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Carmen Consoli, quando le parole sono proposte per agire

L'artista, che si è esibita in concerto il 20 aprile nella serata romana dedicata all’Earth Day, poche ore prima di salire sul palco ha risposto alle nostre domande

20/04/2011: Nell’intervista uscita martedì su Repubblica dici che il Buddismo ti ha aiutato ad affrontare la morte (di tuo padre e di un tuo collega). Nella tua musica, nella tua creatività, che posto ha la pratica? Che cosa è cambiato da quando hai cominciato a praticare? Non è cambiato qualcosa nella mia musica, nei miei rapporti personali o in quello che faccio, ma sono cambiata io e il modo in cui io mi relaziono alle cose. Anche se devo solo preparare un piatto di pasta agli amici, ci metto tutta me stessa per farlo bene, a provo gioia nel fare così. Al di là del riconoscimento “modaiolo”, mi piace il “successo” come participio passato: è “accaduto” qualcosa che io ho riempito pienamente. Indipendentemente dal fatto che ciò che sto facendo sia rivolto a quattro amici o a quattromila ammiratori, la forza deve essere la stessa. Questo dare spessore alle cose è stato il primo segnale di trasformazione da quando ho cominciato a praticare, quando ho capito che è già bellissimo e gratificante di per sé fare le cose mettendo in tutte la stessa forza. È una spinta vitale. Dunque è aumentata la capacità di essere tutta intera in ogni cosa che fai… E anche la capacità di ascoltare gli altri, di mettermi in ascolto degli altri. Pratichi da molto? Conosco la pratica da otto anni, ma ho iniziato a praticare costantemente da tre, e da allora non ho mai saltato un Gongyo, nemmeno quando ero senza voce con la febbre a quaranta. All’inizio mi sono avvicinata per curiosità, i miei amici mi dicevano: «prova, male non ti fa!». Mi faceva ridere un sacco questa cosa. E poi mi ha attratto il suono di Nam-myoho-renge-kyo. Da musicista ci sono andata non “di testa” ma “di cuore” e ho avuto fiducia in tutti i miei compagni di fede. Finora ho incontrato solo persone bellissime. Questa è la mia esperienza, ed è sempre più bella. Prima di ogni concerto i buddisti (quelli che già conosco ma anche quelli che non conosco) mi vengono a trovare nel camerino e facciamo Daimoku, parliamo, ci raccontiamo le esperienze ecc. Io con questo lavoro ho difficoltà a partecipare alle riunioni, cosa che mi ha creato anche qualche momento di difficoltà perché pensavo di non fare le cose bene. Poi mi hanno spiegato che ognuno ha una sua missione e che io avevo le mie ottime opportunità. Devo dire che i nostri amici buddisti mi hanno permesso di praticare sempre con qualcuno e di poter incontrare ogni volta gruppi diversi. In tutte le città dove vado a suonare arriva sempre la Soka Gakkai locale per praticare con me nei camerini. In questo modo ho la possibilità di aprirmi con tante persone diverse… è bellissimo. Quando ho ricevuto il Gohonzon, mi sono ritrovata campane, batacchi, libri, tutti regali delle persone che mi erano venute a vedere, che per anni mi avevano fatto regali: avevo già tutto!! Questo è uno degli aspetti meravigliosi della nostra organizzazione… Ma torniamo alla tua esperienza: ritrovi un legame tra il senso di realizzazione che sperimenti attraverso l’espressione artistica e lo stato vitale che sperimenti attraverso la recitazione del Daimoku? Bellissima domanda. Ovviamente il mio primo approccio è stato: «La voce svolge l’azione del Budda». Questo magnifico concetto è stato il primo argomento che mi ha attratto, il mio primo “gancio”. Sì, c’è una similitudine tra la sensazione di meraviglia che provavo quando cantavo e scrivevo le canzoni prima di incontrare il Buddismo e la pratica, che oggi interpreterei così: in quei momenti non ero mai attraversata da mondi bassi, quando scrivevo non ero mai mossa da odio o rancore, se non per trasformarli. Poi, quando ho incontrato questa filosofia mi è sembrato che le cose andassero a coincidere, il mio pensiero “incompleto” si è per così dire completato: con la recitazione del Daimoku provavo la stessa pienezza, la stessa meraviglia. Il canto e la recitazione del Daimoku, chanting in inglese, hanno un collegamento profondo. Dal profondo di questa Legge che ancora non posso capire, ma mi fido, traggo un nutrimento che completa la mia nutrizione spirituale. Tutte le attività che svolgo sono sempre sotto questa piccola grande luce, e so che dipende da me. Io la vivo così. Il presidente Ikeda nella proposta di pace di quest’anno (uscita sul n. 146 di Buddismo e società) dice che dobbiamo fare attenzione a non usare parole note per descrivere ciò che non conosciamo, e a non definire in modo statico qualcosa di dinamico, altrimenti ricadiamo nell’apatia intellettuale, nel pregiudizio, nel dogma col risultato di frenare ogni creatività. Chi ascolta le tue canzoni capisce subito quale importanza abbiano per te la scelta e l’uso delle parole… Immagino che ti ritrovi in queste affermazioni… Ogni volta che quest’uomo dice qualcosa mi emoziona… Sì, bisogna restituire il peso alle parole. Senza andare troppo lontano, restando nella cultura giudaico-cristiana, in quel magnifico libro che è la Bibbia è scritto che «in principio era il verbo»: quindi in ogni cultura la parola ha un peso specifico. Oggi è abusata, e può anche diventare un dogma al servizio di un certo tipo di assolutismo. Io adesso, per esempio, sto molto attenta a non rispondere mai più nella vita: “assolutamente” (!), sto attenta al linguaggio. Mi piace molto quello che dice Sensei: bisogna stare attenti alle parole, le parole sono abusate e vanno oltre il loro stesso contenuto. C’è un vanità estetica che si risolve in un avvitarsi senza un obiettivo concreto. Invece è importante parlare nella stessa direzione in cui agiamo. Anzi, prima agiamo, poi parliamo. In chi ascolta le tue canzoni l’emozione maggiore arriva proprio dalle parole che usi, che non sono mai banali. Ti riconosco questa cura particolare. Grazie. Sì, cerco essere il più possibile precisa. Anche se è molto ardua l’impresa di poter agire attraverso le parole, quando le parole sono una proposta, un voler diffondere dei propositi che spingano all’azione, devono essere parole molto mirate. Io cerco di fare questo lavoro, ci impiego molto tempo, per me ogni parola di una canzone ha un peso specifico. Sì, infatti si sente. Mi piace questo tuo dare alla parola il valore di “proposito” e “proposta” che si traduce in azione… una parola militante, mi verrebbe da dire. Del resto la tua presenza al concerto dell’Earth Day è già un impegno concreto… Ho sposato questa causa insieme a un mio amico musicista che pratica da più di vent’anni impegnato nella campagna Senzatomica, che mi ha proposto di partecipare insieme con lui a questa iniziativa per l’abolizione degli arsenali nucleari. Io sono stata felice perché non avevo ancora trovato un mio ruolo per kosen-rufu, visto che il mio lavoro non mi permette di fare attività, frequentare le riunioni ecc. come chi vive sempre in una stessa città, e questo mi mancava. Mi è sembrata una grandissima occasione per unirmi a questa lotta. Abbiamo inaugurato la mostra di Firenze e poi sono stata chiamata per l’Earth Day sulle energie rinnovabili ecc. Anche se il tema era un altro, noi abbiamo deciso di cercare di portare l’attenzione di tutti sulla tematica del disarmo nucleare. Io e un’autrice buddista abbiamo deciso di far “esplodere” la bomba atomica a villa Borghese grazie al materiale preso in prestito dalla mostra Senzatomica. Esplosione su un megaschermo, effetto audio incredibile, e io che dico tre cose: 1. per salvaguardare il pianeta possiamo fare ogni tipo di intervento ma se manteniamo ordigni nucleari sarà tutto inutile; 2. sarebbe bello entro il 2015 firmare una petizione popolare mondiale per richiedere la messa al bando totale di questi ordigni, per arrivare a una pace pulita e non basata sulla deterrenza; 3. basterebbe il 4% del denaro annualmente speso in armamenti per vincere fame, malaria, aids e dare impulso alla scolarizzazione e alle energie rinnovabili. Avevo deciso di non suonare quest’anno per strategia discografica, però visto che sono stata chiamata a portare avanti questa causa lo voglio fare, perché in questo caso la mia musica ha un altro valore. E quindi con tutto il mio staff stiamo mettendo questa causa, anche se loro non lo sanno…. I giovani e i giovanissimi ti ascoltano. Senti una responsabilità nei loro confronti? Incontro i giovani nelle università, nelle carceri minorili, e cerco di trasmettere il mio vissuto, quello che credo di aver maturato, i miei, i nostri valori. Valori che condivido anche con la mia band. È una storia da raccontare, un’unità che parte da un’amicizia ventennale: ci frequentiamo dai tempi del liceo e oggi siamo sul palco dell’Earth Day. Stiamo sempre stretti insieme, nelle cose belle e in quelle brutte. Sì, sento la responsabilità, e per questo cerco sempre di prepararmi bene prima di parlare con uno più giovane di me. Ora ho un mezzo per poter illuminare… Spero di agire sempre in maniera illuminata, anche se non mi riesce sempre… man mano che cresco e divento grande cerco di aggiungere conoscenza in quello che faccio e di perfezionarmi nella mia musica per poterla fare sempre credendoci… Sei sempre un po’ confusa, oltre che felice? Io sono sempre confusa… tremila mondi confondono…! Ma poi alla fine sono felice, se riesco ad avere la forza e il sostegno per praticare perché questi tremila mondi possano portare felicità alla mia vita e di chi mi sta vicino. (di Marina Marrazzi)

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