UN INCONTRO TRA CIVILTÀ

Sono stato invitato a parlare in molte università di varie parti del mondo, ma questa è la mia prima visita in Romania, un paese molto bello, ingentilito da fiori e alberi. In occasione della visita al Museo di arte popolare di Bucarest, ho incontrato con grande piacere tanti bambini e bambine, cresciuti con la bellezza e la forza d’animo necessarie ad assicurare un futuro luminoso al loro paese. Con la loro esecuzione di danze popolari nella piazza antistante il museo, essi sembravano volerci ricordare che, senza la luce del sole, la libertà e la pace, il futuro del mondo si prospetta davvero buio. L’animo della popolazione rumena risplende in quei bimbi e nella loro danza. Essi, e altri come loro, avranno la responsabilità di realizzare le immense possibilità che la Romania può offrire al nuovo secolo. La promessa di questo paese è riassunta nel suo emblema nazionale, un sole splendente che sorge dietro montagne ricoperte da antiche foreste.

UN DRAMMA STORICO

La Romania è molto conosciuta in Giappone, oltre che per le sue abbondanti risorse naturali e una rapida crescita economica, anche per la ricchezza del folclore. La musica è un’importante parte di questa tradizione. Nell’estate del 1981 furono tanti i giapponesi che accorsero da tutto il paese per ascoltare tre musicisti rumeni che parteciparono a una serie di concerti dal titolo Un viaggio musicale lungo la Via della Seta. Gli spettacoli erano organizzati dall’Associazione Min-On, da me fondata. Il pubblico rimase particolarmente affascinato dal suono delicato di uno strumento tradizionale chiamato nay. I suoi suoni sembravano trasmettere la gioia e il dolore dell’animo del popolo rumeno e in quelle vibrazioni ho intuito un’eco del passato turbolento di questa terra.
Quella che oggi è la Romania, chiamata Dacia nei tempi antichi, fu conquistata dall’Impero romano e invasa dai goti e dagli unni. Il territorio fu annesso alla sfera di influenza culturale bizantina nello stesso periodo in cui gli slavi si stavano spostando verso sud e fu, infine, governato dai turchi ottomani. Dopo secoli di difficoltà e lotte, la Romania iniziò il cammino verso la propria indipendenza nella seconda metà del XIX secolo. Durante questo lungo dramma storico, il popolo rumeno ebbe momenti di grande stasi, ma non venne mai meno alla lotta per la libertà e l’indipendenza. Erodoto scrisse che i daci erano i più coraggiosi e i più giusti tra i popoli della Tracia. Successivamente, sebbene questa terra rientrasse sotto la sfera d’influenza della cultura romana, la sua popolazione non si assoggettò né fu ridotta in schiavitù. Al contrario, essa si imparentò con i romani e contribuì a mescolare la civiltà dacia con quella latina, con il conseguente arricchimento della cultura rumena. Questo passato è evidente nella politica estera indipendente che, oggigiorno, la Romania persegue.
Lungo i secoli, molti e differenti popoli si sono mescolati e hanno reso più fertile il terreno spirituale del paese. Questa fusione di tradizioni culturali distinte ne ha arricchito il patrimonio folcloristico. Trovo che sia significativo che questa terra sia stata influenzata da tre grandi civiltà: quella dell’Europa Cristiana, di Bisanzio e dell’Islam. Dal punto di vista storico e geografico, la Romania è situata al punto d’incontro di alcune grandi civiltà.
Il contatto tra differenti culture è spesso accompagnato dal conflitto, dall’invasione e dalla conquista. In molti casi, gli scontri terminano con la cancellazione apparente di una cultura. Ma talvolta questa riesce a sopravvivere nei cuori dei singoli individui, fluendo profondamente come un fiume sotterraneo. Trasformata dallo scorrere dei secoli, essa riemerge alla luce quando il tempo è giusto. Tale resistenza è resa possibile dal potere inerente alle tradizioni culturali.

UN EQUILIBRIO PRECARIO

In Estremo Oriente abbiamo un detto per cui si può avere la comprensione del nuovo soltanto grazie allo studio del vecchio. Quindi, i nuovi orizzonti del futuro si apriranno solo a chi rispetterà e terrà conto della propria eredità culturale. Secondo questo punto di vista, volgendo il pensiero al nuovo secolo, ormai prossimo, si rivela evidente l’importanza cruciale di trovare un equilibrio ottimale tra la parte – le singole società e le culture – e il tutto. Ma permettetemi di approfondire questo punto. Fin dal XV secolo, il susseguirsi di scoperte scientifiche e sviluppi tecnologici, che ha dato avvio all’epoca delle esplorazioni e portato alla rivoluzione industriale, ha ridotto drasticamente le distanze che, un tempo, separavano popoli e civiltà. Oggi si considera naturale che le società siano collegate in un sistema globale. Non è più possibile concepire l’economia mondiale limitatamente al punto di vista di una sola nazione. La crisi petrolifera di quest’ultimo decennio, per esempio, è stata un’evidente dimostrazione dell’interdipendenza tra le economie del mondo. La tecnologia odierna, per di più, permette una trasmissione istantanea, a livello globale, di informazioni e ciò crea un gran senso di familiarità tra le nazioni. Furono le trasmissioni via satellite che portarono i trionfi della rumena Nadia Comaneci nei salotti giapponesi durante i Giochi olimpici di Montreal e di Mosca.
Ancora più minacciosa e diretta è l’interdipendenza che, ai nostri giorni, coinvolge tutti negli errori e nei fallimenti altrui, come nei loro successi. Mi riferisco alla minaccia della guerra nucleare. Se l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti dovessero lanciare i loro missili, non ci sarebbe nessun vincitore e nessun vinto, poiché tutta l’umanità si troverebbe a camminare sul precipizio dell’annichilimento. Gli armamenti nucleari hanno trasformato il mondo intero in una sola comunità che condivide uno stesso destino. Si rivela chiaro che, nel bene e nel male, dobbiamo concepire il mondo come se fosse unificato. In caso contrario, ci ritroveremmo incapaci di intraprendere una qualsiasi azione. Siamo spinti verso l’unità, ma la strada che ci attende non sarà facile. Pensate alla follia che sta dilagando in questo stesso momento. Vi sono quaranta conflitti armati nel mondo che vedono la partecipazione, diretta o indiretta, di ben quarantacinque nazioni. Le cifre sono di per sé abbastanza spaventose, ma le guerre lo sono ancor più se si considera che gli esseri umani, se armati, possono essere più brutali di qualsiasi altra creatura.
Al fine di unire le nazioni, si devono superare i grandi ostacoli creati dal conflitto. Ciò non può essere realizzato senza l’inesauribile sforzo di organizzazioni come la Nazioni Unite, dedite alla giustizia, alla pace e al benessere umano.

IL TUTTO E LE SUE PARTI

Sebbene le nazioni e gli stati costituiscano delle entità individuali, non sono necessariamente ciò che io intendo come «parti» del tutto. Se, da una parte, esse devono essere rispettate in accordo con i «cinque principi della pace», (1) dall’altra si tratta di unità artificiali i cui confini sono di natura politica. In quanto tali, esse sono il prodotto del nazionalismo moderno che prese forma nell’Europa occidentale alcuni secoli fa. Dietro il concetto di stato nazionale si cela una cultura umana infinitamente varia, fondata su migliaia di anni di storia e tradizioni. La cultura è stata trasmessa di generazione in generazione in distinte forme locali, serbata nel cuore delle persone comuni. Come rivela il loro folclore, i rumeni hanno la loro peculiare cultura come i giapponesi la propria.
Il filosofo svizzero Verner Kaegi era solito parlare di un mondo unificato, ammonendo che qualunque forma esso assuma, esso sopravviverà solo fino a quando le sue cellule saranno forti e sane. La cellula è paragonabile a un villaggio dei tempi antichi in cui gli individui trovavano il proprio sostentamento, crescevano, prosperavano e conducevano esistenze spiritualmente soddisfacenti. Il concetto di «cellula» di Kaegi può essere applicato alle singole culture, fondate su gruppi etnici, o su altri tipi di affinità. Si tratta della «parte» in opposizione al «tutto». Ciascuna singola entità deve essere rispettata per se stessa se desideriamo realizzare l’ideale di un mondo unificato. è importante giungere a questa unità senza violare l’integrità della singola «parte» e mantenerla in giusto equilibrio con il «tutto». La difficoltà di un simile compito è evidente nel dilemma che vivono molte nazioni, nel tentativo di modernizzarsi con il supporto della scienza e della tecnologia. Di frequente, esse si trovano costrette a sacrificare la sfera tradizionale e ciò significa che le «parti» più piccole subiscono pressioni sul cammino della modernizzazione – spesso sinonimo di unificazione globale.
Immaginiamo una barca a remi, spinta sulle acque di un lago: la barca rappresenta la cultura tradizionale e i remi la modernizzazione. Per quanto i remi siano ben fatti o utilizzati con grande energia, non ci sarà alcun progresso se le acque del lago sono agitate. Ciò che si rivela necessario in questo caso è la calma, cioè la pace. Per calmare le acque ci viene richiesto di accettare una serie di valori spirituali universali che legano fra loro le tradizioni culturali a livello locale, permettendo però a ciascuna di queste di brillare di luce propria. Questo comporta una trasformazione a livello mondiale senza la quale l’umanità non riuscirà a sostenere l’avanzamento della modernizzazione e lo sviluppo della tecnologia.
A questo punto, desidero ricordare le parole di Mircea Eliade, nato in Romania, uno dei più grandi filosofi della religione di questo secolo. Eliade nutriva la speranza che l’incontro tra le popolazioni dell’Occidente moderno con il mondo non occidentale facesse emergere un nuovo umanesimo. Solo qualcuno, nato e cresciuto in un paese all’incrocio tra diverse civiltà, avrebbe potuto coniare la semplice definizione di «nuovo umanesimo», con tutta la ricchezza di possibilità per il futuro che questa sottintende. Per quanto riguarda il presente, la prospettiva di Eliade deve essere ancora realizzata in una forma chiara ed evidente. Alcuni individui sensibili hanno quasi rinunciato a questo ideale, per disperazione. La svedese Alva Myrdal, vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 1982, ha affermato che le persone sono sempre meno disponibili ad ascoltare appelli per la pace e che lei stessa si sente affaticata dalla lotta. Credo che sia conveniente porre attenzione alle correnti più celate della storia e non agli eventi più superficiali. Come si possono distinguere questi corsi sotterranei? Se ci poniamo all’ascolto delle persone e bussiamo con gentilezza alla porta dei loro cuori, credo che sentiremo delle vibrazioni profonde, che predicono la pace.

LO SPIRITO PACIFISTA

Nella profondità dei loro cuori, ovunque, le persone sono cosmopolite e dedite alla pace e scrittori sensibili di genio le hanno spesso ritratte. Uno di questi autori è il romanziere bulgaro Zaharia Stançu. (2) Il suo capolavoro Lo scalzo ruota intorno alla comprensione e all’amicizia tra rumeni e bulgari, nel periodo in cui questi ultimi erano in guerra contro la Turchia. Fa da sfondo al libro un paesino situato sul Danubio in cui i bulgari di solito si recano a vendere sementi in primavera e verdure in autunno. Il frequente contatto ha dato vita a una calorosa amicizia tra le due popolazioni. All’improvviso, scoppia la guerra con i turchi e i bulgari non vanno più al villaggio. Poco dopo, giunge la notizia che vecchi amici come Ivan e Stoian sono caduti in battaglia. La descrizione di come gli abitanti mormorano tra loro alla terribile notizia crea una scena indimenticabile: «Guerra contro i bulgari? Cosa abbiamo contro i bulgari? Siamo amici. è meglio che Ivan e Stoian siano morti. Ci saremmo dovuti scontrare con loro. Sarebbe stato terribile! Avremmo dovuto combattere e sparare l’uno contro l’altro. Oh Signore, oh Signore!».
Come mostra questa esclamazione di disperazione, gli abitanti del paesino, pur privi di educazione, sono liberi dal pregiudizio e dalla collera. Con solide radici nella vita umana, essi rappresentano gli animi che si elevano al di sopra delle considerazioni di razza o nazionalità. Con ciò non si intende lodare l’ignoranza, ma ricordare che la conoscenza, per quanto sia vasta, trae valore soltanto quando è al servizio delle persone.
Tutta la grande letteratura deve avere una dimensione universale e la capacità di ritrarre i cuori e le menti degli individui con sensibilità e bellezza. L’opera di Stançu rispetta entrambe queste caratteristiche e illustra un punto di vista cosmopolita e il pacifismo della gente comune.

SIMPATIA SPONTANEA

Nello stesso periodo in cui è ambientato il libro di Stançu ci fu in Giappone un episodio che fece emergere nei giapponesi qualità simili a quelle dei personaggi de Lo Scalzo. Nel 1904, all’inizio della Guerra russo-giapponese, le truppe nipponiche catturarono un ufficiale e un soldato nemici e li portarono al loro quartiere generale. Dal momento che erano i primi prigionieri, questi uomini destarono la curiosità dei soldati nipponici. Quando l’ufficiale di compagnia chiese chi volesse andare a vedere che tipi fossero i russi, solo metà degli uomini alzò la mano. L’ufficiale ne chiese il motivo e un milite prese la parola a nome di tutti: «Nel mio villaggio io facevo l’artigiano. Quando ho messo l’uniforme, sono diventato un combattente per il mio paese, un bushi (3) giapponese. Questi uomini sono nostri nemici. Non so che genere di uomini siano, ma anche loro combattono per la loro terra. Penso che non sia un bene che, ora che hanno avuto la sfortuna di essere stati catturati, siano trascinati qua e là come fenomeni da baraccone. Mi dispiace e non voglio crear loro imbarazzo osservandoli con aria sciocca».
L’ufficiale in comando rimase colpito da questo commento. Pian piano, anche gli altri uomini giunsero a vedere le cose in quel modo e il passatempo di andare a vedere i russi fu revocato.
A mio parere, questo episodio è un chiaro esempio di empatia umana, espressa durante la guerra. L’artigiano non desiderava partecipare al conflitto. Al contrario, traeva soddisfazione dal suo lavoro che considerava degno di rispetto. Egli si rifiutò di abbandonare la propria dignità di essere umano, anche nel momento in cui fu costretto ad andare in battaglia e influenzò il pensiero dei commilitoni. Colgo un certo rincrescimento nella sua osservazione di non sapere che genere di uomini fossero quei prigionieri. Senza dubbio, il soldato giapponese immaginava che anche i russi avessero famiglia e un lavoro nella loro terra. La sua reazione, come quella degli abitanti nello Scalzo, esprime la partecipazione concreta, caratteristica condivisa dalla gente comune di ogni luogo. Il concetto di vergogna riveste un ruolo essenziale in entrambi gli episodi. I rumeni consideravano un’onta combattere contro i bulgari, loro amici. Il soldato giapponese non desiderava mettere in imbarazzo i prigionieri. Questo sentimento comune sembra dirci che le menti umane possono raggiungere armonia e comprensione a dispetto delle distanze e delle differenze che sembrano separarle.
Un vecchio detto afferma che le risposte ai quesiti più remoti si trovano davanti alla porta di casa. In altre parole, si deve fare appello ai sentimenti comuni a tutti noi se desideriamo creare il nuovo umanesimo a cui mi sono riferito prima. Penso che l’empatia naturale e la comprensione delle persone comuni, dappertutto, debba essere il terreno fertile su cui può crescere rigoglioso il nuovo umanesimo. Le ideologie e gli slogan non sono di alcun aiuto. Quando la comprensione universale e l’empatia avranno calmato le acque del nostro lago, la barca della tradizione e i remi della modernizzazione (il «tutto» e le «parti») riusciranno ad avanzare insieme verso il XXI secolo.
Il corso della storia si arresta per un nonnulla e il compito di creare il nuovo umanesimo grava sulle nostre spalle. Come credente nel Buddismo di Nichiren Daishonin, che insegna la dignità dell’uomo, dedicherò tutto me stesso alla realizzazione di questo scopo. Spero che tutti vi unirete a me e insieme, fianco a fianco, ci impegneremo per un nuovo secolo, in cui un mondo unito prospererà da un punto di vista sia materiale sia spirituale.

NOTE
(1) I «cinque principi della pace»: rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, non aggressione reciproca, reciproca non ingerenza in tutti gli affari interni, uguaglianza a vantaggio reciproco e coesistenza pacifica.
(2) Zaharia Stançu (1902-1974).
(3) Bushi: guerriero, trad. dal giapponese.