In cosa credono i buddisti? Che cos’è l’Illuminazione?

Alla base del Buddismo vi è il convincimento che ogni individuo possieda un potenziale positivo illimitato e il potere di cambiare in meglio la propria vita. Attraverso la pratica buddista le persone possono diventare più felici e realizzate e, di conseguenza, dare un contributo in tal senso alla società. Il Buddismo insegna che c’è una Legge (il Dharma) che sottende ogni cosa nell’universo, e che tutte le forme di vita sono interconnesse. Sostiene inoltre che noi siamo i soli responsabili della direzione che prendono le nostre vite: un cambiamento nel nostro cuore o nel nostro modo di pensare porta inevitabilmente a un cambiamento delle circostanze esterne, influenza il luogo in cui viviamo e le persone che ci circondano.
La parola Illuminazione può suggerire l’idea di un individuo impegnato in pratiche austere, alla ricerca di poteri straordinari ben oltre la portata delle persone comuni. Invece il Daishonin insegnò che l’Illuminazione non è altro che la fusione della nostra saggezza soggettiva con la realtà oggettiva – la piena comprensione della realtà di questo mondo.
L’Illuminazione non è un traguardo prefissato che alla fine raggiungeremo: Illuminazione significa sfidarsi ogni giorno costantemente e rinnovare la propria determinazione per migliorarsi e influenzare positivamente l’ambiente circostante.

 

Che tipo di preghiera fanno i fedeli della Soka Gakkai Internazionale (SGI)?

Nichiren Daishonin, un prete buddista vissuto in Giappone nel 13° secolo, elaborò la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo, una pratica che permette a tutte le persone di mettersi in armonia con il Dharma, o più semplicemente con la vita dell’universo, sperimentando saggezza, coraggio, forza vitale e compassione.
La preghiera dei fedeli della Soka Gakkai Internazionale consiste dunque nella recitazione di Nam-myoho-renge-kyo (Daimoku) e di alcuni passi del Sutra del Loto, e ha l’effetto di far emergere la natura di Budda potenzialmente presente in tutte le vite. La pratica, quindi, fa fiorire il nostro “vero io” e manifestare le qualità della natura di Budda che ci permettono di affrontare il cambiamento personale, di trasformare la nostra vita e di contribuire alla felicità degli altri, con un impatto positivo anche nella comunità in cui viviamo.
Solitamente si prega a casa, da soli o con altri, la mattina e la sera. Nei paesi dov’è presente un’organizzazione appartenente alla SGI, membri e ospiti si incontrano regolarmente 1 o 2 volte al mese in riunioni di dialogo sul buddismo del Daishonin, chiamate zadankai (lett. sedersi e parlare), dove è possibile studiare e scambiare esperienze.

Come funziona la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo?

I membri della SGI parlano spesso dell’impatto positivo che Nam-myoho-renge-kyo (Daimoku), ha sulla loro vita, una cosa difficile da comprendere e che si può capire solo sperimentandola in prima persona. Per questo motivo, spesso chi inizia a praticare viene incoraggiato/a a recitare Daimoku anche pochi minuti, ma costantemente per un certo periodo di tempo.
Nichiren Daishonin, un prete vissuto nel 13° secolo, stabilì la pratica di recitare Nam-myoho-renge-kyo (il titolo del Sutra del Loto) dopo aver compreso che in questo sutra è contenuta la più profonda verità del Buddismo, e cioè che ogni persona, senza eccezioni, possiede il potenziale per raggiungere la Buddità.
Il titolo del Sutra del Loto, nella lettura giapponese del titolo cinese, è Myoho-renge-kyo. Attraverso la sua recitazione – preceduta da Nam, che in sanscrito significa “devozione” al messaggio essenziale in esso contenuto – attiviamo lo stato di Buddità nella nostra vita. Come scrisse Nichiren Daishonin, «l’anima di Nichiren non è altro che Nam-myoho-renge-kyo». Egli considerava Nam-myoho-renge-kyo la Legge mistica, il principio naturale che regola il funzionamento della vita in tutto l’universo, la Legge alla quale tutti i Budda si sono illuminati e il vero aspetto di ogni singola esistenza; perciò concluse che invocare ripetutamente la Legge rappresentasse il sentiero diretto per l’Illuminazione. Piuttosto che una preghiera rivolta a un essere superiore, la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo è dunque l’espressione della determinazione dello spirito umano che ricerca l’armonia con il ritmo stesso dell’universo. Continuando in questa pratica con determinazione, riusciamo a far emergere dall’interno della nostra vita il suo potenziale più elevato.
Quando invochiamo la Legge mistica ispiriamo le persone intorno a noi a lottare per realizzare un modo di vivere più creativo, compassionevole ed elevato. Questo innesca un “circolo virtuoso” di reciproco incoraggiamento volto a celebrare l’infinito valore e dignità della vita umana.

Come vengono visti i desideri dai buddisti della Soka Gakkai Internazionale?

I desideri fanno parte integrante di noi stessi. Se dovessimo liberarci completamente dalla facoltà di desiderare, mineremmo alla radice la nostra voglia di vivere sia come individui che come collettività.
Gli insegnamenti di Nichiren Daishonin pongono l’accento sulla trasformazione, piuttosto che sull’eliminazione, dei desideri. Desideri e attaccamenti vengono visti come carburante per l’Illuminazione. Per chi vive nel mezzo di questa realtà stressante, in continuo mutamento, queste sfide sono effettivamente uno sprone a un maggiore impegno nella pratica buddista. Attraverso la pratica, la vita naturalmente si sviluppa e i desideri, che prima erano puramente egoistici e indirizzati verso una felicità passeggera, si trasformano per abbracciare anche la felicità degli altri e persino quella del mondo intero.

In che modo la Soka Gakkai Internazionale coopera con le altre religioni?

La SGI è impegnata in tutto il mondo nella costruzione di dialoghi interreligiosi basati sulla convinzione dell’importanza di trovare un cammino comune per tutte le religioni e risolvere insieme i complessi temi che riguardano gli esseri umani. I membri della SGI partecipano regolarmente al “Parlamento delle religioni del mondo” e ad altri forum interreligiosi.
Daisaku Ikeda, nella prefazione all’edizione italiana della Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, scrive: «Inoltre, continuando a percorrere questo cammino di dialogo e reciproco miglioramento, ogni fede potrà manifestare il proprio valore intrinseco, contribuendo alla creazione di un sodalizio di “religioni per l’essere umano” in grado di trasformarsi nella forza più grande per la realizzazione della pace nel mondo» (RSND, 1, xi).

Qual è la postura da mantenere durante Gongyo?

In Giappone, tradizionalmente, si usa stare in ginocchio (seduti sui polpacci), ma questa posizione non è assolutamente obbligatLa postura da mantenere durante Gongyooria.  Chi vuole può usare la sedia, avendo l’attenzione di mantenere la schiena dritta: non avrebbe senso, infatti, provare dolore o fastidio mentre si recita Daimoku e Gongyo. È importante invece posizionarsi di fronte al Gohonzon con il massimo rispetto e in modo ordinato. Nel Buddismo, inoltre, esiste il concetto di “adattarsi agli usi e costumi di ogni paese”: ciò significa seguire le consuetudini locali fino a che queste non entrino in contraddizione con l’insegnamento buddista. Perciò, nei paesi in cui non esiste l’usanza di inginocchiarsi non c’è alcun bisogno di seguire questa modalità.

Quali sono le offerte che si fanno al Gohonzon e che significato hanno?

La offerte Tradizionalmente, le principali offerte al Gohonzon sono i sempreverdi, le candele e l’incenso. Nichiren Daishonin afferma: «Sia che tu invochi il nome del Budda, che reciti il Sutra o semplicemente offra fiori e incenso, tutte le tue azioni virtuose metteranno nella tua vita buone radici e benefici» (RSND 1, 4).
Sullo stesso tema, scrive al discepolo Abutsu-bo: «Potresti pensare di aver fatto offerte alla Torre Preziosa del Tathagata Molti tesori, ma non è così. Le hai offerte a te stesso. […] Dovresti recitare Nam-myoho-renge-kyo con questa convinzione» (RSND,1, 264).
Fondamentali, dunque, sono la recitazione del Daimoku e la lettura del Sutra, ma se offriamo con sincerità sempreverdi, incenso e candele con lo spirito di lodare e aver gratitudine per il Gohonzon, otterremo benefici nella nostra vita come aveva affermato il Daishonin. Ciò non significa che se una persona non fa offerte non avrà una trasformazione positiva della sua vita.
Se si vuole andare a vedere nella tradizione, la triade di offerte (sempreverdi, incenso e candele) ha un significato simbolico: rappresenta le tre verità e le tre proprietà inerenti alla natura di Budda. Il sempreverde simbolizza la verità dell’esistenza temporanea, la proprietà fisica illuminata del Budda o la sua azione compassionevole. Le candele simboleggiano la verità di non-sostanzialità, la proprietà spirituale e la saggezza del Budda. L’incenso rappresenta la verità della Via di mezzo, la proprietà essenziale della vita del Budda o la proprietà della Legge.
Per quanto riguarda la specifica offerta di piante, il Daishonin non ha scritto che sia necessario un sempreverde, affermò invece che: «Recitare Nam-myoho-renge-kyo significa offrire il fiore del tesoro al Budda». La nostra recitazione del Daimoku rappresenta di per sé la miglior offerta del “fiore del tesoro”. È sulla base di questa considerazione che si offre un sempreverde, poiché simboleggia l’eternità. In Giappone si offre il profumato shikimi, ma nei paesi dove non è possibile reperire questa pianta se ne offrono di altro tipo.
Nichiren Daishonin, a proposito dei benefici che derivano dalle offerte, in una sua lettera intitolata I due tipi di fede, narra la storia del grande re indiano Ashoka. Indagando sulle sue vite precedenti, racconta di due giovani che, vedendo il Budda Shakyamuni e non avendo nulla da offrirgli, prepararono per lui una torta di fango e gliela donarono. Uno dei due, per quella offerta sincera, rinacque come re Ashoka. Nella lettera inviata al suo giovane discepolo Nanjo Tokimitsu, il Daishonin scrive: «Se fare offerte al Budda produce tali benefici, fare offerte al Sutra del Loto ne produrrà ben più grandi. Se l’offerta di una torta di fango ottenne una così meravigliosa ricompensa, quelle che otterrai tu con i tuoi vari doni saranno molto maggiori» (RSND, 1, 798).
Oltre ai sempreverdi, candele e incenso, prima del Gongyo della mattina si offre al Gohonzon una piccola vaschetta contenente acqua fresca, che si toglie prima del Gongyo della sera. La tradizione di offrire acqua ha origine in India dove la temperatura torrida rendeva l’acqua un bene prezioso ed era consuetudine offrirla agli ospiti. In seguito si cominciò a offrire acqua davanti alle tombe e ai templi buddisti.
Un’altra offerta al Gohonzon può essere del cibo, in particolare frutta. Anche suonare la campana è un’offerta.

Perché la Soka Gakkai Internazionale (SGI) si definisce un’organizzazione laica?

La SGI non ha preti o templi, ma una leadership laica e dei centri culturali. Ognuno pratica quotidianamente a casa propria e anche le “riunioni di discussione” che si svolgono su base locale hanno luogo nelle case dei membri, i quali vivono e lavorano nell’ambito della società, integrando la pratica nel ritmo della loro vita quotidiana.
Fino al 1991 la Soka Gakkai e la SGI erano affiliate alla scuola Nichiren Shoshu, ma nel novembre di quell’anno c’è stata una drastica scissione. Ora i membri della SGI sentono che il desiderio di Nichiren Daishonin di rendere tutte le persone in grado di manifestare la loro natura di Budda si realizza meglio attraverso un’organizzazione laica che agisce nelle comunità locali.

Quando si recita Daimoku di fronte al Gohonzon, su quale punto dell’Oggetto di culto dobbiamo concentrarci?

Non c’è un punto dell’Oggetto di culto predefinito dove concentrarsi: ci si concentra dove viene più naturale posare lo sguardo. Si può, ad esempio, guardare verso la parte centrale del mandala dove sono iscritti gli ideogrammi di Nam-myoho-renge-kyo, ma va altrettanto bene osservare per intero l’Oggetto di culto. Gli occhi devono essere aperti, ma coloro che hanno problemi con la vista possono recitare Daimoku immaginando il Gohonzon in cuor proprio. In definitiva ciò che conta è la serietà e la profondità della propria preghiera. 71).

Che cosa è l’Istituto Buddista italiano Soka Gakkai?

L’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai (IBISG) riunisce coloro che in Italia abbracciano e praticano l’insegnamento buddista fondato e trasmesso da Nichiren Daishonin, maestro giapponese del 13° secolo, e diffuso poi nel mondo dalla Soka Gakkai. La sua sede centrale si trova a Firenze in via di Bellagio 2/e. Centri culturali dell’Istituto sono presenti nelle maggiori città italiane (Roma, Milano, Bologna, Torino, Genova, Padova, Bari, Cagliari. Ancona, Palermo, Catania).
In Italia la scuola buddista di Nichiren Daishonin approda intorno agli anni Settanta. La prima associazione – che accoglie poche centinaia di praticanti – si chiama INS (Nichiren Shoshu Italiana). Dopo alcuni anni (nel 1987) diventa Ente morale con il nome di Associazione Italiana Nichiren Shoshu (AINS). In seguito alla separazione dal clero della Nichiren Shoshu per profonde divergenze dottrinali, la comunità cambia il suo nome in Associazione Italiana Soka Gakkai (1990). Il 27 marzo 1998 nasce l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Ente religioso riconosciuto con decreto del Presidente della Repubblica del 20 novembre 2000.
Il 14 giugno 2016 il Parlamento ha approvato in via definitiva il disegno di legge che regola i rapporti tra lo Stato e l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Il testo integrale dell’Intesa è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nr. 164 del 15 luglio 2016 – Legge del 28 giugno 2016 n. 130 L’Istituto fa parte della Soka Gakkai Internazionale (SGI), una delle più grandi e attive organizzazioni buddiste del mondo che promuove su scala mondiale i valori della pace, della cultura e dell’educazione presenti nell’umanesimo buddista.
La SGI è presieduta da Daisaku Ikeda, filosofo buddista e costruttore di pace che nel corso degli anni si è impegnato a sostegno delle Nazioni Unite e nella promozione del dialogo tra culture, religioni e tradizioni differenti. Per la realizzazione di questo scopo ha incontrato premier, accademici e leader religiosi di tutto il mondo.

Qual è il significato del juzu?

Il juzu è uno degli accessori della pratica buddista. In origine veniva utilizzato nel brahmanesimo e solo successivamente fu adottato dal Buddismo. All’inizio veniva usato dai monaci per contare i giorni oppure per contare quante volte si pregava per il Budda. Il significato letterale dei due ideogrammi giapponesi è “numero di grani”. In pratica questo oggetto veniva usato per contare il numero dei Daimoku recitati.
La parte con tre estremità viene messa intorno al dito medio della mano destra e quella con due estremità intorno al dito medio della mano sinistra. La parte centrale del juzu viene girata una volta. Le tre estremità simboleggiano la testa e le braccia, la parte centrale sovrapposta simboleggia l’ombelico, mentre le altre due estremità simboleggiano le gambe. Il juzu, in tal senso, rappresenta il corpo umano. I grani piccoli sono 108 e rappresentano simbolicamente i desideri terreni.
Ci sono altri quattro grani ancora più piccoli che rappresentano i quattro Bodhisattva che – come è scritto nel Sutra del Loto – guidano i Bodhisattva della Terra. Essi sono: Pratiche Superiori, Pratiche Illimitate, Pratiche Pure e Pratiche Salde. I grani grandi a destra e a sinistra vengono chiamati “grani genitori”, quello con le due estremità “grano padre” e quello con le tre estremità “grano madre”.
Riguardo al juzu esistono dunque vari significati, ma quello più importante indica che, tenendo il juzu nelle mani, noi trasformiamo tutta l’energia derivante dalle sofferenze dei 108 desideri terreni in felicità. Nichiren Daishonin, comunque, non ha scritto nulla di particolare sull’importanza del juzu.

Perché durante la recitazione di Daimoku e Gongyo si congiungono le mani?

La postura da mantenere durante Gongyo Congiungere i palmi della mano destra e sinistra e tenerli all’altezza del petto (giapp. gassho) è una delle forme di saluto che si usavano in India fin dall’antichità. Nel Buddismo fu introdotto come forma di rispetto nei confronti dei Budda e Bodhisattva. La stessa forma viene utilizzata anche nel Buddismo di Nichiren Daishonin. Nel Sutra del Loto è scritto: «Tutti insieme congiungono le mani con lo stesso cuore». Si può affermare che gassho sia la manifestazione della fede sincera nell’insegnamento buddista. Rappresenta inoltre l’inseparabilità di tutti gli aspetti della vita universale nonché la fede nell’esistenza della natura di Budda in tutte le forme viventi. In sintesi, attraverso le mani congiunte, manifestiamo il più profondo rispetto verso il Gohonzon. cit., p. 293).

A quale tradizione buddista appartiene la Soka Gakkai Internazionale (SGI)?

I membri della SGI abbracciano il Buddismo di Nichiren Daishonin, un prete giapponese del 13° secolo, e seguono una pratica basata sul Sutra del Loto così come l’ha formulata lo stesso Daishonin.
Nella tradizione del Buddismo mahayana il Sutra del Loto viene considerato da molti come la massima espressione degli insegnamenti di Shakyamuni – il risvegliato, Siddharta Gautama, il Budda nato nell’odierno Nepal circa 2.500 anni fa – per il suo messaggio onnicomprensivo che tutti gli esseri viventi possiedono la natura di Budda. L’immagine del loto, il cui puro fiore cresce in uno stagno melmoso, sta a significare che le persone possono sviluppare lo stato vitale illuminato proprio nel bel mezzo dei problemi e delle battaglie quotidiane. Il Daishonin aveva studiato a fondo tutti i testi disponibili e tutte le varie scuole buddiste dei suoi tempi, prima di arrivare a concludere che il vero intento compassionevole di Shakyamuni era racchiuso nel Sutra del Loto.
Oggi i membri della SGI studiano le lettere e i trattati di Nichiren Daishonin, le sue analisi del Sutra del Loto, oltre al Sutra stesso e ai commenti del presidente della SGI Daisaku Ikeda.

Perché i membri della la Soka Gakkai Internazionale (SGI) considerano Daisaku Ikeda il loro maestro?

Molti membri della SGI considerano Daisaku Ikeda come il loro maestro per la profondità della sua comprensione del Buddismo, e per i suoi continui sforzi di incoraggiare gli altri ad approfondire la loro comprensione e acquisire la capacità di diventare felici attraverso la filosofia e la pratica del Buddismo.
Ikeda sottolinea spesso come lui stesso debba tutto al suo maestro, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda (1900-1958), che a sua volta considerava come suo mentore Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944), fondatore della Soka Gakkai. La tradizione di tramandare gli insegnamenti da maestro a discepolo, o da insegnante a studente, ha una lunga storia nel Buddismo e rappresenta un coraggioso cammino di scoperta di sé e non di imitazione o adulazione. Per definire le rispettive funzioni del maestro e del discepolo si potrebbe dire che il ruolo del maestro è di puntare verso un obiettivo e mostrare i mezzi più efficaci per raggiungerlo, mentre quello del discepolo è di lottare per realizzare questo ideale, su una scala ancora maggiore di quella realizzata dal maestro. I membri della SGI parlano di impegno condiviso di maestro e discepolo nel loro scopo comune di diffondere i principi pacifici del Buddismo in tutto il mondo.
Il profondo legame che unisce maestro e discepolo, e in particolare la relazione fra i primi tre presidenti della Soka Gakkai, ha sostenuto lo sviluppo dell’organizzazione. Ogni presidente ha ampliato la visione del suo predecessore, sviluppando con cura un movimento in grado di raggiungere e abbracciare le persone più diverse contribuendo al loro empowerment.

In che modo la Soka Gakkai Internazionale (SGI) offre il proprio contributo alla società?

In senso ampio, si può dire che la SGI promuova attivamente la pace, la cultura e l’educazione, basandosi sul rispetto della dignità della vita e sul convincimento che gli esseri umani abbiano un infinito potenziale positivo. In particolare, tre sono i modi in cui la SGI offre il suo contributo alla società. Il più significativo è lo sforzo che milioni di fedeli fanno nell’ambito della famiglia, nel luogo di lavoro e nella società per promuovere i loro ideali, risolvere i conflitti e favorire lo sviluppo di persone capaci.
Inoltre, nei singoli paesi di appartenenza, i gruppi locali attuano progetti che riguardano l’ambiente, gli scambi culturali, mostre e dibattiti sulla nonviolenza. A livello internazionale, la SGI sostiene le Nazioni Unite, con sedi a New York, Ginevra e Vienna. È attiva nell’educazione con particolare attenzione ai temi che riguardano la pace, il disarmo, i diritti umani e lo sviluppo sostenibile. Contribuisce con aiuti umanitari in caso di disastri naturali e partecipa a dibattiti interreligiosi. È inoltre impegnata a livello locale in vari network e, attraverso partnership, in Organizzazioni Non Governative, sia a livello nazionale che internazionale.
Dal momento che la SGI considera le armi nucleari una minaccia per il diritto alla vita in quanto tale, nel 2007 ha inaugurato il “Decennio per l’abolizione del nucleare” (People’s Decade for Nuclear Abolition, in Italia “Campagna Senzatomica”, www.senzatomica.it), un’iniziativa che ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e attivare una rete globale di persone che si dedicano a realizzare un mondo libero dalle armi nucleari attraverso la trasformazione dell’animo umano.

Alla fine della lettura del capitolo Espedienti , perché si ripete la frase tre volte?

La parte del capitolo Espedienti che leggiamo per tre volte indica i “Dieci Fattori”. “Fattore” significa “è vero così com’è”. Quindi i Dieci Fattori illustrano il vero aspetto di tutti i fenomeni. Nichiren Daishonin afferma: «Leggerli per tre volte accresce i benefici» (WND, 2, 83).
Daisaku Ikeda ha spiegato che leggiamo tre volte: «Per dichiarare di essere noi stessi un nobile Budda in persona e per accrescere i benefici della fede». Comunque, in sintesi, si può dire che esistano tre significati principali: 1) che siamo dotati della saggezza del Budda nella forma presente; 2) che rappresentiamo nella forma presente i reali comportamenti del Budda; 3) che siamo l’entità del corpo di Budda nella forma presente.

Si possono utilizzare riproduzioni del Gohonzon (riprese da Internet, fotografate o fotocopiate) o applicazioni audio di Daimoku e Gongyo?

No, nel modo più assoluto. Questa, dal punto di vista della legge di causa ed effetto che crea il nostro karma, è un’azione che produce un effetto molto negativo. Anche se è fatta in buona fede o con un’intenzione sincera.
Lo scopo di coloro che diffondono su internet applicazioni pseudobuddiste è essenzialmente quello di lucrare sfruttando i membri della Soka Gakkai, senza avere il minimo rispetto per il profondo significato dell’Oggetto di culto iscritto da Nichiren Daishonin e per la pratica buddista da lui stabilita.
Nel momento in cui i membri della Soka Gakkai utilizzano per la loro pratica quotidiana quelle applicazioni e immagini, stanno cadendo in una pratica buddista formale e pertanto priva di efficacia. Scrive a questo proposito Daisaku Ikeda: «Nichiren Daishonin afferma di aver iscritto il Gohonzon come “il vessillo della propagazione del Sutra del Loto”. In altre parole è l’oggetto di culto per kosen-rufu, per realizzare una vasta propagazione della Legge mistica. Nel Reale aspetto del Gohonzon si legge: “Com’è straordinario che […] Nichiren sia stato il primo a iscrivere questo grande mandala come il vessillo della propagazione del Sutra del Loto, mentre anche grandi maestri come Nagarjuna, Vasubandhu, T’ien-t’ai e Miao-lo non furono in grado di farlo!” (RSND, 1, 737).
La Soka Gakkai sta propagando questo “oggetto di culto per kosen-rufu” che il Daishonin, sopportando grandi persecuzioni, iscrisse per le persone dell’Ultimo giorno» (Daisaku Ikeda, Il mondo del Gosho, 1, 307-8).
Per questo si può dire che il Gohonzon trova il suo profondo significato solo all’interno della Soka Gakkai, nell’“armoniosa comunità dei credenti” che è impegnata nella realizzazione di kosen-rufu, cioè nella diffusione mondiale del Gohonzon stesso. Scrive ancora Ikeda: «Come afferma il Daishonin nella conclusione de L’oggetto di culto per l’osservazione della mente, il Gohonzon incarna la compassione del Budda. Tuttavia, se lo preghiamo senza agire concretamente per kosen-rufu, l’immensa compassione del Budda originale non si trasmetterà alla nostra vita. È quando abbiamo “la stessa mente di Nichiren” e diventiamo suoi discepoli, cioè ci battiamo per kosen-rufu con la sua stessa determinazione, che questa immensa compassione scorre dentro di noi come un grande fiume» (Daisaku Ikeda, Il mondo del Gosho, 1, 330). siscano rapidamente il corpo del Budda
?» (Op. cit., p. 305).