Principali critiche alla Soka Gakkai

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La Soka Gakkai nacque il 18 novembre del 1930. Erano passati 648 anni dalla morte di Nichiren Daishonin: un tempo lungo dal punto di vista “storico”, ma non dalla prospettiva buddista di completa adesione allo spirito e all’azione del Daishonin. Tsunesaburo Makiguchi, il fondatore e primo presidente, e il suo discepolo Josei Toda utilizzarono tutta la loro vita per realizzare il grande “voto” di kosen-rufu espresso dal Budda originale, come se fossero suoi discepoli diretti.Nichiren Daishonin, durante la diffusione del suo insegnamento, dovette affrontare persecuzioni, esili, ostilità di ogni genere. Alcuni suoi discepoli furono uccisi. In seguito, anche i monaci che praticavano con lo stesso spirito del maestro subirono dure persecuzioni.
Si potrebbe dire che un insegnamento rivoluzionario e nonviolento come quello del Daishonin susciti necessariamente e inevitabilmente l’opposizione di quanti pensano che una religione sia un centro di potere e che ogni singolo essere umano abbia bisogno di mediatori per ottenere l’Illuminazione.
La storia della Soka Gakkai ripercorre lo stesso cammino che il Daishonin segnò con la propria vita: Makiguchi morì in un carcere di Tokyo per essersi opposto al conflitto nel Pacifico. In seguito, lo spirito autonomo del secondo presidente Toda e del terzo Ikeda rafforzarono le basi e la propagazione del Buddismo fino a trasformare la Soka Gakkai nella principale scuola buddista in Giappone e in molti paesi oltreoceano.
Naturalmente tutto questo non poteva passare inosservato in una società, come quella nipponica, che non riesce ad accettare “corpi estranei” al suo interno e tanto meno leader buddisti che agiscono secondo le loro intenzioni e in modo non convenzionale. Questa è la matrice prima degli attacchi che la Soka Gakkai ha cominciato a subire sin dai suoi primi vagiti e che continuano ancora ai nostri giorni. Su vari siti Internet e blog sono riportate accuse, interpretazioni parziali, false notizie che hanno lo scopo di ledere l’immagine di Daisaku Ikeda e della SGI.
In questa sezione riportiamo alcune delle maggiori problematiche che la Soka Gakkai e il suo presidente hanno affrontato ai nostri giorni. Con gli indispensabili chiarimenti e contestualizzazioni.

La terra dove regna la stampa

E’ quasi impossibile, per chi non è giapponese o non conosce la situazione del Giappone, comprendere perché i media nipponici riportino notizie grossolanamente false e diffamatorie sulla Soka Gakkai e sul suo presidente. Negli ultimi anni l’influenza dei tabloid ha raggiunto proporzioni enormi attraverso il web, che ha trasferito a livello planetario l’onda di disinformazione. Scandali che fanno furore sui tabloid giapponesi spesso trovano uno spazio anche sui grandi quotidiani di altre nazioni, ma le conseguenti vittorie legali della Soka Gakkai, anche anni dopo, non vengono quasi mai riportate.
Una denominazione che si attribuisce al Giappone è katsuji-ookoku, “terra dove la parola stampata regna sovrana”. Secondo il Japan Times (18 marzo 1996) «I giapponesi sono voraci consumatori di carta stampata. Con 580 copie per migliaio di persone, i lettori dei quotidiani giapponesi sono il doppio dei lettori americani (259 copie per migliaio di persone). E superano anche gli inglesi (394 copie per migliaio)”. Lo stesso articolo afferma che: “Alla domanda su quanto ritenessero affidabili i propri quotidiani i lettori giapponesi hanno dato un voto di grande fiducia. Più del 70% ha detto che sono “affidabili” e il 72% li ha definiti “accurati”».
Probabilmente questa tendenza ad accettare le informazioni passivamente e con poco spirito critico trova le sue radici nella tradizione culturale giapponese: già nel periodo Edo (1600-1868) lo shogun Tokugawa Ieyasu affermava: «Non permettete alla gente di sapere niente: rendetela dipendente». Questa tendenza, che si è consolidata negli oltre 260 anni della dinastia Tokugawa, è diventata quasi una seconda natura della società giapponese e le sue tracce sono evidenti anche ai nostri giorni.

Ma questo aspetto della cultura nipponica meriterebbe ben altro spazio. In molti paesi del mondo i mezzi di comunicazione – in generale – mantengono uno spirito critico nei confronti del “sistema”, ma in giappone fanno parte del “sistema”. Il giornalista ed esperto del Giappone Kerel Van Wolferen scrive: «L’autocensura pesante e sistematica esercitata dai giornali non ha paragoni nel mondo industrializzato» (Japan Non-Revolution, Foreign Affairs, settembre-ottobre 1993). Gli articoli, specialmente quelli di cronaca nera, vengono raramente attribuiti a un unico giornalista, sollevando così il cronista da ogni responsabilità.

Le fonti non vengono mai citate e raramente gli episodi vengono controllati dai cronisti. è raro che vengano ascoltate altre versioni dei fatti. Non c’è inoltre un codice etico, né un istituto che regolamenti le violazioni dei diritti individuali: le leggi giapponesi sulla libertà di stampa sono troppo deboli per essere utilizzate come efficace deterrente. La maggior parte delle cause civili per diffamazione si risolvono con un risarcimento di poco inferiore a un milione di yen: cifra ben lontana da diventare un efficace deterrente per gli editori.

Questa particolare situazione dei media è regolamentata da un curioso fenomeno che esiste solo in Giappone: i club Kisha. Agenzie che forniscono a tutti i giornalisti accreditati le stesse informazioni, e i giornalisti dipendono da questa fonte di notizie. Questo sistema, per la maggior parte controllato da diverse agenzie governative (tra cui quella della Polizia), permette all’autorità di controllare il flusso delle informazioni togliendo così ai media la possibilità svolgere una funzione critica e di controllo nei confronti del governo.

Il dizionario Ntc (National Textbook Company) dei termini “in codice” della cultura giapponese recita: “Kisha kurabu: il grande fratello lo sa”. Ogni principale fonte d’informazione del paese, il gabinetto del primo ministro, i vari dicasteri e le agenzie governative, i gruppi finanziari e industriali, a livello nazionale, prefetturale e cittadino, sono riserva esclusiva di uno specifico kisha kurabu e a quei giornalisti – giapponesi o esteri – che non sono membri di un club non viene permesso di assistere alle conferenze stampa di una particolare fonte. La dimensione e il potere di un editore determina quale pubblicazione può proporre candidati da ammettere come membri dei vari club.

I principali mezzi di informazione hanno un monopolio virtuale sulle principali fonti di informazione politica o economica. Intorno agli anni ’80, una nuova generazione di giornalisti stranieri intraprese una battaglia contro questo sistema discriminatorio dei club della stampa. Il governo e i portavoce di altre fonti di informazione diedero ragione al sistema kisha kurabu affermando che quasi nessuno dei corrispondenti esteri a Tokyo parlava giapponese, per cui partecipare alle conferenze stampa sarebbe stato inutile. Inoltre, anche se avessero compreso la lingua, non sarebbero stati in grado di capire le dichiarazioni delle fonti giapponesi, perché il retroterra culturale giapponese e quello estero sono profondamente diversi: tale diversità avrebbe comportato una rappresentazione errata della situazione giapponese causando problemi a tutti. Nel corso del tempo il sistema kisha kurabu non è cambiato.

I giornalisti giapponesi dei principali mezzi d’informazione continuano a mantenere tale legame con le principali fonti di informazione e a controllare o colorare le notizie conformemente a quello che entrambe le parti ritengono più appropriato per il pubblico consumo di quel momento. I giornalisti stranieri sono ancora per la maggior parte tenuti fuori a guardare attraverso il buco della serratura. Manca inoltre un codice etico della stampa e non c’è alcun istituto come il Press Council inglese o il Publicist Club svedese che regolamenti gli eccessi e le violazioni dei diritti individuali. Inoltre, come abbiamo già detto, le leggi giapponesi sulla libertà di stampa non sono abbastanza severe per essere un efficace deterrente alla diffamazione.

La forza che governa e dirige i giornali scandalistici è il profitto: il loro slogan potrebbe essere “si pubblica tutto ciò che fa vendere”. I tabloid, i settimanali scandalistici giapponesi, sono il motore principale che produce scandali sulla Soka Gakkai. Questa stampa negativa ha origine in parte dalla situazione politica: la Soka Gakkai appoggia il terzo partito più importante del Giappone, il Komeito, dal quale spesso dipende l’equilibrio di chi detiene il potere nella politica giapponese. Non è un caso che gli attacchi dei media alla Gakkai si presentino con maggiore intensità specialmente prima di ogni elezione. A prima vista, alcuni popolari settimanali danno un’impressione di serietà ma, in genere, contengono molto materiale di dubbia provenienza: informazioni prive di fondamento o storie non sostenute dai fatti che poi non vengono quasi mai accertati in maniera indipendente.

Anche coloro che non acquistano i settimanali vengono costantemente esposti ai titoli sensazionalistici di queste riviste attraverso le locandine in mostra sui treni e nella metro, specialmente nelle aree urbane. Si dice che almeno 20 milioni di persone vedano i titoli di un tabloid attraverso queste affissioni, mentre l’effettiva diffusione delle riviste può essere di 800.000 copie. La pubblicazione di queste locandine è già sufficiente a impressionare fortemente un grande numero di persone.
«Il pubblico Giapponese è costantemente esposto agli slogan che compaiono sui cartelli pubblicitari nei treni e nelle metropolitane… Anche se non si leggono direttamente ma si ascoltano semplicemente i pettegolezzi e le diffamazioni, giorno dopo giorno comincia a formarsi e a crescere un’immagine negativa e si cominciano a nutrire dei sospetti…»(Noboru Okaniwa, giornalista giapponese, Buddisti in lotta: sotto il sole dell’alba, un programma televisivo del canale Pbs andato in onda negli Stati Uniti nel 2003). «Nella società giapponese c’è un diffuso sentimento negativo verso la Soka Gakkai provocato dalle continue campagne negative dei tabloid contro l’organizzazione» (Tony Boyd, editore dell’Australian Financial Review, “Spirito sacro trascinato nel profano”; The Australian Financial Review, 14 ottobre 1996, 11).

Nei tabloid giapponesi abbondano gli scandali costruiti o inventati, sia sulla Soka Gakkai, sia su altri sfortunati individui o associazioni. I peggiori periodici, da questo punto di vista, sono quelli delle case editrici Bungei Shunju e Shinchosa. Jun Kamei, che per venti anni è stato vice direttore del Shukan Shincho, dopo aver lasciato la testata, disilluso da quel tipo di giornalismo, ha detto: «La politica che lo Shukan Shincho ha coerentemente seguito è stata produrre articoli mondani sui retroscena di crimini e scandali – specificamente di denaro o sesso – che altri settimanali di proprietà dei quotidiani non avrebbero mai trattato. La loro motivazione si basa sul guadagno. Violando deliberatamente i diritti delle persone comuni le loro riviste arrivano a picchi di vendita inimmaginabili. Hanno capito che facendo appello agli istinti più bassi dei lettori – quel senso di sadico voyeurismo latente in tutti noi che gode delle sofferenze altrui – le vendite vanno alle stelle». (“Orrore dei giornali scandalistici: una storia di collusione e di abuso,”Mission Statement, The Liaison Committee of Human Rights and Mass Media Conduct, Marzo 2004).

La casa editrice Bungei Shunju fu uno dei principali strumenti di propaganda del militarismo giapponese durante la seconda guerra mondiale. I suoi periodici principali sono giunti a negare che il massacro di civili cinesi a Nanchino, tra il 1937 e il 1938, abbia avuto luogo. Hanno anche montato una campagna per screditare le “donne conforto” asiatiche costrette alla prostituzione dai militari giapponesi durante la seconda guerra mondiale, affermando che queste donne mentivano per ottenere rimborsi dal governo giapponese. Per fare un paragone col nostro paese, si pensi al mensile Marco Polo che affermò che l’Olocausto non era mai avvenuto, scatenando una reazione così violenta a livello mondiale che l’editore fu costretto a sospendere immediatamente le pubblicazioni.

La casa editrice Shinchosa, nella peggiore tradizione del giornalismo scandalistico dei tabloid, è particolarmente incline a quello che nella politica statunitense si chiama “fattore fango”, cioè l’uso dello scandalo privato nella lotta politica soprattutto nel periodo elettorale. Nel corso degli anni le storie dello Shukan Shincho, uno dei suoi settimanali più venduti e fonte frequente di articoli anti-Soka Gakkai, hanno calpestato i diritti di molti individui e si sono specializzate nel mietere vittime tra le persone più vulnerabili e le minoranze della società giapponese: le donne, i malati di Aids, altri asiatici e le vittime da avvelenamento da mercurio degli anni ’70. Juichi Saito, uno dei principali consulenti editoriali della Shinchosa dichiarò apertamente in un’intervista nel 1995: «Nell’arte di scrivere, non esiste la verità o la giustizia». (“Orrore dei giornali scandalistici: la litania dell’abuso”, Mission Statement, … cit.).

Numerose sono le cause giudiziarie pendenti nei confronti dell’editore ma, sia per la struttura del sistema giudiziario giapponese, sia per la specifica legislazione relativa alla diffamazione a mezzo stampa, risulta estremamente conveniente per questi editori senza scrupoli pubblicare storie scandalistiche false che fanno vendere milioni di copie e poi semplicemente pagare un’ammenda di qualche milione per le falsità pubblicate quando, al termine di lunghi e tortuosi dibattimenti, vengono infine condannati.

«Dal punto di vista dei media, il pagamento di ammende relative alle cause di diffamazione non ha praticamente alcuna incidenza sui proventi dalle vendite di riviste che fanno sensazionalismo». (Takesato Watanabe, professore di giornalismo, media & scienze della comunicazione all’Universita di Doshisha, Media Literacy, Tokyo: Diamondosha, 1997, pp. 90-91). Una rivista di giurisprudenza degli Stati Uniti, il Journal of International and Comparative Law, ha dimostrato che nell’arco di un periodo di tre anni negli anni ’90, la media delle ammende risultanti da cause per diffamazione vinte in Giappone è stata di 939.000 yen, circa 8.000 dollari americani.

Anche se le ammende sono in graduale aumento, non rappresentano affatto un deterrente per gli editori che basano le proprie vendite su scandali inventati. Negli Stati Uniti, d’altra parte, dove le misure contro gli atti diffamatori sono più severe, le ammende comminate nell’arco dello stesso periodo ammontano a 1.3 milioni di dollari americani. (Jeffrey A. Ourvan, avvocato americano, «Limitare i danni: perché i tribunali giapponesi dovrebbero adottare delle misure contro le accuse di diffamazione più severe», New York Law School, Journal of International and Comparative Law, New York: NY Law School, 2002, 318). Tra il 2002 e il 2003 la stampa ha riferito di 19 cause per diffamazione che sono state vinte con successo contro Shinchosha, che ha dovuto sborsare più di 60 milioni di yen per cause perse. Il settimanale Shukan Shincho aveva falsamente accusato – oltre alla Soka Gakkai e al suo presidente – anche un uomo innocente dell’attentato con gas nervino a Matsumoto nel 1994, (dell’attentato fu poi condannata la setta Aum Shinrikyo).
Il caso emblematico di Nobuko Nobuhira
Il 15 febbraio 1996 lo Shukan Shinko pubblicava la notizia che Nobuko Nobuhira aveva denunciato Daisaku Ikeda per stupro. La donna, una ex-responsabile della Soka Gakkai nella regione dell’Hokkaido, accusava Ikeda di averla violentata in tre occasioni diverse: nel 1973, nel 1983 e nel 1991. I legali della Soka Gakkai denunciarono immediatamente l’editore. Il 16 febbraio l’Emyo – organo ufficiale della Nichiren Shoshu (si ricorda che la Soka Gakkai era stata scomunicata sei anni prima) – incoraggiava i suoi adepti a leggere il memoriale di Nobuhira. Tre giorni più tardi un deputato del Partito Liberal Democratico si riferì all’articolo durante una seduta del parlamento richiedendo la convocazione di Ikeda come testimone davanti alla Dieta stessa: questa procedura si applica per coloro che si macchiano di gravi crimini sociali. Nei mesi di marzo e aprile dello stesso anno, numerose ristampe del “memoriale Nobuhira” furono distribuite alle organizzazioni che sostengono il Partito Liberal Democratico in tutto il Giappone.

Allo stesso tempo milioni di volantini riguardanti il caso furono preparati e distribuiti presso il quartier generale dello stesso partito dal Minshu Seiji Wo Kangaeru Kai (Gruppo di studi sulla democrazia), formato da ex membri della Soka Gakkai, usciti per dissidi con l’organizzazione, quindi molto ostili ad essa. I deputati del Pld chiesero anche che Ikeda e Nobuhira fossero convocati dalla Dieta come testimoni della vicenda. Il 5 giugno i coniugi Nobuhira intentarono causa civile contro Ikeda, chiedendo 75 milioni di yen come risarcimento per i presunti stupri e i loro legali tennero una conferenza stampa alla presenza di emittenti televisive, giornali e riviste di tutto il paese. Inoltre il 24 giugno la signora Nobuhira tenne un’altra conferenza stampa presso il Club dei corrispondenti esteri, che avrebbe garantito un copertura dei media di tutto il mondo.

è significativo che i Nobuhira non abbiano intentato causa penale come richiederebbe un’accusa per stupro, ma solo un procedimento civile. Forse perché, non avendo alcuna prova, non volevano rischiare di mettere in moto un’indagine di polizia, di prassi nei casi penali. Questo fatto è risultato essere parte di un ben preciso piano di Masatomo Yamazaki : una lettera da lui inviata al patriarca Nikken suggeriva di «inventare una storia che desse luogo a un processo e fosse presa in considerazione dalla Dieta». Yamazaki era venuto a sapere che i coniugi Nobuhira provavano un grande risentimento nei confronti dell’organizzazione dalla quale erano usciti nel 1993. Prima di quella data erano stati responsabili nell’Hokkaido e, trovandosi in cattive acque con la propria attività commerciale, avevano usato la loro posizione per ricevere da numerosi membri prestiti in denaro, senza più restituirli.

Questa attività – proibita nella Soka Gakkai – creò molti problemi ai membri della zona, e così fu chiesto ai coniugi di lasciare la loro responsabilità. La coppia aveva anche tentato di estorcere denaro all’organizzazione stessa attraverso telefonate minatorie alla sede centrale di Tokyo. La totale estraneità del presidente Ikeda ai fatti di cui veniva accusato dai Nobuhira è stata provata con sentenza della Corte Distrettuale di Tokyo nell’aprile del 1998. La signora affermava di essere stata violentata la prima volta il 27 giugno 1973 alle 21 circa. A quell’ora Ikeda stava concludendo una riunione con un gruppo di responsabili che proseguì fino alle 23.30, ora in cui rientrò nella sua camera con la moglie, che lo aveva seguito durante tutte le attività della giornata. La seconda violenza sarebbe stata perpetrata il 20 agosto 1983 in un caffè chiamato Loire, situato nelle vicinanze del Centro culturale Soka di Ohnuma.

In realtà il Loire era un prefabbricato che doveva servire come punto di ristoro per i cinquemila membri che partecipavano a una riunione che si era tenuta presso il suddetto Centro culturale il 20 giugno 1982, e fu smantellato subito dopo. Anche questa accusa si rivelò dunque falsa. Il terzo episodio sarebbe avvenuto alle 7.30 del 16 agosto 1991, nella zona circostante il Centro culturale. Ma è stato provato che la signora Nobuhira non poteva trovarsi in quel luogo a quell’ora. Infatti una sua conoscente chiamata a testimoniare ha dichiarato di esser passata a prendere la donna a casa alle 8.15 per andare con lei a una riunione presso il Centro culturale e che per arrivarvi era necessaria un’ora di macchina. Il caso Nobuhira – come altri analoghi preparati di Yamazaki – non era altro che un tentativo ben orchestrato di lanciare una campagna anti-Soka Gakkai prima delle elezioni per il rinnovo della Camera Bassa fissate per il 20 ottobre 1996.

Durante l’intero periodo della campagna elettorale furono fatti circolare in tutto il Giappone dieci milioni di volantini con i quali si tentava di gettare discredito sull’organizzazione attraverso il caso Nobuhira, attraverso la pubblicazione di foto di Shoko Kasahara – il terrorista dell’Aum Shinrikyo – accanto alla foto di Ikeda e attraverso altre varie accuse. Il Jiyu Shimpo, organo ufficiale del Pld, aveva iniziato già nel gennaio 1996 a pubblicare una serie di articoli contro al Soka Gakkai e il Komeito e pubblicò anche una serie di commenti dei Nobuhira in quattro numeri del giornale. L’unico scopo degli articoli era di gettare fango sulla reputazione della Soka Gakkai e del suo presidente: non si vedeva infatti alcuno sforzo di presentare un punto di vista imparziale o equilibrato.

Dopo la sentenza della Corte che dichiarava la totale estraneità del presidente Ikeda ai fatti in questione, il Partito Liberal Democratico è stato costretto a scusarsi ufficialmente e pubblicamente con la Soka Gakkai. Il 13 aprile 1998 i legali della Soka Gakkai hanno inviato una lettera ufficiale di protesta al segretario generale del Pld sottolineando che gli articoli riguardanti il caso Nobuhira apparsi sul Jiyu Shimpo avevano carattere diffamatorio perché riportavano le accuse della Nobuhira nei confronti del presidente Ikeda come fossero fatti comprovati. Inoltre veniva sottolineato come il Pld non avesse compiuto alcun tipo di sforzo per attestare la veridicità delle storie raccontate dai Nobuhira.

Il 21 aprile il Pld ha inviato un comunicato ufficiale ammettendo la responsabilità del ruolo avuto negli attacchi contro la Soka Gakkai. Ha anche pubblicato delle scuse ufficiali sul Jiyu Shimpo con un articolo firmato dal responsabile delle relazioni esterne del partito, che ammetteva: “Nella preparazione degli articoli riguardanti il caso Nobuhira abbiamo mancato di condurre verifiche adeguate e abbiamo riportato asserzioni di una sola delle parti in causa, cooperando di fatto alla diffusione di falsità. Per questo ci scusiamo ed esprimiamo tutto il nostro rammarico”.

IL CASO DI MASATOMO YAMAZAKI

Tutte le manovre contro la Soka Gakkai trovarono il loro centro ideativo e operativo nella figura di Masatomo Yamazaki, ex membro ed ex avvocato della Soka Gakkai. Oltre alla sua attività legale, Yamazaki aveva creato una serie di società commerciali che col tempo fallirono. Trovandosi di fronte a grossi problemi economici cominciò a ricattare la Soka Gakkai minacciandola di far pubblicare articoli diffamatori in cambio di danaro.

«Se scenderò veramente in guerra [contro la Soka Gakkai] – dichiarò Yamazaki – userò il potere della stampa» (Hanrei Jiho, Resoconti di casi legali, 1 ottobre 1985). La Soka Gakkai lo denunciò alle autorità e Yamazaki fu condannato a tre anni di prigione per estorsione di denaro all’organizzazione sua cliente. Il verdetto della Corte dichiarava: «L’imputato ha riportato alla Corte una serie di false affermazioni e prove contraffatte e non mostra alcun segno di pentimento». Fu radiato dall’ordine degli avvocati.

Già nel lontano 1970, in occasione di una divergenza con i preti della Nichiren Shoshu, agì apparentemente in modo ufficiale come punto di raccordo tra Soka Gakkai e clero, ma alle spalle, istigò i preti a rafforzare la loro campagna contro la Soka Gakkai. In particolare si dedicava a fomentare i preti più giovani e le loro mogli, spiegando loro che lo scopo della Soka Gakkai era quello di soppiantare il clero e li incoraggiava a riprendere in mano il controllo sui laici. Non bisogna dimenticare che in Giappone i preti e le loro famiglie sono mantenuti dalle offerte in denaro dei laici. Nel 1975, la fiducia di cui godeva presso il clero gli permise di acquistare dal Tempio un appezzamento di terreno a un prezzo irrisorio, che gli consentì di realizzare una forte speculazione.

Il 13 febbraio del 1978 Daisaku Ikeda gli chiese di cambiare modo di vivere, di portare avanti in modo corretto la pratica buddista e di smettere di creare un clima velenoso tra clero e Soka Gakkai. In quel periodo, il presidente Ikeda e il patriarca Nittatsu stavano incoraggiando i membri della Sgi e il clero della Nichiren Shoshu ad agire in armonia, ma Yamazaki – temendo di perdere la sua posizione – aumentò gli sforzi per creare dissapori e consegnò segretamente ad alcuni rappresentanti del clero un piano da lui concepito allo scopo di distruggere la Soka Gakkai. Il nome del piano era “Proposta per l’operazione futura” e prevedeva lo spostamento di 200.000 membri della Soka Gakkai nell’organizzazione clericale (Danto). Egli suggeriva anche di organizzare riunioni per attaccare la Soka Gakkai e il presidente Ikeda.

Voleva che il clero, attraverso le proprie pubblicazioni, accusasse Ikeda di non seguire fedelmente gli insegnamenti della Nichiren Shoshu. I consigli di Yamazaki furono più volte seguiti. Crescevano allo stesso tempo i malumori in quella parte del clero che ambiva affermare la propria superiorità sui praticanti laici. Così, per proteggere il patriarca, pur sapendo di non aver commesso alcuna mancanza, la Soka Gakkai presentò le scuse nel tentativo di rinsaldare l’unità tra il clero e i laici. Yamazaki invece continuava a perseguire in modo nascosto lo scopo di far dimettere Daisaku Ikeda dalla presidenza. A una riunione di affiliati di vari templi, tenutasi al Taiseki-ji con seimila partecipanti, fu presentata – tra le altre – una mozione in cui venivano richieste le dimissioni del presidente. Per screditare la Soka Gakkai alcuni giovani preti accusarono Ikeda di aver fatto riprodurre, senza autorizzazione, otto Gohonzon di legno, ma fu invece dimostrato attraverso la testimonianza del sig. Akazawa (l’artigiano che aveva materialmente realizzato i Gohonzon) che la riproduzione era stata autorizzata dal Tempio principale.

Comunque, nonostante la faccenda fosse stata ampiamente chiarita, la Soka Gakkai restituì i Gohonzon per sollevare il patriarca dall’imbarazzo. Nel 1979, alla morte del Nittatsu, divenne patriarca Abe Nikken. Yamazaki lo attaccò sui giornali definendolo successore illegittimo, avido di denaro e di donne e Nikken lo definì bugiardo. Ma, in seguito, tra i due si stabilì una profonda connessione basata su comuni interessi: Nikken era attaccato da una parte del clero che considerava illegittima la successione e Yamazaki, avendo perso la sua licenza di avvocato, stava affrontando onerosi problemi economici. L’ex avvocato scrisse al patriarca una lettera di scuse in cui affermava: «Non ho il minimo dubbio che lei sia legittimamente succeduto nella carica di patriarca…». Nikken, dal canto suo, gli rispose scusandosi per averlo definito bugiardo.

Tra i due quindi, sulla base dei reciproci interessi, si stabiliva una solida alleanza anti-Soka Gakkai. Allo stesso tempo Yamazaki cominciava a tessere legami con il Partito Liberal Democratico, fortemente preoccupato della sua tenuta elettorale, spingendo lo stesso Nikken a stabilire rapporti con quel partito. Nel novembre del 1991 venne alla luce un piano dettagliato di Yamazaki, chiamata “operazione C” (“C” dall’inglese cut, “tagliare”) per la distruzione della Soka Gakkai da parte del patriarca Nikken e dei suoi fedelissimi. Tale progetto era del tutto simile alla “Proposta per l’operazione futura” da lui ideata anni prima. Yamazaki uscì di prigione nell’aprile 1993, fu rilasciato sulla parola e immediatamente cominciò nuove campagne contro la Soka Gakkai cospirando con il Partito Liberal Democratico, con alcuni tabloid scandalistici e con il clero della Nichiren Shoshu. Fu pagato dall’Lpd come esperto sulla Soka Gakkai e tenne lezioni sul modo migliore per attaccare l’organizzazione.

L’Lpd cercò di nascondere i suoi rapporti con lui, ma nel ’94 il Chugai Nippo, un importante giornale religioso, pubblicò una lettera a Nikken nella quale Yamazaki affermava: «Sto lavorando per costruire nella società una rete per attaccare la Soka Gakkai: penso di aver ottenuto qualche risultato». In un’altra sua lettera a Nikken del novembre ’93 si legge: «L’Lpd ha garantito che il partito ci sosterrà finanziariamente. Ha promesso che non rallenterà i suoi attacchi contro la Soka Gakkai fino a quando l’organizzazione sarà sconfitta o si arrenderà». Scrisse anche un manuale rivolto a scrittori ed editori sulle parole-chiave e i punti da usare per scrivere contro la Soka Gakkai. E diede il suo contributo al settimanale Shukan Shincho preparando una serie di 33 articoli contro la Soka Gakkai, fino a quando fu arrestato per estorsione.

In seguito, per gonfiare il caso Nobuhira (vedi La Soka Gakkai e i media giapponesi), scrisse un pezzo sulla presunta violenza sessuale del presidente Ikeda su tredici donne. Naturalmente la Soka Gakkai mise in atto tutte le azioni legali per contrastare la diffamazione di Yamazaki vincendo tutte le cause, ma bisogna comprendere bene che lo scopo dell’avvocato non era di dimostrare in sede legale la verità delle sue affermazioni, quanto di creare continui attacchi all’immagine della Soka Gakkai e del presidente Ikeda. Lo scopo suo e di coloro che lo pagavano era di far uscire sui tabloid ripetuti articoli diffamatori e di amplificarli in tutti i modi. La legge giapponese sulla stampa non presentava deterrenti sufficienti per proteggere i diritti di chi dimostra di essere stato diffamato.

Un esempio: il prete-capo del Tempio Shinmyo della Nichiren Shoshu al volante della sua macchina si scontrò con un camion guidato da un membro della Soka Gakkai il quale fu accusato di averlo deliberatamente ucciso. Sia la polizia sia l’assicurazione lo discolparono perché si riuscì a dimostrare che il prete aveva cambiato corsia di marcia entrando in collisione con il camion, ma il settimanale Shukan Shincho pubblicò comunque la notizia che un membro della Soka Gakkai aveva ucciso un prete della Nichiren Shoshu.

è straordinario come nel giro di pochi anni, sull’onda di un contrasto di tipo politico, si sia creata una vera e propria industria che ricava enormi profitti nel creare scandali contro la Soka Gakkai: i tabloid, infatti, arrivano a vertiginosi picchi di vendita quando pubblicano articoli contro Daisaku Ikeda. Gli introiti permettono ricavi stratosferici, anche considerati i compensi per i falsi testimoni e i risarcimenti dei danni ingiunti dal tribunale. Masatomo Yamazaki è morto il 29 dicembre 2008 per insufficienza cardiaca.

IL CASO NORIEGA

Nel 1993, nel tentativo di screditare la coalizione di governo del primo ministro Hosokawa, di cui il Komeito faceva parte, il Partito Liberal Democratico (Lpd) lanciò una campagna tesa a screditare la Soka Gakkai, principale sostegno elettorale del Komeito. In quel periodo il Komeito, una delle maggiori forze di opposizione, riuscì a riunire tutte le altre parti dell’opposizione non-comunista per formare, dopo trentotto anni di ininterrotta maggioranza del Lpd, una nuova coalizione di governo. Il Lpd cercò in tutti i modi (vedi Il caso Yamazaki e La terra dove regna la stampa) di creare un’immagine negativa della Soka Gakkai promuovendo la diffusione di fatti calunniosi presso tutti i media giapponesi.

I tabloid, in particolare, ricavarono un profitto enorme amplificando le calunnie e distorcendo completamente la realtà. Avvalendosi e inserendosi in questa campagna generale contro la Soka Gakkai, Yoshihiro Tsurumi, professore presso l’Università di New York, pubblicò nel 1994 – solo in lingua giapponese – un libro intitolato America-goroshi no Chohasso (trad. Un metodo assolutamente non convenzionale per distruggere l’America) In questo libro Tsurumi scrive che l’ex leader panamense generale Manuel Noriega testimoniò che: «Daisaku Ikeda forniva regolarmente ingenti somme di denaro a Ichiro Ozawa, leader del partito di opposizione Nfp (New Frontier Party), provenienti dai profitti dovuti al traffico di droga realizzati col denaro della Soka Gakkai».

Tsurumi non portò alcuna prova a sostegno della sua tesi. Nel marzo 1974 Noriega – che all’epoca era assistente del leader panamense generale Torrijos – conobbe Daisaku Ikeda durante la sua visita ai membri della Soka Gakkai di Panama. Divenne suo buon amico dopo aver ricevuto alcuni consigli sulla salute e su alcuni problemi famigliari. Noriega fu presentato a Ikeda da un suo amico e istruttore di judo che, all’epoca, era il responsabile della Soka Gakkai panamense. Nell’ambito della sua intensa attività dialogica con leader di tutto il mondo, Ikeda ha in seguito incontrato Noriega in Giappone e una volta a Panama nel 1981, quando il generale era già diventato una figura di primo piano. Tutto questo successe molto prima del 1989, anno della rimozione e dell’arresto di Noriega da parte delle truppe Americane.

Nel suo libro di memorie America’s Prisoner (Random House, 1997) Noriega scrisse: «Rimasi così impressionato dal Dr. Daisaku Ikeda che gli consigliai di incontrare il Generale Torrijos… Ikeda predisse che tutti i paesi che si affacciano sul Pacifico sarebbe diventati molto importanti nel prossimo millennio e che Panama sarebbe potuto diventare una colonna portante sia commercialmente sia culturalmente». Noriega cita inoltre le parole che Ikeda rivolse a Torrijos: «Espanda i suoi orizzonti. Il mondo di domani è nel Pacifico e lei non ha ancora instaurato nessun contatto con gli altri paesi del Pacifico».

Il presidente della Sgi si è incontrato assiduamente con figure leader di ogni continente, sempre per promuovere il dialogo, l’amicizia e lo scambio tra popoli rivolto a incrementare la loro reciproca comprensione. Il libro di Tsurumi attrasse l’attenzione di un ex membro della Soka Gakkai di Chicago, Craig Bratcher. Questi, diventato ostile alla Sgi, tradusse alcune parti utilizzandole per diffamare la Soka Gakkai e il suo presidente su alcuni siti web molto contrari all’organizzazione. Bratcher – in seguito – si è molto attivato per diffondere su internet ulteriori notizie relative solo agli incontri con figure controverse come Noriega e Fidel Castro, ignorando di proposito tutti gli innumerevoli altri incontri con capi di stato, grandi intellettuali e studiosi come Nelson Mandela, Michail Gorbaciov, Rosa Parks, Johan Galtung, Joseph Rotblat, Linus Pauling, Adolfo Perez Esquivel etc.

Nel 2000 Tsurumi ha riscritto il suo libro con un titolo differente: Japan’s Renaissance (Kodansha 2000). Il dipartimento relazioni esterne della Sgi si è immediatamente attivato protestando e chiedendo prove e rettifiche all’editore. Dopo ripetute richieste della Sgi di produrre fatti e documenti a sostegno delle tesi di Tsurumi, l’editore Kodansha, senza esibire alcuna prova a riguardo, ha risposto con una lettera del responsabile editoriale Takashi Ogose del 18 febbraio 2000 nella quale si legge: «Per garantire la libertà di espressione, di parola e di pubblicazione, è nostro fondamentale imperativo proteggere l’identità delle nostre fonti di informazione».