alla luce delle loro rispettive politiche di sicurezza.

L’efficacia della legislazione internazionale viene accresciuta dalla complementarietà tra la cosiddetta hard law, cioè le regole rigide come i trattati, e la soft law, cioè le regole più flessibili come le risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu e le dichiarazioni internazionali. Nel campo del disarmo abbiamo l’esempio del Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty, CTBT), nel quale gli Stati che non lo hanno ancora ratificato possono concludere accordi separati per cooperare con il sistema di monitoraggio internazionale. Nel caso del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, parallelamente alle iniziative per ottenere ulteriori firme e ratifiche sarebbe utile che i non aderenti al Trattato stabilissero una serie di impegni volontari a rispettare specifiche proibizioni, dichiarandolo specificamente nel contesto della propria politica nazionale.

Dobbiamo ricordare che il Trattato per la proibizione delle armi nucleari non è sorto indipendentemente dal Trattato di non proliferazione. Dopotutto fu la Conferenza di revisione dell’NPT del 2010 che espresse – con il sostegno sia degli Stati nucleari sia di quelli dipendenti dal nucleare – la rinnovata consapevolezza della natura disumana delle armi nucleari, e fu tale consapevolezza che accelerò il movimento verso un trattato per la loro proibizione.49 E a sua volta il Trattato per la proibizione dà una forma concreta agli obblighi di disarmo nucleare stabiliti nell’Articolo VI dell’NPT e promuove la buona fede di adempiervi.

L’Istituto Toda per la pace, che fondai in segno di riconoscimento per l’eredità lasciata dal mio maestro, nel novembre 2017 ha organizzato una conferenza internazionale a Londra sul tema della sicurezza cooperativa. La conferenza ha definito le iniziative necessarie per il progresso del disarmo nucleare, da lungo tempo in fase di stallo, e ha considerato anche i modi in cui il Trattato di non proliferazione e quello per la proibizione delle armi nucleari possono completarsi a vicenda. In febbraio si è svolta un’altra conferenza a Tokyo, che ha radunato esperti dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti e dalla Cina per esplorare le modalità di superamento dell’impasse dovuta al programma nucleare nordcoreano e promuovere la pace e la sicurezza dell’Asia nordorientale.

Per contrastare la mancanza di progressi nella riduzione degli armamenti nucleari, la modernizzazione in corso degli arsenali e le criticità legate alla loro proliferazione, adesso è il momento di cercare sinergie tra il rafforzamento delle basi del Trattato di non proliferazione e le norme di divieto chiaramente enunciate dal Trattato per la proibizione. Tali sinergie possono tracciare il cammino verso un futuro in cui la tragedia delle armi nucleari non si ripeta mai più.

A questo proposito spero sinceramente che il Giappone, come unico paese ad aver sperimentato l’uso delle armi nucleari in guerra, assuma l’iniziativa di rendere più favorevoli i presupposti verso il disarmo nucleare in vista della Conferenza di revisione dell’NPT 2020. Il Giappone dovrebbe cogliere l’opportunità della Conferenza ad alto livello di maggio per porsi all’avanguardia degli Stati dipendenti da quelli detentori di armi nucleari nel dichiarare la sua disponibilità a considerare di aderire al Trattato per la proibizione. Per parafrasare le parole di Colin Powell: il Giappone ha intenzione di diventare un paese che tollera la possibilità che le armi nucleari siano impiegate nuovamente, per la prima volta dopo quell’agosto del 1945? Avendo sperimentato direttamente gli orrori delle armi nucleari, il Giappone non può ignorare la propria responsabilità morale.

Il Trattato per la proibizione delle armi nucleari è pervaso dal desiderio accorato dei sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki che nessun paese diventi bersaglio di un attacco nucleare e che nessun paese prenda mai la decisione di sferrarlo.
L’hibakusha Setsuko Turlow ha descritto così i suoi sentimenti di sopravvissuta riguardo all’adozione del Trattato: «Ci ha anche convinto l’idea che continuare a parlare della nostra esperienza, così dolorosa da ricordare, sia la cosa giusta da fare e che non sarà mai invano».50
L’anno scorso, in occasione della prima riunione del comitato preparatorio della Conferenza di revisione dell’Npt 2020, il rappresentante del Giappone ha dichiarato: «Il riconoscimento delle conseguenze dell’uso delle armi nucleari costituisce il presupposto fondamentale di qualsiasi approccio verso un mondo libero dalle armi nucleari».51 La posizione del Giappone deve sempre basarsi sullo spirito incarnato dagli hibakusha che nessuno debba mai sperimentare la sofferenza che essi hanno vissuto.

Un’altra proposta che desidero avanzare a sostegno dell’universalizzazione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari riguarda la creazione di una solidarietà sempre maggiore da parte della società civile.

Il significato del Trattato risiede nella completa messa al bando di ogni aspetto inerente alle armi nucleari. Ma di uguale se non maggiore importanza è che, per la sua applicazione, esso prevede la partecipazione della società civile in un ruolo di primo piano, accanto a quello degli Stati e delle organizzazioni internazionali. Il Trattato stabilisce che, oltre agli Stati che devono ancora aderire, la società civile partecipi come osservatrice alle conferenze biennali delle parti e alle conferenze di revisione che si svolgeranno ogni sei anni.

Si tratta di un riconoscimento dell’importanza del ruolo svolto dagli hibakusha di tutto il mondo e dalla società civile nel suo complesso nell’adozione del Trattato. Allo stesso tempo costituisce la dimostrazione che la proibizione e l’eliminazione delle armi nucleari è un’impresa condivisa a livello globale, che richiede la partecipazione di tutti i paesi, delle organizzazioni internazionali e della società civile.

Il Preambolo del Trattato sottolinea l’importanza dell’educazione alla pace e al disarmo, un punto che la SGI ha ripetutamente evidenziato nelle dichiarazioni della società civile alla conferenza di negoziazione e nelle relazioni operative che ha sottoposto alla conferenza.52 Noi siamo convinti che l’educazione alla pace e al disarmo possa preservare, attraverso le generazioni, l’eredità di conoscenze sulle conseguenze umanitarie catastrofiche di qualsiasi impiego delle armi nucleari. Tali conoscenze, e l’educazione che le supporta, costituiranno la base per l’applicazione attiva del Trattato in tutti i paesi.

A sostegno delle iniziative per realizzare quanto prima l’entrata in vigore e l’universalizzazione del Trattato, quest’anno la SGI lancerà il secondo People’s Decade for Nuclear Abolition (Decennio delle persone per l’abolizione del nucleare), che proseguirà l’opera del primo Decennio che io suggerii di istituire in una proposta sul rafforzamento dell’Onu pubblicata nell’agosto del 2006. Il Decennio ebbe inizio nel settembre 2007 per commemorare il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari del secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda.

Durante il primo Decennio, allo scopo di far conoscere gli orrori delle armi nucleari e della guerra, la SGI ha prodotto, in collaborazione con ICAN, il DVD in cinque lingue Testimonianze di Hiroshima e Nagasaki: le parole delle donne per la pace e ha portato la mostra Everything You Treasure in ottanta città di diciannove paesi. Inoltre, dopo la raccolta di 2 milioni 270 mila firme per una convenzione sulle armi nucleari, presentata alla Conferenza di revisione dell’NPT nel 2010, ha collaborato alla raccolta di 5 milioni 120 mila firme nel 2014 per la campagna Nuclear Zero.
La SGI ha anche operato con varie organizzazioni per la realizzazione del Summit internazionale dei giovani per l’abolizione delle armi nucleari tenutosi a Hiroshima nell’agosto 2015. Ha partecipato alle conferenze internazionali sull’impatto umanitario delle armi nucleari e a vari incontri e sessioni di negoziazioni svolte sotto gli auspici dell’Onu per garantire che fossero rappresentate le voci e le preoccupazioni della società civile.

Attraverso tali attività la SGI si è adoperata affinché la natura disumana delle armi nucleari continuasse a occupare un posto centrale nel discorso sul disarmo. Ha chiesto negoziati per un trattato legalmente vincolante che proibisse le armi nucleari in tutte le loro fasi e aspetti, basato sul desiderio dei cittadini comuni di vivere in un mondo libero dalle armi nucleari.

Mentre il primo Decennio delle persone per l’abolizione del nucleare si è focalizzato sulla richiesta di uno strumento legalmente vincolante che proibisse le armi nucleari, il secondo si concentrerà maggiormente sull’educazione alla pace e al disarmo, nel tentativo di estendere universalmente il Trattato di proibizione delle armi nucleari e, in base a esso, realizzare una serie di trasformazioni a livello mondiale. Ciò significa incanalare le voci delle persone di tutto il mondo a sostegno del Trattato e promuovere l’attuazione di un processo concreto che porti all’eliminazione completa delle armi nucleari.

Ad esempio l’associazione Mayors for Peace (Sindaci per la pace, vedi box a p. 26) attualmente è presente in più di 7500 città di 162 paesi tra cui, significativamente, anche Stati nucleari e dipendenti dal nucleare, a dimostrazione dell’estensione delle voci che chiedono un mondo libero dalle armi nucleari. E la coalizione di ICAN composta da organizzazioni della società civile, comprende attualmente 468 organizzazioni in tutto il mondo.
Per promuovere l’universalità del Trattato di proibizione delle armi nucleari penso che, oltre agli sforzi della società civile per incoraggiare la partecipazione di un numero sempre maggiore di Stati, sia importante rendere costantemente visibile la vastità del sostegno al Trattato a livello mondiale. Potrebbe essere efficace, per esempio, collaborare con ICAN, Mayors for Peace e altri per creare una mappa mondiale in cui le municipalità che sostengono il Trattato siano rappresentate in blu, il colore dell’ONU, e pubblicizzare ampiamente le voci della società civile a sostegno del Trattato facendosene portavoce nei luoghi in cui si tengono conferenze dell’ONU o in genere sul disarmo.
Occorrono anche sforzi per costruire un sostegno ancora più vasto al Trattato, concentrandosi fra gli altri sulle comunità scientifiche e religiose, sulle donne e sui giovani. La società civile dovrebbe continuare a esortare gli Stati ad aderire al Trattato e, dopo la sua entrata in vigore, incoraggiare quelli che ancora non ne fanno parte a partecipare, in qualità di osservatori, alle riunioni degli Stati aderenti e alle conferenze di revisione.
Poc’anzi ho parlato di un’esercitazione militare che si svolse in piena guerra fredda in cui la cartina geografica mondiale si tinse di un rosso apocalittico. Noi, popoli della terra, non possiamo più tollerare uno stato di cose in cui gli orrori di un conflitto nucleare rimangano una possibilità. Il peso di questa volontà popolare globale va dimostrato con chiarezza per indirizzare il mondo intero verso la denuclearizzazione.
Nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per la pace, Setsuko Thurlow ha dichiarato: «Quando avevo 13 anni, ed ero intrappolata sotto le macerie in fiamme della mia scuola, ho continuato a spingere. Ho continuato a muovermi per raggiungere la luce. E sono sopravvissuta. Oggi la nostra luce è il Trattato. […] Non importa quali ostacoli ci attendono, noi continueremo a muoverci e continueremo a spingere e continueremo a condividere questa luce con gli altri. Questa è la nostra passione e questo è il nostro impegno perché il prezioso mondo, l’unico che abbiamo, possa continuare a esistere».53

Partendo dalle basi della rete globale costruita da ICAN, Mayors for Peace e altri, dobbiamo garantire visibilità alla volontà di tutta la popolazione del mondo di abolire le armi nucleari. Il peso di questa volontà popolare alla fine porterà a un cambiamento della politica degli Stati detentori di armi nucleari e dipendenti da essi, e alla fine dell’era del nucleare. Ne sono profondamente convinto e lo auspico con tutto il cuore.

Accesso all’educazione per i bambini migranti

Il secondo tema che desidero affrontare è quello dei diritti umani, e la prima proposta che vorrei formulare riguarda il miglioramento delle condizioni dei bambini rifugiati e migranti.
Attualmente presso le Nazioni Unite sono in corso i lavori per l’adozione di due accordi entro la fine del 2018: un patto globale sulla migrazione e uno sui rifugiati. Auspico che venga evidenziato come il collegamento tra i vari elementi di tali accordi siano proprio i diritti umani e che la comunità internazionale assuma quale obiettivo prioritario e impegno condiviso la garanzia di opportunità educative ai bambini rifugiati e migranti.

Attualmente le persone costrette a sfollare nel mondo sono 65 milioni 600 mila, e più della metà dei rifugiati sono bambini e ragazzi che hanno meno di diciotto anni.54 Anche molti figli di immigranti subiscono cattivi trattamenti a causa di pregiudizi e discriminazione.
Particolarmente grave è la situazione dei bambini migranti che sono stati separati dai genitori o dal tutore. Secondo un rapporto dell’Unicef del 2017, relativo agli anni 2015 e 2016, il loro numero è quasi quintuplicato dal 2010, per un totale di 300 mila bambini soli e separati da una figura adulta di riferimento in ottanta paesi.55

In linea con il titolo del rapporto dell’UNICEF “Un bambino è un bambino”, i diritti e la dignità di tutti i bambini devono essere ugualmente protetti, indipendentemente dal loro status di rifugiati o migranti. Questo è il principio guida della Dichiarazione universale dei diritti umani e della Convenzione dell’ONU sui diritti dei bambini.

L’importanza di migliorare le condizioni dei bambini è ribadita più volte nella Dichiarazione di New York adottata al Summit dell’ONU per i rifugiati e i migranti nel 2016. Essa afferma:

«Noi proteggeremo i diritti umani e le libertà fondamentali
di tutti i bambini rifugiati e migranti, indipendentemente dal loro status, considerando prima di tutto, in ogni situazione,
ciò che è nel migliore interesse del bambino».56

La Dichiarazione esprime anche una determinazione ad «assicurare che tutti i bambini ricevano un’educazione entro pochi mesi dal loro arrivo»57 nei paesi di accoglienza.
Per dare forma concreta a tale determinazione, i due accordi globali dovrebbero contenere l’impegno dei vari Stati a mettere in atto politiche che garantiscano a tutti i bambini l’accesso all’educazione. Inoltre, occorrerebbe stabilire protocolli secondo i quali gli Stati che accettano solo un piccolo numero di rifugiati e di migranti forniscano varie forme di supporto a quelli che ne accolgono in maggior numero.
Come sottolinea la Dichiarazione di New York, l’accesso all’educazione non offre solo una protezione di base ai bambini che vivono in circostanze avverse, ma può anche infondere speranza per il futuro fra i membri delle giovani generazioni.
L’atleta e rifugiata siriana Yusra Mardini, nominata nel 2017 “Ambasciatrice di buona volontà” dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ha dichiarato: «Con un po’ di cibo in corpo, i rifugiati possono sopravvivere. Ma solo se ricevono anche cibo per l’anima potranno prosperare».58

L’imbarcazione che trasportava Yusra e altri rifugiati entrò in avaria fra la Turchia e l’isola greca di Lesbo durante la lunga fuga dalla loro terra lacerata dalla guerra. Yusra si tuffò nell’oceano insieme alla sorella per spingere in salvo la barca, nuotando per ore e rischiando la vita per salvare quella di altri venti passeggeri. Dopo l’arrivo in Germania si allenò come nuotatrice e diventò membro della prima squadra olimpica dei rifugiati del mondo alle Olimpiadi di Rio del 2016. Adesso è studentessa a tempo pieno in Germania e continua ad allenarsi nella speranza di partecipare alle Olimpiadi di Tokyo del 2020.
Yusra ha dichiarato che «i rifugiati sono semplicemente persone normali che vivono in circostanze traumatiche e devastanti, capaci di cose straordinarie se solo ne viene offerta loro la possibilità».59 E io credo che, più di ogni altra cosa, sia l’educazione a creare tale possibilità.
È mia sincera speranza che l’esperienza educativa, vitale per il futuro dei bambini rifugiati, si estenda ai bambini che studiano con loro nelle comunità ospitanti, così da costruire un forte spirito di coesistenza.

A questo proposito è rilevante l’esperienza della direttrice esecutiva di Ican Beatrice Fihn, che riflettendo sulla sua infanzia in Svezia ha raccontato: «Sono cresciuta in una comunità con molti immigrati. Quando avevo sette anni nella mia scuola arrivò un improvviso flusso di bambini dai Balcani. Tutti avevano subìto esperienze atroci. […] Avevo anche amici i cui genitori erano emigrati durante la grave siccità che colpì la Somalia. Incontrarli, udire le loro storie e conoscere i loro genitori che avevano vissuto personalmente quelle esperienze, mi fece capire la realtà dei conflitti e delle crisi che hanno luogo in altri paesi».60

Questi incontri con i bambini rifugiati e migranti di ogni parte del mondo furono tra i fattori che la motivarono a lavorare nel campo dei problemi globali più pressanti.
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati si sta battendo per l’integrazione dei rifugiati nei sistemi educativi nazionali. L’amicizia che si sviluppa fra i bambini nell’ambiente scolastico può fornire un notevole contributo all’approfondimento degli scambi tra le famiglie e con la comunità ospitante nel suo complesso. Oltre alla scuola è necessario offrire ai bambini rifugiati anche opportunità di apprendimento non istituzionali, e la SGI sta adoperandosi attivamente con altre organizzazioni per sostenere tali iniziative.

I diritti umani delle persone anziane

Desidero ora affrontare un’altra questione urgente che la società contemporanea ha di fronte: i diritti umani degli anziani.
Secondo l’Onu attualmente nel mondo vivono più di 900 milioni di persone che hanno più di sessant’anni e questo numero è destinato a raggiungere un miliardo e 400 milioni entro il 2030.61 Molti governi, in particolare quelli dei paesi sviluppati, si trovano ad affrontare gli improvvisi cambiamenti nella struttura sociale provocati dal rapido declino del tasso di natalità e dall’invecchiamento demografico.
Questo è stato uno dei temi discussi nell’ottava sessione del Gruppo di lavoro aperto sull’invecchiamento che si è riunito presso le Nazioni Unite nel luglio 2017. In tale occasione è stato messo in luce che il pieno godimento dei diritti umani diminuisce con l’età, nonostante la Dichiarazione universale dei diritti umani affermi che tutti gli esseri umani nascono liberi e con pari dignità e diritti; ciò è dovuto alla rappresentazione negativa degli anziani come meno produttivi, di scarso valore per la società, di peso per l’economia e per le generazioni più giovani. I partecipanti hanno concordato che tali discriminazioni e pregiudizi strutturali possono condurre all’esclusione sociale delle persone anziane e vanno combattuti.

Il bisogno di proteggere gli anziani fu affrontato in una bozza di risoluzione sottoposta all’Assemblea generale dell’Onu dall’Argentina nel 1948, poco prima dell’adozione della Dichiarazione universale a Parigi. Tuttavia per molti anni i governi se ne disinteressarono e un dibattito internazionale sull’argomento iniziò solo con l’Assemblea mondiale sull’invecchiamento di Vienna, nel 1982. Il risultato fu l’adozione, nel 1991, dei cinque Princìpi delle Nazioni Unite per le persone anziane: indipendenza, partecipazione, protezione, autorealizzazione e dignità. L’indipendenza (il rispetto della volontà dell’individuo), la protezione (la salvaguardia della salute e della vita quotidiana) e la dignità (la tutela dalla discriminazione e dagli abusi) sono ovviamente diritti essenziali per gli anziani, ma è necessario ricordare che di per sé costituiscono solo un punto di partenza.

Mi torna alla mente il mio dialogo con Ernst Ulrich von Weizsäcker, co-presidente del Club di Roma. Uno degli argomenti che discutemmo fu come far sentire utili e realizzate le persone anziane. Sulla base della sua esperienza personale Weizsäcker sottolineò che sarebbe un bene per la società la creazione di condizioni che consentano alle persone anziane, se lo desiderano, di continuare a lavorare.62
Sono pienamente d’accordo con lui; ritengo che poter contribuire in qualche misura alla felicità degli altri e del mondo, attraverso il lavoro o in altro modo, porti gioia e soddisfazione nella vita. In tal senso, gli altri due princìpi delle Nazioni Unite – partecipazione e autorealizzazione – sono indispensabili affinché le persone anziane possano vivere con significato e soddisfazione.
Essere trattati bene, ovviamente, è essenziale per la propria dignità, ma ancora più importante è essere considerati dagli altri una fonte insostituibile di sostegno spirituale. Ciò conferisce ancora maggior lustro alla nostra dignità. Il significato di questi legami rimane immutato anche nel caso di una grave malattia o di fronte alla necessità di dipendere dagli altri per il proprio accudimento. Essere circondati da persone che provano gioia e felicità per la nostra presenza è di per sé una fonte di dignità.
Per contrastare l’immagine negativa dell’invecchiamento, tre anni fa la Soka Gakkai realizzò in Giappone la mostra Speranza e cultura di pace presentando storie di persone anziane che stanno fornendo un contributo attivo al benessere dei più giovani e della società nel suo complesso. La mostra auspica la nascita di una cultura di pace e di società umane che valorizzino la ricchezza di esperienza e la saggezza degli anziani.

Come ha messo in evidenza la seconda Assemblea mondiale sull’invecchiamento (2002), e in seguito il Gruppo di lavoro aperto sull’invecchiamento (2017), proteggere i diritti umani delle persone anziane è essenziale per la creazione di una cultura dei diritti umani che rispetti le persone di tutte le età e non tolleri alcuna forma di discriminazione.
La necessità di uno strumento legislativo internazionale per la protezione dei diritti delle persone anziane è stato uno degli argomenti deliberati dal Gruppo di lavoro aperto sull’invecchiamento e, a questo proposito, spero vivamente che inizino presto i negoziati per una convenzione sui diritti degli anziani. Vorrei avanzare la proposta di tenere una terza Assemblea mondiale sull’invecchiamento in Giappone, dove il fenomeno è maggiore che in qualsiasi altro paese del mondo.

La Dichiarazione politica e il Piano di azione internazionale sull’invecchiamento di Madrid, concordati subito dopo la seconda Assemblea mondiale sull’invecchiamento, sottolineano che le esperienze e le risorse delle persone anziane possono essere «un patrimonio per la crescita di società umane mature e pienamente integrate»63 e che, oltre al ruolo di guide della famiglia e della comunità, tali persone possono offrire un contributo positivo per affrontare le emergenze e promuovere la riabilitazione e la ricostruzione.
In effetti è stata proprio questa l’esperienza del Giappone durante gli sforzi di ricostruzione in seguito al terremoto che ha colpito il Tohoku l’11 marzo 2011. Il Quadro di Sendai per la riduzione del rischio di catastrofi 2015-2030, adottato dalla terza Conferenza mondiale dell’Onu sull’argomento, afferma che la partecipazione degli anziani è indispensabile per aumentare la capacità sociale di gestione del rischio di disastri.64

Una convenzione sui diritti delle persone anziane dovrebbe basarsi sui principi dell’Onu citati prima. Dovrebbe inoltre comprendere provvedimenti per il cosiddetto “invecchiamento in casa”, affinché le persone siano in grado di continuare a vivere con dignità e senso di scopo nella comunità in cui risiedono abitualmente da tanto tempo.

Condividere le storie individuali di superamento delle inevitabili difficoltà della vita è un aspetto centrale nelle attività religiose della SGI, le cui organizzazioni locali si adoperano attivamente per creare spazi che favoriscano questi scambi. Molti membri anziani hanno acceso la fiamma del coraggio e della speranza nel cuore delle giovani generazioni con le loro parole, che recano il peso insostituibile di una profonda esperienza di vita.

Nel 1988, tre anni prima dell’adozione dei Princìpi delle Nazioni Unite per le persone anziane, proposi che il gruppo dei membri della Soka Gakkai in età avanzata venisse chiamato Gruppo Molti Tesori. In un capitolo del Sutra del Loto è descritta l’apparizione di un’enorme Torre preziosa adorna di innumerevoli gemme e pietre preziose, al cui interno vi è un Budda chiamato Molti Tesori che testimonia la veridicità dell’insegnamento di Shakyamuni secondo il quale tutte le persone sono dotate di dignità intrinseca. Con questa immagine in mente proposi quel nome per i miei cari amici che avevano accumulato impareggiabili esperienze di vita e di fede.
Dopo la costituzione del Gruppo Molti Tesori si formarono altri gruppi in varie parti del Giappone, come il Gruppo Tesori della durata della vita a Tokyo e il Gruppo Aurei tesori nel Kansai. Adesso ve ne sono in tutto il mondo, come il Gruppo Goldener Herbst (Autunno dorato) in Germania e il Gruppo Diamante in Australia.

I nostri amici più anziani sono tesori preziosi sia per l’organizzazione buddista sia per le loro comunità. Raccontano come, grazie alla loro pratica di fede, hanno incontrato e superato le sofferenze inevitabili che il Buddismo individua nella nascita, nell’invecchiamento, nella malattia e nella morte; svolgono un ruolo insostituibile nel perpetuare l’eredità spirituale dell’impegno per la pace nella SGI condividendo le loro esperienze di guerra, comprese quelle di sopravvissuti alla bomba atomica. E, grazie alla loro profonda conoscenza della storia della comunità in cui vivono e delle relazioni umane al suo interno, hanno fornito un contributo alle reti di mutuo sostegno e incoraggiamento nel processo di ripresa dopo i disastri.

La SGI continuerà a promuovere la condivisione di esperienze personali per trasmettere alle generazioni future queste lezioni sulla vita, la guerra e i disastri. A tal fine collaborerà con altre organizzazioni religiose per tenere convegni mirati a far nascere nella società una nuova etica di protezione dei diritti e della dignità delle persone anziane.

Governi locali uniti per intervenire sul clima

La terza e ultima questione che desidero affrontare riguarda le modalità per imprimere un nuovo impulso in previsione della diciassettesima riunione dell’Onu sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sdg) inerenti a problemi globali come la povertà, la fame, l’educazione e il cambiamento climatico. Tra questi, progressi importanti si sono registrati nell’istituzione di strutture di cooperazione internazionale per contrastare il cambiamento climatico.

Nel novembre scorso la Siria, l’ultimo paese ad aver aderito all’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico, ha depositato all’Onu il suo strumento di ratifica. Pur rimanendo preoccupante la decisione annunciata dagli Stati Uniti di ritirarsi, la struttura di base attraverso la quale tutti gli Stati possono collaborare alla riduzione di emissioni di gas serra resta salda.

Negli ultimi anni in varie parti del mondo si sono verificati eventi climatici estremi che hanno dimostrato come nessun luogo sulla Terra sia immune da questi rischi. Abbiamo assistito a una crescita impressionante del numero di rifugiati che hanno dovuto abbandonare le loro case a causa di siccità, inondazioni e innalzamento del livello del mare. Secondo alcune stime, se l’attuale tendenza al riscaldamento globale proseguirà, il numero di migranti per cause ambientali potrebbe raggiungere il miliardo entro il 2050.65
L’Accordo di Parigi è una strada per mettere al riparo da tali minacce la sopravvivenza e la dignità delle persone e può rappresentare anche il fondamento per la creazione di una società sostenibile da lasciare alle generazioni future. Secondo i termini dell’accordo, nessun paese può ritirarsi per quattro anni dopo la sua entrata in vigore, cioè non prima del novembre 2020. Si spera vivamente che gli Stati Uniti continuino a far parte dell’accordo e a lavorare insieme agli altri paesi per realizzarne gli obiettivi.

La lotta al cambiamento climatico è una questione spinosa, ma ripongo le mie speranze nelle iniziative ambiziose che stanno mettendo in atto i governi locali. Un esempio è la risoluzione adottata l’anno scorso dalla Conferenza dei sindaci degli Stati Uniti, durante la quale più di 250 sindaci si sono impegnati a reperire la totalità dell’energia necessaria alle loro città da fonti rinnovabili entro il 2035.66 In Europa, Parigi ha annunciato progetti per consentire unicamente la circolazione di veicoli elettrici entro il 2030,67 mentre Stoccolma si è prefissa di liberarsi dal carburante fossile entro il 2040.68 Inoltre nel giugno dello scorso anno 140 sindaci, rappresentanti delle maggiori città mondiali, hanno rilasciato la Dichiarazione di Montreal, nella quale esprimono la loro determinazione ad applicare l’Accordo di Parigi indipendentemente dal contesto politico internazionale.69

Questi esempi dimostrano la capacità delle città e delle municipalità di agire efficacemente in un campo in cui la percezione di interessi nazionali contrastanti ha paralizzato la risposta governativa al rischio comune. Le amministrazioni locali hanno riconosciuto e sostenuto come l’applicazione dell’Accordo di Parigi contribuisca direttamente alla protezione dei loro cittadini.
Il Ministero federale tedesco dell’ambiente è all’avanguardia nella creazione di alleanze fra le municipalità dell’Unione Europea per gli interventi sul clima; si tratta di un esempio di condivisione delle buone pratiche e delle lezioni apprese. Vi è urgente bisogno di studiare simili quadri di cooperazione anche nell’Asia nordorientale, responsabile di una grande quantità di emissioni di gas serra: a tal fine proporrei la creazione di una rete di governi locali per l’intervento climatico fra Giappone e Cina, che insieme producono un terzo delle emissioni di gas che determinano il riscaldamento globale.70

In Giappone sono stati ideati piani per il futuro mirati a combattere il cambiamento climatico in varie città, chiamate “Città future” o “Città ecosostenibili”. In Cina, il maggiore installatore al mondo di impianti a energia solare, molte comunità stanno adottando fonti di energia rinnovabile.

Una strada possibile per dare avvio a questa rete sino-giapponese di governi locali per l’intervento climatico potrebbe consistere nell’incoraggiare le municipalità di entrambi i paesi che già hanno compiuto sforzi importanti per contrastare il cambiamento climatico a partecipare alla Climate Neutral Now, un’iniziativa guidata dall’Onu partita nel 2015.
Sono già sorte alleanze per la protezione ambientale fra Tokyo e Pechino, Kobe e Tianjin e anche Kitakyushu e Dalian. Favorendo la cooperazione fra amministrazioni locali in campi come la collaborazione tecnologica e la condivisione di know-how e di buone pratiche, i due paesi potrebbero creare una base per costruire un quadro di azione più ampio nella regione.

Oggi il numero di persone che viaggiano fra Giappone e Cina ha raggiunto quasi i 9 milioni l’anno71 e gli accordi di gemellaggio fra le municipalità ammontano a 363.72 Per quanto sia difficile immaginarlo alla luce della situazione attuale, quando proposi la normalizzazione dei rapporti diplomatici fra il Giappone e la Repubblica popolare cinese nel settembre 1978, quasi mezzo secolo fa, le relazioni fra i due paesi erano così tese da mettere a repentaglio lo scarso commercio che esisteva fra loro, e semplicemente nominare un’amicizia bilaterale suscitava aspre critiche. Questo era il contesto in cui formulai la seguente dichiarazione davanti a un’assemblea di oltre diecimila studenti: «Ci sono varie questioni da risolvere prima che possa aver luogo una piena normalizzazione. […] Sono questioni complesse e irte di difficoltà. E non possono essere risolte senza una comprensione reciproca e una fiducia profonda fra i due paesi, e specialmente senza una comune aspirazione alla pace. […] Che si tratti di uno Stato o di persone, nell’attuale società internazionale non è più accettabile impegnarsi esclusivamente nella ricerca del proprio profitto. Solo adottando una prospettiva globale ampia e cercando di contribuire alla pace, alla prosperità e al progresso della cultura potremo provare il nostro valore come esseri umani nel prossimo secolo».73

Nel mezzo secolo successivo la Cina è diventata il principale partner commerciale del Giappone e quest’ultimo il secondo partner commerciale della Cina dopo gli Stati Uniti. Anche in campo educativo le università cinesi sono quelle con le quali le istituzioni educative giapponesi hanno attualmente il maggior numero di scambi accademici. Nel 1975 l’Università Soka, da me fondata, fu il primo istituto giapponese di educazione superiore ad accogliere studenti cinesi sostenuti economicamente dallo Stato per studiare in Giappone dopo la normalizzazione delle relazioni bilaterali. A oggi esistono più di 4.400 accordi per gli scambi accademici fra università cinesi e giapponesi.74 Nel 1979, un anno dopo la firma del Trattato di pace e amicizia sino-giapponese, fu lanciato un programma di scambio fra giovani giapponesi e cinesi che ha offerto a varie generazioni opportunità annuali di approfondire l’amicizia e la comprensione reciproca. A livello di base la Soka Gakkai ha inviato una delegazione giovanile in Cina per la prima volta nel 1979 e ha continuato a portare avanti questo genere di scambi fino a oggi. Nel 1985 la nostra organizzazione e la All-China Youth Federation hanno firmato un accordo per l’istituzione di programmi di scambio regolari e continuativi, il più recente dei quali è avvenuto nel novembre 2017, quando una delegazione di giovani della Soka Gakkai ha visitato la Cina rafforzando i legami fra i due paesi.

Grazie a tutte queste iniziative gli scambi bilaterali sono considerevolmente aumentati e la cooperazione in vari ambiti si è rafforzata.
Quest’anno ricorrerà il quarantesimo anniversario della firma del Trattato di pace e amicizia fra Cina e Giappone. Sarà un’occasione propizia per costruire una cooperazione a lungo termine fra i due paesi e stringere legami più solidi; il miglior modo per farlo consisterà nel compiere azioni solidali al servizio degli interessi della Terra e dell’umanità.
Gli interventi sul clima e la realizzazione di città sostenibili sono sfide determinanti per il raggiungimento degli SDG. Perciò spero vivamente che Cina e Giappone si adoperino per mobilitare la forza innovativa e la passione delle giovani generazioni per realizzare modelli di risposta a tali sfide che godano di risonanza in tutta l’Asia nordorientale e nel mondo.

Il potere delle donne: la chiave per risolvere i problemi globali

Infine desidero affrontare la questione dell’uguaglianza di genere e dell’empowerment delle donne e delle ragazze in relazione agli Obiettivi di sviluppo sostenibile. L’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne non dovrebbero essere considerati solo uno di questi diciassette obiettivi, bensì la chiave per accelerare il processo di realizzazione di tutti gli altri. Phumzile Mlambo-Ngcuka, direttrice esecutiva di UN Women, la principale organizzazione per l’uguaglianza di genere, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu nell’ottobre del 2017: «L’Agenda “Donne, pace e sicurezza” continua a espandere la sua influenza nell’ambito della legislazione globale. Adesso è un pilastro essenziale nelle questioni globali».75

Il preambolo del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari afferma che l’uguale partecipazione di donne e uomini è un fattore indispensabile per la realizzazione di pace e sicurezza sostenibili, e chiede anche di appoggiare e rafforzare l’effettiva partecipazione delle donne nel campo del disarmo nucleare. La partecipazione delle donne nella risoluzione dei conflitti e nella costruzione della pace è diventata sempre più vasta dopo l’adozione della Risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza nel 2000. E adesso il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari evidenzia esplicitamente l’importanza del coinvolgimento delle donne nel disarmo e nella riforma delle politiche di sicurezza nazionale.

Questa consapevolezza dell’importanza di includere i punti di vista delle donne nel processo per affrontare i problemi globali non si limita ai temi della pace e della risoluzione dei conflitti. Il Quadro di Sendai, varato nel 2015 alla terza Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla riduzione del rischio di catastrofi, afferma che per accrescere la resilienza è fondamentale aumentare il potere delle donne nelle fasi di preparazione ai disastri. Più di recente, l’annuale Conferenza delle parti della Convenzione quadro dell’Onu sul cambiamento climatico (Cop23), che si è tenuta in Germania nel novembre 2017, ha adottato un Piano di azione di genere. Queste iniziative dimostrano come stia emergendo a livello internazionale il riconoscimento che la partecipazione delle donne sia la chiave per un’azione efficace sul clima.
Vorrei proporre che le Nazioni Unite proclamino un Decennio internazionale per l’empowerment delle donne, allo scopo di incoraggiare questi effetti di trasformazione in ogni sfera della società. Tale Decennio potrebbe durare dal 2020, ventesimo anniversario dell’adozione della Risoluzione 1325, fino al 2030, il termine per la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Sarebbe un’occasione per intensificare gli sforzi per aumentare il potere delle donne e accelerare il passo verso la realizzazione degli Sdg.
L’empowerment delle donne non è un’opzione facoltativa, ma una priorità urgente per molte persone in situazioni disperate. Una donna siriana che vive in un campo di rifugiati in Giordania, e ha iniziato a lavorare come sarta in un centro gestito da UN Women, racconta:

«Non ci sentivamo più impotenti, il nostro lavoro ci faceva sentire
produttive, ci faceva capire che contavamo qualcosa
e avevamo la capacità di cambiare il nostro destino».76

Un’altra donna, che dovette lasciare la sua casa in Burundi e ora vive in un campo di rifugiati nella vicina Tanzania, era disoccupata e sopraffatta dall’incertezza per il futuro. Partecipando ai programmi di formazione professionale dell’Alto commissariato per i rifugiati ha cambiato prospettiva, al punto da esprimere la speranza di tornare in patria e impiegare le nuove conoscenze acquisite nel campo della panificazione per guadagnarsi da vivere e mandare i figli a scuola.77 Come dimostrano queste testimonianze, l’empowerment delle donne può rappresentare la forza trainante per ristabilire la speranza e la capacità di andare avanti in circostanze difficili.

La SGI, che si basa sull’impegno buddista a sostenere la dignità della vita, ha sempre agito concretamente per espandere la portata dell’empowerment delle donne. Come organizzazione della società civile, la SGI ha sostenuto la Commissione dell’Onu sullo status delle donne (CSW) inviando delegate alle sessioni annuali presso la sede delle Nazioni Unite e, dal 2011, collaborando con altre organizzazioni per realizzare eventi collaterali. La SGI si è anche impegnata nelle attività del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, co-sponsorizzando eventi su argomenti quali il ruolo della fede e della cultura nel promuovere i diritti delle donne e l’istruzione informale per l’uguaglianza di genere.
Nella sessione della Commissione sullo status delle donne di marzo 2017 è stata varata una Piattaforma globale sull’uguaglianza di genere e religione, che mira ad accrescere – attraverso un discorso basato sulla fede – la consapevolezza dell’importanza dei diritti e dei contributi delle donne e a dar forma a iniziative politiche e legislative per l’uguaglianza di genere a livello locale, nazionale e internazionale.78 La SGI sosterrà la Piattaforma e collaborerà con altre organizzazioni religiose affinché essa costituisca una fonte di empowerment per le donne e le bambine in situazioni difficili. Insieme a questi partner vorremmo tessere un filo d’Arianna di empowerment delle donne attraverso il quale l’umanità possa trovare la via d’uscita dall’attuale labirinto di problematiche globali.

Nutro la speranza che, attraverso queste varie iniziative, le voci della società civile riescano a unirsi per sostenere l’istituzione di un decennio internazionale per l’empowerment delle donne.

Sono convinto che l’ideale di un mondo in cui nessuno sia lasciato indietro, di cui si parla negli Obiettivi di sviluppo sostenibile, potrà essere condiviso e abbracciato globalmente se ci impegniamo a proteggere i diritti delle donne e delle bambine – che costituiscono la metà della popolazione mondiale – e ci sforziamo di realizzare società in cui ogni persona possa vivere con speranza e dignità.
Pensando alle sfide che abbiamo di fronte da adesso al 2030, mi torna in mente ciò che mi disse Rosa Parks: «Nessuna legge dichiara che le persone debbano soffrire». Sono parole che le aveva detto sua madre, che a sua volta si era battuta contro la discriminazione. La determinazione sincera sintetizzata in queste parole è lo spirito che occorre a tutti noi per andare oltre le differenze e far progredire tutti gli Obiettivi di sviluppo sostenibile concentrandoci sulla lotta per l’uguaglianza di genere.

La SGI promette solennemente di continuare a impegnarsi per creare un’ondata di solidarietà fra le persone che permetta di superare le difficoltà che l’umanità ha davanti, basandosi sull’impegno a salvaguardare la vita e la dignità di ogni individuo.

Note

1) Ican, Discorso di Setsuko Thurlow alla cerimonia di conferimento del Nobel per la pace, 10 dicembre 2017, https://www.senzatomica.it/notizie/discorso-setsuko-thurlow-al-ricevimento-del-nobel-la-pace/.
2) Josei Toda, Dichiarazione contro le armi nucleari, 1957, https://www.senzatomica.it/documenti-storici/dichiarazione-contro-le-armi-nucleari/
3) Jayantha Dhanapala, The Importance of the Un as a Moral Compass, Idn-InDepthNews, 23 gennaio 2017, https://www. indepthnews.net/index.php/global-governance/un-insider/924-the-importance-of-the-un-as-a-moral-compass.
4) Cfr. Un Desa (Department of Economic and Social Affairs), “Population Facts” 2017, http://www.un.org/en/development/desa/population/migration/publications/populationfacts/docs/MigrationPopFacts20175.pdf.
5) Louise Arbour, Highlighting “Positive Impact” of Migration Key to Changing Policies, Public Opinion, intervista con Louise Arbour, 28 aprile 2017, https://refugeesmigrants.un.org/feature-highlighting-‘positive-impact’-migration-key-changing-policies-public-opinion-–-un-envoy.
6) Kokka no shimin kara sekai no shimin e (Da cittadino di una nazione a cittadino del mondo), intervista con John Humphrey, Seikyo Shimbun, 4 marzo 1992.
7) Cfr. John Humphrey, The Dean Who Never Was (Il preside che non fu mai), McGill Law Journal 34, 1989, n. 2, McGill University Faculty of Law, Montreal, p. 197.
8)  Nelson Mandela, Long Walk to Freedom, Little, Brown and Company, Londra, 1994, p. 83. Ed. italiana: Lungo cammino verso la libertà. Autobiografia, Feltrinelli, 2013.
9) Ibidem, p. 542.
10) Ibidem, p. 403.
11) Ibidem, p. 542.
12) Tsunesaburo Makiguchi, Makiguchi Tsunesaburo Zenshu (Opere complete di Tsunesaburo Makiguchi), 10 voll., 1981-1997, Daisanbunmei-sha, Tokyo, vol. 1, pp. 14-15.
13) Ibidem, vol. 10, p. 8.
14) Nelson Mandela, Conversations with Myself, Farrar, Straus and Giroux, New York, 2010, pp. 175-176. Ed. italiana: Io, Nelson Mandela. Conversazioni con me stesso, Sperling & Kupfer, 2010.
15) Josei Toda, Toda Josei Zenshu (Opere complete di Josei Toda), 9 voll., 1981-1990, Sekyo Shimbunsha, Tokyo, vol. 3, p. 74.
16) Ibidem, p. 78.
17) Ibidem, p. 289.
18) Un, “Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons” (Trattato per la proibizione delle armi nucleari), A/CONF.229/2017/8, Adottato dall’Assemblea generale il 7 luglio 2017, http://undocs.org/A/CONF.229/2017/8.
19) Un News Centre, “Conference to Negotiate Legally Binding Instrument Banning Nuclear Weapons Adopts Treaty by 122 Votes in Favour, 1 against, 1 Abstention” (La conferenza per negoziare uno strumento legalmente vincolante per la messa al bando delle armi nucleari adotta il Trattato con 122 voti a favore, 1 contrario e 1 astenuto), 7 luglio 2017, https://www.un.org/press/en/2017/dc3723.doc.htm.
20) Parag Khanna, Connectography: Mapping the Future of Global Civilization, Random House, New York, 2016, p. 11. Ed. Italiana: Connectography. La mappa del futuro ordine mondiale, Fazi, 2016.
21) Ibidem, p. 14.
22) Ibidem, p. 15.
23) The Group of Discourses (Sutta-nipāta), trad. a c. di K. R. Norman, The Pali Text Society, Oxford, 2001, vol. 2. p. 18.
24) Un General Assembly, “New York Declaration for Refugees and Migrants” (Dichiarazione di New York per i rifugiati e i migranti) A/RES/71/1, adottata dall’Assemblea generale il 19 settembre 2016, http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/71/1.
25) Eli Pariser, The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You, The Penguin Press, New York, 2011, pp. 9-10. Ed. Italiana: Il filtro. Quello che Internet ci nasconde, Il Saggiatore, 2012.
26) Ibidem, p. 143.
27) Cfr. Hrea (Associazione per l’educazione ai diritti umani), Sgi (Soka Gakkai Internazionale), Ohchr (Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani), 2012, A Path to Dignity: The Power of Human Rights Education (Un cammino verso la dignità. Il potere dell’educazione ai diritti umani), film, http://path-to-dignity.org/film-english.
28) Ohchr, “Values Enshrined in Universal Declaration of Human Rights under Assault, Must Be Defended” (I valori contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti umani sono attaccati e vanno difesi), Dichiarazione di Zeid Ra’ad Al Hussein, 10 dicembre 2017, http://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=22507&LangID=E.
29) D. Ikeda e V. Harding, America Will Be! Conversations on Hope, Freedom, and Democracy, Dialogue Path Press, Cambridge, Massachusetts, 2013, p. 50.
30) Ibidem, p. 54.
31) Ibidem.
32) Martin Luther King Jr., The Autobiography of Martin Luther King, Jr. a c. di Clayborne Carson, Warner Books, New York, 1998, pp. 221-22. Ed. italiana: «I have a dream». L’autobiografia del profeta dell’uguaglianza, Mondadori, 2001.
33) Cfr. Ibidem, p. 222.
34) Ministero federale austriaco per l’Europa, l’integrazione e gli affari esteri, “Faith Communities on the Humanitarian Consequences of Nuclear Weapons”, Presentazione Ong, 9 dicembre 2014, https://www.bmeia.gv.at/fileadmin/user_upload/Zentrale/Aussenpolitik/Abruestung/HINW14/Statements/HINW14_Statement_Faith_Communities.pdf.
35) Un, “Faith Communities Concerned about the Humanitarian Consequences of Nuclear Weapons”, Presentazioni Ong alla Conferenza di revisione dell’Npt, 1 maggio 2015, http://www.un.org/en/conf/npt/2015/statements/pdf/individual_6.pdf.
36) Sgi, “Public Statement to the Open-ended Working Group Taking Forward Multilateral Nuclear Disarmament Negotiations”, Presentazione Ong, 2016, http://www.sgi.org/content/files/resources/ngo-resources/OEWG-Joint-Statement.pdf.
37) Reaching Critical Will, “Public Statement to the First Negotiation Conference for a Treaty to Prohibit Nuclear Weapons Leading to Their Elimination”, Presentazione Ong, 28 marzo 2017, http://reachingcriticalwill.org/images/documents/Disarmament-fora/nuclear-weapon-ban/statements/28March_FaithCommunities.pdf.
38) Papa Francesco, Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al convegno “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, 10 novembre 2017, https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/november/documents/papa-francesco_20171110_convegno-disarmointegrale.html.
39) Martin Luther King Jr., op. cit., p. 360.
40) Opanal (Agenzia per la proibizione delle armi nucleari in America Latina e nei Caraibi), “Treaty for the Prohibition of Nuclear Weapons in Latin America and the Caribbean: Treaty of Tlatelolco” (Trattato per la proibizione delle armi nucleari in America Latina e nei Caraibi: Trattato di Tlatelolco), 29 gennaio 2002, http://www.nti.org/media/pdfs/ tlatelolco_treaty_text_english.pdf, p. 6.
41) Hannah Arendt, The Portable Hannah Arendt, a c. di Peter Baehr, Penguin Books, New York, 2000, p. 454.
42) Cfr. Hugo Grotius, Hugo Grotius on the Law of War and Peace, a c. di Stephen C. Neff, Cambridge University Press, Cambridge, 2012, p. 406. Ed. Italiana: Ugo Grozio, Il diritto della guerra e della pace, Centro Editoriale Toscano, 2002.
43) Cfr. Opcw (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), “20 Years of the OPCW: Its Achievements, Future Outlook and Cooperation with Industry”, Dichiarazione di Ahmet Üzümcü, 27 ottobre 2017, https://www.opcw.org/fileadmin/OPCW/ODG/uzumcu/ICCA_speech_DG.pdf.
44) Ican, Discorso di Beatrice Fihn al ricevimento del Nobel per la pace, 10 dicembre 2017, https://www.senzatomica.it/notizie/discorso-beatrice-fihn-al-ricevimento-del-nobel-la-pace/.
45) António Guterres, “Secretary-General’s Video Message to Opening of the 2017 Session of the Conference on Disarmament” (Videomessaggio del Segretario generale all’apertura della Sessione 2017 della Conferenza sul disarmo), 24 gennaio 2017, https://www.un.org/sg/en/content/sg/statement/2017-01-24/secretary-generals-video-message-opening- 2017-session-conference.
46) Point du Jour, Khrushchev Does America, (Kruscev in America), film 2013, https://www.youtube.com/watch?v=QRjFo14PPWc.
47) David E. Hoffman, The Dead Hand: The Untold Story of the Cold War Arms Race and Its Dangerous Legacy (La mano morta. La storia taciuta della corsa agli armamenti durante la guerra fredda e la sua pericolosa eredità), Doubleday, New York, 2009, p. 39.
48) Fumihiko Yoshida, “Japan Still Clings to Outdated Nuclear Umbrella” (Il Giappone è ancora attaccato a un ombrello nucleare obsoleto), 26 agosto 2013, http://www.asahi.com/special/news/ articles/OSK201308150234.html.
49) Cfr. Un General Assembly, “2010 Review Conference of the Parties to the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons”, Npt /CONF.2010/50 (Vol. I). Adottata dall’Assemblea generale il 18 giugno 2010, http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=NPT/CONF.2010/50%20(VOL.I) p. 19.
50) Setsuko Thurlow, “Special Contribution”, Hiroshima Peace Media Center, 4 dicembre 2017, http://www.hiroshimapeacemedia.jp/?p=78859.
51) Mofa, (Ministero giapponese degli affari esteri), “Remarks by H.E. Mr. Fumio Kishida, Minister for Foreign Affairs of Japan at the First Session of the Preparatory Committee for the 2020 Npt Review Conference”, 2 maggio 2017, http://www.mofa.go.jp/mofaj/ files/000253041.pdf.
52) Cfr. Un, “On the Objectives and Significance of Prohibiting Nuclear Weapons” (Sugli obiettivi e il significato della proibizione delle armi nucleari), A/CONF.229/2017/NGO/WP.8 Relazione presentata dalla Soka Gakkai Internazionale, 23 marzo 2017, https://www.un.org/disarmament/ptnw/pdf/A%20CONF.229%20 2017%20NGO%20WP.8%20_SGIWorkingPaper_Final.pdf.
53) Ican, Discorso di Setsuko Thurlow al ricevimento del Nobel per la pace, op. cit.
54) Cfr. Unhcr, (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), 2017, “Figures at a Glance” (Le cifre a colpo d’occhio), http://www.unhcr.org/figures-at-a-glance.html.
55) Cfr. Unicef (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia), “Five-Fold Increase in Number of Refugee and Migrant Children Traveling Alone Since 2010”, 17 maggio 2017, https://www.unicef.org/media/media_95997.html.
56) Un General Assembly, “New York Declaration for Refugees and Migrants,” op. cit.
57) Ibidem, p. 7.
58) Unhcr, “Yusra Mardini Appointed Unhcr Goodwill Ambassador” (Yusra Mardini nominata Ambasciatrice di buona volontà dell’Unhcr), 27 aprile 2017, http://www.unhcr.org/news/press/2017/4/5901978a4/yusra-mardini-appointed-unhcr-goodwill-ambassador.html.
59) Ibidem.
60) Beatrice Fihn, “Aikyan jimukyokucho intabyu” (Intervista con la direttrice esecutiva di Ican), 9 dicembre 2017, https://www3.nhk.or.jp/news/web_tokushu/2017_1209_interview.html.
61) Un Desa, Gruppo di lavoro aperto sull’invecchiamento 2017, “Chair Summary” (Sintesi del presidente), https://social.un.org/ageing-working-group/documents/eighth/ChairSummary.pdf.
62) Cfr. D. Ikeda e E. U. von Weizsäcker, Knowing Our Worth: Conversations on Energy and Sustainability, Dialogue Path Press, Cambridge, Massachusetts, 2016, pp. 131-34. Ed. Italiana: La gioia del meno, Piemme, 2017.
63) Un, “Political Declaration and Madrid International Plan of Action on Ageing” (Dichiarazione politica e piano di azione internazionale sull’invecchiamento di Madrid), New York, 2002.
64) Cfr. Unisdr (Segretariato delle Nazioni Unite di strategia internazionale per la riduzione dei disastri), 2015, “Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015–2030” (Quadro di Sendai per la riduzione del rischio di catastrofi 2015-2030), Unisdr, Ginevra.
65) Cfr. Baher Kamal, “Climate Migrants Might Reach One Billion by 2050”, Ips (Inter Press Service), 21 agosto 2017, http://www.ipsnews.net/2017/08/climate-migrants-might-reach-one-billion-by-2050/.
66) Cfr. “More than 250 Us Mayors Commit to 100% Renewable Energy by 2035”, 28 giugno 2017, http://newsroom.unfccc.int/ climate-action/more-than-250-us-mayors-aim-at-100-renewable-energy-by-2035/.
67) Cfr. Brian Love, “Paris Plans to Banish All but Electric Cars by 2030”, Reuters, 12 ottobre 2017, https://www.reuters.com/article/us-france-paris-autos/paris-plans-to-banish-all-but-electric-cars-by-2030-idUSKBN1CH0SI.
68) Cfr. C40 Cities Climate Leadership Group, “Cities100: Stockholm-Becoming Fossil Fuel-free by 2040”, 30 ottobre 2015, http://www.c40.org/case_studies/cities100-stockholm-becoming-fossil-fuel-free-by-2040.
69) Cfr. Unfccc (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico), “Mayors of 140 of World’s Largest Cities Express Commitment to Paris Goals: Montreal Declaration Pledges Climate Leadership”, 23 giugno 2017, http://newsroom.unfccc.int/paris-agreement/the-cities-of-the-world-proclaim-the-montreal-declaration/.
70) Cfr. Epa (Agenzia di protezione ambientale degli Stati Uniti), “Global Greenhouse Gas Emissions Data” (Dati sulle emissioni globali di gas serra), https://www.epa.gov/ghgemissions/global-greenhouse-gas-emissions-data.
71) Cfr. Ambasciata della Repubblica popolare cinese in Giappone, “Tei eika chunichi taishi ga chugoku shimbunsha to tohoshimpo no kyodo dokusen shuzai wo ukeru” (L’ambasciatore Cheng Yonghua rilascia un’intervista a Chugoku Shimbun e Oriental Weekly), 13 ottobre 2017, http://www.china-embassy.or.jp/jpn/sgxw/t1501385.htm.
72) Cfr. Clair (Consiglio delle autorità locali per le relazioni internazionali), “Japanese Local Governments with Affiliation Agreements by Country and Territory”, http://www.clair.or.jp/e/exchange/shimai/countries/.
73) Daisaku Ikeda, 1968, “Proposal for the Normalization of Sino-Japanese Relations”, http://www.daisakuikeda.org/main/peacebuild/peace-proposals/proposal-for-the-normalization-of-sino-japanese.html.
74) Cfr. Mext (Ministero dell’educazione, cultura, sport, scienza e tecnologia), “Kaigai no daigaku tono daigakukan koryu kyotei, kaigai ni okeru kyoten ni kansuru chosa kekka” (Ricerca sugli accordi di scambio con le università e le istituzioni estere), 12 dicembre 2017, http://www.mext.go.jp/a_menu/koutou/shitu/1287263.htm.
75) Un Women, “Speech: Women, Peace and Security, an Essential Pillar in Global Affairs” (Donne, pace e sicurezza, un pilastro essenziale negli affari globali), Discorso di Phumzile Mlambo-Ngcuka, 27 ottobre 2017, http://www.unwomen.org/en/news/stories/2017/10/speech-ed-phumzile-unsc-open-debate-on-women-peace-and-security.
76) Un Women, “Un Secretary-General Visits Un Women Centre in Za’atari Refugee Camp, His First Stop on His Visit to Jordan”, 28 marzo 2017, http://arabstates.unwomen.org/en/news/stories/2017/3/news-un-secretary-general-visits-un-women-centre-in-zaatari-refugee-camp-jordan.
77) Cfr. Unhcr, “Opportunities to Earn a Living Vital for Burundian Refugees in Tanzania”, 19 ottobre 2017, http://www.unhcr.org/news/ stories/2017/10/59e8a1c04/opportunities-to-earn-a-living-vital-for-burundian-refugees-in-tanzania.html.
78) Cfr. Un Women, “Global Platform on Gender Equality and Religion Launched”, 20 marzo 2017, http://www.unwomen.org/en/news/stories/2017/3/news-global-platform-on-gender-equality-and-religion-launched.