Intervista a Mamphela Ramphele

co-presidente del Club di Roma. In questa intervista pubblicata sul Seikyo Shimbun del 17 settembre 2020 parla della crisi che il mondo sta affrontando, della lotta contro l’apartheid in Sudafrica, suo paese natio, e della centralità della rivoluzione umana individuale per determinare un cambiamento a livello globale.

Qual è il suo pensiero sulla situazione attuale del nostro pianeta, dalla pandemia di Covid-19 ai disastri ambientali?

Il genere umano si trova di fronte a un’emergenza planetaria. Ma credo anche che momenti di crisi come quello attuale rappresentino una rara opportunità per apportare dei cambiamenti fondamentali nel comportamento umano. Non possiamo più ignorare che continuare a vivere come stiamo facendo supera di gran lunga la capacità della nostra Madre Terra di sostenerci. Le persone si stanno finalmente rendendo conto che l’eccessiva estrazione di risorse naturali, i nostri stili di vita guidati dal consumismo ci hanno danneggiato anche interiormente, provocandoci profonde ferite spirituali.
Ora è il momento di guardarci dentro e riflettere sul nostro comportamento e sui nostri modelli di consumo che superano anche il potere rigenerativo della natura, e di correggere la nostra incapacità di imparare da quest’ultima. Cambiare il nostro comportamento è qualcosa che tutti noi possiamo e dobbiamo fare.
Il cambiamento inizia dal singolo individuo, da ognuno di noi.
Dobbiamo anche risvegliarci al fatto che siamo tutti interconnessi.
In Africa abbiamo la filosofia dell’ubuntu, che afferma che «io sono perché noi siamo», ovvero la convinzione che ciascuno di noi è un essere umano solo in relazione ad altri esseri umani, e che la nostra vera essenza è quella di essere buoni, di prenderci cura di noi stessi e degli altri, di essere empatici.
Siamo tutti interdipendenti. Non possiamo essere felici se chi è intorno a noi sta soffrendo. Non possiamo godere della nostra ricchezza se gli altri sono poveri. Il problema del nostro pianeta è che oggigiorno la ricchezza viene ottenuta da pochi a scapito di molti e a scapito della natura che dona la vita. Il Covid-19 ci ha insegnato che non possiamo essere in buona salute a meno che non lo siano anche coloro che ci circondano. Questa pandemia ci ha mostrato che la disuguaglianza è pericolosa, è una minaccia sia per i ricchi che per i poveri.
Ciò che conta nella vita non è quante macchine possediamo o quanti viaggi in aereo abbiamo fatto. La cosa più importante è la nostra stessa vita, preziosa e insostituibile. Dobbiamo fare tesoro della vita, del benessere, delle relazioni umane e della nostra Madre Terra. Questa è la consapevolezza che tutti dovremmo avere.

Anche il Sudafrica, la sua terra d’origine, è stato duramente colpito dalla pandemia…

Sono trascorsi venticinque anni dall’abolizione dell’apartheid in Sudafrica, la politica di governo che imponeva la superiorità dei bianchi e la discriminazione nei confronti dei neri.
La nuova costituzione sudafricana è incentrata sui diritti umani, e le persone si aspettavano che avrebbe quindi portato a una nuova società ideale. Ma, di fatto, anche dopo la fine dell’apartheid i ricchi continuano a essere ricchi e i poveri continuano a essere poveri. Sebbene oggi al governo ci siano altre persone, molte di queste sono corrotte come i loro predecessori. Il governo può anche essere cambiato, ma le persone al suo interno non hanno ancora realizzato la rivoluzione umana necessaria ai leader per essere al servizio della gente. Tutti loro stanno invece continuando ad arricchirsi a spese della maggior parte della popolazione, che è tuttora povera e priva del proprio potere. Come gli oppressori prima di loro, questi politici non sono riusciti a fornire servizi pubblici essenziali, quali servizi sanitari di qualità, istruzione e infrastrutture fisiche e sociali.
Il Coronavirus ha messo in evidenza questi fallimenti sociali. Il nostro tasso di infezione è molto alto in questo momento, e stiamo vivendo una crisi nazionale a causa della mancanza di servizi essenziali che consentano il distanziamento sociale, di spazi abitativi adeguatamente ventilati e del mancato rispetto di norme igieniche come il lavarsi le mani. Chi non ha cibo a casa non ha altra scelta che sfidare il rischio di essere contagiato, solo per sopravvivere. Non possiamo certo dire loro di restare a casa e morire di fame. Alcune persone indigenti stanno reagendo con proteste violente, e questa è un’espressione della frustrazione di chi sente che la propria umanità viene calpestata.

Alla Conferenza del Club di Roma del 2019, lei ha sottolineato la necessità della “rivoluzione umana”, riferendosi al dialogo tra Aurelio Peccei e Daisaku Ikeda. Cosa l’ha portata a concentrarsi su questo pensiero?

Negli ultimi cinquant’anni, a partire dalla pubblicazione di I limiti dello sviluppo (1972), il Club di Roma ha realizzato un ottimo lavoro facendo “suonare il campanello d’allarme” sulla necessità della sostenibilità. Tuttavia, non è riuscito a realizzare un cambiamento significativo in grado di portare all’allontanamento dai modelli di consumo distruttivi della nostra società. Durante la preparazione della conferenza del Club di Roma, ho cercato un messaggio da trasmettere ai partecipanti e mi sono imbattuta nel libro Campanello di allarme per il XXI secolo.
Quando al suo interno ho letto della rivoluzione umana promossa da Aurelio Peccei e Daisaku Ikeda, mi sono resa conto che la rivoluzione umana è la chiave per consentire al genere umano di superare le emergenze e le crisi planetarie che stiamo affrontando.
L’unico modo per uscire da questa situazione di emergenza è che tutti noi ci confrontiamo con le nostre azioni che stanno sconvolgendo l’armonia della vita. Dobbiamo cambiare il nostro comportamento.
Ho pensato che fosse importante che il Club di Roma discutesse del concetto della rivoluzione umana come fattore decisivo nell’impegno per far nascere una nuova civiltà, costruita da coloro che hanno realizzato questo processo di rivoluzione umana.
Il principio della rivoluzione umana mi ha anche fatto tornare in mente la mia lotta e quella della mia generazione per la libertà in Sud Africa.
Inizialmente ci stavamo concentrando sulla lotta contro il sistema dell’apartheid, ma alla fine degli anni ‘60 ci siamo resi conto che in realtà la vera rivoluzione inizia dentro ognuno di noi. Per quattrocento anni i popoli dell’Africa sono stati oppressi e marchiati come inferiori. Il sistema dell’apartheid non era altro che un’estensione e una forma estrema del precedente colonialismo. Il Black Consciousness Movement (Movimento per la coscienza nera) aveva lo scopo di liberare le nostre menti da qualsiasi sensazione di inferiorità, liberandoci dalla paura del nostro oppressore e rendendoci consapevoli del nostro valore e della nostra dignità come esseri umani. Quando parliamo di liberazione della mente, non si tratta solo di essere liberi dal razzismo, ma anche dal sessismo e dall’oppressione economica.
È stato un viaggio di rivoluzione umana.
«Chi sono? Come mi vedo dopo tutti questi secoli in cui ai miei antenati è stato sempre detto di essere inferiori? Come posso riacquistare la mia dignità? Come posso perdonare coloro che mi hanno trattato male? E come posso perdonare me stessa per aver permesso questo trattamento?».
Attraverso questa lotta spirituale ci rendemmo conto di essere degni quanto chiunque altro, in qualsiasi luogo del mondo, quindi ci alzammo dichiarando: “Siamo neri e ne siamo orgogliosi!”. Per noi il Black Consciousness Movement fu davvero un movimento di rivoluzione umana. Allo stesso modo, offrì anche ai bianchi l’opportunità di impegnarsi nella rivoluzione umana, poiché anche loro erano stati danneggiati dall’apartheid.
Pensare a se stessi come superiori e separati dagli altri esseri umani è un grande svantaggio.

Lei ha avuto modo di conoscere da vicino Nelson Mandela, campione dei diritti umani.

Mandela è stato un uomo che ha portato a compimento la sua rivoluzione umana.
Quando lo incontrai per la prima volta, nel luglio 1988, era un prigioniero eppure camminava con maestosa dignità. Il suo comportamento quel giorno fu espressione del suo eccezionale carattere. Era talmente consapevole di chi fosse che non dava mai ai guardiani l’occasione di dargli istruzioni; ciò che faceva era rispettarli nel loro ruolo. Mi accolse con un calore e un affetto paterni, e mi trattò come una sua pari.
Verso la fine della conversazione, quando avevamo ancora una decina di minuti prima del termine della nostra visita, si alzò e disse: «Non dobbiamo far aspettare gli agenti, spero tu capisca. Sono stati molto generosi concedendoci questo tempo. Finiamo qui la nostra conversazione». Rispettandoli, fece in modo che lo rispettassero a loro volta.
Era un uomo che ascoltava attentamente.
Anche quando non era d’accordo con quello che stavi dicendo, ti lasciava parlare fino alla fine senza interromperti. Solo quando avevi concluso eventualmente poteva dire: «Sì certo, ma forse c’è anche un altro modo di vedere la cosa». Era un essere umano straordinario, un individuo completo. Ecco perché, a mio avviso, fu in grado di portare avanti le trattative per l’abolizione dell’apartheid in modo estremamente efficace e di guidarci in tempi così difficili. Perché ci furono molte volte durante il periodo delle trattative in cui la situazione sarebbe potuta precipitare da un momento all’altro.
Mandela era un individuo totalmente in pace con se stesso, profondamente consapevole dei suoi punti di forza, che utilizzò al meglio.
Allo stesso tempo, era altrettanto consapevole delle sue debolezze, che seppe però gestire facendo leva sui suoi punti di forza.
Il lungo periodo di isolamento che trascorse in prigione plasmò il suo carattere. Il dolore è come il fuoco. Può ridurti in cenere o trasformarti in acciaio. E lui divenne come l’acciaio.
Amava le persone, le amava davvero. Era incredibile come ricordasse i nomi di tutti, anche di chi aveva incontrato una sola volta.
La sua forza era avvolta da una calda umanità.

Lei ha anche lavorato come vice cancelliera dell’Università di Cape Town e direttrice generale della Banca mondiale. Dove ha trovato la forza per essere una tale pioniera?

Quando ero una bambina fu mia nonna paterna a prendersi cura di me. Rimasta vedova molto giovane, era una donna forte e incredibilmente intelligente, che ha vissuto più di cento anni. Anche mia nonna materna e mia madre furono donne molto forti. Sono stata influenzata e ispirata da tutte loro.
Mio padre, che era il preside di una scuola elementare, mi diceva sempre: «Non competere con gli altri bambini, competi con te stessa. Dio ti ha dato un cervello, usalo».
Grazie alla mia famiglia, diventai una giovane donna molto sicura. Fui ammessa alla scuola di medicina, all’epoca cosa molto rara per le donne, e in seguito entrai a far parte del Black Consciousness Movement; entrambe le cose mi permisero di rafforzarmi.
Quando fui nominata vice cancelliera dell’Università di Cape Town, la predominanza di uomini bianchi era schiacciante. Invece di scontrarmi con loro, proposi di lavorare insieme per far sì che quella di Cape Town potesse diventare un’università africana di fama mondiale.
Offrii loro il mio pieno sostegno e mi impegnai al massimo per raccogliere i fondi necessari per raggiungere quell’obiettivo, facendo ogni sforzo possibile per consentire a ciascuno di loro di attingere alla parte migliore di sé.
La mentalità alla Banca mondiale era totalmente differente. La maggior parte di coloro che vi lavoravano riteneva inconcepibile che una donna africana potesse ricoprire una posizione così elevata in banca. Il modo migliore per affrontare tutto questo fu assicurarmi di fare sempre la cosa giusta. Diedi il mio appoggio al presidente James Wolfensohn, che all’epoca stava combattendo contro i vecchi approcci economici liberali per introdurre solidi programmi per lo sviluppo umano.
Egli a sua volta mi sostenne molto. Quel periodo fu una dura lotta, ma imparai molto, viaggiai e incontrai persone molto stimolanti.
Quando sono tornata in Sudafrica, affrontai una società ancora molto maschilista che continuava a non riuscire a promuovere la prosperità per tutti e il rispetto dei diritti umani e della dignità. La mia risposta fu quella di fondare un movimento di cittadini incentrato sull’empowerment dei giovani e di uomini e donne poveri, specialmente nelle zone rurali.
Cinque anni fa ho co-fondato ReimagineSA per promuovere la rivoluzione umana di cui abbiamo parlato precedentemente. Mi sono resa conto che i miei concittadini devono ancora liberarsi dalla schiavitù del razzismo, del sessismo e dell’autoritarismo che tende a minare la dignità umana, mentre i leader dovrebbero essere animati dal senso civico piuttosto che perseguire una politica egoistica e l’accumulo individuale della ricchezza.
Al momento sono parte del Consiglio di amministrazione di ReimagineSA, e considero il mio ruolo come un ponte tra la mia generazione che ha combattuto per la libertà e le generazioni più giovani che hanno bisogno di concretizzare il sogno di un futuro prospero e condiviso, rendendolo una realtà viva per tutti.
I giovani stanno assumendo il loro ruolo di leader e chiedono di essere parte del cambiamento per promuovere un maggiore benessere per tutte le persone e per il pianeta.
L’Africa è il continente più giovane del mondo, con il sessanta per cento della sua popolazione di un miliardo e trecentomila persone che ha un’età inferiore ai quarantacinque anni. Sono entusiasta di questo progetto al quale lavoro con i giovani che hanno una straordinaria energia.

Qual è la sua visione per il futuro?

Il Club di Roma ha adottato un programma di lavoro tematico con cinque temi:

  • Piano d’azione per l’emergenza planetaria;
  • Ristrutturazione dell’economia;
  • Ripensare la finanza;
  • Creare una nuova civiltà attraverso la rivoluzione umana;
  • Costruire il futuro attraverso la leadership dei giovani e il dialogo intergenerazionale.

Credo che la pace inizi dentro ciascuno di noi. Se non siamo in pace nel nostro cuore non possiamo essere costruttori di pace, non possiamo avere la pace nelle nostre rispettive famiglie, comunità locali o nazioni.
La pace non è solo assenza di guerra; è una condizione di armonia. Il vero valore è la vita.
È la felicità e la prosperità degli esseri umani.
Ciò che ci dà gioia è vedere le altre persone felici. La nuova civiltà umana che vogliamo creare sarà il risultato dei nostri sforzi condivisi come un’unica “razza umana” per cambiare il nostro modo di pensare e i nostri valori. È così che si costruisce una cultura di pace.
Voglio dedicare il resto della mia vita a dialogare con la prossima generazione, a essere un ponte che aiuti i giovani ad assumersi la responsabilità di dare forma al futuro e costruire una nuova civiltà promuovendo la rivoluzione umana.